Democrazia Km Zero » Indignati e ribelli Rinnoviamo insieme la democrazia dal basso Thu, 27 Mar 2014 07:07:32 +0000 it-IT hourly 1 http://wordpress.org/?v=4.2.2 Pisa, il Distretto 42 /2014/02/17/pisa-il-distretto-42/ /2014/02/17/pisa-il-distretto-42/#comments Mon, 17 Feb 2014 09:01:02 +0000 /?p=7373

Distretto 42 è realtà. Il Municipio dei Beni Comuni, a Pisa, ha avviato il laboratorio di riconversione urbana nell’ex distretto militare Curtatone e Montanara, in via Giordano Bruno 42.
Spazio di proprietà del demanio, abbandonato e lasciato al degrado da quasi vent’anni che finalmente viene reso alla città e sottratto alle mire speculative sia di questa amministrazione comunale che del demanio.
Da oggi sarà possibile di nuovo godere inoltre di un parco di quasi 8000 metri quadri, rimasto intrappolato per decenni da mura e filo spinato.
Oggi è di nuovo un buona giornata per Pisa.
Domenica 16 febbraio è stato presentato inoltre il dossier “Riconversioni Urbane”: si tratta di un lavoro collettivo che ha visto la partecipazione di urbanisti, giuristi, giornalisti e di quella ampia fetta di associazionismo sensibile al dibattito esistente rigurdo il tema della riqualificazione quale argine politico efficace contro le tentazioni speculative. Un lavoro rivolto e dedicato alla città di Pisa, attraverso cui vorremmo lanciare un messaggio che riguarda prima di tutto il metodo dell’azione del Municipio dei Beni Comuni: studiare, indagare, ricostruire e raccontare.

Il dossier è strutturato principalmente in tre parti.

Nella prima viene analizzato il caso dell’ex distretto militare “Curtatone e Montanara”, facendo riferimento alla sua storia e al cosiddetto Progetto Caserme, ormai di fatto naufragato. Sul progetto e sulle possibilità alternative di riconversione dell’area in base alle contingenze cittadine, si possono leggere i contributi dei circoli locali di Legambiente e Unione Inquilini, e il racconto dell’urbanista Piero Pierotti.

Nella seconda parte il focus si allarga al piano nazionale. Viene evidenziato, infatti, come il caso pisano rientri in un quadro assai più ampio. Viene approfondito il tema del federalismo demaniale dal punto di vista tecnico, con riferimento al Jobs Act, così come dal punto di vista giuridico con il contributo a firma di Alessandra Quarta. Segue poi la lettera di Paolo Maddalena indirizzata direttamente all’agenzia del Demanio con la quale si chiede – e si legittima tale richiesta – che la cittadinanza recuperi e usi i beni demaniali. Tanti sono gli spazi abbandonati, in particolare le ex caserme, patrimoni cittadini che potrebbero – anzi dovrebbero –  essere recuperati a beneficio di tutti, come afferma l’urbanista Paolo Berdini nel suo contributo. Enzo Scandurra mette in luce, da parte sua, come sia necessario restituire alle città luoghi di aggregazione di fondamentale e strategica importanza nello sviluppo dell’urbe. Ma la dismissione delle aree militari, e la possibilità di un loro recupero a uso civile, tocca un altro tema fondamentale, ovvero quello del disarmo, così come esplicitato da Rocco Altieri del centro Gandhi, e da Francesca Pasquato di Assopace, associazioni pisane entrambe impegnate sui temi della pace.

Su questa strada numerose altre esperienze in Italia si sono già mosse o si stanno muovendo. È importante per questo rintracciarle, documentarle e metterle in rete, dalle esperienze di liberazione come nel caso di Bologna, Treviso e Trieste, che già sono attive sul territorio, fino alle esperienze che provano a strutturare percorsi partecipati, connettendo soggetti eterogenei, come accade a Roma con il Comitato per l’uso pubblico delle caserme di Tiburtina, il caso dell’ex Collegio “Costanzo Ciano” a Bagnoli (Napoli), oppure l’associazione Murati Vivi  per Marola (La Spezia).

Nella terza parte viene infine illustrata una prima concreta proposta di riutilizzo dell’ex distretto attraverso le attività storiche del Progetto Rebeldia, e di tutte quelle attività sorte all’interno dell’ex Colorificio Liberato in seno al Municipio dei Beni Comuni. Una progettualità che troverà la sua concretezza attraverso un percorso partecipato in primis con il quartiere, e dunque con l’intera città, integrando le proposte che emergeranno nella nuova cornice.

Il testo integrale del Dossier si trova all’indirizzo

https://dl.dropboxusercontent.com/u/46991322/dossier%20distretto%2042%20finale.pdf

Qui ne pubblichiamo l’introduzione.

 

Desertificazione o rigenerazione urbana?

Sperimentazioni di cittadinanza attiva

di Municipio dei Beni Comuni

Strano vizio quello della divinazione. La previsione del futuro è un’arte individuale, e per questo assai difficile da insegnare, da tramandare. Eppure uno dei criteri fondamentali da perseguire per diventare apprezzabili profeti del proprio tempo, è opporre un rigoroso ‘se’ davanti all’oggetto della propria previsione. Qualcuno – sbagliando – ha detto che la storia non si fa con i ‘se’. Al contrario,

niente è forse più utile di un’ipotesi a posteriori per incrinare il cristallo delle consuetudini, per dilatare lo spettro di un evento, la sua natura profonda e per questo molto spesso nascosta agli occhi di molti. Tanto meglio, poi, se il ‘se’ riguarda il presente a venire, quanto potrebbe accadere.

Si parta allora dalla domanda: che città sarà Pisa tra dieci anni?, e si tenti di rispondere a partire da ipotesi coerenti con la fase che la nostra città sta attraversando. Che città sarà Pisa tra dieci anni, se l’opera di speculazione edilizia avviata da più di un decennio dovesse proseguire senza mutare rotta? Che città sarà Pisa tra dieci anni, se i percorsi di riqualificazione urbana saranno ispirati alla più feroce gentrificazione, come sta accadendo lentamente ma con moto inesorabile?

La risposta, le risposte, sono semplici e articolate allo stesso tempo. Pisa sta mutando volto. Affermazione afflitta da una banalità che sfiora il dramma, se non fosse che una simile mutazione

rende la città vicina a piazze di conflitto mondiali ben più grandi e al centro di interessi ben più onerosi. Quasi fosse un laboratorio ‘in piccolo’ delle odierne devianze del neo-liberismo, nel ristretto territorio occupato dalla città e dalla sua conurbazione è possibile riscontrare un numero interessante – e costante – di fenomeni globali: la riformulazione dell’organizzazione territoriale a partire dalle esigenze dei poteri commerciali forti, la costruzione di nuovi volumi destinati a rimanere disabitati a fronte di una vera e propria emergenza abitativa che affligge il corpo sociale, l’impercettibile ma già evidente colonizzazione del centro cittadino da parte di soggetti speculativi che – loro sì dotati di capacità profetiche – vedono in ciascun immobile abbandonato e degradato, l’occasione di un nuovo e più facile guadagno.

Già da tempo il ‘popolo’ ha lasciato il centro della città di Pisa. Senza voler tentare un’ardua sintesi sui movimenti interni che hanno mutato nell’ultimo secolo il volto di quest’ultima, è sotto gli occhi di tutti come l’onda odierna punti tutta a rinnovare le strutture del centro cittadino, cuore del commercio e di una di nuovo forte industria turistica, dilatando a dismisura il valore degli immobili che sorgono all’interno dell’antica cerchia muraria. Quello che meno di mezzo secolo fa era il fulcro cittadino, luogo della convivenza tra classi lavoratrici e classi abbienti, tra studenti e residenti, si avvicina sempre più a diventare uno spazio d’élite, addizione disorganica di strutture alberghiere, esercizi di ristoro, abitazioni cosiddette ‘di lusso’, la cui realizzazione ha avuto quale

esito inevitabile la desertificazione del centro, che ha visto mutare la propria ‘fisiologia’: da spazio della vita quotidiana, dei servizi al pubblico, della socialità, a spazio destinato all’uso di pochi, luogo di accoglienza per turisti abbienti, ma precluso alla vita dei cittadini relegati ai margini, e non solo in senso simbolico.

Funzioni urbane che da un momento all’altro possono entrare in collisione con le reali esigenze degli abitanti di una città, a maggior ragione in tempi di crisi feroce, quando alla sottrazione di ricchezza si aggiunge quella degli spazi di vita, compresi quelli ricreativi, di necessario scambio socio-culturale. Ecco perché la prima previsione che si può fare con legittima agilità, è quella di una

imminente stagione di lotta. Ecco perché Pisa – intorno a vicende che debbono ancora stagliarsi nettamente sull’orizzonte politico cittadino – sarà l’ennesimo vertice di una figura che comprende

Istanbul, Amburgo, Barcellona, Mosca e tutte quelle capitali del mondo dove le lotte sociali passano prima, e soprattutto, dalla difesa degli spazi vitali contro le logiche dei poteri speculativi, quasi sempre appoggiati più o meno implicitamente dalla mitezza delle amministrazioni.

Partite urbanistiche enormi muteranno per sempre l’assetto cittadino, spostandone non solo il baricentro logistico, ma anche quello simbolico. Progetti come quelli che pendono sull’area

dell’Ospedale Santa Chiara, oppure sul Porto di Marina, percorsi falliti come quello della Mattonaia o della Sesta Porta – solo per citare due vicende che più di altre gridano scandalo –, sono il segno

di una stagione che certo invoca la solida capacità di sollecitare le domande giuste da parte di tutte le cittadine e i cittadini. Domande come: quanti e quali sono gli spazi abbandonati nel centro cittadino che potrebbero cadere vittima di una tentata speculazione? Sono questi gli spazi che la cittadinanza potrebbe veder recuperare per realizzare percorsi di reale concertazione, di ascolto delle esigenze, di costruzione di servizi?

In tal senso, nell’orizzonte attuale non deve mancare certo – ed è l’oggetto stesso del presente dossier – una puntuale osservazione sul destino delle ex caserme, oggetto un tempo di una progettualità avulsa dalle reali esigenze cittadine – nei termini finora qui esposti -, e fallita per ragioni di ovvia impraticabilità economica. Le ex caserme a Pisa sono un polmone di spazio che

non può non suscitare interesse, pietre miliari di una riflessione necessaria sul riuso di simili luoghi. In particolare la ex Caserma “Curtatone e Montanara”, che racchiude più di ottomila metri di

verde urbano – da quasi vent’anni letteralmente precluso alla città –, e che per questo esprime ragioni di interesse più urgenti.

Le domande con cui esplorare il futuro, si diceva in apertura di questa introduzione. Le domande possono – e devono – mutare.

Che città sarà Pisa tra dieci anni, se spazi come quelli dell’ex Caserma “Curtatone e Montanara” saranno restituiti all’uso pubblico, in armonia con le esigenze e la storia di un quartiere come quello di San Martino? Che città sarà Pisa tra dieci anni, se gli spazi degradati e abbandonati cesseranno di essere preda della speculazione e diventeranno luoghi di una aggregazione nuova, che sappia fondare le proprie ragioni nel fertile terreno dell’associazionismo, del pacifismo e dell’ambientalismo? Anche questa risposta, queste risposte, sono assai semplici. Una città più libera, una delle future capitali della riscossa contro la povertà attraverso il riuso e la riqualificazione dell’esistente, finalmente sottratto alla preda del più forte. Il discrimine tra l’eventualità che anche Pisa si trasformi in una ‘città globale’ o che diventi un laboratorio di nuova cittadinanza, è assai labile: nel primo caso le disuguaglianze si sono accresciute, il territorio è frazionato, il centro finanziario della città è il solo oggetto di cura, mentre le periferie sono relegate a un ruolo infimo nel disegno urbanistico d’insieme; nel secondo caso, invece, la città torna a essere il luogo della convivenza, dello scambio, del confronto, il fenomeno della gentrificazione è reliquia ormai di un passato oscuro e repressivo che ha lasciato il passo a una forma di urbanesimo fondato sulla convivenza pacifica, e compatibile, dei gruppi sociali. Insomma uno dei vertici di quell’altro mondo possibile la cui profezia – per restare in tema – ha ispirato gli ultimi vent’anni di lotte mondiali.

Nessuno vorrebbe mai che Pisa diventasse nel tempo come la città di Zoe, descritta da Italo Calvino. Una città in cui in ogni luogo «si potrebbe volta a volta dormire, fabbricare arnesi,

cucinare, accumulare monete d’oro, svestirsi, regnare, vendere, interrogare oracoli», dove «il viaggiatore gira gira e non ha che dubbi: non riuscendo a distinguere i punti della città, anche i punti  che egli tiene distinti nella mente gli si mescolano». Un luogo del mondo sigillato dalla difficile domanda: «ma perché allora la città? Quale linea separa il dentro dal fuori, il rombo delle ruote dall’ululo dei lupi?». Perché la città, dunque? Perché è la formula che più di altre rappresenta il naturale bisogno dei cittadini di convivere, di essere complementari nella sopravvivenza. Sta a noi stabilire i criteri di una simile necessità, sta a noi scegliere se vogliamo vivere in una città globale, o in una città di cittadini.

 

]]>
/2014/02/17/pisa-il-distretto-42/feed/ 0
Lettera agli zapatisti /2014/01/04/lettera-agli-zapatisti/ /2014/01/04/lettera-agli-zapatisti/#comments Sat, 04 Jan 2014 15:49:20 +0000 /?p=7332 di SERGIO RODRÍGUEZ LASCANO

Una lettera agli zapatisti da parte del direttore della rivista Rebeldìa, per il ventesimo anniversario dell’insurrezione del ’94.

Compagn@:

Quasi 20 anni fa, ci svegliammo con la notizia che gli indigeni maya dello stato del Chiapas si erano sollevati in armi contro il malgoverno dell’ineffabile Carlos Salinas de Gortari. A partire da lì, grandi mobilitazioni ed un dialogo non sempre facile si è sviluppato con l’Esercito Zapatista da Liberazione Nazionale.

In maniera fondamentale, una nuova generazione uscì allora per le strade e si identificò con la ribellione zapatista. Furono loro a contrassegnare una buona parte delle mobilitazioni che si realizzarono in quella prima fase della lotta zapatista.

L’insurrezione zapatista del 1° gennaio aveva scosso la coscienza nazionale. Infatti, come disse José Emilio Pacheco: “Abbiamo chiuso gli occhi pensando che l’altro Messico sarebbe sparito se non l’avessimo guardato. Il primo gennaio del 1994 ci siamo svegliati in un altro paese. Il giorno in cui avremmo festeggiato il nostro ingresso nel primo mondo siamo tornati indietro di un secolo fino a trovarci di nuovo di fronte ad una ribellione come quella di Tomochic. Credevamo e volevamo essere nordamericani e ci ha travolto il nostro destino centroamericano. Il sangue versato chiede di porre fine al massacro. Non si può fermare la violenza dei ribelli, se non si ferma la violenza degli oppressori” (José Emilio Pacheco, La Jornada, 5 gennaio).

La sinistra messicana e mondiale in quel momento era in un apparente vicolo cieco. L’11 novembre 1989 cominciarono a cadere, come birilli, le cosiddette “democrazie popolari” (Repubblica Democratica Tedesca, Cecoslovacchia, Ungheria, Bulgaria, Polonia, Romania, Albania). Nel 1991 l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche si “dissolse” e, al di là di quello che ognuno di noi pensava di quel processo, quello che non si può negare è che, in pratica, il suo crollo fece strada all’arrivo di un capitalismo selvaggio guidato dalla mafia criminale.

In America Latina il 25 febbraio del 1990, i sandinisti perdono le elezioni ed inizia non solo il processo di esproprio contro i contadini nicaraguensi e la fine del cooperativismo, ma si sviluppa anche una dinamica di corruzione tra i dirigenti sandinisti. Non avrei mai pensato che uno dei fondatori del sandinismo e figura emblematica della rivoluzione, Tomás Borge, avrebbe realizzato un libro-lode-libello – mascherato da intervista a Carlos Salinas de Gortari – intitolato “Dilemmi della modernità”.

Il 16 gennaio 1992 si firmano gli accordi di Chapultepec che mettono fine alla guerra in Salvador, senza che una serie di richieste centrali del popolo siano state accolte, in particolare, il diritto alla terra. In mezzo a questo processo, il signor Joaquín Villalobos (“dirigente” del FMLN), che già aveva sulle spalle la terribile decisione di uccidere il grande poeta Roque Dalton, consegna il suo AK-47 a Carlos Salinas de Gortari.

Dopo questo, si cercò di riportare tutto nell’ambito istituzionale della democrazia rappresentativa. Tutti promuovevano una sinistra che si limitasse ad essere il cliente impertinente dello Stato capitalista.

In mezzo all’euforia anticomunista e ai discorsi in cui si proclamava la fine della storia e l’arrivo di un nuovo ordine mondiale, qualcuno descrisse bene l’epoca in cui vivevamo e fece un’affermazione che diede senso alla nostra stoltezza: Eduardo Galeano, che scrisse un testo memorabile: “A Bucarest, una gru si porta via la statua di Lenin. A Mosca, una folla avida fa la coda da McDonald’s. L’abominevole muro di Berlino si vende a pezzi, e Berlino Est conferma che si trova a destra di Berlino Ovest. A Varsavia e a Budapest, i ministri economici parlano come Margaret Thatcher. A Pechino pure, mentre i carri armati schiacciano gli studenti. Il Partito Comunista Italiano, il più importante in Occidente, annuncia il suo prossimo suicidio. Si riducono gli aiuti sovietici all’Etiopia ed il colonnello Mengistu scopre improvvisamente che il capitalismo è buono. I sandinisti, protagonisti della rivoluzione più bella del mondo, perdono le elezioni: Cade la rivoluzione in Nicaragua, titolano i giornali. Sembra non esserci più posto per le rivoluzioni, se non nelle vetrine del Museo Archeologico, né c’è posto per la sinistra, salvo per la sinistra pentita che accetta di sedersi alla destra dei banchieri. Siamo tutti invitati al funerale mondiale del socialismo. Il corteo funebre include, come dicono, l’umanità intera.

Confesso di non crederci. Questi funerali hanno confuso il morto”.

(Eduardo Galeano: El niño perdido a la intemperie).

L’insurrezione zapatista del 1° gennaio aprì un nuovo ciclo di confronti sociali. La capacità di trasmettere il loro messaggio, che era ed è quello dei condannati della terra, aprì una breccia per ri-percorrere la strada nella ricerca di una pratica emancipatrice.

Il pensiero libertario zapatista aprì un grande buco nell’edificio ideologico apparentemente solido del potere del capitale, e permise che da lì si esprimessero vecchie buone idee e nuove buone idee.

Tra l’euforia della classe dominante; mentre si levavano coppe di champagne per brindare al nostro ingresso nel primo mondo (il 1° gennaio entrava in vigore il Trattato di Libero Commercio); quando il priismo era consolidato, mentre era riuscito a “scoprire” il suo candidato senza che si verificassero rilevanti spaccature al suo interno; quando le 15 famiglie più ricche del paese festeggiavano la capacità degli strumenti di controllo di dominare i “poveracci” (come era solito definire i poveri lo zar della televisione privata: Emilio Azcárraga Milmo); avvenne l’insurrezione dei popoli zapatisti. Scelsero questa data per dimostrare che la memoria non era stata sconfitta da una modernità escludente.

Né il governo ed i partiti di destra, né la sinistra o i settori democratici, avevano la minima idea che sarebbe successo qualcosa di simile. Sapevamo del rancore che covava, ma non pensavamo che avrebbe potuto esprimersi in questa maniera.

Incominciammo a cercare di capire. Ovviamente, non solo non sempre non capivamo esattamente l’insieme della nuova grammatica della ribellione zapatista, ma molte idee ci erano estranee e, molte volte, le fraintendevamo.

La cosa più importante è che il 1° gennaio fu una boccata d’aria fresca. Uscimmo per le strade non solo per chiedere al governo di fermare la guerra, ma per evidenziare che tutti i proclami alla fine della storia erano, prima di tutto, vuoti discorsi ideologici.

L’idea che NON tutto fosse perduto fu la chiave per comprendere che, alla fine, quella ribellione non era altro che una crepa attraverso cui potevamo vedere che c’erano ancora molte lotte da combattere. Che la storia non solo non era finita, ma era, ancora, una-molte pagine in bianco.

Ora possiamo aggiungere che, per noi, l’insurrezione zapatista non è un’effemeride, un evento che corre il pericolo di essere inghiottito dal carattere onnivoro del capitalismo. Che, nonostante i tentativi dei mezzi di comunicazione, lo zapatismo non fa parte della società dello spettacolo.

Lo zapatismo è stato un processo effettivamente ricco di molti brillanti momenti, ma prima di tutto, è stato un processo ininterrotto di lotte, azioni, esperienze che, concatenate tra loro, hanno costituito una nuova pratica della sinistra del basso.

Dunque, nonostante le volte che commentatori ed analisti – che confondono la loro illusione con la realtà – hanno dato per morto lo zapatismo, questo non solo è andato avanti ma ha continuato a generare nuovi processi sociali.

All’interno, con lo sviluppo dell’autonomia (autentico processo di auto-organizzazione senza paralleli nella storia, per lo meno in maniera tanto profonda e prolungata) e la costruzione di nuove relazioni sociali, cioè, di nuove forme di vita. E verso l’esterno, non cercando di egemonizzare od omogeneizzare né dirigere altri movimenti sociali.

Collocandosi sempre al fianco dei perseguitati, vilipesi e offesi, in particolare, dei più perseguitati, più vilipesi e più offesi.

Non in funzione della difesa in astratto della patria o della nazione, bensì in funzione degli esseri umani che, vivendo in basso ed ancora più in basso, sono considerati prescindibili o semplice carne da cannone che non merita nient’altro che seguire sempre i suoi dirigenti sempre pronti a dire loro quando alzare la mano. Quegli esseri umani che sono l’essenza fondamentale della patria o della nazione.

Se qualcuno domandasse ad uno zapatista: Quali sono stati i tuoi anni migliori? Lui risponderebbe: “Quelli che verranno”. Perché alcune delle cose più importanti che ci ha dimostrato lo zapatismo, è la sua permanente volontà di lotta, la sua capacità organizzativa e la sua convinzione – a prova di tutto, perfino dell’incomprensione di molt@ – che vinceremo.

Se la ribellione zapatista – della quale vogliamo essere complici – non è una data, né un compleanno, né un avvenimento, né qualcosa di pietrificato, dogmatico o finito, allora, è qualcosa che si prepara, si costruisce, si consolida ogni i giorno.

Se altri vogliono darsi per sconfitti perché ritengono che ormai si è persa “la madre di tutte le battaglie”, è un suo diritto. Noi preferiamo la visione che, come dicevano gli studenti francesi del maggio 1968: “questo non è che l’inizio, la lotta continua”.

Molta acqua è passata sotto i ponti dal 1° gennaio 1994. E molti gli attacchi dei signori del denaro, della classe politica e dei suoi palafrenieri, “intellettuali” da strapazzo che fin dal primo giorno furono ingaggiati per una missione impossibile: denigrare con una certa credibilità i popoli zapatisti e il suo esercito. Le penne in divisa si offrirono al miglior offerente, dal libello Nexos fino a quello che oggi è il suo specchio: il quotidiano La Razón. Tutti loro hanno accolto diversi legulei disposti a mostrarsi per quello che sono: mercenari che scrivono con la mano destra e riscuotono con la sinistra.

L’impulso vitale che veniva dal basso fu ascoltato e compreso solo da una parte della sinistra messicana. Quella che non soffre di torcicollo a forza di tenere la testa sempre rivolta a guardare in alto, ad aspirare ad un potere che – benché nessuno di loro se ne sia accorto – non esiste più, è un ologramma.

Da parte nostra, quelli che mantenevamo il progetto ribelle dell’Altra Sinistra, decidemmo, con l’aiuto dell’esempio dei popoli zapatisti, di restare in basso e a sinistra. Ostinati nel costruire un’altra realtà, dove i meccanismi comunitari di auto-organizzazione siano il motore delle trasformazioni pratiche e teoriche. Al fianco di chi vive nelle cantine e ai piani bassi del palazzo capitalista.

Per realizzare questa costruzione fu necessario essere dispost@ a ri-apprendere molte cose, come vedremo più avanti.

********

In questo processo nel quale “l’educatore deve essere educato”, riapprendere è stato fondamentale.

Naturalmente, la strada non è stata facile. Molti paradigmi teorici del pensiero di sinistra sono stati messi in discussione:

a) L’idea di un’avanguardia che guida dall’esterno il movimento sociale.

b) L’idea che la teoria è ad esclusiva dei pensatori universitari.

c) L’idea che la classe operaia sia l’unica classe rivoluzionaria.

d) L’idea che l’importante nel concetto di lotta di classe, sia il secondo elemento e non il primo.

e) L’idea che la diversità e le differenze siano un ostacolo per lottare insieme.

f) L’idea che lo Stato è l’unico strumento utile per cambiare in maniera duratura le condizioni di vita e l’organizzazione sociale del popolo.

g) L’idea che lottiamo per una rivoluzione socialista alla quale si deve firmare un assegno in bianco, lasciando da parte le cosiddette lotte minoritarie (indigene, donne, omosessuali, lesbiche, altri amori, punk, eccetera).

h) L’idea della sinistra – che ha un pensiero unico – che chi non rientra nella sua visione è un nemico.

Di fronte a questa crisi di paradigmi abbiamo cominciato a costruire un pensiero molto Altro. La prima cosa è stata rompere con la convinzione che la politica sia un compito che possono svolgere solo gli specialisti. Che si tratta di un discorso pieno di arcani segreti non adatto alla popolazione in generale.

Un po’ alla volta abbiamo scoperto che esiste un’altra teoria: quella che nasce in seno ai movimenti veri, quelli che non sono rondini che non fanno primavera. Che è lì nelle comunità, nei quartieri, negli ejidos, nei villaggi, dove la gente comincia a riflettere sul significato di prendere in mano il controllo dei propri destini e, a partire da lì, elaborare una teoria prodotta da sé stessi.

Quell’irruzione dei “pedoni della storia”, come dicono i compagni zapatisti, ha messo in crisi più d’uno di quelli che si considerano possessori del pensiero politico, che hanno le “risposte” a tutto quello che accade nel mondo, che è il prodotto di una lettura profonda… dei giornali. Naturalmente, come sempre succede, nessun popolo presta loro attenzione.

Le ed i clandestini della politica, quelli che non hanno ruoli né titoli universitari sono quelli che, già da molti anni, stanno facendo la vera teoria politica.

La grande domanda a coloro che si ritengono organizzazioni d’avanguardia e a coloro che si considerano “creatori di opinione” è sapere se hanno la modestia di ascoltare queste voci. Se sono capaci di abbassare il volume del frastuono che producono le loro teorie quasi sempre prodotto di piani analogici validi per qualunque momento della storia, cioè, per nessuno.

Si impara ad ascoltare solo quando si tace. Sarà possibile che dopo tanti anni di parlare, la sinistra abbia la capacità di tacere ed ascoltare? Le voci che vengono dal basso, anche se di pochi decibel, sono chiare e nitide. È solo questione di abbassarsi un po’ e prestare attenzione.

Ed allora, ci accorgeremo che dal profondo della società messicana, come un fiume, stanno sgorgando un tale livello di idee e pensieri come quelli che oggi vediamo nella Escuelita Zapatista. Se aguzziamo l’udito per guardare dovremo riconoscere che sì, è vero, le nuove generazioni di zapatisti sono molto più lucide e capaci di quelle che fecero l’insurrezione. Le molteplici voci delle basi di appoggio zapatiste ci confermano che, nonostante l’importante sforzo del suo capo militare e portavoce, lui è riuscito a trasmetterci solo un pallido riflesso di quello che stava accadendo in territorio zapatista.

La ricchezza di questa esperienza ci ha fornito nuovi strumenti pratici e teorici. È nostra responsabilità che il loro uso sia fruttifero. Sappiamo che non è stato facile, e siamo lontani dal successo, ma ci stiamo provando, davvero ci stiamo provando. Ed oggi possiamo dire che siamo qua.

Che non ci arrendiamo, che non ci vendiamo, che non rinneghiamo. Che, senza dubbio, ci siamo sbagliati, ma siamo riusciti a preservare il fuoco e separare la cenere. Che questo fuoco oggi è solo una fiamma, o meglio, una fiammella, ma che tutti i giorni è alimentato da due cose: le azioni distruttive del potere neoliberale escludente e rapace che ci obbliga a mantenerci nell’imperativo categorico di eliminarlo, e la volontà incrollabile di quello che siamo.

Ogni giorno con la nostra pratica e pensiero vegliamo su questa fiamma o fiammella che rappresenta la nostra volontà di lottare contro lo sfruttamento, la spoliazione, la repressione ed il disprezzo, cioè, contro l’essenza del capitalismo.

Facciamo nostre le seguenti parole che voi avete pronunciato al festival della Digna Rabia:

Permettetemi di raccontarvi questo: L’EZLN ebbe la tentazione dell’egemonia e dell’omogeneità. Non solo dopo l’insurrezione, anche prima. Ci fu la tentazione di imporre modi e identità. Che lo zapatismo fosse l’unica verità. Ed in primo luogo furono le comunità ad impedirlo, e poi ci insegnarono che non è così, che non si fa così. Che non potevamo sostituire un dominio con altro e che dovevamo convincere e non vincere chi era ed è come noi ma non è noi. Ci insegnarono che ci sono molti mondi e che è possibile e necessario il mutuo rispetto

Quello che vogliamo dirvi, è che questa pluralità tanto uguale nella rabbia e tanto diversa nel sentirla, è la direzione e il destino che noi vogliamo e vi proponiamo

Non tutti sono zapatisti (cosa di cui in alcuni casi ci rallegriamo). Non siamo nemmeno tutti comunisti, socialisti, anarchici, libertari, punk, ska, dark e come ognuno chiami la propria differenza …”

(Stralci del discorso del Subcomandante Insurgente Marcos: “Sette venti nei calendari e geografie del basso”).

Questa concezione ci sollecita a continuare a formulare una risposta. Di seguito daremo alcune idee che vogliono essere solo una riflessione iniziale.

********

“Nella Sesta non diciamo che tutti i popoli indios entrino nell’EZLN, né diciamo che guideremo operai, studenti, contadini, giovani, donne, altri, altre. Diciamo che ognuno ha il suo spazio, la sua storia, la sua lotta, il suo sogno, la sua proporzionalità. E diciamo di stringere un patto per lottare insieme per il tutto e per ognuno. Fare un patto tra la nostra rispettiva proporzionalità ed il paese che ne risulti, che il mondo che nasca sia formato dai sogni di tutti e di ogni diseredato.

“Che quel mondo sia così variopinto che non ci siano gli incubi che assillano chi sta in basso.

“Ci preoccupa che in quel mondo partorito da tanta lotta e tanta rabbia, si continui a considerare la donna con tutte le varianti del disprezzo che la società patriarcale ha imposto; che si continuino a considerare stranezze o malattie le diverse preferenze sessuali; che si continui a presumere che i giovani devono essere addomesticati, cioè, obbligati a “maturare”; che noi indigeni continuiamo ad essere disprezzati e umiliati o, nel migliore dei casi, considerati come i buoni selvaggi che bisogna civilizzare.

“Ci preoccupa che quel nuovo mondo non sia un clone di quello attuale, o un transgenico o una fotocopia di quello che oggi ci inorridisce e ripudiamo. Ci preoccupa, dunque, che in quel mondo non ci sia democrazia, né giustizia, né libertà.

“Allora vogliamo dirvi, chiedere, di non fare della nostra forza una debolezza. L’essere tanti e tanto differenti ci permetterà di sopravvivere alla catastrofe che si avvicina, e ci permetterà di costruire qualcosa di nuovo. Vogliamo dirvi, chiedervi, che quel nuovo sia anche differente”.

(Stralci del discorso del Subcomandante Insurgente Marcos: “Sette venti nei calendari e geografie del basso”).

Che cosa scriveremmo se oggi avessimo la pretesa di dire che cosa ci dimostra l’esperienza zapatista?

Ogni volta che un uomo, una donna, un bambino o un anziano basi di appoggio zapatista parla della sua lotta, della sua autonomia, della sua resistenza, c’è una parola che si ripete con insistenza: organizzazione. Ma come arrivarci? Il problema non si risolve utilizzando la parola come una specie di “apriti sesamo” buona per tutto.

Nemmeno si può semplicemente portare a modello quello che loro stessi ci dicono non essere un modello. Loro l’hanno fatto così, ma ci saranno altri modi.

Se respingiamo il pensiero unico della destra, è impossibile pensare ora di introdurre una specie di pensiero unico della sinistra del basso.

No, si tratta invece di imparare dalle esperienze quotidiane che viviamo. E queste esperienze benché simili non saranno uguali. Ma, ci sarebbe qualcosa che ci permetta di orientarci in questo tortuoso cammino?

Sì, molte cose, per lo meno è quello che pensiamo noi.

a) Metterci sempre al fianco dei condannati della terra.

b) Non guardare in alto, ma nemmeno in basso. Cercare sempre di lanciare sguardi di complicità ai lati, cioè dove apparteniamo, in basso.

c) Privilegiare l’ascolto al discorso. Dare l’opportunità che chi sta in basso parli e ci dica quello che sa.

d) Capire che è inevitabile che dal potere e dai suoi media arrivino linciaggi contro quegli altr@ che stonano, che non si inquadrano né quadrano: contro i ribelli.

e) Sfuggire alla tentazione di guidare i movimenti. Questo provoca sempre una vertigine. Sorge sempre la domanda di come si esprimeranno quelli che lottano, la popolazione che vive in basso, se non c’è chi li guidi. Perché la risposta, molto semplice, comporta una grande complessità accettarla: da loro stessi.

f) Rispettare le forme organizzative che ognuno si dà, benché ci sembrino tortuose e disperatamente lente. Ognuno a modo suo.

g) Non perseguire le congiunture che ci impongono dall’alto, bensì lavorare per creare le nostre proprie congiunture. Muovere le tavole della politica vuol dire non rispettare le regole del “politicamente corretto”. Aspiriamo ad essere “politicamente scorretti”.

h) Lavorare e costruire nella differenza. Generando spazi abitabili dove le donne non siano vessate per il semplice fatto di essere donne. Dove si accettino le diverse preferenze sessuali. Dove non si imponga una religione ma neanche l’ateismo. Dove si promuova l’incontro dei diversi, degli altr@.

i) Dove non ci auto-limitiamo perché la polis è molto più complessa della selva. Molti hanno detto che gli zapatisti possono fare ciò che fanno perché la loro società non è complessa. Che nelle grandi città viviamo in una società complessa che impedisce la possibilità che le persone prendano il controllo del proprio destino. Questo è stato teorizzato sia dalla destra che dalla sinistra. Questo “argomento” contiene due stupidaggini: pensare che i popoli zapatisti formino una società semplice. Chi dice questo non è mai stato in territorio zapatista, dove quasi ogni compagn@ è un municipio autonomo. Semplicemente bisogna ricordare che in una Giunta di Buon Governo convivono compagn@ che parlano fino a quattro lingue differenti. L’altra stupidaggine è sottovalutare i popoli delle grandi città ed espropriarli della capacità di decisione per un problema tecnico: la difficoltà di comunicazione. Dico, questi stessi sono quelli che cantano le glorie di Internet e delle reti sociali.

Infine, queste sono solo alcune idee. Non tutte, e molto probabilmente neanche le migliori.

La questione è che come dice qualcuno: la storia ci morde il collo, dobbiamo voltarci e mordere il collo alla storia. Chiaro, tutto questo fatto con grande serenità e pazienza.

In questo processo sorgeranno molte esperienze dalle quali apprendere. Qui sì “fioriranno cento fiori” che rappresentino cento o più forme di organizzazione diverse. Non ci sono altri limiti se non quelli che ci imponiamo noi stessi.

Nelle parole che ricordiamo de@ compagn@ dell’EZLN durante il festival della Digna Rabia, si trova la cosa fondamentale di quella che sarebbe la buona notizia: Sì, è vero, il popolo unito non sarà mai vinto, ma a patto che sarà sempre nella diversità che si costruisca il grande Noi che questo paese ed il mondo necessita.

Da parte nostra, infine, vogliamo dire che dal 1° gennaio del 1994 abbiamo deciso che il nostro futuro è al fianco dei nostri fratelli e sorelle e compagn@ zapatisti. Che non siamo stati di quelli che hanno voluto semplicemente farsi fare una foto nel momento in cui i mezzi di comunicazione, e quelli che seguono sempre la moda, spiavano i dirigenti zapatisti, in particolare il Subcomandante Insurgente Marcos.

Ed oggi, quasi 20 anni dopo la grande insurrezione e 20 anni dopo da quando abbiamo saputo che la vostra ribellione è anche la nostra, compagn@ zapatisti vi diciamo: siamo qua, qua seguiremo, cercando di camminare con voi, spalla a spalla, come parte della Sexta. Vi diciamo che, effettivamente, anche noi abbiamo un obiettivo molto modesto: cambiare la vita, cambiare il mondo.

Per tutto quanto detto sopra e per molte altre ragioni e non, un gruppo di uomini, donne, bambin@, anzian@, altr@, abbiamo deciso di organizzarci, perché abbiamo capito che la ribellione organizzata è una delle strade, per noi la più importante, che ci porterà dove vogliamo andare.

Non a costruire una strada unica e senza ostacoli, bensì una strada dove incontriamo molt@ altr@ e possiamo lavorare insieme senza che questo significhi dire loro: “venite di qua, questo è bene”. Perché dopo venti anni stiamo imparando che le strade si fanno camminando, nell’azione e non in dibattiti teorici senza radici pratiche.

Dalle visioni zapatiste del mondo, del Messico e della vita, vogliamo generare una cornice comune, un rifugio abitabile alla nostra ribellione, una casamatta che sia un punto di appoggio per continuare col nostro lavoro di vecchia talpa (o meglio: di scarabeo chiamato Don Durito de la Lacandona) che corrode le fondamenta del capitale.

Per questo, noi, ribelli ed insubordinati, esprimiamo la volontà di camminare insieme agli zapatisti ed il desiderio di essere vostri compagn@. Vi diciamo che ce la metteremo tutta e che, effettivamente, nella lunga notte che è stato quello che qualcuno chiama giorno, prima o poi “la notte sarà il giorno che sarà il giorno”.

Fuori non è più notte… già si vede l’orizzonte.

Sergio Rodríguez Lascano

Messico, dicembre 2013

http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2013/12/20/carta-a-nuestrs-companers-del-ejercito-zapatista-de-liberacion-nacional/

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

 

 

]]>
/2014/01/04/lettera-agli-zapatisti/feed/ 0
La ricchezza della dignità /2014/01/04/la-ricchezza-della-dignita-2/ /2014/01/04/la-ricchezza-della-dignita-2/#comments Sat, 04 Jan 2014 15:40:02 +0000 /?p=7326 di LUIS HERNANDEZ NAVARRO *

A vent’anni dall’insurrezione zapatista del primo gennaio 1994, ecco come si vive nelle comunità autogovernate dagli indigeni zapatisti. In un articolo di Luis Hernandez Navarro, giornalista de La Jornada di Città del Messico.

Nella comunità Emiliano Zapata, nel caracol Torbellino de Nuestras Palabras, 30 famiglie zapatiste lavorano in forma collettiva. Possiedono in comune una piantagione di caffè, orti e circa 350 capi di bestiame. I suoi abitanti non ricevono aiuti governativi di nessun tipo, ma il loro livello di vita è molto meglio di quello dei villaggi priisti dei dintorni.

Nella comunità c’è un piccolo negozio comunale i cui guadagni sono destinati alle opere di cui necessita il villaggio. Lì, come in tutte le altre regioni ribelli, le risorse delle cooperative servono per finanziare opere pubbliche come scuole, ospedali, cliniche, biblioteche o condotte per l’acqua.

In tutto il territorio ribelle fiorisce un sistema autonomo di benessere basato su una riforma agraria de facto che privilegia l’uso comunitario di terre e risorse naturali, sul lavoro collettivo e sulla produzione di valori d’uso e in pratiche di commercio equo sul mercato internazionale.

Nelle zone di influenza zapatista si è sconfitta la legge di San Garabato, che impone che i contadini debbano comprare a caro prezzo le merci di cui hanno bisogno e vendere a buon mercato i loro prodotti. Succede spesso che i coyote (intermediari commerciali abusivi) siano obbligati a pagare alle basi di appoggio ribelli per i loro raccolti, bestiame ed articoli artigianali, prezzi più alti di quelli che offrono alle comunità non organizzate. Le cooperative zapatiste hanno acquisito un vero parco di autoveicoli per spostarsi e trasportare la loro produzione.

Nelle comunità ribelli è nata una coscienza ambientale. Si pratica l’agricoltura biologica ed è stato bandito l’uso di fertilizzanti chimici. Si effettuano lavori per proteggere i suoli. C’è una preoccupazione genuina e generalizzata per conservare boschi e selve.

Como segnalano gli autori del libro Lotte molto altre: zapatismo e autonomia nelle comunità indigene del Chiapas: le sfide della sostenibilità nella riproduzione comunitaria sottolinea la tensione tra la necessità di sussistere dentro lo schema socioeconomico esistente ed il progetto di trasformazione di questo schema. Quello che lì si profila è, più che un modello economico zapatista, un processo endogeno e diverso delle priorità delle comunità, come alternativa alla sottomissione alla logica distruttrice del capitale transnazionale.

Nei 27 municipi zapatisti non si beve alcool né si coltivano stupefacenti. Si esercita la giustizia senza l’intervento del governo. Più che sulla punizione, si pone l’accento sulla riabilitazione del trasgressore. Le donne hanno conquistato posizioni e responsabilità poco frequenti nelle comunità rurali.

La rete di infrastrutture comuni di educazione, salute, agricoltura biologica, giustizia ed autogoverno che gli insorti hanno costruito al margine delle istituzioni statali, funziona con la propria logica, plurale e diversa. Le comunità zapatiste hanno formato centinaia di promotori di educazione e sanitari e di tecnici agricoli, secondo la loro cultura e identità.

Tutto questo è stato possibile perché gli zapatisti si governano da se stessi e si autodifendono. Costruiscono l’autonomia senza chiedere permesso in mezzo ad una campagna permanente di contrainsurgencia. Resistono alla perenne persecuzione di 51 distaccamenti militari e di programmi assistenziali il cui intento è creare divisioni nelle comunità in resistenza offrendo briciole.

Tuttavia, alla fine di quest’anno si è scatenata una campagna di diffamazione che sostiene che niente di tutto questo è vero. Falsamente, si dichiara che gli zapatisti oggi vivono peggio di 20 anni fa, che distruggono l’ambiente e che dividono le comunità. Si tratta dell’ultimo episodio di una guerra sporca vecchia quanto la sollevazione stessa.

Le calunnie non reggono. Centinaia di testimonianze pubbliche dimostrano che le accuse contro i ribelli non hanno niente a che vedere con la realtà che i calunniatori diffondono. Per esempio, il pittore Antonio Ortiz, Gritón, è stato nella comunità di Emiliano Zapata tra l’11 ed il 16 agosto di quest’anno, nell’ambito della escuelita zapatista, ed ha documentato l’esperienza vissuta in un commovente racconto diffuso su Facebook. L’ha sorpreso vedere che 30 famiglie indigene possedevano 350 capi di bestiame. Il pittore faceva parte di un gruppo di 1.700 persone che, ad agosto di quest’anno, hanno partecipato alla prima escuelita zapatista.

Vi hanno partecipato anche Gilberto López y Rivas e Raúl Zibechi, i quali, dalle pagine de La Jornada, hanno condiviso le loro riflessioni. Lo stesso ha fatto la giornalista Adriana Malvido su Milenio, e la ballerina Argelia Guerrero su pubblicazioni alternative. Tutti hanno constatato in maniera diretta come vivono, lavorano, si istruiscono, si curano e pensano le comunità zapatiste.

Per quasi una settimana i 1.700 invitati sono stati trasportati, ospitati e nutriti dai loro anfitrioni nelle comunità in cui hanno vissuto. Ognuno è stato accompagnato da un quadro zapatista che rispondeva alle loro domande e dubbi sulla loro storia, lotta ed esperienza organizzativa e traduceva dalle lingue indigene allo spagnolo. Questa esperienza si sta ripetendo questo fine d’anno e si ripeterà all’inizio del 2014.

Un’iniziativa educativa di questa grandezza, che presuppone una pedagogia diversa da quella tradizionale, si può reggere solo sull’esistenza di comunità con una base materiale capace di accogliere gli invitati, di un’organizzazione con la destrezza e disciplina necessarie a realizzare un progetto così ambizioso, e migliaia di quadri politici con la formazione adeguata per spiegare la loro vita quotidiana e la loro proposta di trasformazione sociale.

Dal basso, gli zapatisti stanno cambiando il mondo. La loro vita oggi è molto diversa da quella di 20 anni fa. È molto meglio. Negli ultimi due decenni si sono dati una vita degna, liberatrice, piena di significato, al margine delle istituzioni governative. Non lo stanno facendo in poche comunità isolate, ma in centinaia, distribuite in un ampio territorio. Da questo laboratorio di trasformazione politica emancipatrice c’è molto da imparare e di cui ringraziare. http://www.jornada.unam.mx/2013/12/31/opinion/017a1pol

Twitter: @lhan55

Traduzione “Maribel” – Bergamo

 

]]>
/2014/01/04/la-ricchezza-della-dignita-2/feed/ 0
Rewind 2 /2013/12/26/rewind-2/ /2013/12/26/rewind-2/#comments Thu, 26 Dec 2013 10:56:47 +0000 /?p=7306

REWIND 2:

DELLA MORTE E DI ALTRI ALIBI

Dicembre 2013

“Uno sa di essere morto quando le

cose che lo circondano hanno smesso di

morire.”

Elías Contreras

Professione: Commissione di Investigazione dell’EZLN

Stato Civile: Defunto.

Età: 521 anni e più.

È l’alba, e se me lo domandassero, ma non l’hanno fatto, direi che il problema con i morti sono i vivi.

Perché poi generalmente si scatena la disputa assurda, oziosa e indignante sulla loro assenza.

Quel “io li ho conosciuti-visti-mi hanno detto” è soltanto l’alibi per nascondere il “io sono l’amministratore di quella vita perché amministro la sua morte”.

Qualcosa come il “copyright”della morte, convertita dunque in mercanzia che si possiede, si scambia, circola e viene consumata. Per questo esistono perfino istituzioni: libri storiografici, biografie, musei, effemeridi, tesi, giornali, riviste e dibattiti.

E si cade nella trappola dell’edizione della storia stessa per limare gli errori.

Si usano allora i morti per innalzarsi un monumento su di loro.

Ma, secondo la mia modesta opinione, il problema con i morti è sopravvivergli.

O si muore con loro, un po’ o molto ogni volta.

O ci si aggiudica il titolo di loro portavoce. In fin dei conti non possono parlare, e non è la loro storia, quella loro, che si racconta, ma si giustifica la propria.

O si possono anche usare per pontificare con il noioso “io alla tua/vostra età”. Quando l’unico modo onesto di completare questo ricatto a buon mercato e per nulla originale (quasi sempre rivolto a giovani e bambini), sarebbe concludere con un “aveva commesso più errori di te/voi”.

Dietro il sequestro di questi morti, c’è il culto della storiografia, così di sopra, così incoerente, così inutile. Ovvero, la storia che vale e che conta è quella che sta in un libro, una tesi, un museo, un monumento e negli equivalenti attuali e futuri che non sono altro che un modo puerile di addomesticare la storia del basso.

Perché ci sono quelli che vivono a costo della morte di altri, e sulla loro assenza costruiscono tesi, saggi, scritti, libri, film, ballate, canzoni ed altre forme più o meno eleganti di giustificare la propria inazione… o la sterile azione.

Quel “non è morto” non può che essere solo uno slogan, se nessuno prosegue il cammino. Perché secondo il nostro modesto e non accademico punto di vista, ciò che importa è il cammino non chi lo percorre.

E, approfittando del fatto che sto riavvolgendo questo nastro di giorni, mesi, anni, decenni, domando, per esempio:

Del SubPedro, del señor Ik, della Comandanta Ramona, valgono i loro alberi genealogici? Il loro DNA? I loro certificati di nascita con nome e cognome?

O ciò che vale è il cammino che hanno percorso insieme ai senza nome e senza volto – cioè, senza lignaggio familiare e/o scudo araldico-?

Del SubPedro vale il suo vero nome, il suo volto, il suo stile, raccolti in una tesi, una biografia – cioè, in una bugia documentata secondo convenienza -?

O vale la memoria che di lui esiste nelle comunità che aveva organizzato? Sicuramente i fanatici della religione l’avrebbero accusato, giudicato e condannato per essere ateo, ed i fanatici della razza anche, ma per essere meticcio e non avere la pelle del colore della terra, con quel razzismo al contrario che si pretende “indigeno”.

Ma la decisione di lottare del SubPedro, del Comandante Hugo, della Comandanta Ramona, degli insurgentes Alvaro, Fredy, Rafael, vale perché qualcuno gli mette un nome, un calendario, una geografia? O perché quella decisione è collettiva e c’è chi prosegue?

Quando qualcuno vive e muore lottando, nella sua assenza ci dice “ricordami”, “onorami”, “biasimami”?O ci impone di “proseguire”, “non arrendersi”, “non tentennare”, “non vendersi”?

Voglio dire, io sento (e parlando con altri compas so che non è solo un mio sentimento) che il conto che devo presentare ai nostri morti è che cosa si è fatto, che cosa manca e che cosa si sta facendo per completare ciò che ha motivato questa lotta.

Probabilmente mi sbaglio, e qualcuno mi dirà che il senso di ogni lotta è perdurare nella storiografia, nella storia scritta o parlata, perché è l’esempio dei morti, la loro biografia addomesticata ciò che motiva i popoli a lottare, e non le condizioni di ingiustizia, di schiavitù (il termine reale per definire la mancanza di libertà), di autoritarismo.

Ho parlato con alcuni compagne, compagni, zapatisti dell’EZLN. Certo, non con tutt@, ma con quelli che posso ancora vedere, con i quali posso stare.

C’è stato tabacco, caffè, parole, silenzi, ricordi.

Non è stata l’ansia di durare indefinitamente, bensì il senso del dovere quello che ci ha portati qui, nel bene o nel male. Il bisogno di fare qualcosa di fronte all’ingiustizia millenaria, quell’indignazione che sentiamo come la caratteristica più contundente di “umanità”. Non vogliamo nessun posto in musei, tesi, biografie, libri.

Quindi, nell’ultimo respiro, noi zapatiste, zapatisti, ci domandiamo “mi ricorderanno?”. O ci domandiamo “se cederò di un passo sul cammino?”, “c’è chi lo proseguirà?”.

Noi, quando andiamo sulla tomba di Pedro, gli diciamo quello che abbiamo fatto affinché tutti lo ricordino, o gli raccontiamo quello che si è fatto nella lotta, quello che ancora c’è da fare (sempre manca ciò che manca), quanto siamo ancora piccoli?

Gli rendiamo buon conto se prendiamo il “Potere” e se gli innalziamo una statua?

O se possiamo dirgli “Senti Pedrín, siamo ancora qui, non ci siamo venduti, non tentenniamo, non ci arrendiamo”?

E, a proposito di discussioni…

Il fatto di darsi un altro nome ed occultare il volto, è per nasconderci dal nemico o per sfidare la sua struttura da mausoleo, la sua nomenclatura gerarchica, le sue offerte di compra-vendita truccate da poltrone burocratiche, premi, lodi e lusinghe, club grandi o piccoli di seguaci?

/ sì mio caro, i tempi cambiano, prima il maestro o la maestra – o l’equivalente di mandarino della conoscenza – si corteggiava dedicandogli libri, lusingando le sue parole, guardandol@ con rapimento. Ora si posta nei suoi scritti, si danno “like” nelle sue pagine web, ci si somma al numero di seguaci che cinguettano disordinatamente… /

Voglio dire, ci importa chi siamo? O ci importa quello che facciamo?

La valutazione che ci interessa e colpisce, è quella di fuori o quella della realtà?

La misura del nostro successo o fallimento sta in quello che appare su di noi sui media a pagamento, nelle tesi, nei commenti, nei “pollici in alto”, nei libri di storia, nei musei?

O sta in quanto raggiunto, mancato, consolidato, in sospeso?

E riavvolgendo ancora…

Della Chapis, importa che era credente e cristiana conseguente, o importa che ha vissuto e lottato, con e nel suo essere cristiana, per chi non l’ha mai conosciuta? Certamente i fanatici dell’ateismo l’avrebbero accusata, giudicata e condannata per non professare la religione degli ismoche pretende di monopolizzare la spiegazione e guida di tutte le lotte.

Una volta, dopo avere letto “Il Vangelo secondo Gesù” di José Saramago, la Chapis cercò il letterato e compagno per dirgli non solo che il suo libro non le era piaciuto, ma anche che lei avrebbe scritto la propria versione sull’argomento. Importa se riuscì ad incontrare Saramago, se gli disse questo, se scrisse la sua versione?O importa la sua decisione di farlo?

E di Tata Don Juan, vale solo per i suoi cognomi “Chávez Alonso”, il suo sangue purépecha, il cappello che lo copriva e lo mostrava, come se indossasse un passamontagna? O vale anche per le strade in diversi continenti che hanno avuto l’onore del suo passo originario?

Le bambine ed i bambini assassinati nell’Asilo ABC, ad Hermosillo, Sonora, Messico, che hanno avuto appena una brevissima biografia, valgono per il numero di righe ed i minuti a loro dedicati sui mezzi di comunicazione? O valgono per il sangue che sangue e vita ha dato loro, e che ora si impegna con degna ostinazione e vuole giustizia? Perché quei bambini e bambine valgono anche ora, benché assenti, per i padri e le madri che sono partoriti con la loro morte.

Perché la giustizia, amici e nemici, è anche impedire che si ripeta l’ingiustizia, o che cambi nome, faccia, bandiera, alibi ideologico, politico, razziale, di genere.

-*-

Voglio dire, noi (ed altr@ come noi, molti, molte, tutt@) lottiamo per essere migliori ed accettiamo quando la realtà ci dice che non ci siamo riusciti, ma non per questo smettiamo di lottare.

Perché non è che qua non onoriamo i nostri morti. Lo facciamo. Ma lo facciamo lottando. Tutti i giorni, a tutte le ore. E così fino a che guardiamo il suolo, prima allo stesso livello, poi verso l’alto, coprendoci con il passo compagno.

-*-

Infine, le pagine si allungano e con esse cresce anche la certezza che tutto questo non importa a nessuno, che non è trascendente, che non è quello che la-Nazione-il-momento-storico-la-congiuntura chiede, che è meglio raccontare una storia… o scrivere una biografia… o innalzare un monumento.

E delle 3 cose, sono fermamente convinto che l’unica che vale la pena è la prima.

Quindi vi racconterò, così come me l’ha riferita Durito, la storia del Gatto-Cane (attenzione: adesso sì leggete “Rewind 3”).

Bene. Salute e, dei morti, guardate soprattutto la strada che il loro passo ha percorso, che ha ancora bisogno di passi che la percorrano.

Il Supmentre si sistema il passamontagna con macabra civetteria.

P.S. CHE PRENDE POSIZIONE IN UN DIBATTITO DI REALE ATTUALITÀ.– “I videogiochi sono la continuazione della guerra con altri mezzi”, sentenzia Durito. Ed aggiunge:“Nella lotta millenaria tra i fanatici del PS e della Xbox può esserci solo un perdente: l’utente”. Non ho osato chiedergli a che cosa si riferisse, ma suppongo che più di un@ capirà.

P.S. TROPPO LUNGO PER STARE IN UN “TWIT” (deve essere per l’ammontare della fattura). -L’autonominato “governatore” del Chiapas, Messico, ha solennemente dichiarato che la sua amministrazione “ha stretto la cinghia” con un programma di austerità. A dimostrazione della sua decisione, si è bevuto più di 10 milioni di dollari per una campagna pubblicitaria nazionale tanto massiccia e costosa quanto ridicola… e illegale. Ma siccome alcuni media hanno avuto la loro fetta di torta, “l’imberbe”, “inesperto” e “immaturo”impiegato di un affare che non è né partito, né è verde, né è ecologista, né è del Messico (beh, né lui è governatore, quindi non c’è motivo di soffermarsi sui dettagli) è ora sulle pagine della stessa stampa che lo attaccava per essere un “bamboccio”, un “uomo di Stato” che non spende per la sua promozione personale, ma per “attrarre turismo in Chiapas”. Sì mio caro, già le agenzie turistiche lanciano il pacchetto “Conosci il Güero Velasco”,“all included”,accompagnato da un “kit” con paraocchi per non vedere i gruppi paramilitari, né la miseria e il crimine che pullulano nelle principali città chiapaneche (Tuxtla Gutiérrez, San Cristóbal de las Casas, Comitán, Tapachula, Palenque), in uno stato dove si suppone che i poveri siano gli indigeni, non i meticci. Se il ladrone, Juan Sabines Guerrero, pagò milionate ai media per simulare un governo dove c’erano solo razzie, l’attuale “junior” della politica locale paga di più perché ha imparato dall’attuale titolare dell’Esecutivo Federale (credo si chiami Enrique Manlio Emilio… no? Vedete lo svantaggio di non avere un account twitter?) che si può passare da un’indagine giudiziaria alla lista di candidati alle presidenziali del 2018, con solo poche decine di milioni di dollari, un buon Photoshop e una telenovela rosa.

P.S. DI CONGIUNTURA REITERATA. – Permetta, signora, signore, signorina, bambino, bambina, altroa. Mi permetta, alla fine impertinente, di non lasciarle chiudere la porta e restare solo, sola, a ruminare la sua frustrazione e cercare responsabili, come si infuria chi ha un altare fisso e un idolo variabile. E se non metto il piede per evitare che lei chiuda la porta e resti in salvo nel suo castello di dogmi, ma, invece, metto il naso dove non devo, lo attribuisca al mio naso, già di per sé impertinente in volume e forma. Suvvia, mi permetta di interrompere il suo odio represso, secco, sterile, inutile.

Venga, si calmi, si sieda, respiri profondamente. Sia forte e si comporti con studiata sensatezza, come quelle coppie che si separano“da persone mature” benché muoiano dalla voglia di spaccare la testa alla suddetta… o suddetto (non dimenticare l’equità di genere).

Dunque, quando ottenete qualcosa è solo grazie al vostro sforzo? Però, quando mietete una sconfitta, allora si democratizzano le responsabilità… e vi autoescludete. “I fiori sono una farsa”, hanno sentenziato. “Non si accettano incappucciati”, hanno decretato (e nemmeno pensare di presentare un reclamo alla CONAPRED per discriminazione nel modo di vestire). “Soltanto noi soli trionferemo e la Nazione ci sarà eternamente grata, i nostri nomi compariranno nei libri di testo, congressi, statue, musei”,si sono entusiasmati anticipatamente.

Poi è successo quello che è successo e, come prima, ora cercano chi incolpare del fallimento di questa lotta di sopra. “È mancata l’unità”, dicono, ma pensano “è mancato che si sottomettessero alla nostra guida”.

La razzia truccata da riforma costituzionale non è cominciata con questo governo. È iniziata con Carlos Salinas de Gortari e la sua riforma dell’Articolo 27. L’esproprio agrario fu “coperto” allora dalle stesse menzogne che ora avvolgono le malchiamate riforme: ora la campagna messicana è completamente distrutta, come se un bombardamento atomico l’avesse spianata. E succede ormai col totale delle riforme. La benzina, l’energia elettrica, l’educazione, la giustizia, tutto sarà più caro, di peggiore qualità, più scarso.

Prima di questo e ancora prima delle attuali riforme, i popoli originari sono stati e sono spogliati dei loro territori, che sono anche della Nazione. L’oro liquido moderno, l’acqua e non il petrolio, è stato rubato senza che questo richiamasse l’attenzione dei grandi media. Al furto del sottosuolo, tanto chiaramente denunciato nella Cattedra Tata Juan Chávez Alonso dal Congresso Nazionale Indigeno, sono state dedicate poche righe svogliate sulla stampa a pagamento che oggi lamenta che IL POPOLO, questa entelechia così politico mediatica, non faccia niente per frenare il furto legalizzato e illegittimo chiamato “riforma energetica”. La razzia è quotidiana e in ogni luogo. Ma è solo ora che si dice che la Patria è stata tradita.

Ed ora lei, che è stato sordo, si indigna perché non l’ascoltano né la seguono.

E dice che non si fa niente perché non vede niente. Dice e si dice: “vale quello che faccio IO o quello che si fa sotto la mia tutela, nel mio calendario e nella mia geografia. Il resto non esiste perché non lo vedo”.

E come potrebbe vedere qualcosa se usa i paraocchi che il Potere le regala?

Solo adesso scopre che lo Stato non solo rinuncia ad essere un ammortizzatore nell’uragano di razzie che è il Neoliberismo, ma che, in aggiunta, si getta rapido a disputarsi le briciole che il vero Potere gli lancia?

Guardi, il mondo è tondo, gira, cambia. E a poco o niente può servirle questo catalogo di evidenze duali: sinistra e destra, reazionario e progressista, antico e moderno, e sinonimi e antonimi tanto di moda nella politica di sopra.

Guardi, il fatto è, semplicemente, che il suo pensiero è decrepito.

Ed ha cominciato a perdere nel momento stesso in cui ha deciso di abbracciare quello di sopra (usando il vecchio trucco – che ora le si ritorce contro – di destra-sinistra-progressista-reazionario, di inventarsi alibi e vestirli delle stesse parole che oggi la intrappolano), dimenticando che quelli di sopra non accettano abbracci, ma genuflessioni.

No, non è che lei non abbia idee e bandiere. È solo che sono a brandelli. Non importa di quanta modernità siano ammantate, né quante parole altisonanti si dicano attorno ad esse, né quanti twit le ripetano, né quanti “like”e commenti raccolgano.

Lei, che si aspettava un proclama, il sangue anonimo versato, bellicosi squilli di tromba, le otto colonne, le immagini col sangue offerto sull’altare della Patria, voi, e solo voi, dovrete redimervi.

/ No mio caro, se le dico che lo zapatismo non è più quello di prima, si ricorda come quasi 20 anni fa ci emozionavamo con le immagini dei morti anonimi che non avevano né volto né nomi, tanto lontani, tanto indigeni, tanto chiapanechi? / Certamente, Ocosingo è in Medio Oriente? / Ah, e le loro iniziative, così brillanti quando c’era un palco per noi. / D’altra parte, chi può prendere sul serio chi rifiuta di iscriversi alla mobilitazione o al movimento (attenzione: non è la stessa cosa, imparate a differenziare) di moda? O analizzarla, classificarla, giudicarla, archiviarla? / Di fatto, sono finiti, non invitano più nemmeno la stampa alle loro celebrazioni, che cosa possono celebrare che non sia la nostra assoluzione o condanna? / Ah, ma quello che non perdoneremo mai a questi zapatones, non è solo che non siano morti tutti – e con ciò ci avrebbero negato il diritto di amministrare le loro morti nel lungo labirinto dei mausolei, delle ballate, dei “non sei morto compagno, la tua morte sarà amministrata” -, ma che anche le loro morti li abbiano resi tanto… tanto…tanto ribelli /.

E niente, invece di questo… post scriptum!

So che non le importa, ma per le incappucciate e gli incappucciati di qua, la lotta che vale non è quella che si è vinto o perso. È quella che prosegue, e per essa si preparano i calendari e le geografie.

Non ci sono battaglie definitive, né per i vincitori né per i vinti. La lotta proseguirà, e chi ora si delizia nel trionfo vedrà il suo mondo crollare.

Per il resto, non si preoccupi. Lei non ha perso niente perché non ha affatto lottato realmente. La sola cosa che ha fatto è delegare ad un altro il conseguimento del monopolio di una vittoria che non arriverà.

Quello di sopra cadrà, senza dubbio. Ma il suo crollo non sarà il prodotto di una lotta monopolizzata, escludente e fanatica.

Se vuole, continui a tirare da sopra, festeggerà ogni piccolo movimento del monolite, ma la corda si spezzerà continuamente.

Le statue e gli autoritarismi si abbattono dal basso, in modo che non rimanga il basamento per un nuovo busto che sostituisca il precedente.

Nel frattempo, ed è la mia umile opinione, la sola cosa che vale la pena fare là in alto è quello che fanno gli uccelli: cagare.

Vale, di gelato di noce, anche se fa freddo.

Il Sup che si prepara per…

………………………………………………………………….

Guarda e ascolta i video che accompagnano questo testo.

Del gruppo iberico di Rock Punk Arzua25, il pezzo “Zapatista”, del disco“Bienvenido a la Resistencia”. http://www.youtube.com/watch?v=1-jbz_V3y_8&feature=player_embedded

Il gruppo SKA-FE, dalla Colombia, la canzone “Muerte a la Muerte”. ¡Brincooooolín!http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=XTkQGEabRIE

Della serie “Come avrebbe dovuto finire”, i finali alternativi a “Batman, il cavaliere della notte”. Video dedicato alle/ai mascherat@ “cattiv@” (che non sono ben accett@ alle mobilitazioni“trascendentali”), come Gatúbela e Bane (con i passamontagna invertiti e l’eccellente dizione). http://www.youtube.com/watch?v=cfovSTI1csI&feature=player_embedded

Dell’immortale Cuco Sánchez, “No soy monedita de oro”, che parla da sé. http://www.youtube.com/watch?v=6sEnPI1XBk8&feature=player_embedded

Comunicato originale(Traduzione “Maribel” -Bergamo)

 

]]>
/2013/12/26/rewind-2/feed/ 0
Il giardino di Mandela /2013/12/06/il-giardino-di-mandela/ /2013/12/06/il-giardino-di-mandela/#comments Fri, 06 Dec 2013 15:53:56 +0000 /?p=7288 di ARIEL DORFMAN *

Non riesco a ricordare bene la prima volta che ho saputo dell’esistenza di Nelson Mandela. Potrebbe essere stato nel 1962, quando il futuro presidente del Sud Africa fu condannato all’ergastolo nella roccia spoglia di Robben Island. Pitrebbe essere stato allora, ma non lo fu.

Ero a quel tempo un giovane di vent’anni che, come tanti della mia generazione in Cile, predicava la rivoluzione. Grazie al minimo pretesto locale, nazionale o internazionale scendevo, con altri studenti, nelle strade di Santiago per chiedere giustizia contro un vento e una marea di poliziotti armati. E tuttavia, in quella moltitudine di proteste ce ce ne fu una, che io ricordi, che fosse organizzata per chiedere la liberazione di Mandela. Capivamo, con una lucidità nebbiosa, che l’apartheid del Sud Africa era un flagello razzista, il sistema più disumano e crudele nel mondo, ma la loro lotta era solo un bagliore lontano a confronto con l’urgenza di una America latina impoverita e ardente. Nemmeno durante i tre anni della presidenza di Salvador Allende – il cui programma di liberazione nazionale avrebbero potuto essere stato modellato sulla Freedom Charter dell’African National Congress – la figura di Mandela richiamò la mia attenzione.

Fu solo nel 1973, quando il colpo di stato militare contro Allende mi gettò nell’esilio, mi lasciò senza ancoraggio né paese, che il nome di Mandela cominciò a diventare una sorta di casa e rifugio, un bagliore di speranza che mi incoraggiò nei giorni dello sradicamento con il suo esempio di feroce e tenera lealtà. Il cui significato crebbe ancor più a causa della contorta collusione tra i due regimi canaglia, quello di Pinochet e quello di Vorster e Botha, che si scambiavano medaglie e ambasciatori ed esportazioni (compresi armi e gas lacrimogeni). Queste dittature affratellate nella loro ossessione di eliminare ogni ribellione, ogni dissidenza, fecero crescere ancora di più la mia identificazione con il destino di Mandela, fecero sì che sentissi, io come molti che cercavano un mondo più decente e incorruttibile, che la loro lotta era mia, era la nostra.

Nonostante questo, bisognò che il Cile recuperasse la sua democrazia, nel 1990 – lo stesso anno in cui Mandela finalmente emerse trionfalmente dal carcere – perché cominciassi a capire che quell’ex prigioniero politico era qualcosa di più di un simbolo o una eco. In un momento in cui Sud Africa e Cile e molti altri paesi affrontavano i dilemmi turbolenti di una transizione alla democrazia, in cui ci chiedevamo come affrontare i terrori del passato senza essere ostaggi dell’odio che quel passato continuava a generare, fu Mandela Abbiamo a farci da modello e da guida. Ottenendo che la sua patria si sbarazzasse pacificamente dell’apartheid, negoziando con i suoi nemici e mantenendo, tuttavia, la sua dignità incrollabile, ci diede, ai molti che avevano combattuto per decenni contro l’ingiustizia, una lezione fondativa. Dovevamo imparare che può essere eticamente più complicato navigare nelle tentazioni e nelle sfumature della libertà che tenere alta la testa e il cuore che batte forte in mezzo di una oppressione che separa, senza ambiguità, il bene dal male.

Ammirevole quet’uomo che, pur avendo trascorso quasi trenta anni in carcere, forse proprio perché ha trascorso così tanto tempo convivendo con i suoi più acerrimi avversari, si rese conto che la riconciliazione è possibile, sempre, ci ha avvertito che non si tradisce la memoria, purché si pretenda il pentimento altrui. Più che ammirevole. Perché, proprio quando pensammo che non lo si poteva adopare di più, giusto allora decise di non rendere eterna la sua presidenza. Ha deciso di dare un esempio di integrità e di fiducia nella democrazia. Uno degli uomini più popolari del pianeta e un idolo nel suo paese preferì non concentrare tutta il potere sulla sua persona, preferì preparare il suo paese all’inevitabile momento della sua scomparsa.

Quel momento ora è giunto.

Ora dovrò il mondo, e soprattutto il Sud Africa, mettersi in marcia verso un futuro incerto senza la sua presenza prodigiosa, ciò che oserei chiamare la sua luce nelle nostre tenebre.

Ed è ora, naturalmente, che Mandela coimcerà a diventare per non sempre più pericolosamente leggendario. Se non potè difendersi in vita da una santificazione insensata, come potrà riuscoire da morto che lo si tratti, molto semplicemente, come un essere umano in carne ed ossa, qualcuno che, come tutti gli esseri nel nostro universo, nasce e mangia, mangia e ama, ama e muore?

Vorrei, quindi, in questo istante doloroso in cui Mandela comincia a sfuggirci in discorsi e encomi, i panegirici e le maldicenze, i monumenti e le statue, riscattare quell’uomo reale, tangibile, corporeeo.

Ho avuto la fortuna di incontrare Madiba (il suo nome tribale) il 28 luglio 2010, quando andai in Sud Africa per fare la Mandela Lecture, una conferenza che si pronuncia ogni anno in suo onore. Quando mi diedero l’invito – il primo a un latinoamericano e a uno scrittore – i miei ospiti mi dissero che Mandela avrebbe ricevuto me e mia moglie Angelica per il pranzo, a condizione, naturalmente, che non fosse malato. Risultò che la sua salute non permetteva tali svaghi, ma potemmo stare insieme per un’ora nella sede della fondazione che porta il suo nome. Sarebbe stato uno degli ultimi incontri di Mandela con uno straniero, qualcuno che non apparteneva al suo entourage più stretto.

Mi colpì la sua fragilità, la lenta precarietà dei suoi movimenti, la fermezza della sua mano quando strinse la mia, il modo in cui il suo viso si trasformava, come un sole all’alba, quando sorrideva. E i suoi più grandi sorrisi erano per Graça Machel, la sua seconda moglie, che lo ha curato in età avanzata, alla quale dobbiamo che un uomo tanto maltrattato in carcere sia sopravvissuto fino a 95 anni.

Di cosa parlammo? Di Allende, certo. E degli attacchi xenofobi contro gli stranieri che sono, secondo Mandela, una vergogna nazionale. E delle sue speranze per il Sud Africa.

Tutto questo era prevedibile.

Lo speciale arriva quando parla di suo padre e sua madre. Come tutti gli uomini in età avanzata, vive una gran parte di ogni giorno in un lontano passato e, questa volta, a causa di una conversazione sul suo compleanno, egli parla di un incidente in cui suo padre picchiò la madre, una degradazione non è citata in nessuna delle sue biografie.

All’improvviso, appare un altro Mandela. Qualcuno che ama suo padre, ma lo critica. Qualcuno che ama sua madre, ma è in imbarazzo per la sua disgrazia. Qualcuno che, molto prima di essere il grande protagonista che ha salvato il suo paese e ha offerto un esempio morale inseguagliabile alla nostra specie deragliata, è stato un bambino, piccolo e indifeso, che si rendeva conto di come l’ingiustizia inizia sempre con i più piccoli atti, i più apparentemente inconsistenti. Un bambino che vede l’attacco contro sua madre – o che magari gli viene raccontato, forse è avvenuto prima della sua nascita, non era evidente nel suo racconto – e si chiede, di fronte alla vastità desolata del continente africano, perché esiste il dolore, si interroga su un mondo autoritario che sembra immutabile, e che tuttavia, ha bisogno di essere cambiato, ha bisogno di essere migliore.

Questo è il Mandela che voglio ricordare.

Quello che visse giorno dopo giorno il suo terribile secolo e non usc+ cambiato in peggio dalla sua prigionia.

Quello che coltivò un giardino in carcere.

Godeva piantando e seminando sotto la pioggia e sotto il sole, sapendo che, così come esercitava un controllo minimo su quel fazzoletto di terra, poteva allo stesso modo controllare la sua dignità e i suoi ricordi e la lealtà con i suoi compagni. Quello che condivideva la frutta e la verdura con gli altri prigionieri, ma anche con i carcerieri, prefigurando il tipo di nazione che desiderava e sognava.

E’ così che voglio ricordare Madiba.

Come un giardino che cresce, così come cresce la memoria. Come un giardino che cresce come dovrebbe crescere la giustizia. Come un giardino che ci riconcilia con l’esistenza e la morte e le perdite irreparabili. Come un giardino in crescita, come cresce Mandela dentro noi tutti, nel mondo che egli ha contribuito a creare e che dovrà trovare a tentoni un modo di essergli fedele.

* Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano argentino Pagina12 (http ://www.pagina12.com.ar/diario/elmundo/4-235122-2013-12-06.html). Ariel Dorfman, nato in Argentina, cittadino cileno e degli Stati uniti, già consigliere culturale di Salvador Allende, è saggista e scrittore. La traduzione dallo spagnolo è a cura di DKm0.

 

]]>
/2013/12/06/il-giardino-di-mandela/feed/ 0
Ad oltranza contro Renzi /2013/12/06/ad-oltranza-contro-renzi/ /2013/12/06/ad-oltranza-contro-renzi/#comments Fri, 06 Dec 2013 09:20:39 +0000 /?p=7282 di DKM0

Una cosa interessante, a proposito dello sciopero ad oltrazna dei lavoratori di Ataf, l’azienda dei trasporti di Firenze, arrivata al secondo giorno di sciopero totale, incluse le “fasce di garanzia” (tanto che il prefetto ha inutilmente precettato i lavoratori), è che di questa vicenda non vi è traccia, la mattina di venerdì 6 docembre, sulla home page del sito di Repubblica. Vi compare invece Matteo Renzi, sindaco della città e candidato alle primarie del Pd, domenica 8, che – parlando già da segretario del Pd – propone nuove leggi elettorali, abolizione del senato, ecc. Certo, la vicenda è imbarazzante, per uno che, mentre a Genova i lavoratori del trasporto pubblico erano in sciopero ad oltranza (anche quello fiorentino potrebbe durare a lungo), disse che lui, a Firenze, aveva privatizzato l’Ataf senza proteste né danni per i cittadini, anzi – come ripete su Twitter il comune di Firenze, facendo della comunicazione istituzionale un mezzo di propaganda, migliorando servizi e tariffe. Tutte bugie, dicono i lavoratori dell’Ataf. Qui sotto pubblichiamo un loro comunicato che spiega quale sia il problema dell’Ataf privatizzata (che ora si vuole segmentare in cinque diverse società). E d’altra partre, dal 5 al 7 dicembre a Firenze, oltre alla protesta dell’Ataf, vi sono altre manifestazioni, ad esempio dei senza casa, ma anche dei No Tav che si oppongono al costosissimo e inutile e dannoso tunnel Tav sotto la città, dei comitati per l’acqua pubblica contro Publiacqua, società a sua volta privatizzata : proteste coordinate, organizzate insieme da questi diversi segmenti di cittadini.

Qui pubblichiamo il comunicato della Rappresentanza Sindacale Unitaria di Ataf e quello dei coordinamento della protesta di questi tre giorni. L’evolvere della situazione la si può seguire su altracitta.org, il sito del fiorentino “giornale delle periferie”.

Ecco il comunicato dei lavoratori Ataf

L’assemblea dei lavoratori ATAF riunitasi a partire dalle ore 4 di oggi 5 dicembre 2013 ha ritenuto necessario proseguire la discussione per individuare delle soluzioni alla disastrosa situazione del trasporto fiorentino aggravatasi dopo la scelta dell’amministrazione comunale di privatizzare l’azienda e dall’intenzione confermata dal nuovo gestore privato di disdettare tutta la contrattazione aziendale oltre a voler dividere ATAF fra i tre soci proprietari.

Per la terza volta, i lavoratori vedono disdettare gli accordi maturati con decenni di contrattazioni per giungere ad un rapporto peculiare per la città fiorentina. La recente abitudine con la quale i nuovi “managers” intendono condurre le trattative sindacali, imbatte oggi contro la dignità dei lavoratori ATAF che rifiutano di farsi ricattare.

Il tentativo di dividere la società ATAF Gestioni dimostra invece l’ennesimo paradosso, proprio a poche settimane dalla presentazione del bando per costituire l’azienda unica regionale. Ma si sa… “divide et impera”. E non certo in nome del bene comune.

I lavoratori, che da anni compiono inutili sacrifici sulla loro pelle per recuperare i danni creati dalle malagestioni precedenti, ritengono che il problema debba assumere una valenza politica, poiché è impensabile che i tranvieri possano accollarsi la mancanza di finanziamenti al trasporto che da anni i vari governi hanno stabilito, oltre a farsi carico dei continui aumenti dei costi del gasolio, delle assicurazioni e delle parti di ricambio e di tutte le materie prime necessarie a svolgere il servizio.

L’arroganza e la superficialità con cui l’amministrazione comunale ha scelto di privatizzare l’azienda di trasporto fiorentino altro non esprime che la sua incapacità ad affrontare i problemi per risolverli preferendo liquidarli a qualsiasi privato che sia disposto a liberare la politica da qualsiasi impiccio.

Nessuna scelta strutturale sulla città, come ad esempio le corsie preferenziali, è stata presa per facilitare l’uso dei mezzi pubblici per rendere concorrenziale il trasporto pubblico rispetto a quello privato. Anzi, con l’obbligo imposto al gestore privato di pagare per milioni di euro l’affitto dei depositi comunali dove vengono parcheggiate le vetture, l’amministrazione comunale ha strozzato ogni possibilità di risanamento, lasciando al nuovo proprietario libertà di recuperare tali costi sull’unica voce disponibile ovvero il costo del lavoro.

Il ridicolo rifacimento del manto stradale limitato solo alle strade in cui si sono svolti i campionati del mondo, mostrano chiaramente lo stile con cui si vuole ingannare chi è un utente della strada. Già si intravedono a solo tre mesi di distanza, i primi segni di sfaldamento dell’asfalto. I tranvieri ci vivono su queste strade e pagano le conseguenze sulla loro salute per le continue buche che i fatiscenti autobus non riescono ad ammortizzare. Lo stesso stile che ha ideato la riverniciatura dei mezzi per illudere i cittadini di un avvenuto rinnovamento del parco veicoli.

Il trasporto pubblico quindi non può e non deve sottostare alle leggi del mercato essendo un bene comune ma deve perseguire razionalizzazioni e riorganizzazioni al fine di rendere l’azienda efficiente e al pieno servizio di ogni cittadino. I tranvieri fiorentini in tutti questi anni hanno più volte sottoscritto accordi con le dirigenze e tutti gli enti preposti senza che nessuno di questi abbia mai mantenuto fede alla loro parte di impegno.

Gli autisti in particolar modo, si sono fatti sempre carico anche degli altri settori in cui volutamente dalle dirigenze non è mai stata posta mano per una ristrutturazione. Ad oggi, ad un anno esatto dall’ingresso del privato, non è mai stato presentato alcun piano industriale, nessun progetto, se non quello di ridurre il personale anche con trasferimenti “obbligati” in altre aziende fuori regione, nonostante la carenza cronica di autisti che comporta un ricorso allo straordinario medio giornaliero del 25%.

Le recenti imposizioni che hanno creato condizioni di lavoro non più sopportabili dall’intero settore autista hanno oltrepassato i limiti di sicurezza e di stress che la stessa Medicina del Lavoro con sue indicazioni aveva invitato a non oltrepassare e soprattutto sono stati violati i limiti di dignità umana non concedendo neanche il diritto ad espletare i naturali bisogni fisiologici se non dopo 4,5 ore di guida consecutiva per un tempo massimo di 15 minuti comprensivo dei ritardi accumulati a causa del traffico. Il rispetto di ogni lavoratore e lavoratrice (circa 70 donne autista) che ogni giorno devono “arrangiarsi”, non può più venire meno.

Oggi, a forza di tirare la corda, si è rotta.

Non lasceremo morire il nostro lavoro e la nostra salute.

Chiediamo a tutti i cittadini di esserci al fianco nonostante oggi sia anche per loro una giornata di grande disagio. I valori di dignità, di rispetto di ogni lavoratore non possono soccombere a chi fa della politica il proprio tornaconto personale.

L’Italia ha bisogno di procedere in un verso giusto. Se questo è il nuovo che avanza…, troverà la risposta di tutti gli uomini e le donne di buonsenso.

Per questi motivi, i lavoratori proseguiranno la discussione in assemblea permanente.

Firenze 5 dicembre 2013

Ed ecco quello del Comitato contro la privatizzazione Ataf, Comitato No tunnel TAV, Movimento lotta per la casa, Coordinamento comitati ATO toscana centro, perUnaltracittà e Spazi Liberati.

IL 5, 6 e 7 dicembre sono tre giornate importanti per chi in questi anni a Firenze e nei comuni limitrofi si è battuto per contrastare le scelte attuate dalla giunta Renzi e dal Pd locale, scelte caratterizzate da una generale mancanza di idee e costantemente appiattite sugli interessi dei gruppi privati.

Giovedì 5 dicembre in Viale dei Mille 115 le lavoratrici e i lavoratori di Ataf scioperano per 24 ore per opporsi alla scomparsa dell’azienda storica della mobilità cittadina decisa dal Comune di Firenze. Come è noto, grazie alla giunta Renzi, Ataf è stata privatizzata e si avvia verso lo spacchettamento in tre diverse aziende senza un piano di sviluppo del trasporto pubblico e nell’incertezza del futuro dei lavoratori. Ribadiamo la necessità di abbandonare il costoso e inutile progetto del sottoattraversamento TAV e destinare le risorse ad un sistema di trasporto pubblico di qualità per questa città.

Venerdì 6 dicembre il Movimento di Lotta per la Casa di Firenze organizza un “assedio in Prefettura” in Via Cavour 2 a Firenze per chiedere il blocco degli sfratti e l’utilizzo delle risorse pubbliche per le case popolari. Invece di requisire i molti alloggi sfitti, come pure sarebbe nei poteri del Sindaco, a Firenze gli sfratti vanno avanti nell’indifferenza delle Istituzioni e nella mancanza di una politica per gli alloggi popolari.

Sabato 7 dicembre a Campi Bisenzio alle ore 14,30 movimenti e associazioni di cittadini e abitanti impegnati per una diversa gestione dei rifiuti si danno appuntamento nel Piazzale della Motorizzazione per chiedere alle Istituzioni locali competenti di fermare la costruzione dell’inceneritore a Case Passerini, di aderire alla strategia “Rifiuti Zero”. E’ tempo che anche a Firenze e nei Comuni limitrofi si adotti un’altra gestione dei rifiuti basata sulla riduzione, il riutilizzo e l’eliminazione di inceneritori e discariche, oggi tra le prime cause di nocività e rischi per la salute.

Ribadiamo il sostegno di tutte le realtà che fanno parte di Spazi Liberati a tutte le iniziative che verranno messe in atto in questi tre giorni e chiediamo un forte sostegno e partecipazione a tutta la cittadinanza, per dimostrare che è possibile combattere la gravissima crisi economica e sociale in cui ci troviamo mettendo in pratica, a partire dal livello locale, le alternative elaborate dalle numerose realtà attive sul territorio.

 

]]>
/2013/12/06/ad-oltranza-contro-renzi/feed/ 1
Rewind 3 /2013/11/19/rewind-3/ /2013/11/19/rewind-3/#comments Tue, 19 Nov 2013 16:56:05 +0000 /?p=7244 del SUBCOMANDANTE MARCOS

REWIND 3.

Che spiega il perché di questo strano titolo e di quelli che seguiranno, che narra dello straordinario incontro tra uno scarabeo ed uno sconcertante essere (voglio dire, più sconcertante dello scarabeo), e delle riflessioni non congiunturali e senza importanza che scaturirono; così come del modo in cui, approfittando di un anniversario, il Sup cerca di spiegare, senza riuscirci, come l@s zapatistas vedono la propria storia.

Novembre 2013

A chi di interesse:

AVVERTENZA.- Come segnalato nel testo autotitolato “Cattive notizie, ma anche no”, non sono stati pubblicati i testi che precedevano il suddetto. Ergo, quello che faremo sarà “riavvolgere” il nastro (o, come si dice, “rewind”) per arrivare a quello che si supponeva sarebbe apparso il giorno dei morti. Dopo di che, potete procedere alla lettura in ordine inverso all’ordine inverso nel quale appariranno e allora dovrete… mmm…lasciate perdere, perfino io mi sono rimbambito. La cosa importante è che si capisca lo spirito, come dire, “la retrospettiva”, cioè che uno va avanti ma poi torna indietro per vedere com’è che qualcuno ha fatto per arrivare là. Chiaro? No?

AVVERTENZA DELL’AVVERTENZA.-I testi che seguono non contengono nessun riferimento alle situazioni attuali, congiunturali, trascendenti, importanti, ecc., né hanno implicazioni o riferimenti politici, niente di tutto questo. Sono testi “innocenti”, come “innocenti”sono tutti gli scritti di chi si autonomina “il supcomandante di acciaio inossidabile” (cioè, io tapino). Ogni riferimento o somiglianza a fatti o persone della vita reale è pura schizofrenia… sì, come alla situazione internazionale e nazionale dove si può vedere che… ok, ok, ok, niente politica.

AVVERTENZA AL CUBO.- Nel caso molto improbabile che vi sentiate coinvolti da ciò che si dice di seguito, vi sbagliate… o siete un vergognoso fan della teoria della cospirazione ad hoc (che si può tradurre in “per ogni errore, esiste una teoria della cospirazione per spiegare tutto e ripetere gli errori”.

Procediamo:

P.S. Il primo incontro di Durito con il Gatto-Cane.-

Durito era serio. Ma non con il falso atteggiamento di un qualsiasi funzionario di un qualsiasi governo. Era serio come quando una grande pena ci affligge e non ci si può far niente, se non maledire… o raccontare una storia.

Don Durito de La Lacandona accende la pipa, cavaliere errante o errato, consolazione degli afflitti, gioia dei bambini, impossibile desiderio di donne ed altr@, irraggiungibile specchio per gli uomini, insonnie di tiranni e tirannuncoli, scomoda tesi per ignoranti pedanti.

Guardando rapito la luce delle nostre insonnie, quasi in un sussurro narra, affinché io la trascriva:

 

LA STORIA DEL GATTO-CANE

(Come Durito conobbe il Gatto-Cane e cosa dissero in quell’alba sui fanatismi).

Ad una prima occhiata il gatto-cane sembra un cane… ma anche un gatto… o cane…fino a che non miagola… o gatto…fino a che non abbaia.

Il gatto-cane è un’incognita per biologi terrestri e marini (in che tabella di classificazione degli esseri viventi sistemiamo questo caso?), caso irrisolvibile per la psicologia (la chirurgia neuronale non scopre il centro cerebrale che definisce la caninità o la gatttinità), mistero per l’antropologia (usi e costumi contemporaneamente simili ed antitetici?), disperazione per la giurisprudenza (che diritti e doveri derivano dall’essere e non essere?), il sacro graal dell’ingegneria genetica (impossibile privatizzare quello sfuggente DNA). Insomma: l’anello mancante che farebbe crollare tutto il darwinismo da laboratorio, cattedra, simposio, moda scientifica del momento.

Ma, permettetemi di raccontarvi quello che accadde:

Come naturale, era l’alba. Una flebile luce definiva le ombre. Tranquillo, camminavo solo con i passi della memoria. Allora sentii chiaramente che qualcuno diceva:

“Un fanatico è qualcuno che, per vergogna, nasconde un dubbio”.

Dandogli ragione tra me e me, mi avvicinai e lo incontrai. Senza fare le presentazioni, gli domandai:

Ah, così lei è… un cane.

Miao − mi rispose.

… O piuttosto un gatto– dissi incerto.

Bau − replicò.

Va bene, un gatto-cane– dissi e mi dissi.− Proprio questo – disse… o credetti di sentire.− Come va la vita? − domandai (ed io trascrissi senza dubitare, pronto a non farmi sorprendere da niente, visto che era uno scarabeo che mi stava dettando questa singolare storia).− A volte bene – rispose con una specie di ronron. A volte da cani e gatti − grugnì.− È un problema di identità? – dissi accendendo la pipa e tirando fuori il mio smartphonetabletmultitouch per scrivere (in realtà si tratta di un quaderno a spirale, ma Durito vuole passare per molto moderno – nota dello scrivano -).− Nah, uno non sceglie chi è ma chi può essere – abbaiò risentito il gatto-cane −. E la vita non è altro che questo complicato passaggio, riuscito o interrotto, da una cosa verso l’altra − aggiunse con un miagolio.

Dunque, gatto o cane?– domandai.

Gatto-cane – disse come indicando l’ovvio.− E cosa la porta da queste parti?Una di queste, che poi sarà.− Ah.− Canterò, affinché alcuni gatti sappiano.− Emm… prima della sua serenata, che non dubito sarà un canto eccelso alla femmina che la turba, mi potrebbe spiegare quello che ha detto all’inizio della sua partecipazione in questo racconto?La cosa del fanatismo?Sì, era qualcosa come di qualcuno che nasconde i suoi dubbi di fede dietro il culto irrazionale.− Proprio così.

Ma, come evitare di entrare in una delle tenebrose stanze di quella torva casa di specchi che è il fanatismo? Come resistere ai richiami ed ai ricatti per militare nel fanatismo religioso o laico, il più antico, ma non l’unico attualmente?

Semplice − dice laconico il gatto-cane−, non entrando.Costruire molte case, ognuno la sua. Abbandonare la paura dell’indifferenza.Perché c’è qualcosa di uguale o peggiore di un fanatico religioso, un fanatico anti religioso, il fanatismo laico. E dico che può essere peggiore perché quest’ultimo ricorre alla ragione come alibi.E, chiaramente, i suoi equivalenti: il fanatismo omofobico e maschilista, la fobia per l’eterosessualità ed il femminismo. E ci aggiunga il lungo elenco nella storia dell’umanità.I fanatici della razza, del colore, del credo, del genere, della politica, dello sport, eccetera, alla fine dei conti sono fanatici di se stessi. E tutti condividono la stessa paura del diverso. E incasellano il mondo intero nella scatola chiusa delle opzioni escludenti: “se non sei tale, allora sei il contrario”.

Vuole dire, mio caro, che quelli che criticano i fanatici sportivi sono uguali? – interruppe Durito.

È lo stesso. Per esempio, la politica e lo sport, entrambi legati ai soldi: in entrambi i fanatici pensano che quello che conta è la professionalità; in ambedue i casi sono meri spettatori che applaudono o fischiando i concorrenti, festeggiano vittorie che non sono loro e si dispiacciono per sconfitte che non appartengono loro; in tutti e due i casi incolpano i giocatori, l’arbitro, il campo, l’opposto; in entrambi i casi sperano “nella prossima volta”; pensano che se cambiano il tecnico, la strategia o la tattica, si risolverà tutto; in ambedue i casi perseguono i fanatici opposti; in entrambi si ignora che il problema è nel sistema.

Sta parlando di calcio? domanda Durito mentre tira fuori un pallone autografato da se stesso.

Non solo di calcio. In tutto, il problema è chi comanda, il padrone, chi detta le regole.

Nei due ambiti si disprezza quello che non fa fare soldi: il calcio dilettante o di strada, la politica che non confluisca in congiunture elettorali. “Se non si guadagna denaro, allora per quale ragione farlo?”, si chiedono.

Ah, sta parlando di politica?

− Neanche per sogno. Sebbene, per esempio, ogni giorno che passa è sempre più evidente che quello che chiamano “lo Stato Nazionale Moderno” è solo un cumulo di macerie in svendita, e che le rispettive classi politiche continuano a rimontare il castello di carte crollato, senza accorgersi che le carte della base sono completamente rotte e rovinate, incapaci di mantenersi dritte, non diciamo poi di sostenere qualcosa.

−Mmm… sarà difficile mettere tutto questo in un twit − dice Durito mentre conta per vedere se ci sta in 140 caratteri.

La classe politica moderna si contende chi sarà il pilota di un aereo che da tempo si è schiantato nella realtà neoliberale − sentenzia il gatto-cane e Durito approva con un cenno di assenso.

Dunque, che fare? −chiede Durito mentre ripone con cura il suo gagliardetto dei Los Jaguares de Chiapas.

Eludere la trappola che sostiene che la libertà è poter scegliere tra due opzioni imposte.

Tutte le opzioni definitive sono una trappola. Non ci sono solo due strade, così come non ci sono due colori, due sessi, due credo. Cosicché né lì, né là. Meglio percorrere una nuova strada che vada dove uno vuole andare.

Conclusione? − domanda Durito.

Né cane, né gatto. Gatto-cane, per non servirla.

E che nessuno giudichi né condanni quello che non comprende, perché ciò che è diverso è la dimostrazione che non tutto è perduto, che c’è ancora molto da vedere e sentire, che ci sono ancora altri mondi da scoprire…

Il gatto-cane se ne andò, che, come indica il suo nome, ha gli svantaggi del cane e quelli del gatto… e nessuno dei loro vantaggi, se mai ce ne fossero.

Già albeggiava quando sentii un misto sublime di miagolii e latrati. Era il gatto-cane che cantava, stonato, alla luce dei nostri sogni più belli.

Ed in qualche alba, forse ancora lontana nel calendario ed in incerta geografia, lei, la luce che mi svela e rivela, capirà che ci furono tratti nascosti e fatti per lei, che forse solo allora le saranno rivelati o li riconoscerà adesso in queste lettere, ed in quel momento saprà che non importava che strade avessero percorso i miei passi: perché lei fu, è e sarà sempre, l’unico destino per cui vale la pena.

Tan-tan.

P.S.- Nel quale il Sup tenta di spiegare, in modo multimediale post moderno, come l@s zapatistas vedono e si vedono nella propria storia. Bene, per prima cosa bisogna chiarire che per noi tutt@, la nostra storia non è solo quello che siamo stati, quello che ci è successo, quello che abbiamo fatto. È anche, e soprattutto, quello che vogliamo essere e fare.

Orbene, in questa valanga di mezzi audiovisivi che vanno dal cinema 4D e le televisioni LED 4K, fino agli schermi policromi e multitouch dei cellulari (che mostrano la realtà a colori che, permettetemi la digressione, non ha niente a che vedere con la realtà), possiamo collocare, in un’improbabile “linea del tempo”, il nostro modo di vedere la nostra storia con… il kinetoscopio.

Sì, lo so, sono partito da lontano, alle origini del cinema, ma con internet ed i vari wikis che abbondano e ridondano, non avrete certo problemi a sapere a che cosa mi riferisco.

A volte, può sembrare che siamo nei dintorni dei formati 8 e super 8, ed anche così il 16 millimetri è ancora lontano.

Voglio dire, il nostro modo di spiegare la nostra storia sembra un’immagine in movimento continuo e ripetitivo, con qualche variazione che dà quella sensazione di mobile immobilità. Sempre attaccati e perseguiti, sempre a resistere; sempre annichiliti, sempre a ricomparire. Forse per questo le denunce delle basi di appoggio zapatiste, diffuse attraverso le loro Giunte di Buon Governo, hanno così poche letture. È come se si fossero già lette molto prima e cambiassero solo i nomi e le geografie.

Ma anche qui ci mostriamo. Per esempio, in:

http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2013/11/13/la-jbg-corazon-del-arco-iris-de-la-esperanza-caracol-iv-torbellino-de-nuestras-palabras-denuncia-hostigamiento-y-agresiones/

Sì, è un po’ come se in quelle immagini in movimento di Edison, del 1894, nel suo kinetoscopio (“Annie Oackley”),noi fossimo la moneta lanciata in aria, mentre la signorina civiltà ci spara ripetutamente (sì, il governo sarebbe l’impiegato servile che lancia la moneta). O come se in “L’arrivo del treno”dei Fratelli Lumière, del 1895, noi fossimo quelli che restano sul marciapiede mentre il treno del progresso va e viene. Alla fine di questo testo troverete alcuni video che vi aiuteranno a capire.

Ma è qui che il collettivo che siamo prende e compone ogni fotogramma, lo disegna e lo dipinge guardando la realtà che fummo e siamo, molte volte con i neri di persecuzioni e prigioni, con i grigi del disprezzo, e col rosso della sottrazione e dello sfruttamento. Ma anche col colore marrone e verde della terra che siamo.

Quando qualcuno di fuori si sofferma a guardare il nostro “film”, generalmente commenta: “che abile tiratrice!” Oppure “che impiegato temerario che getta la moneta in aria senza paura di essere ferito!”,ma nessuno fa commenti sulla moneta.

O, nel treno dei Lumière, dicono: “ma che stupidi, perché stanno sul marciapiede e non salgono sul treno?”. Oppure “è l’ennesima dimostrazione che gli indigeni stanno come stanno perché non vogliono il progresso”. Qualcun altro azzarda “Hai visto che abiti ridicoli usavano in quell’epoca?”. Ma se qualcuno ci chiedesse perché non saliamo su quel treno, noi diremmo “perché le prossime stazioni sono ‘decadenza’, ‘guerra’, ‘distruzione’, e la destinazione finale è ‘catastrofe’”.La domanda pertinente non è perché noi non saliamo, ma perché voi non scendete.

Chi viene a stare con noi per guardarci guardandoci, per ascoltarci, per imparare nella escuelita, scopre che, in ogni fotogramma, noi zapatisti abbiamo aggiunto un’immagine che non è percettibile ad una prima occhiata. Come se il movimento visibile delle immagini occultasse il dettaglio che contiene ogni fotogramma. Ciò che non si vede nell’attività quotidiana è la storia che saremo. E non c’è smartphone che catturi quelle immagini. Solo con un cuore molto grande si possono apprezzare.

Certo non manca chi viene e ci dice che ormai ci sono tablet e cellulari con videocamere davanti e dietro, con colori più vividi di quelli della realtà, che ci sono macchine fotografiche e stampanti tridimensionali, il plasma, l’lcd ed il led, la democrazia rappresentativa, le elezioni, i partiti politici, la modernità, il progresso, la civiltà.

Di lasciar perdere il collettivismo (che, inoltre, fa rima con primitivismo): di abbandonare l’ossessione per la preservazione della natura, il discorso della madre terra, l’autogestione, l’autonomia, la ribellione, la libertà.

Ci dicono tutto questo scrivendo goffamente che è nella loro modernità dove si perpetrano i crimini più atroci; dove i neonati sono bruciati vivi ed i piromani sono deputati e senatori; dove l’ignoranza simula di reggere i destini di una nazione; dove si distruggono le fonti di lavoro; dove gli insegnanti sono perseguiti e calunniati; dove una grande menzogna è oscurata da una più grande; dove si premia ed elogia la disumanità ed ogni valore etico e morale è sintomo di “ritardo culturale”.

Per i grandi media pagati, loro sono i moderni, noi gli arcaici. Loro sono i civilizzati, noi i barbari. Loro sono quelli che lavorano, noi i fannulloni. Loro sono “le persone per bene”, noi i paria. Loro i saggi, noi gli ignoranti. Loro i puliti, noi gli sporchi. Loro sono i belli, noi i brutti. Loro sono i buoni, noi siamo i cattivi.

Ma tutt@ loro dimenticano la cosa fondamentale: questa è la nostra storia, il nostro modo di vederla e di vederci, il nostro modo di pensarci, di costruirci il nostro cammino. È nostra, con i nostri errori, le nostre cadute, i nostri colori, le nostre vite, le nostre morti. È la nostra libertà.

La nostra storia è così.

Perché quando noi zapatisti, zapatiste, disegniamo una chiave in basso e a sinistra in ogni fotogramma del nostro film, non pensiamo quale porta aprire, ma quale casa e quale porta bisogna costruire affinché quella chiave abbia un motivo ed un destino. E se la colonna sonora di questo film ha il ritmo di una polka-ballata-corrido-ranchera-cumbia-rock-ska-metal-reggae-trova-punk-hip-hop-rap-e-tutto-il-resto non è perché non abbiamo nozioni musicali. È perché quella casa avrà tutti i colori e tutti i suoni. Ed avrà allora sguardi e uditi nuovi che comprenderanno il nostro impegno… benché in quei mondi a venire saremo solo silenzio e ombra.

Ergo: noi abbiamo immaginazione, loro hanno solo schemi con opzioni definitive.

Per questo il loro mondo crolla. Per questo il nostro risorge, proprio come quella lucina che anche se piccola riesce a proteggere dall’ombra.

Bene. Salve e che compiamo gli anni molto felici, cioè, lottando.

Il Sup che traffica con i video che deve inserire per, come dire, mettere la candelina sulla torta che non dice, ma si sa trentaqualcosa.

Messico, Novembre 17 del 2013

Trentesimo anniversario dell’EZLN

:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

Ascolta e guarda i video che accompagnano questo testo:

Video che racconta la storia del “Cane che dentro era un gatto”, di Siri Melchoir. Regno Unito, 2002. http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=mOeqShdf-gY

Un gatto-cane in azione. Notare come torna alla sua identità segreta quando viene scoperto. http://www.youtube.com/watch?v=UvMs1v7RWDg&feature=player_embedded

Brevissimo riferimento all’inizio del cinema. Attenzione al mini corto: “Annie Oackley”, secondi dal 20 al 26. http://www.youtube.com/watch?v=3HgRU6DeiGQ&feature=player_embedded

“L’arrivo del Treno”, dei Fratelli Lumière, 1895. http://www.youtube.com/watch?v=qawVtd32DOQ&feature=player_embedded

Para un compleanno così diverso come quello dell’ezetaelene, Las Otras Mañanitas, con Pedro Infante ed i Beatles. http://www.youtube.com/watch?v=60bLrafCA5c&feature=player_embedded

Comunicato originale

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

 

]]>
/2013/11/19/rewind-3/feed/ 1
16 novembre per quattro /2013/11/15/16-novembre-per-quattro/ /2013/11/15/16-novembre-per-quattro/#comments Fri, 15 Nov 2013 16:43:10 +0000 /?p=7212 16 novembre, i fiumi in piena delle comunità che resistono

Il 16 novembre quattro luoghi simbolo della lotta per la difesa dei beni comuni e per i diritti di cittadinanza scendono in piazza: Val di Susa, Pisa, Napoli e Gradisca d’Isonzo.

La lotta NoTav in Val di Susa contro la devastazione ambientale e la cementificazione del territorio; Pisa, con il suo attacco frontale all’intoccabilità della proprietà privata e la tutela dei beni comuni; Gradisca d’Isonzo, per la chiusura del CIE simbolo di politiche securitarie e disumane, incapaci di accoglienza ma solo di repressione; Napoli, per denunciare ancora una volta l’avvelenamento del territorio, la distruzione di un’economia locale, il rischio sanitario a cui sono esposte milioni di persone, a causa di un’economia che si serve della mafia per diminuire i costi ed aumentare i profitti.

Quattro esempi del cortocircuito del potere si mobilitano e creano tra loro connessioni, per mostrare il filo che unisce vertenze complementari, con la certezza che è solo dalla coalizione delle lotte sociali che possiamo, dal basso, disarticolare politiche insostenibili e decostruire modelli asfissianti.

E’ nelle comunità locali – attive, aperte ed inclusive – che prendono vita i semi di un’altra idea di società, ecologica, solidale, cooperativa, legata a esigenze concrete e a pratiche culturali vive e per questo vaccinate contro i populismi e il localismo reazionario.

Quelle che scenderanno nelle piazze il 16 novembre sono comunità resistenti che si ribellano. Ci ribelleremo per bloccare la privatizzazione dei beni comuni e la riduzione dei diritti, per realizzare trasformazioni radicali a partire dalla connessione tra persone e territorio, tra storie umane e relazioni ambientali. Invaderemo le strade forti della pluralità delle nostre storie e linguaggi, per valorizzare le esperienze di partecipazione e di attivismo sociale, per difendere l’autodeterminazione dei territori e rafforzare le reti dell’economia locale e solidale che si battono contro il sistema economico dominante e le élite che lo alimentano.

Le mobilitazioni di Val di Susa, Pisa, Napoli e Gradisca di Isonzo evidenziano qualcosa che va oltre le criticità locali. Nella maglia che unisce queste lotte intravediamo i punti cardinali attraverso cui riprendere parola e riappropriarci dei diritti negati.

Non è più tempo per opportunismi tattici, alchimie politiche e per strategie attendiste. La crisi – economica, sociale e culturale – che stiamo vivendo ci impone una reazione collettiva e uno scatto di dignità, per dare gambe ad un futuro nuovo, fatto di interessi comuni, proprietà collettive, giustizia sociale e ambientale.

Il 16 novembre migliaia di donne e di uomini scenderanno in piazza, saranno un fiume in piena impossibile da fermare, saranno l’espressione di comunità resistenti che non si rassegnano e che propongono modelli di lotta territoriale partecipata per fermare l’economia del debito e delle grandi opere, il diktat delle multinazionali, il primato della proprietà privata e delle lobby finanziarie, per ripristinare la cittadinanza negata.

Comitato #fiumeinpiena Napoli

Movimento NoTav

Municipio dei Beni Comuni – Pisa

Coalizione dei centri sociali delle Marche, Nord Est, Emilia Romagna

 

]]>
/2013/11/15/16-novembre-per-quattro/feed/ 0
Bretoni, aquilani e valsusini /2013/11/11/bretoni-aquilani-e-valsusini/ /2013/11/11/bretoni-aquilani-e-valsusini/#comments Mon, 11 Nov 2013 14:40:39 +0000 /?p=7184

di CLAUDIO GIORNO

Due fatti distanti tra di loro qualche migliaio di chilomentri, ma in piena Europaunita la dicono lunga sullo stato di salute del vecchio continente, sul grande equivoco ormai svelato di aver “fatto l’Europa ma non gli europei”, anzi di aver creato in vitro tutto quel che serve per un contagio non arginabile di una pandemia – l’antieuropeismo ormai prossimo a dilagare – che non sembra prevedere possibilità alcuna di fare a  tempo a inventare un efficace vaccino. I due fatti che mi piace mettere arbitrariamente ma argomentatamente assieme sono un incontro di amministratori e cittadini – il 10 novembre – a L’Aquila, e la rivolta dei berretti rossi che sta mettendo a soqquadro la Bretagna.

Le due cose sono unite prima di tutto dal fatto che nessuno (o quasi) ne ha parlato. Ma quel che ancora di più mi induce a collegarle è il motivo (intuibile) per il quale non se ne parla. I media (e non solo quelli italiani, evidentemente) ormai tacciono le notizie: ma lo fanno in modo singolare; gettandoci addosso ad ogni ora del giorno (attraverso i loro siti sempre più infestanti il web) centinaia di migliaia di “non-notizie” nella cui giungla risulta difficile trovare quelle vere (anche quando ci sono), come lo è trovare il classico ago  nel pagliaio… Ma in questo caso è peggio; perché le notizie sono tali che in qualsiasi corso di giornalismo (quelli che ormai servono soprattutto  alle “grandifirme “ per incrementare “prestigio” e reddito) verrebbero ritenute da prima pagina.

Perché in Bretagna è in corso da alcuni giorni una vera e propria  rivolta popolare, la cui scintilla è stata la cosiddetta ecotassa che il hoverno Hollande – Ayrault (quest’ultimo promosso direttamente primo ministro da sindaco di Nantes, antica capitale proprio della Bretagna) intende far pagare dal 2014. Una versione contemporanea e abilmente mascherata della tassa sul macinato, perché verrà applicata un tanto a chilometro sul trasporto stradale delle merci. il cui aggravio  ricadrà sia sui consumatori finali che sui produttori – prevalentemente agricoli – già penalizzati dalla crisi, dai costi della grande distribuzione monopolista e parassitaria, dal carico fiscale. Una notizia di per sé clamorosa: una rivolta che non a caso viene guardata con interesse niente meno che dalla Sicilia dove non si è ancora del tutto sopita l’eco della “protesta dei forconi” e dove si dà ampio rilievo alle notizie che arrivano dalla lontana costa atlantica in vista di una giornata di lotta ipotizzata per l’8 dicembre prossimo.

Ma è una notizia che ne farebbe emergere ben altre tenute artatamente in naftalina: dal fatto conclamato che Hollande in pochi mesi si è giocata tutta la simpatia che lo aveva portato a battere Sarkozy e che è ormai ritenuto il peggior presidente che la Francia abbia mai espresso. E la previsione inquietante, ma che dovrebbe suggerire una drastica inversione delle politiche della criminalità finanziaria che le sta imponendo, che a beneficiare elettoralmente del suo tracollo non sembra dover essere il predecessore, ma Marine Le Pen, leader xenofoba ma intelligente e attenta ai sempre più insopportabili disagi popolari…

Ma non una riga sui nostri maggiori quotidiani; Niente sui tg se non qualche servizio di “colore” (i berretti rossi scelti dai bretoni ribelli sono “telegenici”) passato nel limbo informativo di Euronews… Per informarsi bisogna andare come e per i motivi appena detti nelle testate on line siciliane e nei blog più aperti a quel che succede fuori dal cortile di casa; quelli gestiti da redattori democratici e indipendenti.

Così come si deve cercare in Abruzzoweb (o tutt’al più in qualche notizia Ansa e grazie all’inviato de il Fatto quotidiano che segue abitualmente i “No Tav”) le foto dei sindaci della valle di Susa con la fascia tricolore scattate assieme al collega aquilano Cialente nel capoluogo abruzzese. O – addirittura – i filmati dell’esponente Pd – appunto il primo cittadino de L’Aquila – che parla senza tradire il minimo disagio da un tavolo addobbato non dalla bandiera italiana ma da quella (ormai famosa)  del “treno crociato”, nonostante le scomuniche che i maggiorenti (maggior collusi) del suo partito e il capo del governo lanciano un giorno sì e uno anche. Anatemi e minacce contro i valsusini.

Una “cornice” che basterebbe da sola a fare notizia, ma c’è di più: c’è una alleanza stipulata in nome del comune convincimento della necessità di usare le preziose risorse pubbliche per la tutela preventiva di territorio e ambiente (e quando questo non è stato colpevolmente fatto, perlomeno per la ricostruzione immediata di quanto distrutto periodicamente da terremoti, alluvioni e… grandi opere inutili e imposte). Ma non cercate queste cose – le cose che interessano davvero i cittadini, valsusini, aquilani o bretoni che siano, le cose che servirebbero a “fare gli europei” –  su Repubblica ma neanche su Le Monde: i loro “editori” e purtroppo anche i loro vecchi e giovani redattori (tranne sempre minori lodevoli eccezioni) fanno parte di quella stessa casta che una tantum fingono di denunciare. Anzi: della cupola che da essa si estende sino alle cosche che – con le banche per cui il denaro non puzza mai, neanche quando gronda sangue – stanno allontanando Strasburgo dall’orizzonte dei cittadini come fosse un puntino sul pianeta più distante dell’ultima delle galassie.

http://claudiogiorno.wordpress.com

 

]]>
/2013/11/11/bretoni-aquilani-e-valsusini/feed/ 0
Notizie cattive e meno cattive /2013/11/05/notizie-cattive-e-meno-cattive/ /2013/11/05/notizie-cattive-e-meno-cattive/#comments Tue, 05 Nov 2013 13:16:29 +0000 /?p=7152

Novembre 2013

Alle/Agli student@ che hanno frequentato o vogliono frequentare il primo livello della Escuelita Zapatista:

A chi di competenza:

Compagni, compagne e compagnei,

Come al solito, hanno incaricato me di darvi le brutte notizie. Eccole qua.

PRIMO.- I conti (controllate bene le somme, sottrazioni e divisioni perché la matematica non è il mio forte, voglio dire, proprio non lo è):

A).- Spese del primo livello di agosto 2013 per 1281 allievi:

– Materiale scolastico (4 libri di testo e 2 dvd) per 1281 allievi: $100,000.00 (centomila pesos m/n – 5.674,00 euro).

– Spese di trasporto e vitto per 1281 allievi dal CIDECI alle comunità in cui hanno frequentato il corso e ritorno: $339,778.27 (trecentotrentanovemilasettecentosettantotto pesos e ventisette centesimi – 19.278,44 euro) così suddivisi:

Spese di ogni Zona per portare gli allievi dal CIDECI e distribuirli in ogni villaggio in auto e ritorno al CIDECI, oltre al vitto per i bambini portati dagli allievi.

Realidad ————- $ 64,126.00 – 3.638,40 euro

Oventik—————- $ 46,794.00 – 2.655,00 euro

Garrucha————– $ 122,184.77 – 6.932,56 euro

Morelia—————- $ 36,227.50 – 2.055,49 euro

Roberto Barrios—- $ 70,446.00 – 3.996,99 euro

Totale generale —– $ 339,778.27 – 19.278,44 euro

 Nota: Sì, anche a me sono balzati agli occhi i “77 centesimi”, ma questi sono i conti che mi hanno passato. Ovvero, non siamo per gli arrotondamenti

– Spese di trasporto per 200 custodi (Votán) al CIDECI dove hanno impartito i corsi e ritorno: $40,000.00 (quarantamila pesos – 2.269,53 euro). Il loro vitto è stato offerto dalle/dai compagn@ del CIDECI-Unitierra. Grazie al Doc Raymundo e a tutte/tutti i compas del CIDECI, in particolare alle/agli addette/i alla cucina (occhio: mi dovete i tamales).

Totale delle spese delle comunità zapatiste per il corso di primo livello di agosto 2013 per 1281 alunni: $479, 778.27 (quattrocentosettantanovemilasettecentosettantotto pesos e ventisette centesimi – 27.221,80 euro).Spesa media per allievo: $374.53 (trecentosettantaquattro pesos e cinquantatre centesimi m/n – 21,25 euro).

B).- Entrate della Escuelita Zapatista:

Entrate per l’iscrizione (il contenitore installato al CIDECI): $ 409,955.00 (quattrocentonovemilanovecentocinquantacinque pesos m/n – 23.260,2 euro).

Valuta locale: $ 391, 721.00

Dollari: $ 1,160.00

Euro: $ 175,00

Entrate medie per il pagamento dell’iscrizione di ogni allievo: $320.02 (trecentoventi pesos e due centesimi – 18,16 euro).

SECONDO.- Riassunto e conseguenze:

In media, ogni allievo è costato $54.51 (cinquantaquattro pesos e cinquantuno centesimi m/n – 3,10 euro), che sono stati coperti grazie alle donazioni solidali. Cioè, gli allievi si sono aiutati tra loro.

Cioè, come si dice, i conti non tornano compas. È stato grazie al fatto che qualche allievo ha versato più dei cento pesos obbligatori (alcuni non hanno versato nulla) ed alle donazioni di persone generose, che siamo riusciti appena ad andare alla pari.

Ringraziamo di cuore coloro che hanno dato di più e chi ha fatto queste donazioni straordinarie. E dovrebbero ringraziarli anche quelli che non hanno versato tutti i cento pesos o non hanno dato assolutamente niente.

Sappiamo che è difficile che questo si ripeta e che qualche partecipante paghi il corso ad altri, quindi ci troviamo di fronte alle seguenti opzioni:

     a).- Chiudiamo la escuelita.

   b).- Riduciamo il numero a quello che possiamo coprire noi zapatisti. Il Subcomandante Insurgente Moisés mi dice che sarebbero circa 100 per caracol, 500 in totale.

     c).- Aumentiamo il costo e lo rendiamo obbligatorio.

Pensiamo che non si debba chiudere la escuelita perché ci ha permesso di conoscere e farci conoscere da persone che prima non conoscevamo né ci conoscevano.

Crediamo che se riduciamo il numero dei partecipanti, molti saranno scontenti o si arrabbieranno perché hanno già preparato tutto per partecipare e potrebbero restar fuori. Soprattutto ora che sanno che l’essenza del corso sta nelle comunità e nei custodi. E poi, siccome toccherebbe a me dare la notizia, mi inonderebbero di insulti.

Quindi non resta che chiedervi di pagare per le vostre spese di trasposto e vitto. Sappiamo che questo, oltre ad infastidire qualcuno, può lasciarne fuori altri. Per questo vi avvisiamo per tempo affinché troviate il modo di provvedere al pagamento per voi o per i vostri compas che vogliono e possono partecipare ma non riescono a provvedere al pagamento.

Il costo dunque sarà di $ 380.00 (trecentottanta pesos m/n – 21,56 euro) per studente e dovrà essere versato al momento della registrazione al CIDECI nei giorni che saranno indicati. Se inoltre vorrete portare un chilo di fagioli ed uno di riso, sarebbe gradito.

Per favore, vi supplichiamo, vi preghiamo, vi imploriamo di specificare chiaramente con chi venite, quanti sono e che età hanno, perché poi arrivano email che dicono “vengo con i miei figli” e quando arrivano sono il doppio del casting di “The Walking Dead”. Tutti quelli che partecipano devono prima registrarsi, che siano bambini, adulti, anziani, morti viventi.

E specificate le date della vostra partecipazione. Ci sono 2 date, una alla fine di dicembre ed un’altra agli inizi di gennaio. È importante sapere a quale vi iscrivete perché, come sapete, c’è una famiglia indigena che si prepara ad accogliervi ed assistervi, un od una custode che si prepara a guidarvi, un autista che prepara il suo veicolo per trasportarvi, un intero villaggio che vi riceve. E specificate anche se andrete in comunità o frequenterete il corso presso il CIDECI di San Cristóbal de Las Casas, Chiapas.

Ah, e venite ad ascoltare ed imparare, perché c’è chi è venuto ad impartire lezioni di femminismo, vegetarianismo, marxismo ed altri “ismo”. Ed ora sono arrabbiati perché gli zapatisti non obbediscono a quello che sono venuti ad insegnare: che dobbiamo cambiare la legge rivoluzionaria delle donne come dicono loro e non come decidano le zapatiste, che non capiamo i vantaggi della marijuana, di non fare le case di cemento perché sono meglio con fango e paglia, di non usare le scarpe perché camminando scalzi siamo più a contatto con la madre terra. Infine, di obbedire a quello che ci vengono ad ordinare… cioè, di non essere zapatisti.

CASI PARTICOLARI: Le/Gli Anarchici.

Vista la campagna Anti-Anarchica lanciata dalle anime belle e dalla sinistra di facciata, unite nella santa crociata con la destra ancestrale per accusare giovani e vecchi anarchici di sfidare il sistema (come se l’anarchismo avesse un’altra opzione), oltre a scomporre le loro scenografie (spegnere la luce è per non vedere gli anarchici?), e portata al delirio con definizioni come “anarco-halcones“, “anarco-provocatori”, “anarco-porros“, “anarco-eccetera” (da qualche parte ho letto la definizione di “anarco-anarchico”, non è sublime?), noi zapatiste e zapatisti non possiamo ignorare il clima di isteria che, con tanta fermezza, chiede ed esige che si rispettino le vetrine (che non mostrano bensì occultano quello che succede proprio dietro il banco: condizioni di lavoro da schiavi, niente igiene, pessima qualità, basso livello di alimentazione, riciclaggio di denaro sporco, evasione fiscale, fuga di capitali).

Perché adesso sembra che queste ruberie mal dissimulate chiamate “riforme strutturali”, che la sottrazione del lavoro ai maestri, che la vendita “outlet” del patrimonio della Nazione, che il furto che il governo perpetra nei confronti dei governati attraverso le imposte, che l’asfissia fiscale – che favorisce solo i grandi monopoli – che tutto è colpa degli anarchici.

Che la gente per bene non scende in strada a protestare (ma lì ci sono le marce, i presidi, i blocchi, le scritte, i volantini. Sì, ma sono dei maestri-autisti-ambulanti-studenti-cioè-ignoranti-di-provincia, io dico gente per bene-bene-del-df. – Ah, la mitica classe media, tanto corteggiata e contemporaneamente disprezzata e defraudata da tutto lo spettro mediatico e politico-), che anche la sinistra istituzionale sottrae gli spazi di manifestazione, che “l’unico oppositore al regime” è stato offuscato ancora una volta dai senza nome, che l’imposizione arbitraria ora si chiama “dialogo e negoziazione”, che l’assassinio di migranti, di donne, di giovani, di lavoratori, di bambini, che tutto è colpa degli anarchici.

Per chi milita e rivendica come appartenente alla “A”, bandiera senza nazioni né frontiere, e che è parte della SEXTA, ma che sia veramente militante e non sia una moda di vestire o di calendario, abbiamo, oltre ad un abbraccio compagno, una richiesta speciale:

Compas Anarchici: noi zapatisti, non vi attribuiremo le nostre deficienze (compresa la mancanza di immaginazione), né vi riterremo responsabili dei nostri errori, tanto meno vi perseguiteremo per essere chi siete. Inoltre, vi dico che diversi invitati di agosto hanno cancellato l’iscrizione perché dicevano di non poter condividere l’aula con “giovani anarchici, straccioni, punk, gente con gli orecchini e pieni di tatuaggi”, che avrebbero aspettato (quelli che non sono giovani, né anarchici, né straccioni, né punk, né con gli orecchini, né pieni di tatuaggi) una scusa e che si ripulisse il registro. Continuano ad aspettare inutilmente.

Quello che vi chiediamo è che al momento della registrazione, consegnate un breve testo, massimo un foglio, dove rispondete alle critiche ed alle accuse che sono state fatte contro di voi sui media prezzolati. Questo testo sarà pubblicato in una sezione speciale della nostra pagina elettronica (enlacezapatista.ezln.org.mx) ed in una rivista-fanzine-come-si-dice di prossima pubblicazione nel mondo mondialmente mondiale, diretta e scritta da indigeni zapatisti. Sarà un onore per noi avere nel nostro primo numero la vostra parola insieme alla nostra.

Eh?

Sì, sì è valido un foglio con una sola parola che riempia tutto lo spazio: qualcosa come “MENTITE!”. O qualcosa di più esteso come “Vi spiegherei cos’è l’Anarchismo se pensassi che lo capireste”, o “L’Anarchismo è incomprensibile per i nani del pensiero”; o “Le trasformazioni reali prima appaiono nella cronaca nera”; o “Me ne frego della polizia del pensiero”; o la seguente citazione del libro “Golpes y Contragolpes” di Miguel Amorós: “Tutti dovrebbe sapere che il Black Bloc non è un’organizzazione ma una tattica di lotta di strada simile alla “kale borroka” [guerrigli urbana – n.d.t.] che una costellazione di gruppi libertari, “autonomi” o alternativi, praticava dalle lotte degli squats (“ocupazioni”) negli anni ’80 in molte città tedesche” ed aggiungere qualcosa come “indagate bene prima di criticare qualcosa. L’ignoranza ben scritta è come un’idiozia ben pronunciata: uguale a inutile”.

Infine, sono sicuro che non vi mancheranno le idee.

TERZO.- Un notizia non tanto cattiva: vi ricordo le date e la modalità per chiedere l’invito e la vostra iscrizione:

Data del secondo turno della escuelita:

Registrazione il 23 e 24 dicembre 2013.

Lezioni dal 25 dicembre fino al 29 dicembre di quest’anno. Partenza il giorno 30.

E per chi vuole fermarsi alla festa del 20° anniversario dell’insurrezione zapatista, per festeggiare e ricordare l’alba del 1° gennaio del 1994: festa il giorno 31 dicembre ed il 1° gennaio.

Data del terzo turno della escuelita:

Registrazione il 1° e 2 gennaio 2014.

Lezioni dal 3 gennaio al 7 gennaio del 2014. Partenza per i propri luoghi di origine il giorno 8 gennaio 2014.

Per chiedere l’invito e la registrazione, scrivere al seguente indirizzo:

escuelitazapDicEne13_14@ezln.org.mx


QUARTO.- Un’altra non tanto cattiva notizia è che si suppone che io vada ad aprire questa tappa con un testo molto altro, per salutare le/i nostr@ mort@, il SubPedro, Tata Juan Chávez, la Chapis, i bimbi dell’asilo ABC, il magistero in resistenza, e con un racconto di Durito ed il Gatto-Cane. Ma siccome mi hanno detto che urgeva la questione dei conti e la ratifica delle date, sarà per un’altra volta. Si sa: l’urgenza non lascia tempo alle cose importanti. Così vi siete risparmiati di leggere di cose che non sono “trascendenti-per-la-congiuntura-presente”… per ora.

Bene. Salve e, ci crediate o no, il mondo è più grande del titolo mediatico più scandaloso. È questione di ampliare il passo, lo sguardo, l’udito… e l’abbraccio.

Dalle montagne del Sudest Messicano.

Il SupMarcos

Portinaio della Escuelita e addetto alle cattive notizie.

Messico, novembre 2013

:::::::::::::::::::::::::::::

Ascolta e guarda i video che accompagnano questo testo:

Kenny Arkana con questo rap dal titolo “V pour Verités” (“V per Verità”). In una parte dice: “benedetti siano quelli che si intromettono, quelli che costruiscono un’altra cosa ”. http://www.youtube.com/watch?v=9DLDPwXzb3Y&feature=player_embedded

 Frammento del film “V per Vendetta” sulla relazione tra la paura e l’obbedienza, ed un altro modo di intendere le parole “giustizia” e “libertà”. http://www.youtube.com/watch?v=Go7vXPmZqw4&feature=player_embedded

 Pedro Infante con la canzone “Yo soy quien soy”, di Manuel Esperón e Felipe Bermejo, nel film “La Tercera Palabra” con Marga López, Sara García e Prudencia Grifell, 1955, diretto da Julián Soler. Lo metto solo per rompere le palle a chi vuole che facciamo a modo suo o moda sua. http://www.youtube.com/watch?v=zDDXeVSLmqM&list=PL52E9C3142A936003&feature=player_embedded

 

 

 

 

]]>
/2013/11/05/notizie-cattive-e-meno-cattive/feed/ 0