Un protezionismo universalista

 

di ALAIN LIPIETZ *

Il sito francese Mémoires des luttes (www.medelu.org ) presenta una nuova riflessione sulla “demondializzazione” (un dibattito promosso da Mémoires des luttes, rivista e sito diretti da Ignacio Ramonet, Bernad Cassen e Christophe Ventura, ndt). In questo contributo, Alain Lipietz, autore di “Green Deal. La crise du libéral-productivisme et la réponse écologiste” (La Découverte, Parigi, 2012), afferma che alcuni paesi – come la Cina e la Corea del Sud – hanno già iniziato un irreversibile processo per arrivare a padroneggiaree le filiere industriali tecnologiche.  Pertanto, il profilo del commercio internazionale è cambiato e una nuova struttura della produzione e del consumo mondiali si organizza sotto i nostri occhi. Ormai, la globalizzazione si orienta verso una “frammentazione indefinita del processo produttivo di tutti i rami della produzione”.

Questa globalizzazione fa parte di un modello “liberal-produttivista”. Di fronte al quale Alain Lipietz auspica la creazione di un “protezionismo universalista”, che dovrebbe permettere di lottare contro le disuguaglianze e la povertà e di rispondere alle sfide climatiche ed ambientali.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato nel libro, coordinato da Christian Comeliau, “Développement durable et responsabilité citoyenne”, Ligue de l’Ensignement/Editions Privat, Toulouse, 2012. In occasione della pubblicazione sul nostro sito web, Alain Lipietz lo ha attualizzato.

 

Inutile nasconderselo: la questione del protezionismo (in particolare nei confronti del sud del mondo) ha sempre posto problemi formidabili alle forze progressiste in Europa, e anche agli uomini e alle donne di buona volontà. A mettersi dal punto di vista degli interessi immediati delle classi popolari, il dilemma è evidente: il protezionismo protegge il lavoro di quelli che lo hanno, ma, garantendo un monopolio ai produttori nazionali, privano le famiglie con il reddito più basso di beni a cui potrebbero avere accesso. Il protezionismo è la vita più cara, e questo è spesso il motivo per il crollo delle politiche protezionistiche, sotto la pressione di chi faceva balenare l’accesso a merci a basso costo. Marx ha combattuto contro la politica protezionistica dei Tories e sostenuto il liberoscambismo dei Whigs, che sostenevano l’apertura del mercato britannico al frumento prussiano o russo. Se si aggiungono considerazioni di solidarietà con lo sviluppo del Sud del Mondo, è difficile fare le  barricate contro i prodotti dei paesi meno ricchi, che non hanno altri vantaggi da offrire se non precisamente i loro bassi salari. Ma a questo arriva ad opporsi oggi un nuovo argomento: quello dell’ecologia. Tutti i trasporti implicano energia e quindi inquinamento, effetto serra …

La resistenza “di sinistra” al protezionismo

Dopo 30 anni di un modello liberal-produttivista ormai in crisi, i discorsi a favore della demondializzazione e per la rilocalizzazione sembrano sbattere contro il buon senso e la giustizia. Eppure è sufficiente evocare l’idea di un rincaro delle merci importate (sia sotto forma di eco-tasse supplementari sul carburante o di un’Iva sociale) perché subito voci si levino a sinistra “Questo non farà che aumentare il costo della vita per i più poveri!”. Prova che il dibattito non ha fatto molti progressi.

No, il dibattito non è andato molto avanti, ed è anche diventato non solubile in questa forma. Le soluzioni sembrano chiuse da tutti i lati. Se prendiamo il caso dei prodotti “complementari” venuti dall’estero, vale a dire i prodotti che non potremmo produrre noi stessi, come il petrolio, la loro “necessità” sembra imporre, in nome della lotta per il potere di acquisto, le minori tasse possibili. E ogni rincaro per volontà politica (aumento delle tasse sui prodotti petroliferi o una “carbon tax“) sembrerà un attacco contro gli interessi popolari, nonostante l’evidente vantaggio ecologico.

Se si guarda ai prodotti “sostitutivi”, vale a dire quelli che potrebbero essere sostituiti da una produzione locale alternativa, l’argomento della difesa dell’occupazione è anch’esso rapidamente spazzato via dall’argomento dei costi. Il bel libro di Florence Aubenas, “Le quai de Ouistreham”, mostra che fin negli strati più precari del lavoro salariato francese, l’uso del computer e di Internet è entrato nella normalità del consumo. Ora, è improbabile che le donne delle pulizia che puliscono i ferry boat avrebbero avuto accesso al computer, se esso fosse stato prodotto dalla fabbrica Thomson di Angers. E’ stata proprio la globalizzazione, con il trasferimento massiccio dell’industria manifatturiera “leggera” verso il vecchio “terzo mondo” a permettere l’accesso massiccio dei lavoratori precari francesi a prodotti che essi difficilmente avrebbero potuto produrre da sé a prezzi abbordabili, ivi compresi i loro abiti.

Tuttavia, bisogna guardare le cose da un punto di vista più storico. Quando, nei primi anni ottanta, la Francia era ancora un’industria dell’elettronica di consumo, ha in effetti iniziato a produrre computer nazionali (il TO7, ecc.). E se vi ha rinunciato, è a causa di una serie di errori industriali, ma soprattutto perché è stata coinvolta nello svilupparsi di una nuova divisione internazionale del lavoro, nel quadro del nuovo modello liberal-produttivista. Che ha rovesciato completamente il dibattito sul protezionismo, cambiando la natura stessa della divisione internazionale del lavoro.

Circuiti produttivi globalizzati

In altri tempi (prima degli anni ottanta) le cose erano abbastanza semplici. Il Nord, industrialmente dominante, produceva, in modo autosufficiente, i suoi beni manifatturieri e li esportava nel terzo mondo. Questi, penalizzato da una arretratezza tecnologica ereditata dalla colonizzazione, non riusciva a produrre per il mercato mondiale dei beni manifatturieri ed doveva importarli in cambio di materie prime agricole o industriali. La “complementarità” era inscritta in questa prima divisione internazionale del lavoro, che risaliva alle origini del capitalismo industriale. I paesi del terzo mondo decisi a uscire da questo destino dovevano imporre a se stessi il protezionismo sulle loro “industrie nascenti”, per sostituire, alle importazioni, una produzione locale protetta da barriere doganali.

La posizione delle forze progressiste occidentali consisteva allora nell’incoraggiare questi modelli di sviluppo di questo tipo (sostenuti dalle sinistre sudamericane negli anni cinquanta e sessanta). Noi quindi eravamo protezionisti a favore del terzo mondo, ma sostenitori dell’aprire generosamente i nostri mercati alle prime produzioni industriali del mondo in via di sviluppo. Non correvamo un grande rischio, perché in realtà essi offrivano allora solo la prima delle industrie manifatturiere, il tessile… E, grazie all’accordo multifibre elaborato nell’ambito dell’aAccordoo generale sulle tariffe doganali e sul commercio (Gatt), i capitalisti occidentali, feroci difensori del libero scambio verso il terzo mondo, si erano protetti dalle importazioni dal terzo mondo con il pretesto di difendere i posti di lavoro tessili nordamericani o europei.

Tutto cambia discretamente negli anni settanta. Gli stessi industriali occidentali, fino a quel momento protezionisti sui prodotti fabbricati nel terzo mondo, cominciano a rendersi conto del vantaggio che avrebbero a produrre in questi paesi a bassi salari. Parallelamente, delle élites, in alcuni di questi paesi del terzo mondo, si rendono conto che le politiche di sostituzione delle importazioni offrono loro solo minuscoli mercati interni, e avevano tutto l’interesse ad associarsi a questa nuova strategia industriale: accettare le fabbriche del Nord e re-importare verso di esso i beni prodotti in casa a costi molto bassi. Quaranta anni dopo, questi ex “Stati fabbriche” hanno messo radici nell’insieme del pianeta (con l’eccezione di gran parte dell’Africa), e una nuova divisione internazionale del lavoro si è stabilita, con il Nord che si occupa solo solo dell’alta tecnologia e delle attività di progettazione, e il Sud a cui viene assegnata la produzione.

Non dobbiamo illuderci: nei paesi del Sud in cui le classi dominanti sono più dinamiche, l’appropriazione delle filiere tecnologiche verso la gestione di prodotti sempre più qualificati è ormai irreversibile. Né la Corea del Sud, né la Cina sono le basi di outsourcing, ma in tutto e per tutto dei nuovi concorrenti. E la storia multisecolare della Cina dimostra che essa non fa che riprendere il posto che è stato suo per la maggior parte della storia del mondo: l’Impero di Mezzo, culla delle grandi invenzioni.

Pertanto, la “complementarità” nel commercio internazionale ha cambiato natura. Le nazioni, o piuttosto le zone socialmente differenziate del pianeta, non scambiano più tra loro prodotti di diversi settori. Scambiano, all’interno di ogni settore, prodotti di livello tecnologico e che richiedono una forza lavoro di diversa qualificazione. La tecnica di superficie del molo di Ouistreham non può più acquistare il suo computer alla fabbrica Thomson di Angers. Potrebbe acquistare in Europa chip specializzati, macchine per stampare questi chip o tagliarli con il laser, ma non ne ha l’uso, né i mezzi. E la conseguenza più tragica è che, certo, i suoi colleghi operai dell’Ovest francese degli anni settanta, dalla Thomson di Angers alle fabbriche Moulinex in Bassa Normandia, sono rimasti senza lavoro.

A questo conseguenza sociale principale – la disoccupazione di massa dei lavoratori poco qualificati in Europa occidentale – se n’è gradualmente aggiunta un’altra: la frammentazione indefinita del processo di produzione di tutti i settori produttivi, terziari e agricoli compresi, in segmenti sempre più brevi distribuiti dalle multinazionali sull’insieme del pianeta, in base a un calcolo sul costo del lavoro, della fiscalità e delle norme ambientali più o meno vantaggiose, e di vicinanza ai mercati emergenti. Da qui una esplosione, senza rapporto con l’espansione della produzioen reale, del trasporto merci. E non più sotto forma di trasporto di merci in massa (come i vecchi treni merci), ma una miriade di micro-trasporti a flusso continuo, con container, per via aerea, su camion… con l’enorme spreco di energia e la produzione insostenibile di emissioni di gas a effetto serra che lo accompagnano.

Questa è la la geografia del modello economico che si è sviluppato dagli anni ottanta: il liberal-produttivismo. Un modello che ha generato una straordinaria espansione del lavoro salariato, ma dall’altra parte del mondo, in Cina, India, Vietnam, Malesia, Thailandia .. Un modello che ha notevolmente aumentato il potere d’acquisto di coloro che avevano un reddito, per abbigliamento, piccoli elettrodomestici ed elettronica, ma privando dell’occupazione, e quindi dei mezzi per acquistare questi prodotti, una parte dei salariati occidentali. Da qui il clamore che si alza oggi, di fronte alla crisi, per una “de-mondializzazione” o una “rilocalizzazione”.

Ma è subito evidente che il problema non può essere risolto con semplici decreti protezionisti a livello nazionale: questo protezionismo paralizzerebbe delle filiere impossibili da ricostruire a breve termine su base locale, immediatamente priverebbe gli strati più poveri tra i salariati occidentale la maggior parte dei prodotti che ancora forniscono loro un benessere precario, condannando allo stesso tempo alla disoccupazione settori interi delle industrie emergenti nel Su del Mondo. E allora che fare?

La gran parte dell’attività rimarrà locale

Constatiamo innanzitutto che il quadro non è così manicheo. Ciò che consumiamo oggi non è sempre arrivato dai circuiti di filiere frammentate attraverso il pianeta; le produzioni in questo o quel paese non sono tutte rigidamente complementari di produzioni provenienti da altri paesi, in ogni caso non nel medio termine .

Prima scappatoia nei fatti: l’attività umana è delocalizzabile solo in modo parziale. Gli studi statistici condotti negli anni settanta (quando la “nuova globalizzazione” era solo agli inizi) mostravano che l’80 per cento del lavoro umano che noi consumiamo nelle nostre vite è prodotto in un raggio di meno di 20 km da casa. Le cifre non sono molto cambiate oggi. In effetti, abbiamo consumiamo ancora principalmente: il prodotto della niostra attività domestica, poi di costruzioni o di lavori pubblici, inoltre quantità indefinitamente crescenti di servizi alla persona, si tratti di servizi pubblici (istruzione, salute, cultura e tempo libero, cura della persona) o di servizi commerciali (come appunto il servizio di pulizia del Quai de Ouistreham).

Resta d’altra parte un margine di sostituzione importante tra le merci trasferibili da un paese all’altro e i servizi alla persona, prodotti e offerti a livello locale. Questo è evidente nel caso della manutenzione e del tempo libero, lo è a maggiore ragione nel caso dei servizi alla persona. Enormi riserve di posti di lavoro aspettano solo di fiorire nei servizi alla comunità, sotto forma di economia sociale e solidale. Ma, anche restando ai prodotti manifatturieri, vi è un arco importante disostituzioni tra, ad esempio, l’importazione di automobili e la produzione locale di servizi di trasporto: costruzione di autobus, tram, metropolitane e treni (così pesanti da trasportare che devono essere prodotto nello stesso continente), creazione di siti puliti, manutenzione dei morori. Allo stesso modo, noi non spaventiamoci per il dominio cinese sulla produzione di cellule fotovoltaiche: la maggior parte del lavoro consiste nell’assemblaggio e nell’installazione di questi pannelli sul tetto dei nostri edifici…

Ridurre la dipendenza di una regione dalle importazioni, significa prima di tutto aumentare la quota di attività dedicata al servizio alla comunità, diminuire il consumo di macchine inquinanti e aumentare la produzione di servizi locali (pubblici o privati) che riducano l’inquinamento. Non si tratta di protezionismo alle frontiere: è una questione di scelta di un modello di consumo. Inoltre, la “rilocalizzazione” richiesta dagli ambientalisti ignora il tracciato delle frontiere e si preoccupa solo delle distanze, misurate in tonnellate di CO2 emesse per tonnellata di merci spostata.

Proteggere il mercato interno o proteggere le relazioni sociali?

Guardiamo poi, ma solo poi, alla sostituzione tra importazioni e produzione nazionale degli stessi prodotti. Quel che la globalizzazione ha sconfitto dopo gli anni ottanta (il carattere relativamente autocentrato delle economie nord-occidentali), gli anni dieci lo possono ricucire: ed è qui che intervengono le questioni di politica industriale e di protezionismo. E’ del tutto possibile riparare progressivamente un tessuto industriale quando la sua disintegrazione è solo il risultato di scelte opportuniste, fondate sulle differenze di retribuzione, di fiscalità, di tutela dell’ambiente, e sul prezzo basso dell’energia, quindi dei trasporti.

Notiamo subito che questo progetto non ha nulla a che fare con il protezionismo di destra dei governi liberali degli anni trenta (Hoover, Ramsay McDonald-Snowden, Tardieu-Laval …) o con quello dei paesi fascisti o dell’Unione sovietica. Quel protezionismo partiva dall’idea che esistesse un mercato nazionale sufficiente per la produzione nazionale. Ci si accorse rapidamente che questo protezionismo aggravava la crisi: in un mercato nazionale che già si contraeva per motivi interni, si aggiungeva la sparizione dei mercati esteri. Difendere oggi il protezionismo in nome della stessa argomentazione sarebbe ancora più stupido che negli anni trenta, proprio perché le complementarietà tra le produzioni locali e le produzioni all’estero si sono ancor più aggravate.

Inoltre, questo vorrebbe dire non comprendere la natura della crisi attuale. Come negli anni trenta (in contrasto con quella degli anni ottanta), si tratta di una crisi di “sovra-accumulazione di profitti” e di insufficienza della domanda popolare, ma geograficamente polarizzata. I lavoratori supersfruttati sono in Cina e loro consumatori in Europa o in America: il problema è di ottenere l’aumento del potere d’acquisto dei lavoratori cinesi, ma non si può imporre un “Wagner Act” o degli accordi di Matignon dal di fuori della Cina. La crisi attuale è allo stesso tempo una crisi alimentare globale, e il problema è la protezione delle agricolture nel Sud contro quelle del Nord, non il contrario. Questa è infine una crisi climatica ed energetica: nubi radioattive, il gas a effetto serra e il riscaldamento globale si fanno beffe delle frontiere e delle tariffe doganali.

Dunque, quel che bisogna considerare è la progressiva eliminazione delle cattive ragioni per frammentare la produzione. E queste ragioni sono le differenze salariali, le differenze fiscali di regolamentazione ambientale, e gli incentivi al trasporto, che rappresenta un’energia artificialmente a buon mercato. Non si tratta più di proteggere i mercati nazionali, ma dei compromessi ecologici e sociali avanzati, di dimensioni globali, o almeno continentali.

Molti economisti liberali ritengono che, in effetti, il commercio internazionale finirà spontaneamente per eliminare le differenziali salariali. Già ora, la delocalizzazione in Cina non sarebbe più un grande interesse, e quelli tra gli industriali che cercano bassi salari si stanno rivolgendo a paesi ancora meno costosi, come il Vietnam. Tuttavia, nessun argomento economico liberale tiene contro il “bisogno”, per gli stati, di farsi concorrenza sull’abbassamento della fiscalità sui profitti aziendali, e questo è uno dei motivi principali dell’attuale crisi della finanza pubblica. Il ragionamento è lo stesso per la legislazione ambientale.

Per quanto riguarda la perequazione dei salari che i liberali promettono, essa è vera, ancora per lungo tempo rimarrà un pozzo senza fondo: l’esercito industriale di riserva nell’Asia del Sud  o in Africa, per il momento almeno, inesauribile. Il liberalismo genera quindi provvisoriamente una gara ai salari più bassi.

Siamo quindi ricondotti ad un problema non di protezionismo ma di omogeneizzazione globale delle condizioni sociali, ambientali e fiscali. A cosa bisogna aggiungere perché si tenga conto o meno, da parte di ciascuna economia nazionale dei vincoli ambientali globali, quali la lotta contro il cambiamento climatico. In tutti i casi, si tratta di ottenere al livello mondiale una convergenza delle politiche fiscali, sociali ed ecologiche.

Un protezionismo “universalista”

Naturalmente, per questa convergenza ci vorrà del tempo, lungo traiettorie fortemente differenziate tra i diversi spazi socio-politici, nazionali o continentali. In effetti, non tutti partono dallo stesso livello di produttività del lavoro umano, non tutti storicamente hanno contribuito allo stock di gas a effetto serra di origine antropica attualmente nell’atmosfera, non tutti sono ugualmente esposti ai rischi climatici. Tuttavia, possiamo misurare come questa strategia “universalista” si oppone alla strategia “sovranista”, che ha lo scopo di estendere gli stessi standard di progresso umano a tutto il mondo, contro la logica del profitto opportunista.

Essa certamente richiederà misure di protezione per evitare che i paesi impegnati in un processo di rapido miglioramento degli standard sociali, fiscali e ecologici soffrano della concorrenza di paesi che non vogliono fare nessuno sforzo in questa direzione. Tali misure consisteranno nella creazione di una fiscalità ecologica che integri, nel prezzo dei prodotti importati provenienti da aree con salari troppo bassi, o irresponsabili nei confronti dei vincoli ambientali, il “costo fantasma” che avrebbero dovuto pagare le imprese esportatrici, se fossero state sottomesse alle stesse regole del paese d’importazione.

Tali misure protezionistiche si dovrebbero dissolvere man mano che tutti i paesi adottassero le stesse regole sociali e ambientali: si tratta di un protezionismo altruista che mira ad ottenere, per tutta l’umanità, le misure politiche di miglioramento della qualità della vita adottate nei paesi socialmente o ambientalmente avanzati. Il termine “altruista”, ricordiamolo, non è puramente retorico: si tradurrà, come ogni protezionismo, nell’aumento dei prezzi dei prodotti importati e quindi di un calo (a breve termine) del potere di acquisto, e quindi sis contreranno con la riluttanza “di sinistra” al protezionismo: riluttanze che dovrenno essere vinte, tra le classi popolari, sono con una politica di redistribuzione dei redditi interna alle società che proteggono il loro progresso ecologico e sociale, imn maniera relativo verso quelle che rifiuteranno questi progressi .

La radice del problema, nell’attuale aggrovigliamento mondializzato dei processi di produzione, e di fronte alla natura globale dei vincoli ambientali, è che non disponiamo di istanze politiche sovranazionali che permettano l’adizione simultanea di questi standard sociali, fiscali e ambientali. L’Unione europea rappresenta il punto più avanzato (anche se troppo poco avanzato!), a livello globale, di un processo di convergenza delle norme, sotto l’egida di un dispositivo politico a vocazione federale. È per questo che gli ambientalisti sostentono la federalizzazione e la democratizzazione più veloce possibile della Ue, così come sostengono il carattere vincolante degli accordi internazionali in materia di ambiente.

Convinzione e sanzioni

Che dice “legge comune e carattere vincolante” solleva due problemi: l’adesione e la sanzione. La sanzione consiste appunto nelle misure di protezione. Il tal paese non vuole fare nulla nella lotta contro l’effetto serra? I paesi che vogliono andare avanti nella tutela si proteggeranno non comprando le sue merci, o addebidandoli un sovracosto fantasma corrispondente alle misure che non ha voluto adottare. Ma qui ritorniamo alle nostre considerazioni introduttive: queste sanzioni … aumentano il prezzo delle merci importate, anche per i lavoratori a basso reddito dei paesi “virtuosi”. Ogni protezionismo urterà con questo problema, così come solleverà le proteste indignate delle multinazionali e delle élites dei paesi esportatori che si curano poco delle condizioni sociali e ambientali imposte al proprio popolo.

Per questo il protezionismo a vocazioen universalista altermondialista presuppone un processo intenso di dibattito, di spiegazione e la conversione ai valori sociali ed ecologici che pretende di difendere. Non ci sarà sostegno popolare a misure protezionistiche nei paesi protetti, né accettazione da parte dei lavoratori dei paesi esportatori di norme sociali in nome delle quali certi paesi si oppongono ai loro prodotti, se non ci sarà uno sviluppo potente e transnazionale ai valori della giustizia sociale e ambientale. E’ quiche l’educazione popolare e e le iniziative della società giocano un ruolo cruciale.

Così, le esperienze del commercio equo, grazie alle quali consumatori occidentali sono disposti a pagare qualche centesimo in più il pacchetto di caffè, se si garantisce loro che gli agricoltori che lo hanno prodotto sono stati correttamente pagati, possono sembrare marginali agli occhi degli economisti. Ma in realtà si tratta di una avanguardia nella battaglia ideologica perché tutto il commercio mondiale divenga equo: e ciò richiederà accordi internazionali vincolanti.

Oggi, partecipare al commercio equo, è un modo di votare con i propri borsellini per la supremazia delle norme dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) e degli accordi internazionali in materia di ambiente, a fronte delle regole di libero scambio dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc). Questo primato, naturalmente, va da sé quando si tratta di misure fitosanitarie dettate dalle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms): tutti riconoscono che un paese ha il diritto di proteggere la propria salute da rischi che vengono dalle importazioni. Il passo successivo è far sì che accada la stessa cosa per i rischi sociali e ambientali. E questa è una battaglia da combattere in tutti i paesi, anche negli strati popolari che rinunceranno difficilmente (nel Nord) alle importazioni a basso costo, e sono pronti (nel Sud) a sacrificare tutto per ottenere un posto di lavoro .

***

Mentre ero presidente della delegazione del Parlamento europeo presso la Comunità Andina delle Nazioni, ho incontrato a Guayaquil (Ecuador) i sindacalisti dei raccoglitori di banane. Che, le lacrime agli occhi, ci raccontavano come i bambini erano pagati per raccogliere grappoli di banane ancora purulente di insetticidi cancerogeni. Quando ho chiesto loro: “Volete che proponga all’Unione europea di vietare le importazioni di banane ecuadoriane, finché queste pratiche non saranno scomparse?”, sono rimasti perplessi … Di fronte alla stessa domanda, il presidente della Centyrale autentica dei lavoratori del Messico aveva risposto seccamente: “Non ha alcun senso lottare per il miglioramento dei diritti sociali in Messico, se le aziende che non li rispettano non vengono sanzionate”.

Il protezionismo universalista richiederà molto coraggio e molta saggezza, qui e là. E’ il coraggio che è mancato ai sindacalisti dell’Ottocento per far vietare il lavoro minorile, anche di fronte all’opposizione da parte dei loroo colleghi, che “aavevano bisogno” del salario dei loro figli.

Articolo tradotto dal francese da DKm0.

* Autore di “Green Deal. Crisi del produttivismo liberali e risposta ambientale”, La Découverte, Paris, 2012.

 

 
 
 
 

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