La genetica dei contadini

 

di DANIELA PASSERI

C’è un tipo di ricerca genetica sulle colture che si fa in mezzo ai campi, soprattutto nei paesi del sud del mondo, donne e uomini insieme, contadini e ricercatori, tutti sullo stesso piano, a verificare, prima del raccolto, quali piante e quali varietà si sono adattate meglio a quel terreno e a quel clima, quali incroci hanno dato vita agli esemplari migliori, più resistenti e resilienti, con i quali produrre i semi. Si chiama “miglioramento genetico partecipativo”: per parafrasare il titolo di un celebre testo di Friedrich Schumacher, è l’agricoltura “come se i contadini contassero qualche cosa”.

Chi lavora la terra fatica a contare qualcosa da quando la ricerca scientifica, sempre più privatizzata e controllata dall’agri-business, li ha messi ai margini e ha spostato nei laboratori e nelle stazioni sperimentali ogni genere di studio e di controllo sulla genetica.

Il miglioramento genetico partecipativo sta all’agricoltura come le forme di  democrazia diretta stanno alla politica. Nasce dal basso, contribuisce a far ritornare nelle mani degli agricoltori il controllo della produzione agricola, ridà dignità a chi coltiva la terra; in più favorisce la biodiversità anche nelle zone marginali e aride e permette alle coltivazioni di adattarsi ai cambiamenti climatici.

La genetica in agricoltura l’hanno fatta per 10 mila anni proprio loro, gli agricoltori, selezionando nei campi le migliori varietà, ovvero le varianti della stessa specie, che in natura si presentano ogni qual volta da un incrocio si genera un nuovo tipo. Poi, con la nascita della genetica “moderna”, questo savoir faire millenario agito da moltissimi agricoltori in tutto il mondo è stato rinchiuso in pochi laboratori controllati da pochissimi agronomi. Il processo di selezione del miglioramento genetico convenzionale è simile a quello “partecipativo”, con alcune differenze sostanziali: le prove sul campo sono condotte insieme agli agricoltori e le opinioni di questi ultimi hanno la stessa importanza di quelle dei ricercatori; il metodo partecipativo costa meno; il processo viene svolto in molte località e ambienti differenti favorendo così la biodiversità e la più rapida diffusione delle varietà: le varietà selezionate sono di maggiore gradimento alle popolazioni locali.

Inoltre, le varietà che vengono selezionate nelle stazioni sperimentali possono andar bene per gli agricoltori che si possono permettere di replicare le stesse condizioni e le stesse tecniche usate nelle stazioni . Per fortuna il mondo, fuori dalle stazioni sperimentali, è molto più eterogeneo, per quanto le colture delle multinazionali della “Rivoluzione verde” tendono a imporre “varietà ad ampio adattamento”, ovvero monovarietà da laboratorio progettate per ogni tipo di suolo e clima, purché si disponga di abbondante chimica per farle funzionare: di queste gli OGM rappresentano l’apice di un monopolio perfetto.

A introdurre la ricerca partecipata in vari paesi in via di sviluppo è stato Salvatore Ceccarelli, di Icarda (International centre for Agrocultural Research in Dry Areas) un ex docente dell’Università di Perugia che un giorno ha smesso i panni del professore per indossare quelli più comodi e adatti alla ricerca tra le spighe. “E’ chiaro che noi non abbiamo inventato niente di nuovo, ma riportato la genetica tra i contadini – ci dice Ceccarelli via Skype, mentre con un altro sistema di comunicazione open source riesce a comunicare con colleghi iraniani che bypassano così le maglie della censura – quello che si può fare con il miglioramento genetico partecipativo è affrontare problemi globali come la sicurezza alimentare, l’adattamento ai cambiamenti climatici e la diffusione della biodiversità. In Siria negli ultimi 6 anni abbiamo selezionato 80 tipi diversi di orzo in varie località del paese, mentre i tipi “approvati” dal ministero dell’agricoltura sono solo 7. Inoltre abbiamo dimostrato che l’adozione di nuove varietà, proprio perché selezionate insieme con gli agricoltori, è molto più veloce, quindi favorisce la biodiversità ”.

Si parte dall’assunto che sono le varietà che si adattano all’ambiente (clima, suolo), mentre gli ultimi decenni di industrializzazione forzata dell’agricoltura hanno dimostrato l’insostenibilità ambientale del processo contrario, voler adattare l’ambiente a produzioni intensive di monovarietà da laboratorio: da sola l’agricoltura è responsabile del 11-15% delle emissioni di gas serra, (se consideriamo l’intera industria del cibo si arriva al 44-57% delle emissioni, dati Grain).

Dalla scorsa estate il miglioramento genetico partecipativo è approdato anche in Italia in alcune aziende agricole nell’ambito del programma di ricerca Solibam che verrà concluso nel 2015. “Ritengo che per l’Italia possa essere interessante – spiega Ceccarelli – perché da noi esistono tante piccole aziende sementiere interessate a riprendere varietà diverse, alcune nuove altre dimenticate, per produzioni di alta qualità. Del resto tutto il comparto biologico ha la necessità di basarsi su questi metodi per tornare a produrre in modo naturale con i semi più adatti e massimizzare così la produzione”.

 

 
 
 
 

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