Alla frontiera ucraina

 

di NICOLA CASALE e RAFFAELE SCIORTINO

Non è facile prevedere l’evoluzione dello scontro in Ucraina. Da un lato, si è visto all’opera il meccanismo ben oliato del regime change impulsato da Occidente non per via militare ma grazie alla mobilitazione di una parte della popolazione sulla base di uno scontento reale (a scanso di complottismi). Accompagnato dal pervasivo dispositivo della comunicazione sul cui terreno le postdemocrazie occidentali sono semplicemente imbattibili: il popolo ucraino sovrano ha scelto, Putin è l’aggressore… Quale anima democratica (o fan delle Pussy Riot)1 potrebbe nutrire dubbi? Se poi i russi di Crimea vogliono il referendum per la loro, di sovranità… infrangono il diritto internazionale.

Questa volta, però, l’incedere oramai parossistico della marcia imperialista (si può dire o urtiamo i diritti umani?) – sotto il nobelpremiato Obama: Libia, poi Siria, forse Venezuela, senza contare quanto avviene in Africa centrale o si prepara in Asia ai danni della Cina – è arrivato ai confini della Russia. E se l’attivismo di innesco di Berlino pare ora voler frenare, viste le possibili conseguenze in Europa, Washington invece provoca, la Clinton paragona Putin a Hitler (inquietante refrain già sentito…), Obama sbava di rabbia e vorrebbe, una volta per tutte, coalizzare il mondo contro la Russia. Per gli Usa la destabilizzazione dell’Ucraina è, comunque vada, un fatto positivo per il quale non hanno mai smesso di lavorare negli ultimi quindici anni. Mosca è quella che rischia di più ma a sua volta non può recedere del tutto perché la minaccia è altissima: associarsi all’Occidente in posizione di servile subordine o misurarsi con provocazioni continue e uno sfiancamento permanente. E se finora Putin sta dimostrando una notevole saldezza di nervi, non è detto che riesca a conservarla a lungo anche perché la contrapposizione oramai aperta tra nazionalisti ucraini e popolazione russofona può facilmente sfuggire di mano (che è poi quel che qualcuno spera). In ogni caso, qualunque tipo di compromesso comporterà danni pesanti per qualcuno e la storia non finirà qui.

Insomma, invece delle litanie sul diritto internazionale – sempre con due pesi e due misure nel determinare aggrediti/aggressori, autodeterminazioni legittime/illegittime – sarebbe bene mettere a fuoco quanto con la crisi globale si stiano rinfocolando tensioni internazionali vecchie e nuove su tutto lo scacchiere geopolitico mondiale. Certo, le mosse dei vari soggetti non sono già consapevolmente ordite sulla base di un progetto esplicito di precipitazione bellica, cercano “semplicemente” di rispondere ai problemi che si pongono sul piano immediato. Tuttavia, è proprio questo a dirci quanto la situazione sia grave, quanto oramai l’evoluzione generale dello scontro tenda sempre più verso un conflitto generalizzato ai vari livelli. Colpa del nuovo csar?

Proviamo allora a ragionare con un minimo di lucidità sull’insieme e non sui singoli pezzi, se anche non si ha modo per ora di far valere praticamente la nostra voce al di fuori e contro ogni deriva imperialista e nazionalista e contro il futuro di guerra che il capitalismo in crisi va preparando. Lucidità non facile perché abbiamo davanti un groviglio quasi inestricabile, e in parte contraddittorio, fra il rinnovato Drang nach Osten occidentale, la reazione difensiva (in senso borghese) di Mosca e una mobilitazione sociale, di “ceti medi” e giovani innanzitutto, ma non solo, che partendo da istanze reali finisce nel supporto di piazza a un governo filo-occidentale, filo-Fmi, nazionalista anti-russo e con presenze simil-neonazi!

Ucraina: tra due forni, ma è finita

Finora l’Ucraina ha goduto di una residua rendita di posizione, pur dentro gli sconvolgimenti del post-’89. Facendo sponda sul lato russo per proteggersi dalla concorrenza economica occidentale – non solo per le forniture di energia ma anche per i mercati di sbocco – ha potuto evitare quelle devastanti ristrutturazioni al proprio apparato industriale che hanno invece completamente cambiato il tessuto economico-sociale degli altri paesi europeo-orientali. Al tempo stesso, i vari governi che si sono succeduti hanno giocato a far sponda anche su Unione Europea e Stati Uniti-Nato in funzione, ora più velata ora più aperta, anti-russa permettendo agli “oligarchi” di continuare la politica dei due forni.

Se in questo modo le ricchezze sono andate nelle tasche di questi ultimi invece di essere direttamente appropriate da “competenti” manager occidentali – è anche vero che in questo modo è stata fin qui rinviata anche la resa dei conti con il proletariato che non a caso ha potuto usufruire di “prezzi politici” quasi alla sovietica o almeno evitare tagli più dolorosi a posti di lavoro e prestazioni sociali (su questi aspetti è importante l’intervista a un sindacalista rivoluzionario ucraino riportata in http://www.commonware.org/index.php/cartografia/280-maidan-e-le-sue-contraddizioni). In cambio la classe lavoratrice tradizionale, collocata soprattutto nell’est e nel sud del paese e maggiormente rappresentata da russofoni, ha continuato nella sua attitudine di sostanziale passività sociale e politica e delega al partito di quegli oligarchi impropriamente considerati qui da noi “filorussi”. Un’attitudine che spiega la diffidenza prima verso la mobilitazione di Maidan, e oggi le reazioni in senso nazionalista grande-russo a fronte del nuovo governo di Kiev che promette di rompere col compromesso sociale introducendo le ricette del Fmi. Insomma, questa parte del proletariato – a meno di voler essenzializzare il dato “etnico” – è al momento decisamente schierata con la Russia per il motivo che vi vede la possibile conservazione del posto e delle condizioni di lavoro, consapevole che un’apertura verso ovest vorrebbe dire scomparsa di molte aziende e soprattutto del welfare.

In ogni caso la precipitazione attuale è insieme espressione e causa dell’eclisse definitiva della tenuta per l’Ucraina di una posizione intermedia. È arrivata l’ora di chiudere ogni legame col passato “socialista”, ma la modalità cambia radicalmente se lo si fa al modo tedesco o al modo russo. Yanukovich sperava di rimandare la resa dei conti. Si è bruciato e, con lui, si è definitivamente bruciata la possibilità per l’Ucraina di continuare a lucrare sulla sua posizione di frontiera. Prodigi della crisi globale che scongela ogni cosa a partire dalle linee di faglia geopolitiche…

È in questo quadro che da un lato la pressione occidentale – non nuova ma ravvivata dal ghiotto boccone – e la mobilitazione di quei settori della popolazione ucraina non coperti o non più soddisfatti dei vecchi assetti, dall’altro, sono andate a convergere ponendo fine al compromesso di cui sopra.

I nodi di Maidan

Si tratta dei “ceti medi” – categoria quanto mai vaga e ambigua, va da sé, da assumere in senso allargato a comprendere anche qualunque proletario che giustamente si percepisce come “cittadino” espropriato da una cricca di oligarchi. Strati sociali e giovani indotti a pensare che solo una situazione di “libertà” economica dà la possibilità di sfruttare il proprio capitale o le proprie capacità (vere o presunte): investire su se stessi, la chiave del successo. Per questi settori non solo ogni residuo di “collettivismo” è anatema, ma la stessa autorappresentazione nazionalista – qui forse la differenza di fondo con l’estrema destra organizzata – fa perno su una nazione di individui. È del tutto naturale che essi propendano per la sponda Ovest e in particolare si illudano sull’accoglimento immediato dentro la “civile famiglia europea”. Vi vedono maggiori possibilità di affermazione, più “libertà” individuale, vi ripongono speranze di maggiore mobilità (dato essenziale per i giovani e per chiunque abbia intenzione di emigrare o sia già fuori dal paese).

Piazza Indipendenza, soprattutto nella prima fase, ha messo in luce tutto ciò. Ma ciò che questa volta ha portato ben oltre la prima “rivoluzione arancione” è stato l’intreccio di tre fattori che hanno condotto la situazione al punto di rottura. Primo, una più forte e trasversale istanza anti-corruzione – pervasiva e ambivalente (http://www.commonware.org/index.php/cartografia/226-corruzione-contributi-al-dibattito-1) – con la rabbia comprensibilmente amplificata da una situazione economico-sociale sempre più insostenibile. Secondo, la presenza organizzata, addestrata e pagata (sulle attività dell’ambasciata Usa a Kiev: http://www.counterpunch.org/2014/02/24/the-brown-revolution-in-ukraine/) di una destra ultranazionalista militante (e militare, come si è visto) capace di raccogliere lo scontento anche di strati proletari profondi (soprattutto della parte occidentale del paese, non russofoni) e attivare aspettative “anti-sistema” in perfetto stile nazional-socialista (più Sa che Ss, per ora). Terzo, la più diretta ingerenza dall’esterno, questa volta non solo statunitense ma anche direttamente tedesca.

L’applicazione da manuale del metodo “non violento” di Gene Sharp ha così fatto da preludio al golpe vero e proprio – impulsato dagli Usa per far saltare l’accordo in extremis siglato tra Berlino e Yanukovich (non a caso la Nuland, la Neocons alla corte di Obama responsabile per l’Ucraina, aveva detto: “fuck the EU” scandalizzando la ben educata Merkel). Qui va inserita l’”indiscrezione” (casuale?) sul lavoro dei cecchini della destra che avrebbero sparato sia sui poliziotti che sui manifestanti per far saltare la situazione (http://www.infoaut.org/index.php/blog/conflitti-globali/item/10910-la-grande-truffa-?). Sembra alquanto veritiera ma non cambia la sostanza della questione. Non la cambia perché le “rivoluzioni colorate” non sono soltanto delle straordinarie pulp fiction (anche se sangue vero ha iniziato a scorrere) ad uso dell’opinione pubblica occidentale per convincerla che ci si sta premurando di realizzare i desideri degli altri popoli oppressi dai loro stessi governanti. Sono anche il sintomo della disgregazione interna di determinate società, giunte al limite della loro sopravvivenza dopo essere state per anni aggredite economicamente e con un sottile assedio mediatico che celebra i fasti dell’Occidente in contrasto con le miserie di lì.

L’imperialismo, insomma, ha a tutt’oggi una capacità attrattiva su una parte significativa, non ristrette frange, di popoli rimasti indietro nello sviluppo capitalistico invece di provocarne, come in cicli definitivamente trascorsi, reazioni antimperialiste. L’aggancio con le grandi manovre geopolitiche “esterne” sta esattamente in questo intreccio di fattori soggettivi e oggettivi che rende ridicola ogni lettura complottista (e/o “antimperialista” filo-russa) e legittimista rispetto al vecchio regime. Né Russia né Cina, per dire solo dei due principali “emergenti”, hanno quella presa sull’immaginario e sulle prospettive della propria gente e soprattutto dei giovani (per non parlare del nullo appeal fuori), ma se non riescono sul breve-medio periodo a crearsi una solida base sociale di consenso nel ceto medio “allargato” rischiano all’interno dei loro stessi confini. (Le riforme in vista in Cina puntano anche a colmare questa lacuna, ma non ne sarà pacifico il risultato visto il contesto globale di crisi).

Tutto ciò è per certi versi paradossale se solo guardiamo al fatto che dentro il mondo “libero” la middle class è in profondissima crisi, dagli Usa obamiani ai… 9D nostrani. Del resto, la fenomenologia superficiale della mobilitazione di Maidan potrebbe far pensare ai diversi occupy di questi anni. Non che non ci siano assonanze (la questione andrebbe approfondita) anche se a detta degli osservatori più perspicaci è mancato l’elemento fondamentale dell’autorganizzazione e dell’autodecisione (pur nella spontaneità propria di un fenomeno relativamente di massa) né la piazza è stata di per sé “ingenuamente” immune al discorso nazionalista più duro. Ma la differenza fondamentale è appunto di “ciclo di aspettative” – lì ci si aspetta ancora molto dal mercato, in Occidente inizia a emergere per quanto confusissima una percezione del declino – e, su tale base, la determinante geopolitica fa il resto. Dura lex sed lex. Kiev è l’ultimo lembo dell’’89 ma i tempi per il riscontro fra desideri e realtà questa volta saranno assai più brevi.

Resta il nodo politico di fondo, maledettamente ingarbugliato, per ogni prospettivariabova_468w antagonistica “dal basso a sinistra”: la questione dell’individuo. L’uscita dal “socialismo reale” nei paesi dell’Europa orientale e la fine del compromesso capitale-lavoro in quelli occidentali hanno aperto le condotte e l’individualismo è dilagato dando in prima battuta una carta in più alle forze del mercato rispetto alle precedenti fasi e condizionando in maniera ambivalente qualunque ripresa di conflitto sociale. Autentiche e sacrosante spinte alla realizzazione dell’individuo rischiano così seriamente di finire diritte nelle fauci del capitalismo più aggressivo. Ma qualunque reazione regressiva non ha presa. Non ci sarà risposta seria a questo nodo fino a che non sorgeranno lotte radicali in grado di porre la questione dell’individuo come terreno di scontro contro i padroni del mondo, che sono gli stessi che se ne fanno oggi paladini. Nel frattempo si tratterà di vedere se l’Occidente farà prima a far saltare le altre pedine, e magari qualche pezzo importante, della scacchiera mondiale – energizzando un sistema marcio – o se viceversa vedrà finalmente scoppiare al proprio interno quella crisi sociale e politica di cui i vari occupy sono stati fragili avvisaglie.

Berlino tira la volata…

Una relativa novità nella vicenda ucraina sta nell’attivismo crescente della politica estera tedesca, che ha condotto in prima persona la corsa alla riconquista del territorio orientale salvo farsi soffiare all’ultimo da Washington, almeno per ora, il risultato più favorevole (v. il sito http://www.german-foreign-policy.com/de/news/). Come nella vicenda jugoslava, infatti, Germania e Usa marciano uniti ma perseguono, sulla lunga distanza, obiettivi divergenti.

Per Berlino la tappa ucraina è la prosecuzione dell’espansione tedesca-europea verso est iniziata a partire dall’’89: conquista di mercati per le proprie merci e, soprattutto, acquisizione di braccia a basso costo. Ma la domanda cruciale è: perchè la Germania ha accelerato questa spinta fino a rischiare i rapporti fin qui buoni con la Russia di Putin? Perchè non c’è alcuna possibilità di sopravvivenza per il capitalismo europeo a (inevitabile) guida tedesca se non conserva la sua forte connotazione produttiva industriale, stante la scarsa o nulla potenza finanziaria e militare rispetto agli Stati Uniti, la mancanza di energia a basso costo, e una collocazione comunque centrale nella concorrenza capitalistica che non permette la pura conservazione di rendite di posizione. Ma l’apparato industriale si preserva solo se alimentato da capitali alimentati da profitti alimentati da forza-lavoro sufficientemente produttiva. Negli ultimi venti anni i risultati sono stati notevoli: la grande industria tedesca si è ulteriormente espansa con l’allargamento della cerchia dei paesi destinati alla subfornitura (ciò che l’Italia non è riuscita a fare avendo praticamente perso la sua grande industria non ultimo per disfarsi del proletariato organizzato; la Francia fa con crescenti difficoltà; e la GB ha rinunciato a perseguire aggrappandosi alla sterlina sotto la protezione del dollaro).

Non per caso, si diceva, questa nuova tornata per l’inglobamento economico dell’Ucraina è stata portata avanti dalla Ue e da Berlino in particolare, con la proposta di un trattato che non prospetta affatto l’adesione immediata alla Ue – si parla di secondo cerchio dell’Unione Europea – ma impone una lunga fase di “preparazione delle normative” che dovrebbe aprire completamente i mercati ucraini ai prodotti europei, smantellarne l’industria non competitiva (praticamente tutta), ingabbiarne i lavoratori in molto più produttive industrie di subforniture, smantellare il residuo di welfare, con correlata sostituzione degli odiosi oligarchi con amabili manager del tutto disinteressati sul piano personale ma dediti all’implementazione del “pensiero unico capitalistico”.

Lo scontro con la Russia si colloca, per la Germania, esattamente a questo livello. Perchè Mosca a sua volta può sopravvivere economicamente esclusivamente se è contornata da un “estero vicino ” che non sia troppo aggressivo sul piano della concorrenza e della competitività industriale. In questo senso il progetto di Unione Doganale Euroasiatica di Putin stava minacciando la penetrazione europea-tedesca per due solidissimi motivi. Primo, Putin sta cercando di fare il massimo sforzo per diversificare le capacità produttive russe sganciandole dalla monoproduzione di petrolio e gas e operare un rilancio dell’investimento industriale senza cadere completamente sotto le grinfie della produzione tedesca di macchine. Secondo, questa politica ha bisogno dei suoi tempi per anche solo provare a mettersi all’altezza degli standard competitivi occidentali, dunque ha bisogno per un certo periodo di un “ambiente protetto”, un circuito di paesi che hanno una esigenza analoga di riconversione industriale cui offrire energia a prezzo contenuto e capitali generati dalla rendita petrolifera. In sintesi, l’obiettivo è puntare a un’ampia area economica regionale non del tutto subordinata alle centrali occidentali e al dominio del dollaro (altro terreno di confronto delicatissimo, questa volta con gli Usa, anche a prescindere dagli immediati effetti finanziari e monetari pesanti per i paesi emergenti, e quindi anche per la Russia, dovuti al tapering messo in atto dalla Federal Reserve). Ma i bastoni tra le ruote di questo progetto, come si vede, sono belli grossi.

L’attacco tedesco alla Russia dunque c’è, in duplice senso: espansione economica nel suo “estero vicino”, ma anche il prodromo di un successivo attacco alla stessa economia russa. Anche per Berlino infatti è questione di mantenere e rinsaldare un’Europa unita come grande area regionale, pena la dissoluzione come capitalista di rango tanto della Germania quanto dell’intera Europa , ma può farlo solo… ritornando su vecchie strade, per ora con mezzi economici. Abbiamo così uno scarto che rappresenta a tutti gli effetti un approfondimento delle tensioni dovute alla crisi globale: il rapporto di “buon vicinato” con Mosca può continuare ma solo a queste condizioni di subordinazione. Chi pensava a un asse dalla Germania alla Cina via Russia di tipo non conflittuale, nella prospettiva armonicista di un multipolarismo post-egemonia americana senza destabilizzazione del sistema globale (à la Arrighi), è servito.

Questo non significa che i rapporti russo-tedeschi debbano deteriorarsi irrimediabilmente da subito. Anzi, all’immediato l’Europa a guida tedesca è tentata di usare una carta di “compromesso” – padrino Schroeder? – che potrebbe lasciare un po’ scoperti e in affanno gli Usa, anche se non è detto che la giochi davvero. In generale, costretta a uscire dal “guscio” di nano politico sulla scena internazionale, Berlino non sembra ancora aver optato – o forse non è ancora stata costretta a farlo – per una strategia precisa oscillando tra una ricontrattazione più favorevole dell’alleanza atlantica (v. trattative con Washington per il Ttip e il chicken game trattenuto sulla posta in palio dell’euro: http://www.sinistrainrete.info/europa/1916-raffaele-sciortino-chicken-game-ancora-sulleurocrisi.html) per un rinnovato assalto occidentale al resto del mondo e un Alleingang con tutti i rischi del caso, in primis lo scontro con gli Usa.

Gli Usa incassano ma…

Se la Germania ha condotto la corsa verso l’Ucraina, gli Stati Uniti erano pronti da tempo a sfruttare l’opportunità. Per Washington la conquista economica è essenzialmente basata sull’inasprimento del vampiraggio finanziario alle nuove condizioni costituitesi con la globalizzazione. Al credito internazionale direttamente fornito agli stati dagli anni Cinquanta fino alla crisi del debito degli Ottanta è andata sostituendosi la piena e onnivora libertà per il capitale finanziario di raggiungere anche il singolo “cittadino” in ogni anfratto della vita. Di questa biopolitica del capitale finanziario il compact Washington-Wall Street è il supremo garante politico-militare e profittatore economico: governare l’impero con il debito, ovvero con il dollaro.

Ora, se i segnali di regionalizzazione, ovvero i tentativi di costruire aree economico-politiche più autocentrate negli scambi commerciali e industriali e de/centralizzate rispetto alla finanza internazionale a stelle e strisce (e all’Europa che, sia pure in quota diversa, partecipa a questo tipo di sfruttamento), dovessero concretizzarsi in maniera consistente (a partire dalla Cina, ovviamente) – il sistema che fa perno sugli Stati Uniti già scosso da una crisi da cui non riesce a risollevarsi nonostante le enorme iniezioni di liquidità creata dal nulla, risulterebbe a serio rischio. Per Washington questo è semplicemente inaccettabile (e a ruota per l’Europa). Dunque Merkel e Obama hanno lo stesso interesse a impedire che la Russia costruisca intorno a sé una di queste zone, ma divergono sui motivi, e divergerebbero anche nel caso che tali zone si concretizzassero: per gli Usa sarebbero esiziali, mentre per l’Europa ci sarebbe ancora la possibilità di allacciare scambi commerciali-industriali, più o meno, “alla pari”.

Ciò spiega, nella vicenda ucraina, il maggior accanimento yankee sia nel portare il proprio uomo al governo a Kiev (Yatseniuk) scalzando il favorito tedesco (Klitschko) sia nell’acuire il più possibile le tensioni con Putin (con i soliti galletti, tra gli europei, a fare da utili idioti, perfino peggio di inglesi e italiani, questi ultimi finora sulle lunghezze d’onda tedesche).

Ovviamente, hanno il loro peso anche considerazioni prettamente strategiche (riposizionamento della Nato e revisione della strategia nucleare) e geopolitiche. Dalla II guerra mondiale in poi il pensiero strategico del Pentagono è sostanzialmente improntato alla geopolitica mackinderiana, con le varianti del caso. I fronti di “distruzione creativa” aperti da Obama, oramai più numerosi di quelli bushiani!, contro chiunque resista alle politiche imperialiste, si adattano a pennello all’indicazione (operativa) di Mackinder: “Ogni esplosione di forze sociali, anziché dissiparsi in un circuito circostante di spazio incognito e di caos barbarico, verrà riecheggiata dal lato più lontano del globo, e gli elementi deboli nell’organismo politico ed economico andranno di conseguenza in mille pezzi”. Chiaro, no? Non solo; quei fronti a ben vedere si dispongono lungo quelle linee di faglia che servono ad accerchiare e destabilizzare “la regione pivot della politica mondiale, la vasta area dell’Euro-Asia” (oggi in realtà curvata sul versante cinese più che russo). Non ultimo, un caveat importante: “se la Germania dovesse allearsi con la Russia”…

Alla luce di ciò, è evidente che al momento la Russia è quella che rischia di più, in tutti sensi. E’ sotto aggressione da venticinque anni, ne hanno progressivamente smantellato tutto il circuito di alleanze, ed oggi la si fa apparire come aggressore (giudizio condiviso da molti “sinistri”, che non riescono ad ammettere che la loro cara Europa, questa volta, non è “inesistente” o in “ritardo”, ma sta conducendo un’aggressione imperialista in piena regola – chissà se nelle liste Tsipras si parla di questo oltre che di voti). Se perde tutta l’Ucraina, la Russia rischia di scomparire sotto la frammentazione che ha già rischiato ai tempi di Yeltsin e da cui stava faticosamente uscendo. Gioca per la vita o per la morte. Ma anche la Cina guarda assai preoccupata all’escalation occidentale, al di là degli interessi economici in Ucraina (affitto di terre). La Cina è l’obiettivo di lungo periodo del nuovo containment statunitense, il pivot to Asia. E non a caso Pechino sta dando un discreto ma sostanziale appoggio a Mosca. Dunque, anche su questo versante, un ulteriore scarto della crisi globale come crisi sistemica. Ma nulla è più garantito neanche per Washington (http://www.infoaut.org/index.php/blog/conflitti-globali/item/8976-kill-kill-kill-for-growth).

Al di là delle dinamiche geopolitiche il punto politico di fondo è che siamo di fronte a chiari segnali di incasinamento sistemico. E i venti di guerra, per quanto siano improbabili precipitazioni immediate tra big player, non sono però più questione di mera rievocazione storica. Gli Usa sembrano oramai strutturalmente incapaci di uscire dalla crisi globale senza rovinare e destrutturare anche stati non marginali per poter approfondire la rapina finanziaria a scala globale. L’Europa deve procedere, se non vuole destrutturarsi e uscire da un gioco che si fa sempre più duro, sulla linea indicata dalla Germania (altro che fine dell’austerity e importazione della ricetta monetaria della Federal Reserve di cui si straparla non solo nei circoli renziani, e passi, ma anche in certa sinistra).

Tuttavia la situazione interna nello stesso Occidente è a rischio crescente di esplosione sociale, mentre in Egitto le mobilitazioni accennano a riprendersi con un carattere più decisamente di classe, il che potrebbe riaprire tutti i giochi. Ma non li risolverebbe di per sé in senso antagonista. Al di là del giudizio che si dà di Maidan (ma vale per Tahrir, Taksim…) è evidente che più si scende nei gironi della crisi e più si accorcia la distanza, diciamo così, tra questioni di classe e dimensioni geopolitiche. Ciò può indurre impotenza nella sinistra antisistemica, che sembra ed è al momento fuori dai grandi giochi. Ma questa impotenza non si supererà se non si inizia a mettere a fuoco il nesso tra lotte immediate, necessariamente “spurie”, e spunti di “programma” che non dall’esterno ma da quelle condizioni e dinamiche sociali possono emergere. È in gioco la capacità di sviluppare autonomia nelle nuove condizioni del capitale globale e delle eterogenee e contraddittorie soggettività in campo. Il nodo di fondo -inaggirabile con escamotage organizzativi- è l’ambivalenza di una domanda radicale e ineludibile di una sfera individuale di desideri e potenzialità, anche attraverso un’azione collettiva, che però si ferma ancora sulla soglia di una propria soluzione autonoma di potere e di costruzione sociale antagonista al mercato, perché ritiene sufficienti le piattaforme di socializzazione offerte dal capitalismo (eventualmente non il proprio ma quello dei paesi più “civili”) che si tratterebbe “solo” di depurare e democratizzare perché si dia effettiva libertà per tutti. Ma inaggirabile è anche il nodo dell’estensione dell’antagonismo di classe in senso internazionale e internazionalista.

da http://www.infoaut.org

 
 
 
 

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