Democrazia Km Zero » La crisi della democrazia Rinnoviamo insieme la democrazia dal basso Thu, 27 Mar 2014 07:07:32 +0000 it-IT hourly 1 http://wordpress.org/?v=4.2.2 Strasburgo scopre la Troika /2014/03/13/strssburgo-scopre-la-troika/ /2014/03/13/strssburgo-scopre-la-troika/#comments Thu, 13 Mar 2014 16:23:25 +0000 /?p=7385 di ROBERTO MUSACCHIO

“… denuncia la mancanza di trasparenza nei negoziati relativi al memorandum d’intesa; rileva la necessità di valutare se i documenti ufficiali sono stati chiaramente comunicati ed esaminati in tempo utile nei Parlamenti nazionali e nel Parlamento Europeo e opportunamente discussi con le parti sociali…. rivela che le raccomandazioni contenute nei memorandum d’intesa sono in contrasto con la strategia di modernizzazione equilibrata elaborata con la strategia di Lisbona e la Strategia Europa 2020, rileva altresì che gli Stati membri aderenti ai memorandum d’intesa sono stati esonerati dalle procedure di rendicontazione del semestre europeo, compresa la rendicontazione del quadro degli obiettivi di lotta alla povertà e di inclusione sociale… si rammarica che nei programmi per la Grecia, l’Irlanda e il Portogallo sia stata inserita una serie di prescrizioni dettagliate relative alla riforma dei sistemi sanitari e a tagli alla spesa; deplora che i programmi non siano vincolati dalla Carta de diritti fondamentali dell’Unione europea o dalle disposizione dei Trattati… deplora che le misure attuate abbiano fatto aumentare nel breve periodo le diseguaglianze in termine di distribuzione del reddito; prende atto che si è registrato un aumento sopra la media di tali diseguaglianze nei quattro Paesi; rileva che i tagli apportati alle protezioni e ai servizi sociali e l’aumento della disoccupazione a seguito delle misure contenute nei programmi atti a intervenire sulla situazione macroeconomica, nonché la riduzione delle retribuzioni, stanno provocando un aumento della povertà….pone l’accento sul livello inaccettabile di disoccupazione, disoccupazione di lunga durata e giovanile, in particolare nei 4 Stati membri nel quadro del programma di assistenza; sottolinea che l’elevato tasso di disoccupazione giovanile compromette le possibilità di sviluppo economico, come dimostra il flusso di giovani migranti provenienti dall’Europa meridionale e dall’Irlanda…”

Ho riportato alcuni brani del rapporto della commissione Affari economici del Parlamento europeo (Pe) sulle attività della Troika approvato dal Parlamento europeo nella sessione di mercoledì 12 marzo. Approvato anche un altro rapporto della commissione Affari sociali dedicato agli effetti sulla disoccupazione e sulla condizione sociale che contiene analoghe considerazioni. Come avete potuto leggere, ci sono parole molto dure sull’operato della Troika. Naturalmente in un contesto più ampio che potete ritrovare nei testi pubblicati anche sul sito www.altramente.org, che mostrano gli equilibrismi che il Pe prova a fare.

Infatti nei testi c’è un rimando alla gravità della crisi letta con le solite lenti e alla sostanziale legittimità ed opportunità dei meccanismi scelti per affrontarla che, è bene ricordarlo, il Pe ha purtroppo approvato con il voto di molti di coloro che oggi approvano  questo testo e con l’opposizione sostanzialmente del solo Gue, il gruppo della sinistra europea. Scatta poi però il distinguo e il vero e proprio J’accuse verso la Troika che, va ricordato, è composta di Consiglio, Commissione e Bce e si avvale del Fmi. Alla Troika, e ai suoi componenti, si imputano le cose che ho citato e anche molte altre, comprese una sorta di doppio interesse, ad esempio da parte della Bce.

Le ambiguità tornano nella parte propositiva. laddove si chiede sostanzialmente una sorta di “democratizzazione” della governance dell’austerità con la coassociazione del Pe. E si chiede di contemperare all’austerità, rimodulata e mitigata, la esigenza della crescita e l’attenzione alle questioni sociali.

Manca così una riflessione vera sulle cause della crisi, molte delle quali sono interne alla Europa stessa e figlie della mancata armonizzazione economica e sociale, “affidata” alle liberalizzazioni finanziarie e produttive, che hanno accresciuto le asimmetrie e le distorsioni dell’area. Manca cioè la consapevolezza del “debito indotto” dalla cattiva integrazione. Come manca una vera proposta alternativa che si fondi su una politica di autentica economia, sociale ed ambientale europea.

E manca una riflessione vera sulla democrazia e sulle responsabilità del PE che ora, finalmente ma anche per l’approssimarsi delle elezioni, alza la testa.

Comunque si può dire che la critica di ciò che austerità e Troika hanno determinato trova finalmente un riscontro anche nell’aula di Strasburgo.

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O Tsipras o Renzi /2014/01/22/o-tsipras-o-renzi/ /2014/01/22/o-tsipras-o-renzi/#comments Wed, 22 Jan 2014 16:13:42 +0000 /?p=7349

di ROBERTO MUSACCHIO

Era prevedibile ma vederlo realizzato è cosa che fa piacere: la candidatura di Tsipras a Presidente della Commissione Europea catalizza su di sé  attenzione e consensi. Se ne parla su tutti i giornali europei, da Le Monde al Guardian, tra l’altro in un Paese come l’Inghilterra dove non c’è nemmeno una formazione politica che faccia riferimento a lui. Ma sta anche sulle pagine del New York Times. E il sostegno gli arriva da ambienti politici e culturali vasti e variegati, da Balibar a Negri.Si dirà che si tratta di un ennesima versione della personalizzazione della politica, dominante in questa era di “politica debole”. Certo, anche questo è un rischio. Ma se guardiamo bene a ciò che ha dato forza alla sua figura, troveremo tratti del tutto diversi da quelli che abbiamo imparato a conoscere. Tsipras è fuori da molte delle categorie di questi pessimi anni. Non è un “vincente”, in quanto al contrario è espressione di un popolo non solo sconfitto ma anche colpevolizzato oltre misura. E infatti non è neanche un giustiziere proprio perché i giustizieri sono quelli della Troika che colpiscono con la spada sacra dell’austerità. Non è un venuto da “fuori” perché la sua storia è quella, travagliata e drammatica, della sinistra greca.

Certo è giovane, e questo è bene,  ma mi pare che ormai si stia palesando come anche questa condizione non sia esente da altre attribuzioni valoriali. In realtà Alexis è, in parte almeno, un “ritorno all’antico” cioè a quella connessione sentimentale tra una dimensione collettiva e una figura carismatica che ha rappresentato una condizione importantissima della funzione storica delle sinistre. Tanto più, e meglio, quando è stata capace di nutrire questa connessione con una politica condivisa e partecipata, consapevolmente agita. Lui dice di sé da aver imparato molto da Genova, e lo si vede. La sua lotta è una lotta di popolo che però vive in una dimensione generale; la sua formazione politica si è fatta partito rendendosi nel contempo agente sociale di resistenza; la sua dimensione è, appunto, la resistenza, dalla quale tentare l’”assalto al cielo” del governo e non il governo come surrogato della resistenza.La cosa che a me pare positiva del consenso che gli sta arrivando è proprio che una parte almeno di questa dimensione che un tempo avremmo definito politica viene percepita.

Non un leader salvifico ma una possibilità politica, incarnata in una leadership e in un sistema di forze. Per altro la sfida della dimensione europea chiama necessariamente ad una assunzione di responsabilità diretta. Tsipras non cambia l’Europa da solo ma chiede sostegno alla lotta del suo popolo e chiede che questo sostegno nasca dal rafforzare ciascuno la propria lotta.Per questo leggere gli elementi politici che Tsipras porta con sé è importante, ancor di più nel momento in cui si pensa di sostenerlo o, ancora meglio, di condividere la sua battaglia. Ci sono due errori speculari che andrebbero entrambi evitati. Una lettura settaria, per cui c’è un bollino DOC di appartenenza al club Tsipras. All’opposto un suo uso strumentale che prova ad appropriarsene a prescindere da quello che è il suo messaggio politico. Per altro entrambe questi due comportamenti avrebbero l’effetto di vanificare ogni azione positiva

Il successo della candidatura di Tsipras mostra già di per sé quale l’elemento, e il contesto, politico in cui si realizza. E’ quello di apparire, ed essere, con tutta evidenza l’unica alternativa a questa “Europa reale” che si manifesta a sinistra. Non solo, Tsipras dimostra che ci può essere una sinistra che si ponga, e sia percepita, come tale. Di fronte a lui la candidatura di Schultz è impallidita. E per altro ha assunto una sembianza assolutamente diversa da quando si è costruita la nuova grande coalizione in Germania e lui ne rappresenta comunque una espressione. Per altro che questa grande coalizione fosse assai prevedibile è del tutto evidente se si pensa a come la Spd abbia accompagnato tutte le politiche della Merkel. E che Schultz sia interno a tutto ciò era anche questo un dato disponibile visto che è ora Presidente del Parlamento Europeo in staffetta e con i voti dei Popolari. Non è pensiero astruso quello che immagina analoga possibilità, staffetta e condivisione del voto tra socialisti e popolari, per la Presidenza della Commissione. Non è scontato, perché mai la politica lo è, ma l’ostacolo a che ciò si realizzi non passa per Schultz ma, almeno in parte, per Tsipras. Per altro la condizione di Schultz non appartiene solo a lui, e al suo essere tedesco. Appartiene, purtroppo, all’insieme del Socialismo Europeo. Tutti i comportamenti fondamentali di questo aggregato politico sono stati interni ai diktat dell’Europa reale. Vale per i voti al Parlamento Europeo e vale per i comportamenti nazionali, dal Pasok all’Spd ad Hollande che arriva ora a risposare le più trite teorie neoliberali.

Non a caso dunque la candidatura di Tsipras nasce da fuori, e in alternativa, al socialismo europeo. Non per ragioni ideologiche, e settarie, ma per le condizioni materiali. Nasce infatti in ciò che si è ricostruito di una sinistra alternativa all’austerità e si diffonde negli ambiti più vasti che, per fortuna, questa lotta all’austerità la fanno. Così come la lotta di Syriza guarda al governo ma non ne fa l’elemento identitario. L’elemento identitario è l’alternativa all’austerità. La collocazione politica è la resistenza. Il governo è un terreno di lotta che chiede di cambiare l’intera Europa. E’ bene ricordare che Syriza ha subito uno scissione, quella di Dimar, Sinistra Democratica, consumata proprio sull’idea di quest’ultima di mettere al centro il rapporto col Pasok e quello col Governo. Conosciamo gli esiti di questa scissione, ridotta a piccolo partito e fallita nell’esperienza di governo. Mentre yriza faceva un balzo storico.

Ho detto queste cose per aiutarci a leggere anche la situazione italiana. Anche da noi, che viviamo una condizione devastata, la candidatura di Tsipras sta suscitando un’eco vasta e conseguenze politiche che potrebbero essere di rilievo. L’appello per una lista che lo appoggi, proposto tra gli altri da una figura di grande spessore come Barbara Spinelli, e che io ho sottoscritto, ha il merito di una lettura pienamente politica della sua candidatura, del contesto in cui matura e della prospettiva in cui collocarla. Contro l’Europa reale ma per un’altra Europa; contro le grandi intese che ne sono la condizione attuale; per una collocazione parlamentare, quella nel Gue, che corrisponda al dato di fatto non solo della collocazione di Tsipras ma di ciò che è la realtà politica dei comportamenti avuti rispetto all’austerità. Si può essere contro l’austerità ma stare con chi l’ha votata?

Il punto, per altro, non è solo di collocazione simbolica ma di lettura della realtà e di investimento sul futuro. Lo dico in particolare rispetto a chi ha fatto del “riaprire la partita” e del farlo attraverso il rapporto col PD e il governo elemento quasi identitario. A me questa impostazione pare ampiamente falsificata dai fatti. E’ materia sensibile perché oggetto della discussione di un corpo politico, quello di Sel, cui ho brevemente appartenuto, e che rispetto. Ma è anche materia che deve appartenere a tutti noi in una discussione pubblica che ci dobbiamo vista la situazione cui siamo arrivati. Che a me pare tra le più gravi in Europa. Dove il principale erede di quello che fu il Pci arriva ora con Renzi segretario a compiere due gesti insieme: entrare nel Partito socialista europeo e sferrare il più grave attacco alla democrazia rappresentativa che si sia avuto in questi anni di maggioritario. O si pensa che questi due gesti siano schizofrenici o se ne legge il contesto comune. E il contesto è appunto quello della costituente dell’Europa reale, quella dove il governo si fa governance, la rappresentanza è circoscritta e l’alternativa bandita. E dove i principali soggetti politici sono sussunti  ad apparati. Si dirà che ci sono momenti di resistenza anche interni a questi soggetti, e in particolare al Pse, ed è sicuramente vero. Ma ciò che è ancora più vero è che sono sempre più circoscritti ed inefficaci mentre il trend va in un’altra direzione. E che sempre più l’accento si sposta necessariamente su ciò che è fuori dal recinto anche per liberare chi ci è rimasto dentro.

Se pensiamo alla parabola italiana la cosa appare assolutamente evidente. Affidare al governo e al  rapporto col Pd il rilancio della sinistra e il cambiamento del Paese ha portato all’esatto contrario. Il governo ha agito ed agisce in piena sintonia europea, il Pd è arrivato da Bersani alla metamorfosi definitiva del renzismo, senza per altro dare segni di una vera resistenza interna, la sinistra è restata inefficace socialmente e politicamente ed ora è definitivamente minacciata dalla vergognosa riforma renzianberlusconiana. Si ha un bel dire che la colpa è di Grillo, del moderatismo o del settarismo. Se politica è previsione e organizzazione di forze per affrontare ciò che si pensa accada e per andare in una certa direzione, su tutti e tre i punti non si può sfuggire alla prova dei fatti. Né si possono rincorrere eventi e persone magari affermando un giorno che con Renzi si sente il profumo della Leopolda per poi  scoprire Tsipras ma pensando di poter continuare a stare dove si stava e a riprovare le stesse cose. Il mio discorso vuole essere l’opposto del settarismo proprio perché cerca il linguaggio della verità. Tsipras è l’idea della ricostruzione di un campo di forze, di una visione delle cose e di una prospettiva autonoma e alternativa a quelle esistenti. Quel campo di forze, quella collocazione non sono una gabbia ma una opportunità. Pensare che Tsipras sia forte non per quello che è ma malgrado quello che è, è ancor più che una presunzione immotivata data la differenza delle forze tra noi e lui,  un errore. Come è un errore guardare a quelle forze, quelle fuori dal recinto e da Bisanzio, come residui di un passato lontano quando sono assai più primi embrioni di una nuova realtà. Certo tutta da ricostruire, con una cassetta degli attrezzi del tutto nuova, ma decisiva e possibile.

Troppo tempo per altro si è perso. Dopo Genova non abbiamo saputo percorrere veramente quella strada. Ma anche dopo le sconfitte ci si è riorganizzati secondo vecchi percorsi. Quando sento oggi parlare di terre di mezzo penso a come ancora qualche anno fa questa definizione aveva un senso. Questo prima che la gelata dell’austerità e della troika tagliasse ponti e seccasse i germogli. Un conto erano i socialisti prima dell’austerità altro sono oggi, per le loro responsabilità ma anche per ciò che li ha resi essersele assunte. E discorsi diversi ma con elementi di analogia valgono anche per i verdi. Ad averla praticata a tempo quella terra di mezzo, magari partendo dallo stare sul proprio pezzo, si sarebbe forze allargata. Ma si è scelta la terra altrui, del governo e del cosiddetto centrosinistra.

Ma la politica è andare avanti. Ora c’è una nuova sfida possibile, quella di Tsipras e di un’altra Europa. Sarà vincente se la prenderemo sul serio e ci faremo cambiare da essa.

 

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Lo scandalo di Ancona /2014/01/12/lo-scandalo-di-ancona/ /2014/01/12/lo-scandalo-di-ancona/#comments Sun, 12 Jan 2014 09:29:10 +0000 /?p=7335 di SERGIO LABATE

Anche ad Ancona, come in tanti altri posti di questo arcipelago chiamato Italia, la notizia è l’occupazione di uno stabile da parte di un gruppo di persone senza casa. La contro-notizia è ovviamente che anche in questo caso l’antagonista politica è un’amministrazione di centro-sinistra, la cui reazione non pare affatto placarsi ma anzi assumere un tono perentorio e minaccioso. Ancora una volta vi sono, da un lato, una serie di persone e movimenti che rivendicano diritti e, d’altro lato, un’incapacità di ascolto e di visione da parte della “politica istituzionale” (a onor del vero vi sono anche delle forze politiche che si stanno spendendo senza paura nella difesa dell’occupazione, a cominciare dalla lista di Ancona Bene Comune).

Posso testimoniare la mia solidarietà a questa esperienza nell’unico modo che conosco, che è quella di una breve riflessione a più ampio raggio. A me pare che, tra le tante, vi siano due questioni che meritano un approfondimento anche dal punto di vista teorico.

La prima domanda è laconica: perché allo stato attuale occupare spazi dismessi o abbandonati e riabilitarli attraverso pratiche di autogoverno appare l’unica notizia buona nel deserto, che persevera, d’iniziative e d’entusiasmo? Ecco, la risposta a questa domanda mi pare più importante di quel che può apparire in prima istanza, perché sta all’origine di quella dissonanza tra società e politica che traspare nelle prese di posizioni istituzionali. Quello che le cariche istituzionali non capiscono è che ciò che è in gioco non è semplicemente il tentativo di colmare dei diritti individuali non rispettati ma, contemporaneamente, di connettere questi diritti in forme che compensino anche la mancanza di socialità sempre più diffusa. Per questo la posizione della politica locale secondo cui è inaccettabile la pretesa di queste persone di decidere le forme e i modi della loro sistemazione, e di deciderlo insieme, mi appare per certi versi, dal punto di vista culturale, ancora più grave di un’ammissione di disinteresse. Il punto è infatti precisamente questo: che la politica non ammette, in prima istanza, che anche il deficit di socializzazione concerne un diritto fondamentale, che di mancanza di socialità si può morire e, in seconda istanza, non ammette che questa socializzazione si può governare da sé, cioè che il potere di definire le forme delle nostre relazioni non è più nelle mani esclusive degli esperti e dei politici, delle ricette dei “servizi sociali”.

Mi viene in mente il titolo assai di moda qualche anno fa di un bel libro di Clastres, La società contro lo stato. Una formula che evoca alla perfezione il vuoto cognitivo e culturale dei politici istituzionali: essi prevedono, quando va bene, di assistere gli individui ma hanno strategicamente logorato e interdetto ogni possibilità di riconoscersi insieme, di costruire esperienze collettive o comunitarie, di immaginarsi dentro un’identità condivisa e non imposta. In fondo è qui la prima e più grave delle dissonanze cognitive: che la politica pretende di restare un’esperienza individuale (o, tuttalpiù, tribale), mentre le occupazioni riconfigurano la socialità degli spazi vissuti. Questi spazi che si occupano sono esperienze politiche nella misura in cui rivendicano una politica della condivisione, della socializzazione, una società che si deve immaginare fuori dallo spazio moderno dello stato, una società contro lo stato, appunto.

Ma la tesi di Clastres, nelle pagine di quel libro, è ancor più attuale. La sua indicazione consisteva infatti nel riconoscere che vi sono state esperienze culturali in cui il rapporto tra società e stato prevedeva una condivisione del potere e non una sua concentrazione. Ecco, senza approfondire troppo, a me pare che quel che appare intollerabile per la politica istituzionale non sia soltanto la legittima richiesta di socializzazione che mette in questione il modello individualista della politica, ma soprattutto che questa socializzazione possa essere prodotta, immaginata, rivendicata, formata, persino pensata da “altri”. È questo il nocciolo della questione, da un punto di vista politico: le occupazioni sono rivendicazioni di un oggetto (la socialità perduta) ma anche di un potere (che è quello di autogovernarsi, di decidere per sé non solo ciò di cui si ha diritto ma anche come deve immaginarsi e concretarsi quel diritto). Dunque la questione è, dal punto di vista della teoria politica, assai radicale: è la contestazione della “teologia politica” che consacra la rappresentanza come l’unica detentrice del potere, come l’unico soggetto del potere. Così come si presenta in questi casi, con questa carica creativa e immaginifica, l’autogoverno è oggi una vera categoria rivoluzionaria, nella misura in cui mette le istituzioni moderne dinanzi a un bivio costituente: o continuare a combattere contro i diritti in nome del mantenimento dell’esclusività del potere (e dunque pensarlo nella forma dell’assoggettamento) oppure prendere sul serio il suggerimento di Clastres in quel libro: ripensare il rapporto tra società e istituzioni a partire non da una concentrazione del potere nelle istituzioni ma da una diffusione di esso nella società (e dunque pensarlo sotto forma di una pluralità di soggetti).  Si spiega anche così, a mio avviso, persino la (scandalosa, per quanto vale il mio giudizio) presa di posizione dei sindacati confederati – compresa la CGIL. Presa di posizione che è collaterale ai giudizi dei partiti di governo e che si comprende come un tentativo estremo di difesa del proprio potere, contro ogni ascolto di ciò che lo eccede, lo anticipa, lo mette in discussione, soprattutto lo relativizza.

Seconda questione: perché la legalità è diventata un feticcio per le amministrazioni di centro-sinistra? Ho letto in questi giorni, tra le tante dichiarazioni poco comprensibili, quella di un’esponente locale del Partito democratico secondo cui “dall’illegalità non può nascere nulla di buono”. Mi è venuto da sorridere. Se chiedessi a questa persona quali siano i suoi “maestri politici” probabilmente mi nominerebbe Mandela, Gandhi, don Milani, i primi obiettori di coscienza, le donne che hanno combattuto per il diritto all’autodeterminazione delle donne. In una sola battuta ha mandato in frantumi buona parte del Pantheon a cui avrebbe dovuto fare riferimento. Che amarezza. Se penso alla storia della sinistra, penso all’idea che l’ordine costituito è innanzitutto un ordine del dominio e che bisogna lottare per un ordine costituente capace di sovvertire le logiche del dominio. Ma provo ad ammettere la buona fede e cerco di leggere in questa svolta un malinteso culturale figlio del ventennio berlusconiano. In cosa consiste questo malinteso? Nel fatto che, certo, per vent’anni la legge è diventata un optional e dunque oggi il rispetto delle leggi appare davvero un valore prezioso. Figuriamoci se per uno come me, che ha vissuto la propria maggiore età esclusivamente nel delirio berlusconiano, tutto questo non sia vero. Mi sento in colpa persino quando mi capita di non rispettare per un’inezia il codice della strada. Ma non saper distinguere la differenza enorme che passa tra il contestare la legge in nome di un’illegalità e il contestare la legge in nome di un diritto vuol dire aver perduto ogni spazio di autonomia e di riflessione politica. Vale lo stesso per il rispetto del patto di stabilità, come la Rete delle città in comune ci ricorda: perché la legge che sancisce il diritto alla proprietà si deve rispettare e quella che sancisce il diritto alla casa no? Chi è che trasgredisce cosa? Chi è davvero illegale? Non è in questa tensione dei diritti non riconosciuti dalla legge che si trova la radice di quella cultura che un tempo si chiamava sinistra?  Io sto dalla parte di chi non rispetta la legge perché rivendica un diritto. Per me è illegale una politica che si dimentica di garantire i diritti ma è sempre pronta a ricordarsi di rispettare delle leggi che servono proprio a questo: a mantenere l’ordine del dominio di pochi privilegiati contro i tanti ultimi. Io sto con loro. Non per paternalismo, ma per accrescimento personale. Perché loro m’insegnano. Perché solo loro osano immaginare leggi nuove contro leggi ingiuste, come Antigone.

 

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Il silenzio della sala docenti /2014/01/04/il-silenzio-della-sala-docenti/ /2014/01/04/il-silenzio-della-sala-docenti/#comments Sat, 04 Jan 2014 15:27:02 +0000 /?p=7318 di ANDREA BAGNI

Quando mi capita di essere invitato a parlare di scuola in qualche luogo più o meno politico, ormai sono quasi in imbarazzo. Non rifiuto ancora, ma certo non mi pare di avere più gran che da dire sulla scuola di oggi. E non credo sia una questione solo scolastica. C’è di più. C’è un cambiamento radicale di paradigma riguardo la società e il lavoro, che spiazza. Intendiamoci, la scuola la si può sempre raccontare. E – almeno a me, programmaticamente ottimista fino quasi all’imbecillità – viene sempre fuori un racconto tutto sommato bello. Non si può insegnare qualcosa a qualcuno se non si ha un po’ fiducia in lui o in lei. A me sembra che succedano ancora nelle classi delle cose intense e importanti. Relazioni significative e anche affettive pur nella asimmetria. Scoperte, piccole lampadine che si accendono. Micro-sapere che ha dentro il senso della grande conoscenza.

Però mi sembra che dal racconto non venga più fuori un discorso politico. O meglio, dalla vita della scuola non mi riesce più di formulare una qualche idea di “politica scolastica”. Si sono separati i linguaggi. Dal racconto verrebbe fuori un’idea di sapere e di politica mille miglia lontana dalle pratiche e dal discorso pubblico che attraversa il presente. Non è solo una questione di scuola dunque. È che proprio quella politicità delle relazioni ravvicinate sembra una dimensione letteraria o “esotica”, ricacciata indietro dal baratro che ha separato la città istituzionale dalla società. E la società da se stessa. Perché non si tratta solo della crisi di Bisanzio, chiusa dentro le sue mura, pure in via di crollo. La critica del potere pensa se stessa in una forma che a me pare del tutto nuova. Come una totalità contro un’altra totalità. Tipo lo Stato e la volontà generale del Popolo, tutto con la maiuscola. Da una parte il vecchio ceto politico, castale, privilegiato; dall’altra i cittadini comuni, i sindaci delle città, gli imprenditori coraggiosi. Gli spiriti animali della società civile. Anche nuovi leader, ma che si sono fatti altrove dalla politica, per cui Firenze sta a Renzi come il Milan a Berlusconi, la rete a Grillo. Loro biglietto da visita. L’azienda vincente che hanno creato dal nulla.

Il modello commerciale è la dimensione vitale che ci è concessa. Il resto è accademia o politica.

E i cittadini di Grillo possono serenamente gridare ai partiti, Noi non abbiamo bisogno di incontrare la parti sociali, noi siamo le parti sociali. Noi siamo tutto, voi siete gniente. Nei tredici minuti di Davide Serra alla Leopolda agiva la stessa grammatica. Da una parte il Bene: i giovani imprenditori intraprendenti costretti all’esilio, dall’altra il Male: la politica, i pensionati, il pubblico impiego. Insomma i garantiti dallo stato, i protetti dai contratti nazionali, cioè dalle corporazioni. I parassiti contro i meritevoli uomini del fare.

Una delle parole fondamentali infatti è meritocrazia.

Decenni di indecente nepotismo hanno fatto sì che non si vede più come l’uguaglianza sia il prerequisito del merito: senza, resta l’élite chiusa dei aristoi. I migliori e per nascita – sociologica se non di sangue. Chi è cresciuto nelle varie periferie dell’esistenza e non ha mai visto in casa un libro, non ha molte chance di competere con i “meritevoli”.

Alla fine la semplificazione che ridefinisce il conflitto come il sotto contro il sopra funziona alla grande. Permette di dare voce alla rabbia e anche avanzare una nuova speranza – magari nella forma “proviamo anche con Renzi, è diverso e vincente, basta perdere”. Peraltro, mandiamoli tutti a casa è l’altra espressione chiave. Anche nelle vicende che hanno caratterizzato il “movimento del 9 dicembre”, quello detto dei forconi, è possibile leggere lo stesso segno. Noi siamo gli Italiani. Tutti. Voi siete i politici, quelli di Equitalia. Siamo non i poveri o gli sfruttati ma gli impoveriti. Quelli che erano e non sono più. Immiseriti non dalla finanza mondiale (evanescente, roba da intellettuali marxisti) ma dallo Stato nazionale traditore della nazione. Le tasse, che erano state lo strumento per ottenere la rappresentanza politica, ora nella crisi della rappresentanza tornano a essere il nemico mostruoso.

La sinistra mi pare che abbia reagito al movimento con gli antichi schemi: un’insorgenza sociale, legittima e perfino preziosa, ma pre-politica, che aspetta che le venga spiegato l’insieme del piano del capitale o della finanza sovranazionale. Fare politica come pedagogia. A me sembra, invece, più che l’espressione di qualcosa di pre-politico sia la manifestazione di un atteggiamento post-politico. Figlio di questa destrutturazione: delle soggettività, dei corpi intermedi e dei linguaggi, semplificazione del conflitto. Riduzione a due del mondo, e in chiave molto maschile. Uno scontro di folle e caste che cancella le relazioni concrete, fatte di corpi e desideri, non di massa. E i conflitti dentro la società. Una sfera politica omogenea, anche se divisa assolutamente in due: il basso e l’alto. Omogenea nell’assoluto.

Secondo me tutto questo c’entra in qualche modo con il senso di spaesamento e di afasia che connota le scuole.

Intanto è bizzarro che dopo aver passato anni a polemizzare con la riduzione del lavoro docente a prestazione impiegatizia, si finisca noi insegnanti per essere collocati in quanto impiegati pubblici nella categoria dei privilegiati. Una corporazione di illicenziabili improduttivi ancora malati di cultura del Sessantotto – che resta il grande nemico di questa nuova politica, nell’epoca della fine della polis. Nessuno nelle scuole prova più a difendere le condizioni di lavoro o gli stipendi. Il blocco dei contratti è passato senza quasi suscitare mugugni. Abbiamo interiorizzato che nella crisi è già molto averlo un impiego. Un privilegio.

Ma è tutto il lavoro che ha cambiato statuto. In tanta meritocrazia, è come se fosse scomparso il merito del lavoro, cioè la sua funzione per la collettività, il carattere se non artigianale comunque legato alle persone e alla creatività. Il mondo di relazioni che vi si costruisce.

E allora è chiaro che per chi insegna si metta male. Se lavorare nello spazio pubblico (vedi anche la sanità) non significa costruire cittadinanza, relazioni di attenzione e di cura con le persone, sapere – allora dalla scena scompaiono bambine e bambini, ragazze e ragazzi, e si accampano amministrazione e sindacati, protocolli e Invalsi. Una megamacchina di impiegati statali. Tristi.

Fuori poi non c’è più facile trovare come un tempo il “mondo del lavoro” cui collegarsi. Non c’è più la lotta di classe, solo il massacro di una classe sull’altra – che ha perduto da un pezzo, da quando è stata distrutta la sua identità. Classe in sé ma non per sé. Non più soggetto politico, solo fattore fra gli altri della produzione, ingranaggio qualunque, dominato dalla legge della domanda e dell’offerta.

Negri e Hart avevano festeggiato la moltitudine in arrivo, invece è arrivata la frantumaglia del grande libro di Elena Ferrante. Buona al massimo per il vaffanculo.

Capisco le colleghe e i colleghi silenti che appena sfogliano il giornale al bar. Che altro si può fare? Un po’ si proteggono. Forse per certi versi proteggono anche la scuola, il rapporto con le ragazze e i ragazzi. È già qualcosa non mandare il messaggio devastante che tutto è merce, o lo sarà. Che si tratta di attrezzarsi per la competizione nella giungla di individualismi vari che aspetta fuori. Che tutta la didattica è bene che si modelli sulle prove oggettive e sulla somministrazione di test, perché solo ciò che è oggettivamente rilevabile è rilevante. Il resto è poesia.

E però mi sa che non basterà preservarsi.

Rischia di succederci come al personaggio innamorato dei libri di un grande episodio di Ai confini della realtà. Quando esce dalla nicchia in cui si è salvato dal disastro trova il mondo distrutto e un sacco di libri sparsi dappertutto. Ma gli occhiali per leggerli li ha inavvertitamente schiacciati con un suo gesto disattento.

Alla fine manca sempre qualcosa. Non ci si salva da soli. Mai. Conviene ritrovare la dimensione politica, cioè personale, universale e conflittuale, delle nicchie. Quella poesia che le rompe, le apre e determina frane.

 

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Forconi e altri fenomeni /2013/12/17/forconi-e-altri-fenomeni/ /2013/12/17/forconi-e-altri-fenomeni/#comments Tue, 17 Dec 2013 07:50:34 +0000 /?p=7296 di PIERLUIGI SULLO

La crisi italiana procede a ondate. L’espressione “crisi italiana” ha un senso preciso: non si tratta solo di crisi economica o crisi finanziaria o crisi ambientale, che sono comuni a tutto il pianeta. Tutte queste crisi, nel nostro paese, hanno prodotto e produrranno nel futuro effetti specificamente italiani, in particolare il crollo della democrazia rappresentativa. Questo avviene per ragioni complesse, la più vistosa delle quali è la durata del dominio di Silvio Berlusconi sulla politica e sulle istituzioni, oltre che sulla cultura diffusa e il senso comune, e sul rapporto tra Stato ed economia (o affari). Quel che i politici come Matteo Renzi lamentano, e cercano a modo loro di medicare, ovvero lo strappo tra cittadini e loro rappresentati politici è sì un fatto comune a tutti i paesi europei, e oltre, ma è da noi particolarmente profondo, grazie alla cosiddetta “seconda repubblica”, che reca appunto il marchio indelebile del berlusconismo e di tutte le imitazioni del berlusconismo, cioè di pressoché tutte le aggregazioni politiche.

E’ per questo che la crisi procede a ondate: ha ragione Giuseppe De Rita a dire che i cosiddetti “Forconi” (poi vedremo perché “cosiddetti”) sono una manifestazione “random” di proteste e disastri sociali differenti, che si sommano solo occasionalmente – e infatti già si dividono – quando sembra, a questa e quell’altra categoria sociale in difficoltà, che vi sia l’occasione di farsi notare. Ma è da anni che questo accade, sebbene in forme diversissime e, appunto, non sommabili.

Il prima e più importante segnale della divaricazione tra politica e società fu alla fine del Novecento, ovviamente, il movimento “di Genova” – quello che per anni i media hanno reso stereotipo definendolo “no global”. Ma i “girotondi”, all’inizio del primo decennio del secolo, altro non erano a loro volta se non una richiesta democratica, di legalità democratica, che nasceva accanto ma al di fuori del centrosinistra. Il “popolo viola”, qualche anno dopo, ebbe per un certo periodo una grande fortuna e poi sparì: aveva grosso modo lo stesso senso dei “girotondi”, ma con una distanza maggiore del centrosinistra (inteso come lo schieramento politico più “pulito”) e caratteristiche più giovanili e cittadine in genere. La fortuna elettorale di Di Pietro e dell’Italia dei Valori, alle elezioni del 2006, aveva più o meno lo stesso volto che avrebbe avuto, con molto più successo, il Movimento 5 Stelle alle elezioni del 2013: “mandare a casa”, o in galera, i politici corrotti e ladri. Solo che Di Pietro voleva trattare, compromettersi, e, nel gioco parlamentare cinico alla Berlusconi (e alla quasi tutti, alla fine) dovette constatare che vari suoi parlamentari erano semplicemente in vendita, e infatti qualcuno (Berlusconi) li comprò per far cadere il governo Prodi nel 2008.

Nel frattempo, studenti e ricercatori crearono, per un breve periodo, uno dei movimenti più vivaci, radicali e diffusi: durò poco. E nel 2011 si presentarono sulla scena, nelle strade di Roma, centinaia di migliaia di persone – giovani, lavoratori, disoccupati, prevalentemente di sinistra – spinte dalla suggestione dei movimenti degli “indignados” spagnoli: finì malissimo perché le vecchie estreme sinistre, ubriache di combattentismo, fecero degenerare la giornata in un confuso e violentissimo scontro con la polizia, ciò che indusse i più a lasciar perdere. I pastori sardi, grande movimento isolano, agivano in parallelo, dando lo spunto – probabilmente – ai Forconi siciliani, che incendiarono l’isola per qualche settimana rappresentando, nel senso letterale della parola, il furore di varie categorie sociali, specialmente i contadini. Piùà di recente, lo sciopero ad oltranza dei lavoratori dei trasporti pubblici genovesi, esasperati dall’incapacitòà della politica di trovare un alternativa alla privatizzazione: precisamente, di rivendicare il servizio pubblico come un bene collettivo: la forma di lotta, bloccare per più giorni la città, era estrema come estrema è la condizione di tutto ciò che è “pubblico”.

Questi diversi precedenti hanno fornito l’innesco dell’esplosione recente dei “Forconi”, che ha avuto i suoi epicentri a Torino e in Liguria, in Puglia e nel Veneto: se in Sicilia o altrove hanno potuto farlo, di bloccare la vita sociale, perché non tentarlo in tutta Italia? Marco Revelli ha scritto un articolo definitivo (http://www.infoaut.org/index.php/blog/precariato-sociale/item/9971-l%E2%80%99invisibile-popolo-dei-nuovi-poveri), dal punto di vista della lettura dei cosiddetti Forconi, specie quelli torinesi: sono, fisicamente, l’effetto del crollo del sistema economico postfordista, quello dell’appalto e subappalto, delle partite Iva, del commercio ambulante (tanto antico quanto modernissimo). Ma sono, soprattutto, l’effetto della fine della politica rappresentativa, quella che oggi, con un linguaggio e proposte più “moderne” – una sorta di liberismo dei diritti – tenta con Renzi di ritrovare un ancoraggio, in un paese dove ormai vota, mediamente, poco più del 50 per cento degli elettori.

I media hanno dato un rilievo enorme ad ogni più piccola dimostrazione di questo nuovo fenomeno sociale, mescolandovi per qualche giorno ogni tipo di insorgenza, dagli studenti della Sapienza agli energumeni di Casa Pound: un unico minestrone bollente è stato servito a chi guardava una tv o leggeva un giornale, in un modo tale da dare la sensazione di una qualche imminente “rivoluzione”. Il meccanismo è noto: si trova una definizione unica, stereotipa, per fenomeni molto diversi, o comunque variegati (come dice De Rita), in questo caso i “Forconi”, anche se i siciliani c’entravano davvero poco e molti “coordinamenti” rifiutavano questa definizione (allo stesso modo, i cinquanta che danno l’assalto a una sede del Pd nel quartiere di San Lorenzo per esigere, in questo modo, la liberazione di quattro arrestati per fatti in Val Susa, diventano per i media “No Tav”); si sommano, appunto, fatti diversi in una sorta di effetto ridondanza, quel fenomeno fisico per cui una vibrazione anche piccola, se entra in sintonia con la struttura del materiale che viene colpito, può provocare una reazione a catena crescente.

Dopo di che, spese intere edizioni di telegiornali per presidi di poche decine di persone, si dichiara la “crisi” o la “divisione” del movimento, i cui “capi” o presunti tali nel frattempo sono andati in tutti i talk show a farsi fare a fette. E ogni tipo di politico, da Berlusconi a Grillo ai gruppuscoli nazi e fascisti, hanno tentato di fare le mosche cocchiere, sparandola più grossa, annunciando incontri (come ha fatto Berlusconi), alzando bandiere, organizzando azioni esemplari (come l’assalto di Casa Pound alla sede della rappresentanza europea a Roma) o dichiarando l’euro “un crimine contro l’umanità” (il nuovo segretario della Lega, Salvini). Mentre il centrosinistra, virtuosamente, dichiarava se stesso ben lontano dai “valori” dei “forconi” (Cuperlo). Una mischia confusa da cui la politica, in generale, esce ancora più screditata, perché sembra, ed è, capace di dire qualunque cosa, pur di agganciare qualche pezzo di società e raccattare qualche voto per giocare una partita che non ha nulla a che vedere con la vita delle persone in questione (Matteo Renzi dà in verità l’impressione di volersene occupare, ma ancora non ha dovuto fare i conti con la rissa immobile delle cosche e lobby chiamate partiti o correnti, e soprattutto con le tagliole dell’”austerità”). Ma, viceversa, gli allarmi ripetuti sul “caos” sociale, ultimo quello di Napolitano, creano di rimbalzo un clima di emergenza, nel quale le istituzioni, lo Stato, giocano il ruolo dell’arbitro, del regolatore dell’ordine.

Quel che resta sul terreno, inavvertito dai più, è però il fatto che ad ogni ondata la separazione della società da ciò che dovrebbe curarne gli interessi si incattivisce sempre più. Anche se l’orizzonte rimane fermo al “lodo Grillo”, chiamiamolo così: per risolvere ogni problema, ridare senso alla politica, è sufficiente buttar fuori dal parlamento, dal governo e dalle amministrazioni questa pessima classe politica, fatta appunto di ladri e di corrotti, per sostituirla con bravi cittadini onesti, persone il più possibile comuni. L’odio per i politici diventa sempre più, paradossalmente, iper-politico, ossia individua una possibile via d’uscita solo in una qualche rigenerazione dello Stato e delle istituzioni, di questo Stato e di queste istituzioni. Quelli che erano in piazza a Torino alzavano la bandiera tricolore e mostravano cartelli in cui si parlava di “difesa della Costituzione”. Curiosamente, è la stessa parola d’ordine con cui sono scese in piazza decine di migliaia di persone, insieme a Rodotà e Landini, ai primi di novembre. E, in fondo, la “sollevazione” di movimenti per la casa e altri movimenti cittadini di un paio di settimane dopo, poi trasformata in “assedio” ai palazzi del potere, si concluse con la conquista di un “tavolo”, una sorta di trattativa, con il ministro alle infrastrutture Lupi (“tavolo” del tutto inutile, del resto).

In un certo senso – e anche questa è una peculiarità italiana, ad esempio in Spagna le cose vanno diversamente – è come se le diverse insorgenze sociali, man mano che la frattura tra società e politica si allarga, non possano che reclamare, in modi sempre più radicali ed esigenti, proprio la rigenerazione della politica, delle istituzioni, intese come un luogo neutro, obiettivamente “di tutti” e abusivamente occupato da questi partiti e questi rappresentanti. Si finisce sempre con una “manifestazione a Roma”, con un “assalto al potere”, con una lista elettorale che apparentemente sia meno lista e meno elettorale possibile. Perché è inteso che, facendo irruzione nella stanza dei bottoni, come diceva Nenni, si possono pigiare quelli giusti, e quindi riaprire le fabbriche chiuse, creare lavoro per milioni di disoccupati, rifinanziare l’istruzione e la sanità, sanare la povertà, insomma “cambiare l’Italia”, come dice Renzi. E i bottoni non sono né di destra né di sinistra, si tratta solo di essere “italiani”.  Da qui il furore anti-europeo (le cui ragioni sono ben solide, beninteso) e le speculazioni di fascisti e, chissà, apparati dello Stato o parti di apparati: i quali, se la politica-politica dimostrasse di non saper invertire il corso degli eventi, la sua stessa degenerazione, potrebbero – ad un certo punto – sperare di sfruttare questa ribellione cieca e confusa, ma ben radicata, per un qualche colpo di scure sul mediocre spettacolo che i politici offrono ai cittadini. Ipotesi remota, che però intanto può avere gradazioni e sfumature molto diverse, e che potrebbe, in una sua qualche forma, non dispiacere ad una Europa che tollera, ad esempio, il regime para-fascista che si è stabilito in Ungheria.

C’è un libro appena uscito, che si intitola “Povertà a chi? Napoli (Italia)” (di Enrica Morlicchio e Andrea Morniroli, Edizioni Gruppo Abele) che aiuta a capire meglio di cosa stiamo parlando. Marco Revelli descrive, nel suo articolo, la pura rabbia di chi sta scivolando o è appena scivolato nella povertà, in una città del nord. Il libro racconta invece di una povertà secolare, quella napoletana, che conosce anch’essa i colpi della crisi, che scompaginano, distruggono in qualche caso, le strategie di sopravvivenza, le reti di auto-aiuto e di auto-economia che permettono ai poveri di sopravvivere, inventandosi la vita ogni giorno.

Sono due facce della stessa medaglia, certo, ma molto diverse. Perché la prima, quella torinese, produce un fuoco violento e rapido, e ottiene subito una grande attenzione da parte dei media; la seconda, la napoletana, provoca invece, tra molte altre cose, fenomeni come la manifestazione di centomila persone, cittadini auto-organizzati per lo più, che rivendicano la fine delle complicità grazie alle quali la camorra, e l’ìndustria del nord, sotto gli occhi ciechi dello Stato, hanno avvelenato grandi parti della regione Campania riversandovi le deiezioni della modernità e dello sviluppo (e questa manifestazione è stata assai sottovalutata da media).

Può essere, in altre parole, che le strategie di sopravvivenza creative, di cui settori sociali e comunità locali molto più numerose e diffuse di quanto i media vogliano o sappiano mostrare, siano potenzialmente una alternativa alle esplosioni di furore che si moltiplicano e agli “assalti” ai palazzi del potere, con qualunque bandiera vengano condotti, che sono semplicemente inutili, perché i palazzi dei poteri, e le relative stanze dei bottoni, sono evaporati nell’iperspazio della finanza globale ed è quindi assai complicato entrarvi. Né lo Stato, o le istituzioni in genere, sono luoghi neutri che cambiano di senso a seconda di chi li occupi: bisognerebbe che qualcuno lo spiegasse a Beppe Grillo. Viceversa, in tutto il paese, in un contesto di povertà vecchie e nuove, e di “ricchezze” locali non necessariamente monetarie o monetizzabili, si intrecciano relazioni e iniziative economiche e democratiche che hanno un solo, grandissimo difetto, che non è, come pensano i cultori della “sintesi”, dell’”Oorganizzazione” della “massa critica”, tutte categorie novecentesche: il fatto è che questa neo-cittadinanza dipende, nella considerazione e nel riconoscimento di se stessa, da quel che ne dicono i media e dal pessimo senso comune che essi producono. Quando l’autonomia diventerà anche una cultura, una visione delle cose, allora si potrà intravedere un barlume in fondo al tunnel.

 

 

 

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I polli di Renzi /2013/12/09/i-polli-di-renzi/ /2013/12/09/i-polli-di-renzi/#comments Mon, 09 Dec 2013 15:06:13 +0000 /?p=7292

di ROBERTO MUSACCHIO

Renzi ha vinto. Questo dato di fatto è indubitabile, aldilà del numero degli elettori. Ha vinto riuscendo, insieme, sia  ad esprimere una reale egemonia, come si sarebbe detto un tempo, sia “spiazzando” i suoi competitor, e cioè mettendo insieme quelle che, sempre usando espressioni del nostro mondo antico,  si chiamano mossa del cavallo e capacità corsara.

L’uso della terminologia non è casuale, in questo articolo. La mia idea infatti è che quella cassetta degli attrezzi, quella della vecchia storia comunista, sia passata di mano; e non a caso. Sconfitti infatti sono gli ultimi eredi di quella che fu una gloriosa tradizione. Non c’è dubbio che nella vittoria di Renzi, per i suoi numeri quantitativi e qualitativi, la certificazione di questa sconfitta è fortissima. Ciò che rimane della classe dirigente che fu comunista è ridotta ad estrema minoranza. Una parte di essa, in forme per altro cospicue, transita nelle fila del vittorioso; che riesce a sommarla al riemergere dal minoritarismo e dal reducismo di quella che era la componente democristiana. Renzi vince ovunque, nelle terre eredi del comunismo e in quelle bianche.

Naturalmente la sua non è una mera sommatoria, anzi. Il suo consenso è cementato e gonfiato dallo spirito di rottamazione e dal cambio generazionale, dal bisogno di vittoria, dalla capacità di riplasmare i materiali messi a disposizione dalle culture in crisi e della crisi. Cavalca l’anticasta, rilancia il maggioritario e il bipolarismo senza se e senza ma, carica a testa bassa le larghe intese, anche se bisognerà vederlo alla prova dei fatti.  Punta tutto su una modernizzazione che appare datata, molto neo-blairiana, ma che si ripropone con una sua flessibilità, come quando attacca le forme più manifestamente stupide dei dogmi europei. Conquista ampiamente quello che è stato chiamato il popolo del centrosinistra, con una espressione che è stata usata in una forma quanto mai generica e politicamente approssimata.

Questa forza di fondo lo rende capace di egemonia e insieme di grande capacità di movimento. Non c’è dubbio che in questo abbia sbaragliato chi gli si è posto contro. E lo ha fatto anche attraverso scelte che hanno spiazzato. Prima di tutte quella di decidere di correre per la segreteria del partito. Frutto di una contingenza – la strada di Palazzo Chigi per ora sbarrata – trasformata in una sfida vincente. Se fin qui era valso lo schema per cui agli ex Pci andava il partito mentre gli altri erano candidabili a premier, schema che ha trovato la massima espressione nel prodismo, Renzi rompe il tabù, dà l’assalto direttamente alla casamatta e la espugna. L’effetto choccante di questo avvenimento credo sarà enorme, ancor più di quello che già oggi appare, perché viola la sacralità del santuario, del luogo ancora inteso come depositario dell’effettivo primato della politica. Quello che appare in tutta evidenza è che un’erede della Dc se ne appropria e sconfigge gli eredi del Pci non sul posizionamento, il ruolo di governo, ma sul piano della politica e di occupazione dello spazio preposto ad essa. Io non credo che questa lettura sia esaustiva della realtà e cioè che Renzi sia semplicemente un neo-democristiano, anzi. Eppure questo aspetto, e cioè quello di una vittoria sul campo della politica, di un figlio, sia pure alla lontanissima, della cultura democristiana, colpisce e rimanda ad altre epoche in cui si è manifestata questa egemonia Dc nell’interpretare la modernizzazione, a partire da De Gasperi.

Ma quando dico che Renzi non è semplicemente un neo-dc, lo dico guardando anche ad altre mosse che ha messo in campo sullo scacchiere, come quella di aprire all’ingresso del Pd, il suo Pd, nel Partito socialista europeo. Renzi mostra in questo di aver ben colto lo spazio che ha di fronte, che è diverso da quello che si sarebbe potuto trovare in altri paesi europei, ma che comunque usufruisce dei materiali che il contesto in costruzione della nuova Europa offre. Altrove il popolarismo ha condizionato i socialisti nello spirito delle larghe intese costituenti: penso ad esempio alla egemonia attuale di Merkel in Germania. Qui da noi Renzi si appropria direttamente del Pd e, se ne può esser certi, ne farà testa di ponte, e di ariete, per una nuova trasformazione del socialismo europeo verso i lidi democratici e filoamericani. Trova spazio fertile nella crisi, identitaria e politica, grave del socialismo europeo, che qualcuno semplicisticamente aveva circoscritto agli epigoni della terza via, che per altro furono politicamente vincenti a loro modo, e che in realtà si è resa più drammatica con la  costruzione dell’Europa neoliberista. Anzi, probabilmente Renzi sarà un meno fedele, e ottuso, esecutore della governance e proverà a muovere magari in direzione di una correzione anglofila, e filoamericana, dell’attuale egemonismo tedesco.

Renzi dunque vince. E perdono gli altri e in particolare gli eredi di una certa cultura politica che, come dicevo, Renzi ha saputo riattrezzare per sé, mentre loro l’hanno in realtà ridotta a una sorta di bignami che ne ha ucciso gli elementi vivi. Qui c’è la lunga parabola della storia del Pci, che si dovrebbe finalmente ripensare. Come sia sopravvissuta l’idea che una cassetta degli attrezzi, dall’egemonia alla doppiezza, potesse sopravvivere rompendo in radice con la sua ragion d’essere e cioè il cambio radicale della società, si sarebbe detto un tempo, la Rivoluzione. Ora, io sono convinto tra l’altro che non tutti gli attrezzi di quella cassetta fossero di pari valore d’uso, per non dire morale. La doppiezza ad esempio non mi ha mai convinto. Ma non c’è dubbio che porla al servizio di una politica che andava nella direzione opposta, e cioè verso l’edificazione dell’Europa liberista, con la rottura del vecchio compromesso sociale, è stata una operazione suicida. E’ valsa ad esempio nei paesi dell’Est per le vecchie nomenclature riciclate. Ma qui porta agli esiti attuali. In questi anni gli eredi della vecchia cassetta degli attrezzi l’hanno usata per maneggiare pensieri opposti a quelli che l’avevano forgiata. Dal maggioritario, alla centralità governista, passando per meritocrazia, privatizzazioni, liberalizzazioni e arrivando all’austerità. Sempre continuando a pensarsi però “eredi di..”.

La cosa ancora più grave è che hanno pensato che quell’essere eredi avrebbe mantenuto la connessione sentimentale, o il governo, del “loro” popolo. Che in realtà nel frattempo diventava qualcosa del tutto diverso, impastandosi con le culture della crisi. Qualcosa che Gramsci avrebbe saputo analizzare e interpretare con quello che chiamava spirito di scissione, per indicare il bisogno di confrontarsi seriamente, e non populisticamente, con le culture di massa. Ma che anche un fine analitico della italianità come Manzoni avrebbe saputo leggere meglio. Meglio cioè di quello che hanno fatto i competitor di Renzi, i suoi polli, per giocare con una metafora manzoniana. Quelli che lo hanno contrastato da dentro il Pd e quelli che, in particolare negli ultimi anni, hanno provato a condizionare il Pd abbracciandolo in nome della vecchia cassetta degli attrezzi. Entrambi, da dentro e da fuori, naturalmente con elementi diversi, hanno assunto sempre più quel quadro di riferimento culturale, dal maggioritario alla centralità del governo, che li ha messi fuori gioco a fronte della superiorità strategica e tattica di Renzi.

Naturalmente anche coloro che hanno provato a stare fuori dalla gabbia dei polli non si sono salvati dall’essere spennati quasi fino all’ultima piuma. Sconfitto il tentativo di resistenza che fu proprio degli anni seguiti allo scioglimento del Pci e che hanno avviato l’attuale fase non si è riusciti a replicare in forme e modi adeguati alla bisogna.

Oggi, però, la esigenza si ripropone, in tutta evidenza. Pensare di restare nella gabbia di Renzi pensando di avere nella cassetta degli attrezzi una qualche chiave per uscirne mi pare insensato. Per uscire da quella gabbia però occorre con tutta evidenza una nuova cassetta degli attrezzi che nasce da una critica radicale della consunzione della vecchia ma anche del dotarsi di qualche nuovo arnese. Come ad esempio quelli che vengono da quei movimenti, ma anche da quelle culture politiche, che hanno provato ad attrezzarsi in questa nuova fase. Comunque se anche i polli di Renzi, lo dico con affetto, provassero a parlarsi invece che continuare a litigare, non sarebbe male.

 

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La grosse koalition europea /2013/12/01/la-grosse-koalition-europea/ /2013/12/01/la-grosse-koalition-europea/#comments Sun, 01 Dec 2013 07:39:02 +0000 /?p=7268 di ROBERTO MUSACCHIO

Quasi nelle stesse ore in cui Berlusconi teneva il comizio con cui sanciva l’uscita dalla maggioranza della “nuova-vecchia” Forza Italia, la signora Merkel illustrava in conferenza stampa l’accordo raggiunto per una grosse koalition tra Cdu e Spd in Germania.

I due eventi, non solo per la sintonia temporale, non possono che essere letti insieme e, anche per questo, in un quadro alla dimensione europea. C’è invece, in particolare in Italia, una lettura nazionale dei fatti politici che ormai è sempre più miope. Guarda a ciò che sta appiccicato sotto il naso ma non si accorge di quello che esiste aldilà delle stanghette degli occhiali. E’ senz’altro vero che Berlusconi ha reagito alla sua – sacrosanta – decadenza dal senato e che i giornali hanno enfatizzato il suo bisogno di arrivare presto alle urne per riproporsi alla leadership del paese. Come non c’è dubbio che, nell’accordo tra Cdu e Spd, l’introduzione del salario minimo è l’elemento su cui si farà convergere l’attenzione, anche per convincere una base Spd assai riluttante a ratificare l’alleanza nel referendum dei prossimi giorni (come questo salario minimo stia insieme poi ai mini-job e alle leggi sulla precarizzazione del lavoro come la Hartz iv, poi, è un altro tema che non tratto in questo articolo ).

Ma se si alza appena un poco lo sguardo si vede che, in attesa di capire se ci saranno nuove votazioni in Italia, cosa che appare consegnata per adesso alla disputa di egemonia tra Letta e Renzi, intanto a brevissimo termine, dal 22 al 25 maggio prossimi, si svolgeranno le elezioni europee. Probabilmente le prime in cui il tema dell’ Europa potrà essere avvertito dalla grande maggioranza dei cittadini come quelle vere, perché a forza di trincerare tutte le scelte dietro la formula “ce lo chiede l’Europa” la domanda sul senso di questa Europa è ormai penetrata a fondo. Per Berlusconi saranno dunque l’occasione di dare sfogo a quella sua vena di critica radicale all’attuale Bruxelles che ha sempre serpeggiato nella sua politica convivendo a fatica con il bisogno di essere accettato nel salotto buono dei popolari europei, che del resto non lo hanno mai amato.

E, sempre alzando lo sguardo, si vedrà che nelle dichiarazioni di Merkel, e nel programma siglato da Cdu e Spd, la continuità con le attuali politiche imposte dalla Cancelliera alla Unione è pressoché  totale. Il no agli eurobond e alla socializzazione, anche parziale, del debito, così come la riaffermazione della assoluta centralità degli equilibri di bilancio, stanno a confermarlo. Da questo punto l’accordo per la grosse koalition è la conferma di tutto ciò che ha determinato l’egemonia della Cancelliera in questo decennio fondamentale per il suo paese e costituente per la nuova Europa, quella che chiamerei “Europa reale”.

Il paternalismo autoritario della signora Merkel, intorno alla giaculatoria del debito, ha messo a regime l’intera Europa, i suoi cittadini colpevoli di debito, compresi i cittadini tedeschi, cui però, alla fine e in “premio” dei sacrifici, si accorda qualche beneficio. Poco conta che i sacrifici, assai più terribili, imposti agli altri, ai greci e ai portoghesi ad esempio, ma anche agli italiani, non abbiano sortito alcun effetto ed anzi abbiano precipitato loro e i loro paesi  in condizioni peggiori di quelle che erano quando iniziarono le misure di austerità.

Cogliere questo punto significherebbe disvelare cosa c’è dietro il mantra della austerità. L’edificazione, appunto, dell’Europa reale, a forte matrice tedesca ma in realtà costituzionalmente neoliberista. Basta vedere i consultivi che pure Bruxelles continua a sfornare dei deficit e dei dislivelli import-export, ma anche delle condizioni strutturali degli apparati produttivi e dei sistemi bancari, per averne la più clamorosa delle conferme. Non solo i differenziali non vengono sanati da politiche di coesione, ma addirittura sono esaltati da un modello che fondandosi sul rapporto tra  dumping  esportativo e controllo finanziario entrambi di marca tedesca fa si che i differenziali si accrescano e nel frattempo intere aree, quelle più colpite dalle politiche di austerità, si desertifichino delle loro capacità produttive e vengano sussunte in altre. In tal senso un recente rapporto annuale sullo stato della competizione nella Unione, a cura della Commissione, mostra con chiarezza entrambi i processi in atto.

Ci si chiede da tempo come abbiano potuto le borghesie europee allinearsi alla matrice tedesca. E la risposta sta in quella costituzionalizzazione neoliberista che la accompagna e che ha consentito in questi anni uno smantellamento sistematico e senza precedenti degli elementi di diritto del lavoro e di ruolo del pubblico in relazione al sociale contenuti nelle costituzioni formali e sostanziali del compromesso democratico. Costituzioni formali e sostanziali non a caso poste nel mirino e abrogate di fatto in larga parte a colpi di Fiscal Compact e di Troika. Questo non toglie che contrasti latenti, o anche espliciti, siano all’ordine del giorno e pronti ad esplodere. Penso in particolare ad una corrente anglofila, che guarda direttamente al modello USA, che attraversa Paesi e schieramenti, fino probabilmente alla nuova idea di partito democratico renziana. Che la Merkel sia politica avvertita, anche di questo, lo mostra il fatto che per il suo nuovo governo ha proposto la ratifica dell’accordo di libero scambio con gli USA.

Ciò che non trova risposte, se non assai dure da accettare, è cosa porta la parte preponderante delle sinistre europee, a fare da comprimari a questo gioco. La dinamica dell’accordo tra Cdu e Spd è purtroppo esemplare. Il successo elettorale della Merkel, e la sconfitta della Spd, sono precisamente figli di questa egemonia della Merkel sullo scacchiere principale, quello europeo. E’ grazie a questa egemonia che la Cancelliera ha potuto accrescere il consenso in casa stimolando paure e blandizie, sfondando all’Est e tra gli occupati, sussumendo alcune delle stesse proposte sociali che venivano dagli altri campi. Con la Grosse Koalition conferma appieno questo schema: tiene per sé, e saldamente, il timone e manovra un po’ sui ritmi di chi sta ai remi. Sapendo che poi ci sono altri rematori, quelli imbarcati sulle navi che seguono, affannosamente, la ammiraglia, che dovranno sfiancarsi.

Per chi ha seguito le lunghe e dettagliate trattative, cosa possibile sui media di altri paesi e assai meno in Italia, una commissione paritetica di 150 persone riunita permanentemente per settimane e che entrava nel dettaglio, ha colpito come questo gioco fosse chiaro ma accettato da tutti. E colpisce che traspaia, più o meno formalmente, una propensione delle parti prevalenti dei sindacati a sdoganare l’accordo influendo anche sulla ritrosia di molta base della Spd, espressa invece anche nelle parole dell’anziano Gunter Grass.

Colpisce tutto ciò perché mostra a che livello, disastroso, siano arrivate le capacità di quelli che furono i più grandi movimenti politici e sindacali del mondo, quelli europei, di leggere la realtà e di darsi un minimo di unità, che dovrebbe poi essere la loro ragione storica fondativa. Pensare ancora che dietro la locomotiva tedesca, oggi anche con il macchinista di riserva, riparta il treno di una Europa sociale, magari quella a doppia velocità, con più politica e più sociale nell’area euro, cara a una parte significativa dei socialisti europei, appare pura velleità. Bastano le parole della Merkel, che ritiene questa maggiore coesione di questa area funzionale solo al maggior controllo dei bilanci, a confermarlo.

Ecco dunque che le elezioni europee arriveranno in questo quadro. Eugenio Scalfari torna a proporre che  lo spazio per chi si pensa progressista è quello confinato dentro l’asse tra Letta e la nuova grosse koalition come strumenti della transizione. Questa lettura mi appare priva di elementi di realtà, naturalmente se si pensa a una idea progressista.  Il fortino dell’Europa reale sarà purtroppo presidiato proprio da queste forze e senza alcuna idea di transizione. Ci sarà un governo dominante, quello tedesco. Un candidato alla Presidenza della Commissione, quello dei socialisti europei,  che viene dal partito di complemento di quel governo e che dovrà spiegare di essere l’alternativa alla sua Cancelliera. E soprattutto dire come si fanno il salario minimo e il reddito di cittadinanza con le politiche di austerità.  Ci saranno poi le forze delle destre che si scateneranno e che saranno contrastate dal fortino assediato in nome della lotta ai nuovi barbari.

Un quadro francamente desolante. In cui per fortuna può irrompere una vera diversità. Anzi due. La prima è che i tantissimi movimenti che hanno, loro sì, provato a fare l’Europa, e non l’Europa reale, colgano l’occasione di elezioni in cui di Europa si interrogheranno tutti per proporre la loro lotta di liberazione da quello che è diventato un vero e proprio regime e le loro idee di costituzionalizzazione dell’Europa, il reddito di cittadinanza, il salario e il welfare europei, la cittadinanza di residenza per i migranti, la democrazia europea. La seconda sta nella disponibilità a candidarsi data dal Alexis Tsipras, il giovane leader di Syriza, il partito della resistenza greca alla austerità, che rappresenta, simbolicamente e politicamente, una speranza.

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Le città in comune /2013/11/25/le-citta-in-comune/ /2013/11/25/le-citta-in-comune/#comments Mon, 25 Nov 2013 14:30:01 +0000 /?p=7259 SI E’ TENUTO A PISA nello scorso week end un incontro di liste di cittadinanza di varie città italiane. Nell’incontro si è discusso di come queste nuove forme di democrazia locale possano affrontare i problemi più pressanti nelle rispettive città, e in generale in Italia. Qui di seguito, il comunicato che annuncia la nascita di “Le città in comune”, rete di liste, eletti e, nel caso di Messina, sindaco, e i suoi primi impegni. A seguire, alcuni video in cui si illustrano i temi principali del dibattito.

Nasce a Pisa “Le Città in Comune”

Liste di cittadinanza unite per un’altra idea di città: al via tre campagne su austerità, beni comuni, recupero del territorio.

Disobbedienza al Patto di Stabilità, rigenerazione e valorizzazione sociale del patrimonio immobiliare in disuso, difesa dei beni comuni e dei servizi pubblici. Queste sono le tre melodie composte a  Un’altra musica in Comune –  l’appuntamento promosso da 11 liste di cittadinanza a cui si sono aggiunte altre esperienze amministrative provenienti da sud a nord. I tre giorni di assemblee hanno visto la partecipazione attiva di numerose “Città in Comune”, tra cui: perUnaltracittà (Firenze) – Ancona Bene Comune – Appello per L’Aquila – Brescia Solidale e Libertaria per i Beni Comuni – Brindisi Bene Comune – Cambiamo Messina dal basso – Cittadinanza e Partecipazione (Feltre) – Imperia Bene Comune – Una città in comune (Pisa) – Repubblica Romana – Sinistra per Roma – Sinistra per Siena.

Queste liste di cittadinanza hanno animato il dibattito, i  tavoli di lavoro e i seminari che si sono conclusi con l’elaborazione di tre campagne che sin dai prossimi giorni troveranno concretizzazione dentro e fuori le aule consiliari.

La prima centrata sul dovere dei sindaci di fare fronte all’emergenza sociale e di tutelare la sicurezza idrogeologica del territorio e delle scuole, superiore al mandato di rispettare i vincoli di bilancio imposti dal Patto di stabilità. La seconda sul federalismo demaniale e sul patrimonio immobiliare pubblico e privato da riutilizzare – a partire dalle caserme in dismissione – per creare lavoro, cultura, nuovo welfare e rispondere all’emergenza abitativa che cresce nelle città. La terza riguarda la ripubblicizzazione e la trasparenza di gestione dei servizi essenziali – come acqua, trasporti e gestione dei rifiuti – attraverso mobilitazioni, interrogazioni, proposte di delibere e di modifiche degli Statuti comunali, per attuare in ogni città le intenzioni espresse nell’esito referendario del giugno 2011.

Le liste di cittadinanza riunite si sono date il nome di “Le Città in Comune”, per sottolineare una verità semplice oggi negata: le città sono di tutte e tutti coloro che le abitano, servizi essenziali e spazi pubblici sono proprietà collettive da amministrare per il bene delle e dei cittadini e non per quello delle banche e dei costruttori, anche prevedendo azioni di “forzatura” legislativa se necessarie. Autonomia della politica dall’economia di mercato, lotta culturale e politica ai vincoli di bilancio “imposti” alle amministrazioni locali, perché le città siano teatro di un’alternativa alle politiche di austerità e alle larghe intese. Non a caso si è scelto anche di aderire alla campagna contro la povertà promossa da Libera, “Miseria Ladra”.

Da Pisa le città iniziano un cammino per una nuova pratica del “comune”, che muove dal radicamento territoriale e guarda con attenzione e partecipazione a tutte le forme di autogoverno e di buone pratiche che si stanno moltiplicando nella nostra società. L’incontro avrebbe dovuto svolgersi all’Ex Colorificio della città toscana, sgomberato un mese fa, caso esemplare di come un luogo abbandonato possa essere riportato in vita grazie all’attivismo sociale e di quanto sorda possa essere un’amministrazione comunale davanti alle nuove esperienze di uso civico degli spazi abbandonati.

A questi link i tre report video dei tavoli di lavoro dell’incontro delle liste di cittadinanza.

Tavolo sul bilancio https://www.youtube.com/watch?v=Wmd_ZopgWBM

Tavolo sugli spazi nella città https://www.youtube.com/watch?v=8U3IeKG5RIA

Tavolo sui servizi https://www.youtube.com/watch?v=lfT9iMUhx5k

 

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Razzismo a mezzo stampa /2013/11/19/razzismo-a-mezzo-stampa/ /2013/11/19/razzismo-a-mezzo-stampa/#comments Tue, 19 Nov 2013 10:53:54 +0000 /?p=7241 di DKM0

Qualche giorno fa, il Messaggero di Roma ha diffuso la notizia secondo cui una “nomade” (si intende una Rom) aveva cercato di rapire un neonato, strappandolo dalle braccia della madre, nella stazione della metropolitana di Ponte Mammolo, a Roma. La “nomade”, bloccata da due ragazze e da una guardia giurata, era stata arrestata dai carabinieri. Il giorno successivo, la notizia, che era comparsa sulla cronaca di Roma, era poi spuntata in prima pagina, con una differenza: la “nomade” non era scappata via, ma aveva solo – secondo il racconto della madre – afferrato per una gamba il bimbo che lei stata cambiando. Su questa vicenda, sul modo in cui il Messaggero l’ha raccontata, l’Associazione 21 luglio, che si occupa di Rom, ha presentato un esposto all’Ordine dei giornalisti, che si può leggere integrale qui sotto. Come siano effettivamente andate le cose lo stabilirà il magistrato, se si è effettivamente trattato di un tentativo di sequestro o di un gesto che la madre del bimbo ha malinteso.

Fosse questa seconda, la spiegazione, ci si dovrebbe chiedere quanto hanno contribuito le reiterate denunce pubbliche sui Roma che rubano i bambini. Qualche settimana fa, in Grecia, si è sollevato uno scandalo perché tra Rom di carnagione scura era stata vista una bambina bionda e dalla pelle chiara. Decine di famiglie i cui bambini sono scomparsi hanno creduto di riconoscere nella bambina i loro piccoli scomparsi. Si è scoperto poi che la bambina era figlia di una parente della Rom che l’aveva in custodia (la foto si riferisce a questo episodio). Il periodico di New York The Nation ha recentemente raccontato un caso del tutto simile accaduto in Iralnda: bambina bianca e Rom scuri. The Nation ha opportunamente ricordato che i Rom hanno origini etniche molto miste, dai Tamil del subcontinente indiano ai “caucasici” (o bianchi) europei, perciò non è strano che tra i Rom vi siano persone di diversa carnagione e di diverso colore die capelli. Il titolo di The Nation era: “Il mito secondo il quale i Rom rubano i bambini” (http://www.thenation.com/article/177147/myth-child-stealing-roma).

In Italia, Moni Ovadia, attore ed ebreo, sta portando in scena un nuovo spettacolo, che si intitola  Senza confini – Ebrei e zingari”.  Ovadia spiega che mentre gli ebrei ora hanno un loro stato, e perciò ottengono un po’ più di rispetto, i milioni di Rom europei sono invece discriminati e diffamati, dato che nessuno li difende. A un giornale, Ovadia ha detto, a proposito dei Rom che rubano i bambini: “La bugia più infamante, simile a quelle che si usavano, nel nazismo, per gli ebrei, accusati di fare sacrifici umani con bambini piccoli”. Ovadia cita uno studio dell’università di Verona: “Tra il 1986 e il 2007, nessuna delle 40 denunce a carico di Rom e Sinti per rapimento di bambini si è mai conclusa con una condanna. Eppure tutti abbiamo sentito quella leggenda metropolitana della bambina sparita al supermercato e ritrovata poco dopo con una zingara che le aveva già tagliato i capelli e cambiato i vestiti. Quante volte è stato vero? Nessuna”.

Ed ecco la denuncia dell’Associazione 21 luglio.

Roma, 18 novembre 2013 – «Rapisce neonato davanti alla madre, nomade arrestata a Ponte Mammolo». In seguito alla pubblicazione di un articolo così titolato, lo scorso 13 novembre, da parte della testata Il Messaggero, l’Associazione 21 luglio ha presentato un esposto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio per chiedere la verifica di eventuali illeciti deontologici a carico della giornalista professionista Laura Bogliolo.
Nell’articolo (http://21luglio.us5.list-manage1.com/track/click?u=9a86f4f7d9e5a8ec04430f29c&id=16375d636c&e=b0a8852085), secondo l’Associazione 21 luglio, l’autrice si è discostata dall’obbligo deontologico di attenersi alla verità accertata dei fatti, pubblicando non solo accuse aleatorie, ma anche congetture di carattere discriminatorio su base etnica capaci di alimentare un infondato allarmismo sociale nei confronti dell’intera comunità rom a Roma e in Italia.
Così la giornalista riportava la notizia del presunto tentato rapimento del neonato: «Chissà cosa si prova a essere strappati violentemente dallo sguardo della propria madre, a perdersi nel vuoto di un abbraccio di una sconosciuta che ti prende per una gamba, ti solleva, ti scuote stringendoti con violenza e corre verso l’ignoto di un’altra vita. Chissà quale traccia, profonda e dolorosa, rimarrà nella memoria di Marco (il nome è di fantasia), un neonato di 8 mesi che lunedì è riuscito a fuggire a un sequestro da parte di una nomade nel cuore delle viscere rumorose della metropolitana di Roma».
L’articolo in oggetto, anziché limitarsi alla mera cronaca dei fatti accaduti, insiste sulla presunta appartenenza etnica dell’aggressore («Marco è ormai in braccio a una donna, una nomade di 25 anni, bulgara, che in pochi secondi è riuscita a portare via il neonato e si sta dirigendo verso l’uscita») arrivando persino ad evocare in un clima sensibile sull’argomento a causa delle recentissime vicende che hanno visto protagonista la piccola Maria in Grecia, «una lunga lista
di bambini scomparsi e mai più ritrovati».
Dando ampio e acritico spazio a dichiarazioni, di carattere congetturale e generalizzante, senza evidenziarle come pure e semplici supposizioni, l’articolo, secondo l’Associazione 21 luglio, contribuisce alla diffusione dell’allarme sociale nei confronti dei rom basato su ipotesi e pregiudizi.
Dal resoconto pubblicato dal quotidiano, peraltro, emergono alcune discrepanze rilevanti. La giornalista scrive infatti che «la nomade risiede in un campo nomadi a Striano, in provincia di Napoli» ma dalle verifiche effettuate dall’Associazione 21 luglio non risulta, nella cittadina campana, l’esistenza di alcun “campo nomadi”.
Nell’articolo, inoltre, si legge che a riprendere il neonato dalle mani della “nomade” sarebbero state due ragazzine di 16 anni intervenute in soccorso della madre. In un secondo articolo
(http://21luglio.us5.list-manage.com/track/click?u=9a86f4f7d9e5a8ec04430f29c&id=63af34126d&e=b0a8852085), redatto dalla stessa Laura Bogliolo e pubblicato sul sito de Il Messaggero il 14 novembre, la madre del bambino riporta invece un’altra versione dei fatti: «Mi ha strappato via mio figlio con forza, sono riuscita a riprenderlo mentre lei continuava a strattonarlo».
Alla luce di quanto riportato, l’Associazione 21 luglio ritiene che nell’articolo di Laura Bogliolo non appaiono rispettate le tre condizioni in presenza delle quali il diritto di stampa è da ritenersi
legittimo:1) utilità sociale dell’informazione; 2) verità (oggettiva o anche soltanto putativa purché, in quest’ultimo caso, frutto di un serio e diligente lavoro di ricerca) dei fatti esposti; 3) forma “civile” della esposizione dei fatti e della loro valutazione.
Tale articolo si pone poi in contrasto con quanto stabilito dalla Carta di Roma la quale invita ad «evitare la diffusione di informazioni imprecise, sommarie o distorte» e richiama «l’attenzione di tutti i colleghi, e dei responsabili di redazione in particolare, sul danno che può essere arrecato da comportamenti superficiali e non corretti, che possano suscitare allarmi ingiustificati, anche attraverso improprie associazioni di notizie, alle persone oggetto di notizia e servizio».
«La diffusione di articoli di questo tipo – è il commento dell’Associazione 21 luglio in seguito all’invio dell’esposto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio –  reca un grave danno a tutta la comunità rom in Italia, finendo con il trasmettere un’immagine criminosa di un intero gruppo di persone. Ancora una volta, ci troviamo pertanto a chiedere ai media di agire in maniera consapevole, considerata la grande responsabilità che i professionisti dell’informazione hanno nella creazione di stereotipi e pregiudizi».

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I rom di via di Salone /2013/11/12/i-rom-di-via-di-salone/ /2013/11/12/i-rom-di-via-di-salone/#comments Tue, 12 Nov 2013 16:02:45 +0000 /?p=7204 di ANNA PIZZO

Nelle immagini di Container 158, il bel documentario di Stefano Liberti e Enrico Parenti (prodotto da Zalab, finanziato da Open Society Foundations e patrocinato da Amnesty International Italia, Associazione 21 Luglio e Consiglio d’Europa, ufficio di Venezia), un anziano cittadino italiano, proprietario di una di quelle casette frutto dell’abusivismo romano degli anni cinquanta che sovrasta il campo Rom di via di Salone, periferia sud est di Roma, dice come  fosse una battuta che Hitler ha sbagliato a sterminare gli ebrei, avrebbe fatto meglio a “infornare”  i Rom, e forse oggi sarebbe ancora al potere.

E’ un pugno nello stomaco, una scossa elettrica, per il pubblico della sala strapiena del Maxxi, il museo di Roma che ospita la proiezione in anteprima del documentario, nell’ambito della rassegna “Alice in città” del Festival del cinema, che racconta quasi un anno di vita, giorno per giorno, di quelle mille persone che da anni vivono nel campo Rom più grande d’Europa.

A Roma ci sono otto campi Rom cosiddetti “regolari” nei quali vivono 7100 persone tra uomini, donne e bambini. In Italia i Rom sono circa 160 mila, la metà ha meno di 14 anni, a fronte di una popolazione, in Europa,  tra i nove e gli undici milioni. Per gli otto campi della capitale il Comune di Roma ha speso, lo scorso anno, 42 milioni, tre milioni e mezzo solo per quello di via di Salone. Lì sono stati “scaricati” molti dei Rom che l’ex sindaco Alemanno deportò quando, nel 2010, fece chiudere il campo di Casilino 900. Lì, in mezzo a un deserto di campagna brulla, pozzanghere, rifiuti e sfasciacarrozze, fuori dal Raccordo Anulare, a tre chilometri dal più vicino supermercato, vivono circa un migliaio tra bosniaci, montenegrini, rumeni. La maggior parte di loro è nata in Italia ma si contano sulle dita di una mano quelli in possesso di un documento valido nel nostro paese.

A iniziare la cosiddetta “politica dei campi” fu, nel  ’94, l’allora sindaco Francesco Rutelli, ma si deve al suo successore, Walter Veltroni, la “svolta” del 2007 dall’inequivocabile titolo: “Patto per Roma sicura”. Il piano era semplice e brutale: 4 grandi aree in ciascuna delle quali concentrare mille persone, per un totale di 4 mila. E gli altri? Tutti fuori. Naturalmente, come era facile prevedere, non solo il piano non venne attuato ma l’ex sindaco Alemanno pensò di aggiustare la faccenda moltiplicando per tredici i contenitori e allargando a seimila persone la capienza totale.

Si legge nel documento redatto dall’Associazione 21 luglio: “Secondo i rilievi effettuati dalle maggiori organizzazioni che si occupano di diritti umani, dal 31 luglio 2009 ad oggi gli insediamenti spontanei presenti nella città di Roma sono più che raddoppiati, mentre nei «villaggi attrezzati» le condizioni di vita sono drammaticamente peggiorate a causa dell’isolamento, del sovraffollamento e della mancanza di manutenzione. I diritti umani sono risultati sistematicamente violati, il servizio di scolarizzazione è peggiorato a causa della distanza dei “campi” dalle scuole. Il Piano Nomadi della giunta Alemanno ha un costo di circa 20 milioni di euro l’anno, pur non riuscendo a raggiungere nessuno degli obiettivi prefissati e portando ad una sensibile riduzione della qualità di vita delle comunità rom oggetto delle azioni del Piano Nomadi. Le politiche intraprese dagli ultimi amministratori hanno prodotto spaesamento e isolamento da parte soprattutto delle nuove generazioni rom che si sono sentite sempre più escluse dal contesto sociale. Nella città di Roma risiedono due-tre generazioni di rom cresciuti nei “campi nomadi”, considerati “figli dei campi”, paria di una società che rifiuta di riconoscerne esistenza e diritti e vittime dei processi sociali propri dei contesti periferici e marginali (devianza minorile, microcriminalità, uso di stupefacenti). In molti casi la mancanza di un documento di soggiorno ha aggravato la fragilità sociale di interi nuclei familiari rom, vanificandone le aspettative di integrazione e di inclusione”.

Vale la pena ricordare queste cifre ogni volta che si parla di Rom per inquadrare una questione che solo la inefficienza delle istituzioni e i pregiudizi diffusi, tanto nei sindaci della cosiddetta sinistra che in quelli di destra, hanno trasformato in un problema di ordine pubblico assicurando al nostro paese il primato per le politiche più sciagurate e la condanna formale dell’Europa. L’ultima, nel Rapporto 2011 del Consiglio d’Europa, nel quale, oltre a ripetere le condanne all’Italia sul trattamento dei Rom e della loro esclusione sociale, già avvenute nel recente passato, si sottolinea come nel nostro paese siano totalmente assenti politiche abitative in favore dei Rom.

Ma torniamo al documentario, che ha il grande pregio di ridare la parola a chi, solitamente, al massimo può essere rappresentato: da associazioni, enti, parti politiche, persone di buona volontà ma tutte rigorosamente italiane o europee. Finalmente sono loro a raccontarsi, a denunciare, a farsi domande e a cercare risposte. Sono i ragazzini che la mattina devono svegliarsi due o tre ore prima del suono della campanella perché scuole, oltre il Raccordo anulare, non ce ne sono. Sono i giovani e le giovani che vorrebbero lavorare ma non possono perché non hanno neppure un documento, figurarsi un contratto. Sono gli uomini che non si vergognano di dire che per dar da mangiare alla famiglia rovistano nella spazzatura ma sono disposti anche a rubare. E’ la giovane donna madre di due figli e in attesa di due gemelline che non riesce neppure a far entrare nella sua casa container, la numero 158, una carrozzina a due posti più grande dell’unico armadio.

C’era anche lei, alla presentazione di Container 158, e c’erano anche le due gemelline. Ora sono in sei in quella scatola di 22 metri quadri. E sta arrivando l’inverno, il terzo da quando lei e la sua famiglia sono lì.

 

 

 

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