La democrazia municipale

 

di PIERLUIGI SULLO

Questo articolo è stato pubblicato nel numero speciale della rivista fiorentina “Il Ponte” dedicato ai beni comuni e a cura di Mario Pezzella.

Nel suo saggio più compiuto, comparso in Messico nel giugno del 1997 e in Italia nell’ottobre dello stesso anno (pubblicato da il manifesto e tradotto da chi scrive), “La quarta guerra mondiale è cominciata” (“Sette tessere del rompicapo neoliberista” era il titolo originale), il portavoce dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln), subcomandante Marcos, adoperava, per descrivere gli effetti del neoliberismo, il binomio distruzione/riorganizzazione. Tenendo a mente la data in cui quel testo fu reso pubblico, che ne testimonia la sorprendente attualità, conviene – per arrivare a circoscrivere il tema della democrazia locale – rileggerne alcuni passi.

“Il re supremo del capitale, la finanza – scriveva Marcos per descrivere il panorama globale – ha cominciato allora a sviluppare la sua strategia bellica, nel nuovo mondo, e su ciò che restava in piedi del vecchio. (…) La ‘mondializzazione’ della nuova guerra non è altro che la mondializzazione delle logiche dei mercati finanziari. Da regolatori dell’economia, gli Stati Nazionali (e i loro governanti) sono passati ad essere regolati, meglio telediretti, dal fondamento del potere finanziario: il libero scambio commerciale. (…) Una delle basi fondamentali del potere dello Stato capitalista moderno, il mercato nazionale, è liquidata dal cannoneggiamento della nuova era dell’economia finanziaria globale. Il capitalismo internazionale incassa alcune delle sue vittime fiaccando i capitalismi nazionali e smagrendo, fino all’inedia, i poteri pubblici. Il colpo è stato tanto brutale e definitivo che gli Stati Nazionali non dispongono della forza necessaria per opporsi all’azione dei mercati internazionali quando questi vanno contro gli interessi dei cittadini e dei governi”.

”Negli ultimi tempi della ‘Guerra Fredda’ – dice più avanti il subcomandante – il capitalismo aveva creato un nuovo orrore bellico: la bomba a neutroni. La ‘virtù’ di quest’arma è che distrugge solo la vita e risparmia gli edifici e le cose. Già si potevano distruggere intere città (ovvero, i loro abitanti) senza che fosse necessario ricostruirle (e spendere soldi per questo). (…) Eppure, una nuova ‘meraviglia’ bellica sarebbe stata scoperta, all’inizio della IV Guerra Mondiale: la bomba finanziaria. Perché la nuova bomba neoliberista, a differenza delle sue antenate di Hiroshima e Nagasaki, non solo distrugge la polis (la Nazione, in questo caso) e impone morte, terrore e miseria e chi la abita; ma, a differenza della bomba a neutroni, non distrugge solo ‘selettivamente’. La bomba neoliberista, in più, riorganizza e riordina ciò che attacca e lo ricolloca come una tessera del rompicapo della globalizzazione economica. Dopo che il suo effetto di distruzione ha agito, il risultato non è un mucchio di rovine fumanti, o decine di migliaia di vite spente, ma una periferia che si aggiunge a qualcuna delle megalopoli commerciali del nuovo ipermercato mondiale, e una forza lavoro risistemata nel nuovo mercato del lavoro mondiale”.

E, per avvicinarci al nostro problema, ecco quel che Marcos diceva del Vecchio Continente: “L’Unione europea, una delle megalopoli prodotte dal neoliberismo, è un risultato della IV Guerra Mondiale in corso. Qui, la globalizzazione ha ottenuto di cancellare le frontiere tra Stati rivali, nemici tra loro da molto tempo, e li ha obbligati a convergere e a progettare l’unione politica. Dagli Stati Nazionali alla federazione europea, il cammino economicista della guerra neoliberista nel cosiddetto Vecchio Continente sarà disseminato di distruzione e di rovine, e una di esse sarà la civilizzazione europea”.

Ho citato questi passi non tanto per far notare quanto questa analisi, che risale a ben sedici anni fa, fosse addirittura profetica; né per lamentare quanto l’avviso di pericolo sia stato, nonostante la grande popolarità che i ribelli indigeni zapatisti del sud del Messico hanno avuto per anni, ignorato da tutti, specialmente dalle sinistre di ogni tipo, ma per collocare dentro questa cornice i destini della forma peculiare di democrazia, quella locale, comunale o municipale, che ha fatto parte storicamente della “civilizzazione europea”. Specialmente in Italia, paese che prima dell’Unità non fu tanto o solo un arcipelago di regni e granducati, ma un insieme di città: si può infatti sostenere che il ritardo e la debolezza della creazione e dell’immanenza nello spirito pubblico dello Stato nazionale fu ed è ancora in una certa misura, in Italia, l’effetto di un altro modo della società di identificare se stessa, un modo annodato attorno al municipio. E non è per caso che nella Costituzione della Repubblica l’elenco delle istituzioni democratiche si apra con i comuni, posti a fondamento di ogni altro livello istituzionale.

Bene o male che fosse, dal punto di vista della salute di un mercato nazionale che fu imposto dal neo-Stato unitario, armi alla mano, a favore di una parte della nazione e a danno di un’altra, questa peculiare civilizzazione italo-europea – diciamo così – è la principale vittima delle “bombe finanziarie”, qui da noi, prima ancora del lavoro e dello stato sociale (nazionale).

Ben pochi hanno, nell’ultimo decennio all’incirca, documentato e denunciato la progressiva spoliazione – di risorse finanziarie e di poteri – di cui sono stati vittime i comuni. Ogni tipo di governo, ad ogni legge finanziaria (oggi “legge di stabilità”, nella neolingua dell’”austerità”, e il “patto di stabilità” che ne consegue), le rimesse statali a favore degli enti locali venivano decurtate o viceversa le risorse locali venivano risucchiate verso l’alto. Lo stesso “federalismo” adottato negli ultimi anni, che ha nelle Regioni i suoi interpreti locali, può essere letto come un’aggressione all’autonomia comunale a favore di micro-Stati centralizzati che hanno assunto su di sé ogni genere di funzione. E si deve allo statalismo della cultura di sinistra se non solo non si è cercato di frenare questa deriva, ma non la si è nemmeno compresa. Perché il denaro che veniva sottratto alle casse dei comuni veniva in una certa misura adoperato per non aggravare la fiscalità generale, la cui fonte principale è il prelievo dalle buste paga dei lavoratori, per finanziare “incentivi” di vario tipo alla produzione industriale o salvataggi di produzioni decotte o per sostenere gli ammortizzatori sociali, in Italia, come tutti sanno, riservati ai soli lavoratori a tempo indeterminato, quelli che i grandi sindacati rappresentano.

Così, nessuno o quasi si doleva se i comuni dovevano progressivamente ridurre i servizi sociali o i servizi pubblici in generale: che importa, se si può risparmiare su burocrazie e consigli comunali e spese superflue come la cultura? Al contrario, la parte dominante del centrosinistra vedeva, in questa brutale diminuzione del ruolo dei comuni, una opportunità: quella delle “liberalizzazioni”, della privatizzazione dei servizi pubblici come gli acquedotti, i trasporti, la stessa sanità locale, ecc. E se i comuni dovevano letteralmente vendere territorio – concedendo licenze edilizie di tutti i generi in cambio delle mance delle “opere di urbanizzazione” – anche questo fatto giovava all’economia: quella dell’edilizia e del cemento.

Questo teatro della “modernizzazione” è durato finché è entrata in scena, una volta aboliti i veli della democrazia rappresentativa, la “dittatura commissaria” della finanza, che in Italia ha indossato la maschera di Mario Monti (e in Europa quella di Mario Draghi). Siamo in guerra, ha detto Monti, di sicuro inconsapevole di stare citando il subcomandante Marcos e comunque collocandosi dal lato opposto della trincea. E così sono cadute al fronte, mandate a far da bersaglio alle pallottole degli speculatori finanziari, anche le tutele del lavoro “normato” (non solo l’articolo 18, ma anche il contratto collettivo nazionale), gli ammortizzatori sociali, gli interventi di emergenza per tenere aperte fabbriche abbandonate da multinazionali volubili… Tutti i pilastri di un modo di vivere, o di sopravvivere, che sono crollati dopo che quello fondamentale, per come è fatto e ha vissuto il nostro paese, era stato lungamente cannoneggiato: l’autogoverno municipale. E si potrebbe anche discutere di quanto l’una cosa abbia a che fare con le altre.

Ma l’opera di distruzione compiuta dalle “bombe finanziarie” (dato che, alla fine, tutti i denari sottratti alla società vengono semplicemente trasferiti ai “mercati”, come sacrifici alle divinità più potenti, gli “investitori”) non ha investito solo le finanze dei comuni: quello era solo il mezzo, essendo il fine la frantumazione dei tentativi di rifondare la democrazia. Il decennio scorso è stato, dal lato dei movimenti sociali, non solo quello dei “beni comuni”, come l’acqua, ma forse soprattutto quello della elaborazione di una teoria, e di sperimentazioni diffuse e ostinate, di e su una democrazia “partecipativa” o diretta al livello delle comunità: dei municipi. Vale a dire: se, come diceva Marcos e ogni analista onesto vede, gli Stati nazionali sono ridotti al rango di guardiani della finanza, in ogni caso incapaci di opporsi, anche lo volessero, alle aggressioni della finanza ai loro cittadini, questo significa che la democrazia rappresentativa, a scala nazionale appunto, ha perso molto del suo significato, della sua effettiva capacità di rappresentare la società (e tralasciamo l’immensa letteratura sulla degenerazione della politica in “spettacolo” e in marketing); se questo è vero occorre – si sono detti i movimenti in ogni parte del mondo – cercare di fermare l’offensiva neoliberista sull’ultima trincea, quella in teoria più favorevole, la nostra città, il luogo dove possiamo riconoscerci l’un l’altro come cittadini – nonostante le frantumazione sociale e del lavoro, e anche se il mercato ci isola e trasforma in puri consumatori – e dove possiamo ritrovare un modo della democrazia che eviti, o almeno metta sotto controllo, la delega.

Il punto di partenza di questo dibattito globale fu un articolo di Bernard Cassen, all’epoca direttore generale di Le Monde diplomatique, che raccontò di un esperimento in corso a Porto Alegre, grande città del sud del Brasile dove di lì a un paio di anni si sarebbe tenuta la prima edizione di un incontro denominato Forum sociale mondiale. Era il “bilancio partecipativo”; un processo strettamente regolato attraverso il quale i cittadini, riuniti in assemblee e in commissioni, avevano l’ultima parola sulla stesura del bilancio comunale.

Ma già da qualche anno, quando Cassen scrisse quel reportage (che fu pubblicato in Italia sul primo numero di un supplemento autonomo del manifesto, chiamato Carta, che uscì nel dicembre del 1998), molto forte era l’influenza della vicenda zapatista nel sud del Messico. Lì, dopo l’insurrezione del primo gennaio 1994, si elaboravano, e ripensavano, i fondamenti della democrazia locale sulla base della tradizione indigena, quella in cui ogni decisione viene presa in assemblee nelle quali tutti, anche i bambini, hanno diritto di parola; e non esiste il principio di maggioranza, bensì si decide con il consenso; e i delegati ai diversi ruoli di amministrazione e governo sono tenuti ad osservare il principio del “mandar obedeciendo”, del “comandare obbedendo” (al punto che in qualche caso essere nominati a un incarico comunitario è una forma di punizione). Una tradizione però riadattata all’epoca e alla realtà sociale delle comunità zapatiste: prima di tutto il peso delle donne, la loro autonomia e diritto a partecipare alla vita comunitaria, garantito da una legge frutto di un lungo dibattito; e poi, la natura “inter-etnica” di queste comunità, esito di migrazioni interne e formate da etnie indigene che hanno in comune la radice maya ma che, nei secoli, hanno differenziato lingue e costumi, così che un villaggio zapatista è formato da choles, tojolabales, tzotziles, ecc. Il che ha naturalmente imposto la necessità di apertura, di pluralismo, ecc. Negli anni,e fino ad oggi, le decine di migliaia di indigeni che vivono in territori zapatisti, hanno elaborato un loro sistema istituzionale: le Juntas de buen gobierno (Jbg) sono una sorta di “province” che radunano un certo numero di municipi autonomi, dove i meccanismi della delega sono strettamente sorvegliati dalle assemblee di villaggio.

Questa esperienza non ha solo salvaguardato la ribellione indigena, dandole una solidità tale da permettere di organizzare un evento straordinario come l’apparizione, il 21 dicembre 2012, nelle stesse cinque città del Chiapas dove l’Esercito zapatista era apparso nel 1994, di 40 mila indigeni perfettamente organizzati e totalmente in silenzio (“Avete ascoltato?”, era la domanda che li accompagnava), ma anche di organizzare una vita civile, scuole e cliniche, ed economica a misura delle comunità e contro l’invasione dello “sviluppo”, in quel caso materializzato nelle prospezioni minerarie di compagnie occidentali o nei tentativi di mettere sotto brevetto la incredibile biodiversità di selve e montagne della regione o negli investimenti turistici vandalici.

L’esperienza zapatista è stata l’innesco di una insorgenza indigena in Messico e in tutta l’America latina, specie le regioni andine. Dove l’organizzazione comunitaria della democrazia e l’economia del “buen vivir”, che abolisce i parametri della “crescita” e ricerca una armonia tra società e natura, hanno investito gli assetti politici di interi paesi, come l’Ecuador o la Bolivia. Finché, nell’ultimo Forum sociale mondiale celebrato in Brasile, diecimila indigeni di tutto il continente hanno ricucito la loro esperienza con l’ormai tradizionale discorso sul “bilancio partecipativo”. Che nel frattempo aveva fatto i suoi passi ovunque, nel mondo (ad ogni Forum mondiale ed europeo si affiancavano dei Forum delle autorità locali) e anche in Italia. Qui, nella prima metà del decennio, fu fondata un’associazione chiamata Rete del Nuovo Municipio, cui partecipavano amministratori locali, urbanisti e ambientalisti e studiosi del territorio, movimenti sociali e territoriali (l’esordio fu, nel 2003, un “Cantiere del Nuovo Municipio” che si tenne a Roma, promosso da alcuni municipi romani, da Carta e dalla rete di urbanisti raccolta attorno ad Alberto Magnaghi).

Si pensava, all’epoca, fosse possibile contrapporre, ai “missili”, come diceva Magnaghi, che la globalizzazione faceva piovere sui territori, un’istituzione municipale o comunale rafforzata dalla partecipazione cittadina, in forme regolate e permanenti, alla maniera del bilancio partecipativo di Porto Alegre: sindaci più cittadini organizzati, questa era, per semplificare, la formula. E la partecipazione divenne tanto popolare che questa parola – secondo i meccanismi della rivoluzione passiva lessicale tanto ben descritti da Mario Pezzella a proposito di “federalismo” o “bene comune” – fu impugnata e svuotata da politici di ogni tipo e di ogni livello, nazionale e locale, costretti ad obbedire, o complici, nell’approfondirsi della crisi, del comando finanziario sulla società. Insomma, tra “bilancio” e “partecipazione” si aprì un crepaccio sempre più profondo, al punto che lo stesso Magnaghi, che ne era il presidente, decretò in pratica lo scioglimento della Rete affermando, in un’ultima assemblea nazionale degli amministratori, che quel meccanismo non poteva più funzionare, tanto violenta era l’offensiva neoliberista, e che non restava che l'”autogoverno”, ossia, dico con parole mie, la deconnessione delle comunità locali dai “mercati” che imponevano privatizzazione dei servizi pubblici, uso indiscriminato del suolo, indebitamento dei comuni.

Alberto Magnaghi è autore di un libro fondamentale, su questo tema: “Il progetto locale” (Bollati Boringhieri). La cui tesi, di sicuro non isolata nel contesto di un dibattito mondiale molto ampio e invece molto avaro in Italia, è che la frantumazione, l’anomia sociale prodotte dal neoliberismo, e la stessa trasformazione del capitalismo industriale (a rete, delocalizzato, ecc.), rendono possibile una ricomposizione sociale e politica principalmente nel territorio, nella comunità, grazie a quella che Magnaghi chiama “coscienza di luogo” (contrapposta alla novecentesca “coscienza di classe”).

Questo approccio teorico ha trovato molte più conferme pratiche di quanto possa sembrare, dato che il mondo dei media e della “narrazione” politica è un mondo virtuale, ancorato per molti versi allo “spettacolo” del passato, quando erano i mercati, i parlamenti e i governi nazionali gli agenti esclusivi del futuro delle società, e dunque le elezioni locali vengono rappresentate come una miniatura di quelle – decisive – nazionali e la “crescita”, sola strada per il benessere, si fa con le grandi opere e le “liberalizzazioni”; e, per altri versi, i poteri hanno strutturato un discorso successivo, più coerente con lo stato delle cose, quello dell'”austerità”, del debito pubblico come misura di ogni cosa, e dunque del “giudizio dei mercati” come parametro conclusivo. Ma al di sotto di questo mondo le correnti dell’autonomia sociale hanno continuato a correre, stratificando esperienze e suggestioni, come quelle di Porto Alegre e degli zapatisti, offrendo un contenuto neopolitico, per così dire, alle mobilitazioni cittadine crescenti – in numero e in peso – contro le privatizzazioni, contro le grandi opere, contro il consumo di suolo indiscriminato, contro la distruzione del welfare locale, ecc.

A questo punto del ragionamento si cita il caso della Val di Susa, esempio più maturo di resistenza a una grande opera, cioè via via allo “sviluppo”, e che, essendosi scontrata con la “legittimità” dei governi nazionali e regionali e provinciali che, in nome della maggioranza, volevano e vogliono imporre il loro comando, ha investito le istituzioni locali di primo livello, i comuni, conquistandone alcuni, creando le condizioni perché altri appoggiassero la lotta, in un equilibrio fragile ma duraturo tra sindaci e consigli comunali e comunità montana (quella della Bassa Val Susa, per altro abolita dal governo in nome del risparmio), da una parte, e un movimento No Tav fatto di comitati cittadini indipendenti che decidono solo in assemblee popolari. Tutto questo disegna una sorta di “Junta de buen gobierno” alla misura e con lo stile di un luogo molto lontano dalla Selva Lacandona. Ma questa esperienza non è affatto isolata: movimenti simili, nella genesi e nel loro sviluppo, sono nati in ogni angolo del nostro paese (suggerirei, con una certa violazione di codice, di vedere “no Tav d’Italia”, libro edito da Intra Moenia con Democrazia chilometro zero: racconti di molti movimenti territoriali raccolti da Anna Pizzo e da chi scrive).

Quel che è più importante vedere è che è in corso una radicalizzazione, o polarizzazione, galoppanti. Perché la crisi azzera i margini di trattativa, sulle grandi opere ad esempio, che i potentati dell’economia vedono come la loro ancora di salvataggio, e anche di corruzione, in quella forma chiamata “compensazioni” (monetarie al territorio). La polarizzazione aumenta anche perché è ormai generalmente diffusa, tra i cittadini, la percezione del limite raggiunto, se non superato, nella compatibilità di società e natura con un’accelerazione dell’aggressione economica, o con i residui dell’antica industrializzazione (come nel caso dell’Ilva di Taranto). E perché, all’opposto, l’offensiva neoliberista si intensifica, in base alla legge del profitto crescente per capitali sempre più grandi e invasivi.

E c’è chi dà forma ideologica a questa offensiva, ormai. In un numero speciale recente di Limes, un geografo fiorentino, Gabriele Ciampi, ha sostenuto che, piuttosto che le province, andrebbero aboliti i comuni. Sì, aboliti, e non solo per ragioni di risparmio sulla spesa pubblica, ma perché i confini tra un comune e un altro sono ormai cancellati dall’estrema diffusione di tipologie edilizie come villette, capannoni, centri commerciali, insomma quel che gli urbamisti chiamano con orrore lo “sprawl”, la marmellata di cemento senz’anima, senza senso, senza storia e senza bellezza: originale ragionamento per cui sono i pessimi effetti della deregolazione a rendere necessaria un’altra deregolazione, quella che cancellerebbe ogni possibile democrazia effettiva.

Noi ci troviamo ora in questa spaccatura che stabilisce un prima e un dopo della nostra epoca. O accettiamo che tutto il nostro ambiente di vita – sociale e naturale – divenga una megalopoli, come diceva Marcos, fabbricata sulle macerie secondo le necessità della finanza, o all’opposto ricostruiamo a modo nostro l’economia, la socialità, il paesaggio, le città. E per farlo non possiamo che ripartire dai nostri luoghi, dai municipi, dal loro autogoverno.

 

Nota biografica

Pierluigi Sullo, giornalista, ha lavorato per oltre vent’anni per il manifesto, di cui è stato caporedattore, direttore editoriale e vicedirettore (con Luigi Pintor direttore). Ha poi fondato e diretto per dodici anni il settimanale Carta. Ha pubblicato tre libri: “La casa di Rocco” (Edizioni lavoro), sul terremoto irpino del 1980; “Guerre minime” (Intra Moenia), una storia di immigrazione a Torino; “Postfuturo” (Intra Moenia / Carta), saggio sulla fine della modernità.

 

 

 
 
 
 

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