Pisa, il Distretto 42

 

Distretto 42 è realtà. Il Municipio dei Beni Comuni, a Pisa, ha avviato il laboratorio di riconversione urbana nell’ex distretto militare Curtatone e Montanara, in via Giordano Bruno 42.
Spazio di proprietà del demanio, abbandonato e lasciato al degrado da quasi vent’anni che finalmente viene reso alla città e sottratto alle mire speculative sia di questa amministrazione comunale che del demanio.
Da oggi sarà possibile di nuovo godere inoltre di un parco di quasi 8000 metri quadri, rimasto intrappolato per decenni da mura e filo spinato.
Oggi è di nuovo un buona giornata per Pisa.
Domenica 16 febbraio è stato presentato inoltre il dossier “Riconversioni Urbane”: si tratta di un lavoro collettivo che ha visto la partecipazione di urbanisti, giuristi, giornalisti e di quella ampia fetta di associazionismo sensibile al dibattito esistente rigurdo il tema della riqualificazione quale argine politico efficace contro le tentazioni speculative. Un lavoro rivolto e dedicato alla città di Pisa, attraverso cui vorremmo lanciare un messaggio che riguarda prima di tutto il metodo dell’azione del Municipio dei Beni Comuni: studiare, indagare, ricostruire e raccontare.

Il dossier è strutturato principalmente in tre parti.

Nella prima viene analizzato il caso dell’ex distretto militare “Curtatone e Montanara”, facendo riferimento alla sua storia e al cosiddetto Progetto Caserme, ormai di fatto naufragato. Sul progetto e sulle possibilità alternative di riconversione dell’area in base alle contingenze cittadine, si possono leggere i contributi dei circoli locali di Legambiente e Unione Inquilini, e il racconto dell’urbanista Piero Pierotti.

Nella seconda parte il focus si allarga al piano nazionale. Viene evidenziato, infatti, come il caso pisano rientri in un quadro assai più ampio. Viene approfondito il tema del federalismo demaniale dal punto di vista tecnico, con riferimento al Jobs Act, così come dal punto di vista giuridico con il contributo a firma di Alessandra Quarta. Segue poi la lettera di Paolo Maddalena indirizzata direttamente all’agenzia del Demanio con la quale si chiede – e si legittima tale richiesta – che la cittadinanza recuperi e usi i beni demaniali. Tanti sono gli spazi abbandonati, in particolare le ex caserme, patrimoni cittadini che potrebbero – anzi dovrebbero –  essere recuperati a beneficio di tutti, come afferma l’urbanista Paolo Berdini nel suo contributo. Enzo Scandurra mette in luce, da parte sua, come sia necessario restituire alle città luoghi di aggregazione di fondamentale e strategica importanza nello sviluppo dell’urbe. Ma la dismissione delle aree militari, e la possibilità di un loro recupero a uso civile, tocca un altro tema fondamentale, ovvero quello del disarmo, così come esplicitato da Rocco Altieri del centro Gandhi, e da Francesca Pasquato di Assopace, associazioni pisane entrambe impegnate sui temi della pace.

Su questa strada numerose altre esperienze in Italia si sono già mosse o si stanno muovendo. È importante per questo rintracciarle, documentarle e metterle in rete, dalle esperienze di liberazione come nel caso di Bologna, Treviso e Trieste, che già sono attive sul territorio, fino alle esperienze che provano a strutturare percorsi partecipati, connettendo soggetti eterogenei, come accade a Roma con il Comitato per l’uso pubblico delle caserme di Tiburtina, il caso dell’ex Collegio “Costanzo Ciano” a Bagnoli (Napoli), oppure l’associazione Murati Vivi  per Marola (La Spezia).

Nella terza parte viene infine illustrata una prima concreta proposta di riutilizzo dell’ex distretto attraverso le attività storiche del Progetto Rebeldia, e di tutte quelle attività sorte all’interno dell’ex Colorificio Liberato in seno al Municipio dei Beni Comuni. Una progettualità che troverà la sua concretezza attraverso un percorso partecipato in primis con il quartiere, e dunque con l’intera città, integrando le proposte che emergeranno nella nuova cornice.

Il testo integrale del Dossier si trova all’indirizzo

https://dl.dropboxusercontent.com/u/46991322/dossier%20distretto%2042%20finale.pdf

Qui ne pubblichiamo l’introduzione.

 

Desertificazione o rigenerazione urbana?

Sperimentazioni di cittadinanza attiva

di Municipio dei Beni Comuni

Strano vizio quello della divinazione. La previsione del futuro è un’arte individuale, e per questo assai difficile da insegnare, da tramandare. Eppure uno dei criteri fondamentali da perseguire per diventare apprezzabili profeti del proprio tempo, è opporre un rigoroso ‘se’ davanti all’oggetto della propria previsione. Qualcuno – sbagliando – ha detto che la storia non si fa con i ‘se’. Al contrario,

niente è forse più utile di un’ipotesi a posteriori per incrinare il cristallo delle consuetudini, per dilatare lo spettro di un evento, la sua natura profonda e per questo molto spesso nascosta agli occhi di molti. Tanto meglio, poi, se il ‘se’ riguarda il presente a venire, quanto potrebbe accadere.

Si parta allora dalla domanda: che città sarà Pisa tra dieci anni?, e si tenti di rispondere a partire da ipotesi coerenti con la fase che la nostra città sta attraversando. Che città sarà Pisa tra dieci anni, se l’opera di speculazione edilizia avviata da più di un decennio dovesse proseguire senza mutare rotta? Che città sarà Pisa tra dieci anni, se i percorsi di riqualificazione urbana saranno ispirati alla più feroce gentrificazione, come sta accadendo lentamente ma con moto inesorabile?

La risposta, le risposte, sono semplici e articolate allo stesso tempo. Pisa sta mutando volto. Affermazione afflitta da una banalità che sfiora il dramma, se non fosse che una simile mutazione

rende la città vicina a piazze di conflitto mondiali ben più grandi e al centro di interessi ben più onerosi. Quasi fosse un laboratorio ‘in piccolo’ delle odierne devianze del neo-liberismo, nel ristretto territorio occupato dalla città e dalla sua conurbazione è possibile riscontrare un numero interessante – e costante – di fenomeni globali: la riformulazione dell’organizzazione territoriale a partire dalle esigenze dei poteri commerciali forti, la costruzione di nuovi volumi destinati a rimanere disabitati a fronte di una vera e propria emergenza abitativa che affligge il corpo sociale, l’impercettibile ma già evidente colonizzazione del centro cittadino da parte di soggetti speculativi che – loro sì dotati di capacità profetiche – vedono in ciascun immobile abbandonato e degradato, l’occasione di un nuovo e più facile guadagno.

Già da tempo il ‘popolo’ ha lasciato il centro della città di Pisa. Senza voler tentare un’ardua sintesi sui movimenti interni che hanno mutato nell’ultimo secolo il volto di quest’ultima, è sotto gli occhi di tutti come l’onda odierna punti tutta a rinnovare le strutture del centro cittadino, cuore del commercio e di una di nuovo forte industria turistica, dilatando a dismisura il valore degli immobili che sorgono all’interno dell’antica cerchia muraria. Quello che meno di mezzo secolo fa era il fulcro cittadino, luogo della convivenza tra classi lavoratrici e classi abbienti, tra studenti e residenti, si avvicina sempre più a diventare uno spazio d’élite, addizione disorganica di strutture alberghiere, esercizi di ristoro, abitazioni cosiddette ‘di lusso’, la cui realizzazione ha avuto quale

esito inevitabile la desertificazione del centro, che ha visto mutare la propria ‘fisiologia’: da spazio della vita quotidiana, dei servizi al pubblico, della socialità, a spazio destinato all’uso di pochi, luogo di accoglienza per turisti abbienti, ma precluso alla vita dei cittadini relegati ai margini, e non solo in senso simbolico.

Funzioni urbane che da un momento all’altro possono entrare in collisione con le reali esigenze degli abitanti di una città, a maggior ragione in tempi di crisi feroce, quando alla sottrazione di ricchezza si aggiunge quella degli spazi di vita, compresi quelli ricreativi, di necessario scambio socio-culturale. Ecco perché la prima previsione che si può fare con legittima agilità, è quella di una

imminente stagione di lotta. Ecco perché Pisa – intorno a vicende che debbono ancora stagliarsi nettamente sull’orizzonte politico cittadino – sarà l’ennesimo vertice di una figura che comprende

Istanbul, Amburgo, Barcellona, Mosca e tutte quelle capitali del mondo dove le lotte sociali passano prima, e soprattutto, dalla difesa degli spazi vitali contro le logiche dei poteri speculativi, quasi sempre appoggiati più o meno implicitamente dalla mitezza delle amministrazioni.

Partite urbanistiche enormi muteranno per sempre l’assetto cittadino, spostandone non solo il baricentro logistico, ma anche quello simbolico. Progetti come quelli che pendono sull’area

dell’Ospedale Santa Chiara, oppure sul Porto di Marina, percorsi falliti come quello della Mattonaia o della Sesta Porta – solo per citare due vicende che più di altre gridano scandalo –, sono il segno

di una stagione che certo invoca la solida capacità di sollecitare le domande giuste da parte di tutte le cittadine e i cittadini. Domande come: quanti e quali sono gli spazi abbandonati nel centro cittadino che potrebbero cadere vittima di una tentata speculazione? Sono questi gli spazi che la cittadinanza potrebbe veder recuperare per realizzare percorsi di reale concertazione, di ascolto delle esigenze, di costruzione di servizi?

In tal senso, nell’orizzonte attuale non deve mancare certo – ed è l’oggetto stesso del presente dossier – una puntuale osservazione sul destino delle ex caserme, oggetto un tempo di una progettualità avulsa dalle reali esigenze cittadine – nei termini finora qui esposti -, e fallita per ragioni di ovvia impraticabilità economica. Le ex caserme a Pisa sono un polmone di spazio che

non può non suscitare interesse, pietre miliari di una riflessione necessaria sul riuso di simili luoghi. In particolare la ex Caserma “Curtatone e Montanara”, che racchiude più di ottomila metri di

verde urbano – da quasi vent’anni letteralmente precluso alla città –, e che per questo esprime ragioni di interesse più urgenti.

Le domande con cui esplorare il futuro, si diceva in apertura di questa introduzione. Le domande possono – e devono – mutare.

Che città sarà Pisa tra dieci anni, se spazi come quelli dell’ex Caserma “Curtatone e Montanara” saranno restituiti all’uso pubblico, in armonia con le esigenze e la storia di un quartiere come quello di San Martino? Che città sarà Pisa tra dieci anni, se gli spazi degradati e abbandonati cesseranno di essere preda della speculazione e diventeranno luoghi di una aggregazione nuova, che sappia fondare le proprie ragioni nel fertile terreno dell’associazionismo, del pacifismo e dell’ambientalismo? Anche questa risposta, queste risposte, sono assai semplici. Una città più libera, una delle future capitali della riscossa contro la povertà attraverso il riuso e la riqualificazione dell’esistente, finalmente sottratto alla preda del più forte. Il discrimine tra l’eventualità che anche Pisa si trasformi in una ‘città globale’ o che diventi un laboratorio di nuova cittadinanza, è assai labile: nel primo caso le disuguaglianze si sono accresciute, il territorio è frazionato, il centro finanziario della città è il solo oggetto di cura, mentre le periferie sono relegate a un ruolo infimo nel disegno urbanistico d’insieme; nel secondo caso, invece, la città torna a essere il luogo della convivenza, dello scambio, del confronto, il fenomeno della gentrificazione è reliquia ormai di un passato oscuro e repressivo che ha lasciato il passo a una forma di urbanesimo fondato sulla convivenza pacifica, e compatibile, dei gruppi sociali. Insomma uno dei vertici di quell’altro mondo possibile la cui profezia – per restare in tema – ha ispirato gli ultimi vent’anni di lotte mondiali.

Nessuno vorrebbe mai che Pisa diventasse nel tempo come la città di Zoe, descritta da Italo Calvino. Una città in cui in ogni luogo «si potrebbe volta a volta dormire, fabbricare arnesi,

cucinare, accumulare monete d’oro, svestirsi, regnare, vendere, interrogare oracoli», dove «il viaggiatore gira gira e non ha che dubbi: non riuscendo a distinguere i punti della città, anche i punti  che egli tiene distinti nella mente gli si mescolano». Un luogo del mondo sigillato dalla difficile domanda: «ma perché allora la città? Quale linea separa il dentro dal fuori, il rombo delle ruote dall’ululo dei lupi?». Perché la città, dunque? Perché è la formula che più di altre rappresenta il naturale bisogno dei cittadini di convivere, di essere complementari nella sopravvivenza. Sta a noi stabilire i criteri di una simile necessità, sta a noi scegliere se vogliamo vivere in una città globale, o in una città di cittadini.

 

 
 
 
 

0 Commenti

 

Puoi essere il primo a lasciare un commento.

 

Lascia un commento

 

Fare clic qui per annullare la risposta.