La linea del Piave

 

Alberto Asor Rosa

di ALBERTO ASOR ROSA

Nella storia di questo disgraziato paese (l’Italia, intendo, per chi non ami le metafore), c’è una sindrome spesso ricorrente: si chiama la linea del Piave. Funziona così. Per anni, talvolta per decenni, gli alti comandi, i Governi, le classi dirigenti in genere, prendono decisioni inique, sbagliate, avventurose, persino ciniche e anche delinquenziali: l’incredibile mediocrità degli alti comandi medesimi, la strategia irresponsabile dell’attacco frontale, il mostruoso disavanzo di bilancio, l’incapacità del ricambio, la stralunata soggezione dell’interesse pubblico agli interessi privati o di gruppo, ne rappresentano le manifestazioni più significative ed esemplari. Poi, ad un certo punto, dai e dai, si verifica la catastrofe: le linee cedono, il bilancio crolla, l’economia va in pezzi, le classi dirigenti, d’ogni razza e colore – ripeto: d’ogni razza e colore – annaspano nel vuoto che loro stesse hanno creato. È a quel punto che a qualcuno viene in mente la linea del Piave: gli interessi non sono più diversi, separati e magari contrapposti, diventano “unico”. La catastrofe si può affrontare solo tutti insieme, senza più differenze né di razza, né di colore, né di collocazione sociale, né di orientamento politico. E questo, a pensarci bene, è anche giusto: chi, infatti, vorrebbe vedere gli austriaci a Milano o a Venezia?

Se poi, come nel caso di oggi, la linea del Piave assume dimensioni planetarie, la solidarietà di tutti intorno a un modello unico di soluzione assume un’evidenza ancor più eloquente: o ci si salva tutti oppure non si salva nessuno. E anche questo potrebbe essere giusto. Ma vediamo fino a che punto il discorso del Piave regge e, ammesso che regga, quali diverse impostazioni gli si possono dare.

Facciamo (almeno noi) un passo indietro e torniamo in Italia. Negli ultimi tre-quattro mesi è accaduto nel nostro paese qualcosa che in precedenza sarebbe stato inimmaginabile: e cioè un cambiamento vistoso della costituzione materiale, un aggiustamento invisibile dei meccanismi decisionali. Tutte le più importanti scelte in materia politica ed economica sono state, non certo prese, ma indotte con forza e con, appunto, autorevolezza “dall’alto”. E quale esempio più lampante di “Camere congelate” di quelle che, nel giro di quarantotto ore, hanno votato un bilancio dello Stato strangolatorio e, nel caso di certi partiti, addirittura apertamente non condiviso? Non sto dicendo né che sia stato un bene né che sia stato un male: mi limito per ora a constatare che è accaduto. Ricordate il mio articolo sul manifesto del 13 aprile? «Ciò cui io penso è una prova di forza che, con l’autorevolezza e le ragioni inconfutabili che promanano dalla difesa dei capisaldi irrinunciabili del sistema repubblicano, scenda dall’alto, instauri quello che io definirei un normale “stato di emergenza”, eccetera eccetera». L’unico auspicio di quell’appello che non sia stato per ora praticato è il ricorso all’Arma dei carabinieri e alla polizia di Stato: non ce n’è stato bisogno, e comunque la magistratura e le forze dell’ordine erano impegnate in altro (sempre però nei dintorni: Papa, Milanese, Penati, Bisignani eccetera eccetera).

Ma in generale la linea più volte adottata è andata puntualmente in quella direzione, tacciata allora dai pulpiti più diversi d’imbecillità, provocazione, golpismo, ecc. ecc. Oggi tutti i dubbi e le riserve sono svaniti nel nulla: la linea estrema di difesa delle istituzioni repubblicane e dell’economia e coesione sociale nazionali è diventata il Governo del Presidente (non quello del Consiglio, naturalmente), universalmente invocato dalle forze, partitiche e d’opinione, che si collocano all’opposizione dell’attuale maggioranza parlamentare.

Restiamo anche noi all’interno del ragionamento, ma al tempo stesso prendiamoci la libertà di porci – di porre – alcune domande decisive: a favore di chi? Con quali mezzi? Con quale, non solo istituzionale, ma anche politica autorevolezza? Le linee del Piave, in sé e per sé considerate, non servono a scardinare i sistemi, servono a confermarli e a renderli ancora più inattaccabili. La difesa del “bene comune” è pagata sempre da una sola parte. Sul Piave (storicamente, non metaforicamente inteso) la linea fu tenuta dalla leva dei ’99, giovani diciottenni gettati in massa nel rogo a difendere l’integrità e l’unità nazionale. Oggi nel tritacarne dell’unità nazionale sono destinati ad essere macinati – alfieri del tutto involontari d’un patriottismo a senso unico – gli anziani e le famiglie deboli, i pensionati, gli operai, i giovani (soprattutto i giovani), i piccoli e medi borghesi, impiegati e professionisti, gli uni e gli altri ovviamente senza rendite parassitarie alle spalle. Sull’atteggiamento da tenere nei confronti di questa situazione si è già sfarinato il fronte delle opposizioni: il Terzo Polo ha subito adottato la linea della massimizzazione dei “sacrifici popolari” (davvero singolare in questo quadro – mi sia permesso di osservarlo – l’atteggiamento della formazione che recentemente ha scelto di chiamarsi “Futuro e Libertà”: non dovevano essere la forza di rinnovamento del quadro politico italiano e sono finiti alleati in tutto e per tutto subalterni dei moderati più moderati?). Ma lo sfarinamento ha già raggiunto vertici e settori anch’essi in precedenza inimmaginabili: vedere la Camusso, leader di un’organizzazione operaia e popolare come la Cgil, collocarsi anche fisicamente, quasi a segnare il rapporto gerarchico nuovo testé costituitosi, alle spalle della Marcegaglia, leader delle organizzazioni padronali, ha avuto la portata e il valore di un manifesto, ben comprensibile ai più.

La linea del Piave, per essere minimamente condivisa prima che accettata e praticata, avrebbe bisogno di molte condizioni, di cui per ora non si vede traccia, anzi, per essere più esatti, quasi nessuno parla. A scopo puramente provocatorio, come di consueto (poi fra qualche mese si vedrà meglio), ne elenco due, una di carattere economico-sociale, l’altra di carattere politico, la seconda, ovviamente, condizione sine qua non perché la prima diventi credibile.

a condizione economico-sociale è la conservazione integrale dello Stato sociale, e cioè, per essere più precisi, di quell’insieme di statuti, regole, leggi e abitudini, che garantiscono la libertà e il benessere ai cittadini più deboli. Quanto al pareggio di bilancio, bisognerebbe chiedersi se le cure prospettate, in dimensioni e rapidità di tempi, non siano destinate ad ammazzare il cavallo invece di rimetterlo in piedi. La distribuzione dei pesi e delle misure, e le loro conseguenze effettive, devono perciò fin d’ora essere elencate con estrema precisione: l’obiettivo, infatti, è garantire con assoluta certezza – e la cosa è tutt’altro che impossibile – che dalla crisi ci si proponga di uscire con uno stato più giusto, non con uno più infame.

La condizione politica è che dalla crisi si esca con un riassetto del sistema di potere che almeno garantisca la riapertura di una nuova fase. Dobbiamo invece prendere atto che finora si è andati nella direzione esattamente contraria: e cioè – nella più pura tradizione delle linee del Piave nazionali (ma almeno Cadorna nel ’17 perse il posto) – la crisi ha paradossalmente rafforzato, o almeno lasciato più tranquillo, il Governo Berlusconi: è entrato a far parte anch’esso, infatti, della “soluzione unica nazionale” della crisi. Ma questo è intollerabile, e quindi inaccettabile: significherebbe far pagare al paese, come prezzo per uscire dalla crisi, la perpetuazione delle ragioni più profonde della crisi medesima, l’inaffidabilità, il discredito, interno ed internazionale, l’assoluta mancanza del senso dell’interesse pubblico da parte dei suoi goverrnanti.

Perché la linea del Piave sia almeno decentemente compresa e condivisa, occorre che il governo del Presidente metta in programma questa apertura di una nuova fase in netta, inequivocabile discontinuità con quella precedente: anche ricorrendo, in tempi ragionevoli, ad un nuovo responso elettorale. Ai costituzionali – notoriamente ce ne sono molti e di molto eccellenti – va richiesta con urgenza una rilettura del primo comma dell’art. 88 della Costituzione, il quale recita (com’è universalmente noto): «Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti; sciogliere le Camere o anche una sola di esse». Le interpretazioni correnti, che depotenziano in genere la facoltà del Capo dello Stato di assumere autonomamente tale decisione, mi sembrano estremamente discutibili, e perciò andrebbero ridiscusse, in una situazione come questa in cui si potrebbe da un momento all’altro avere bisogno di disporre tranquillamente di tale estrema risorsa.

Insomma: il Governo del Presidente comporterebbe una netta e puntuale individuazione dei pesi e delle misure da adottare, una equa distribuzione dei sacrifici, una preliminare scelta di campo a favore delle classi e dei ceti più deboli e, preliminarmente e contestualmente, la ricostituzione d’un quadro politico in grado di giocare la partita nella piena dignità ed efficacia dei suoi possibili mezzi (e uomini). Altrimenti, sarà un confuso, inane e un po’ disperato tentativo di tenere in piedi il sistema a favore dei soliti “amici”. Non sarebbe una bella cosa, e non funzionerebbe.

da il manifesto

 
 
 
 

1 Commenti

 
  1. laura scrive:

    Parole che rappresentano un balsamo in questa palude di larve balbettanti. Ma è così difficile assumere una posizione chiara e voler individuare le rispettive responsabilità? Lupi che chiedono sacrifici agli agnelli. Che gli agnelli si consegnino spontaneamente. Per mantenere i lupi satolli e illusi. Per di più, lupi stupidi.

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