Il Cantiere dei beni comuni. A Messina

 

di TONINO CAFEO

Dal sito del quotidiano indipendente on line http://messina.sicilians.it/, il resoconto del primo appuntamento del “Cantiere costituente: beni comuni”, cui ha partecipato Ugo Mattei e organizzato dal teatro occupato Pinelli di Messina. Il programma delle molte iniziative del Pinelli è su http://teatropinellioccupato.wordpress.com/.

Ecco l’articolo.

Mezzanotte è già passata da un pezzo, ma nel salone dell’ex Irrera a mare le persone che vogliono ascoltare Ugo Mattei e porgli domande su come le pratiche di lotta per i beni comuni possono trasformare in modo permanente la realtà sono ancora tante. La serata di discussione organizzata dal Teatro Pinelli con  uno dei più importanti  giuristi italiani, nonostante la scelta inconsueta per Messina di un orario serale è stata un successo.

Ugo Mattei, professore di diritto internazionale comparato all’Hastings College of the Law dell’Università della California a San Francisco e docente di diritto civile all’Università di Torino, si occupa ormai da diversi anni dello status politico e giuridico di quelli che sono chiamati beni comuni. Ha contribuito alla redazione dei quesiti referendari contro la privatizzazione dell’acqua ed è oggi  presidente facente funzioni di ARIN SPA, l’Azienda Servizi Idrici Napoletani trasformata in Acqua Bene Comune Napoli dopo il referendum.

Mattei è inoltre fra i consulenti giuridici del Teatro Valle occupato a Roma, del movimento No Tav in Val Susa e di molte altre iniziative del movimento che si oppone al neoliberismo. La persona giusta, dunque, per offrire al Pinelli le coordinate necessarie per la gestione di un bene comune come l’ex fiera di Messina tramite un soggetto capace di garantire in modo permanente la democrazia partecipata e l’autogoverno non solo di un teatro ma, potenzialmente, dell’intero territorio.

Alle tante, precise domande su cosa sia realmente un bene comune e su quale salto di qualità comporti la sua liberazione e la sua gestione collettiva Ugo Mattei ha risposto partendo dall’evidente crisi  della dicotomia pubblico-privato su cui si è fondata l’intera civiltà moderna. “Un  ventennio di ideologia neoliberista ha cambiato i rapporti di forza fra pubblico e privato a favore di quest’ultimo -ha spiegato.  “Quando, come oggi, le istituzioni si indeboliscono e rispondono più a interessi privati che a quelli pubblici, accade che la legislazione vigente è insufficiente a tutelare beni e servizi dal saccheggio dei privatizzatori”.

Da qui la necessità, secondo Mattei, di giungere ad una definizione giuridica precisa dei beni comuni. Ci ha pensato la commissione Rodotà, voluta dall’ultimo governo Prodi, che ha formulato  il concetto di beni comuni come beni che hanno la funzione di soddisfare bisogni fondamentali con uno sguardo particolare rivolto alle future generazioni. “I beni comuni – ha precisato Mattei –  sono tali solo se sottratti a una gestione che li fa vivere in un presente eterno. Il teatro Valle ha più di due secoli di vita, l’acquedotto di una grande città come Napoli è stato costruito a metà dell’Ottocento. Oggi, fuori da una logica di saccheggio e di profitto, se ne sperimenta la gestione pensando soprattutto ai benefici che ne trarranno i bambini e le generazioni che non sono ancora venute al mondo”.

Negli ultimi due decenni anche in Italia la contrapposizione pubblico-privato ha visto quest’ultimo ampiamente vincente, spacciato da centrodestra e centrosinistra come sinonimo di efficienza e modernità. Ugo Mattei è di tutt’altro avviso. “Concentrazione del potere ed esclusione sono oggi caratteristiche comuni al settore privato come a quello pubblico -ha sottolineato. Tutte le riforme delle istituzioni sono state rivolte alla  concentrazione del potere e all’esclusione dalla partecipazione, se non nelle forme limitate della scelta dei leaders”.

Per Mattei è emersa una generazione di amministratori pubblici che si comportano come proprietari e arbitri assoluti dei beni amministrati. Li alienano, li affittano, se ne servono come se si trattasse di roba loro e non di tutti i cittadini. “E’ come se in una casa si desse al maggiordomo la facoltà di vendersi i gioielli di famiglia per pagare debiti di gioco -ha incalzato. Così si va dritti verso l’impoverimento generale“. Il giurista ha ricordato le cifre delle privatizzazioni italiane. Una ricchezza pubblica formidabile, frutto di anni di espansione economica e di crescita civile accompagnate da buone politiche pubbliche: le riforme della sanità e della scuola, le nazionalizzazioni, lo statuto dei lavoratori, la riforma del diritto di famiglia  ed altro ancora. Tutto questo è stato saccheggiato a partire dalla fine degli anni ’80 generando “un processo di impoverimento senza via d’uscita. Oggi, dopo aver privatizzato tutte le strutture produttive privatizziamo anche l’economia cognitiva:  scuola, università e poi ancora i teatri  i beni culturali”.

Contro tutto questo, la risposta di Mattei è chiara e senza possibilità di fraintendimento. “Le esperienze delle occupazioni cosa sono? Sono esperimenti di democrazia economica. Laboratori in cui si costruisce un’ economia non estrattiva, ma fondata sulla condivisione. Occupare un teatro come questo – ha spiegato il giurista- significa sfuggire al dispositivo  legislativo e culturale dominante  che  ci ha resi individualisti, consumatori, spettatori passivi, come quando ci  illudiamo di partecipare alla vita politica solo se guardiamo Ballarò”-

Il modello politico dei beni comuni, per Ugo Mattei non può essere “ costruito a tavolino”.  Nasce invece “all’interno di prassi di conflitto e di lotta per la realizzazione di pratiche di partecipazione”

Ma l’incontro organizzato dal teatro occupato messinese aveva soprattutto l’obiettivo di dotare l’esperienza del Pinelli di quegli strumenti adeguati ad uscire dallo stereotipo di occupazione di pura protesta e proporsi come possibile alternativa alla crisi devastante che colpisce il territorio dello Stretto.

La risposta di Mattei è stata franca. “La legislazione attuale – ha sottolineato – offre pochi strumenti per rendere reversibili i processi di privatizzazione. Gli articoli del codice civile sulle trasformazioni societarie non aiutano per nulla, tant’è che a Napoli trasformare la partecipata che gestisce l’acquedotto in una società pubblica controllata dai cittadini non è stato per nulla facile”.

Tuttavia questo percorso, come pure quello che ha portato il Teatro Valle occupato a divenire Fondazione, sono a disposizione di tutti come modelli esportabili ed adattabili a tutte le vertenze. “Ciò che importa – ha concluso Mattei – è non dimenticare che l’obiettivo ultimo della gestione condivisa di un bene comune è la produzione di un orizzonte di senso diverso da quello in cui siamo costretti a vivere. Possiamo decidere di ristrutturare un palco come di riparare biciclette o tutte e due le cose insieme. Ma senza mettere in crisi il modello culturale dominante non faremo molta strada”.

 

 
 
 
 

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