Democrazia Km Zero » La crisi dell’economia Rinnoviamo insieme la democrazia dal basso Thu, 27 Mar 2014 07:07:32 +0000 it-IT hourly 1 http://wordpress.org/?v=4.2.2 L’inganno dei numeri /2014/02/10/linganno-dei-numeri/ /2014/02/10/linganno-dei-numeri/#comments Mon, 10 Feb 2014 14:24:47 +0000 /?p=7369 di RIVISTE DIP (Dichiariamo illegale la povertà)

Le 300 persone più ricche del mondo hanno guadagnato, nel 2013, 524 miliardi di dollari, cioè poco meno di un terzo della ricchezza prodotta in Italia da 60 milioni di cittadini. La lista, in testa alla quale figura Bill Gates, l’ha pubblicata il 4 gennaio scorso l’agenzia finanziaria Bloomberg. E conferma una tendenza che già conosciamo, cioè che la ricchezza si sta concentrando sempre di più nelle mani di pochi a scapito della stragrande maggioranza della popolazione mondiale.

Appaiono un po’ patetici allora i tentativi della Banca mondiale e delle varie agenzie Onu di farci credere che la povertà stia diminuendo. E questo semplicemente perché la povertà assoluta, che con criteri del tutto arbitrari è stata fissata a meno di 1,25 dollari al giorno, sarebbe in diminuzione, mentre cresce quella relativa (coloro che guadagnano meno di 2,5 dollari al giorno).

«Come si fa – dice Riccardo Petrella, portavoce della Campagna – a ridurre a un unico indicatore monetario la “povertà” che è un insieme di numerosi fenomeni strutturali di lungo periodo e a dimensioni multiple e decretare la fine della povertà (tout court) perché il potere d’acquisto pro capite nel mondo avrebbe superato la soglia dell’1,25 dollari?». E poi aggiunge: «In effetti, “L’agenda post-2015” parla di eliminazione della povertà assoluta nel 2030, ma non fissa alcun obiettivo rispetto alla povertà relativa (meno di 2,50 dollari). Come si fa, inoltre, a voler far credere che, se nel 2030 non avessimo più poveri assoluti ma ci fossero ancora, secondo le stime della stessa Banca mondiale, più di 3 miliardi di persone in stato di povertà relativa (meno di 2,50 dollari), il mondo avrà sradicato la povertà?».

Lo sradicamento dei fattori strutturali dell’impoverimento nel mondo passa dalla promozione di una nuova economia dei beni comuni che operi a livello locale e globale, fondata sulla sicurezza comune, la cooperazione e la partecipazione dei cittadini. E che garantisca per tutti protezione sociale e rispetto dei diritti umani.

Da questa consapevolezza ha preso il via l’iniziativa “Dichiariamo illegale la povertà” che coinvolge soggetti molti diversi, non solo in Italia ma in diverse parti del mondo, con l’obiettivo di mettere fuorilegge quei processi che sono alla base dell’impoverimento di miliardi di persone in tutto il pianeta. L’appuntamento è per il 2018. In occasione del 70° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo verrà chiesto di approvare una risoluzione Onu nella quale si proclami «l’illegalità di quelle leggi, istituzioni e pratiche sociali collettive che sono all’origine e alimentano la povertà nel mondo».

Nessuno nasce povero o sceglie di essere povero, ma questa condizione di difficoltà ha della cause precise che, molto sinteticamente, possono essere ricondotte a una distribuzione della ricchezza sempre più ineguale a causa soprattutto della mercificazione dei beni comuni.

Dagli anni ’70 in avanti le teorie neoliberiste hanno lentamente cancellato dall’immaginario dei popoli «la cultura della ricchezza collettiva» e hanno ridotto tutto a risorsa, comprese le persone. Questa cultura è penetrata così in profondità da far credere, anche in molti settori della sinistra, che la povertà sia inevitabile e che può essere solo mitigata magari con un po’ di carità. Così è nata quella che nel linguaggio comune è stata definita “globalizzazione”. E per anni ci è stato predicato in tutte le salse che essa era parte integrante dell’evoluzione umana.

Ora, visti i risultati nefasti che questa impostazione ha prodotto, si cerca di modificare, ma solo superficialmente, il tiro, con maquillage che cambiano soprattutto il lessico ma non la sostanza. Si parla così di globalizzazione “selvaggia” da sostituire con una “buona”. E si cerca di dare una spruzzatina di verde alla solita economia di rapina che ha prodotto miliardi di poveri nel mondo.

La green economy non scioglie infatti «il nodo gordiano della concentrazione del potere economico e politico nelle mani dei poteri finanziari, industriali e “culturali”», dicono Petrella e Amoroso nel volume Dichiariamo illegale le povertà. Banning poverty 2018, che rappresenta in qualche modo il manifesto dell’iniziativa. I due grandi strumenti di potere dell’economia verde, il controllo delle tecnologie e la finanziarizzazione dell’economia capitalistica, restano infatti saldamente in mano ai soliti noti e producono le disuguaglianze di sempre.

La battaglia avviata da Riccardo Petrella, e alla quale anche noi intendiamo portare il nostro modesto contributo, non è facile né scontata. Importanti segnali, come l’adesione alla campagna di diversi comuni sparsi qua e là per l’Italia, lasciano spazio a un po’ di ottimismo.

È necessario però non delegare l’iniziativa a pochi volonterosi, ma fare in modo che tutti quei cittadini che, in Italia e in varie parti del mondo, hanno preso coscienza del problema si mobilitino per mettere fuori legge le cause strutturali che riducono in miseria miliardi di esseri umani.

* Questo editoriale è firmato e pubblicato in contemporanea dalle seguenti testate e siti aderenti all’iniziativa Dichiariamo Illegale la Povertà: Adista, Combonifem, In dialogo, L’altrapagina, Missione Oggi, Nigrizia, Solidarietà internazionale, www.inchiestaonline.it  www.ilmanifestobologna.it www.democraziakmzero.org

 

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La montagna torna a vivere /2014/01/26/la-montagna-torna-a-vivere/ /2014/01/26/la-montagna-torna-a-vivere/#comments Sun, 26 Jan 2014 09:14:22 +0000 /?p=7355 di PAOLO CACCIARI

Più della metà della superficie dell’Italia è montagnosa. Ma a dispetto delle credenze e delle difficoltà, nell’ultimo decennio l’arco alpino guadagna abitanti. Chi sono i nuovi montanari? Se lo è chiesto il gruppo di ricerca Terre Alte del Comitato scientifico del Club Alpino Italiano che ha raccolto studi, testimonianze, dati e li ha pubblicati in un volume a cura del professore di geografia culturale dell’Università di Padova Mauro Varotto (La montagna che torna a vivere, nuova dimensione, 2013 p.241, euro 14). Ci sono cittadini in fuga dalle città disposti a lunghe pendolarità pur di guadagnare residenze amene e pensionati che scelgono di trasferirsi definitivamente, ci sono i migranti di ritorno probabilmente vinti dalle nostalgie ed immigrati stranieri che trovano condizioni di residenza convenienti, ci sono neorurali che ripopolano vecchie borgate abbandonate e creativi portatori di nuovi progetti imprenditoriali. C’è soprattutto la possibilità di vivere in modo diverso, in forme da inventare. La “nuova” professione più gettonata dai giovani sotto i 35 anni secondo l’Istat è la pastorizia: tre mila nel censimento del 2011.

Tra tutte le loro storie prendo quella di Marta Fossati che dopo essere stata in giro per il mondo è salita in valle Stura di Demonte (Cuneo) ha aperto un allevamento di capre e un piccolo caseificio e ha lanciato una campagna di adozione a distanza dei suoi animali offrendo in cambio formaggi, miele e patate, creando così un legame tra città e montagna, produttore e consumatoti/sostenitori. Intanto progetta di trasformare la sua azienda in una fattoria didattica.

A Valstagna nel Canale di Brenta, invece, in adozione sono andati gli antichi terrazzamenti  abbandonati, che servivano per la coltivazione del tabacco. Più di ottanta tra privati cittadini, associazioni, gruppi di famiglie e d’amici delle città vicine (Bassano, Padova) si sono impegnati a restaurarli e in cambio, con un contratto di comodato d’uso, li possono coltivare. C’è chi ci fa l’orto sinergico, chi recupera antiche cultivar di peri e susini, chi fa corsi di “montagna terapia”. Scrive Varotto: “Ogni terrazzamento racconta una storia, spesso inaspettata, inconsueta, sorprendente come ogni vita che rinasce dagli interstizi”.

Ma la storia più bella è quella della scuola autonoma parentale multiclasse di Peio (400 abitanti a oltre 1.500 metri di quota  in provincia di Trento) nata per iniziativa dei genitori e di un maestro dopo la chiusura della scuola elementare statale per mancanza di alunni. Insegnanti volontari e genitori a turno insegnano, preparano la merenda, imparano mestieri, visitano i luoghi… A tre anni dall’inizio è nata una entusiasmante esperienza didattica e pedagogica. Controllare su: www.scuolapeioviva.it.

paolo.cacciari_49@libero.it

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La fine della crescita /2014/01/22/la-fine-della-crescita/ /2014/01/22/la-fine-della-crescita/#comments Wed, 22 Jan 2014 16:36:32 +0000 /?p=7352 di MAURO BONAIUTI

Ovvero: la tecnocrazia come stadio finale (e supremo) del capitalismo?

Il fatto

Il 14 novembre scorso – davanti alla platea degli esperti del del Fondo Monetario Internazionale, riunito per la sua 14 riunione annuale, – Larry Summers, uno dei più scaltri e influenti economisti americani, ex Segretario del Tesoro, ha pronunciato un discorso per molti versi eccezionale in cui, per la prima volta in contesto ufficiale, si è parlato esplicitamente di “stagnazione secolare” o come qualcuno l’ha ribattezzata di “Grande stagnazione”: a cinque anni dalla Grande Recessione – dice Summers – nonostante il panico si sia dissolto e i mercati finanziari abbiano ripreso a salire, non c’è alcuna evidenza di una ripresa della crescita in Occidente. Il discorso di Summers è stato ripreso da varie testate economiche (Financial Times, Forbs, e in Italia da Micromega e la Repubblica) oltre che dal premio Nobel Paul Krugman, che già da qualche tempo andava sostenendo tesi assai simili dal suo blog sul New York Times.

Nonostante il discorso di Summers e la conferma di Krugman abbiano ovviamente provocato molte reazioni, le loro affermazioni non hanno ricevuto sostanziali smentite, soprattutto da parte dei responsabili delle istituzioni economiche americane e occidentali. Insomma, la notizia è ufficiale: l’età della crescita potrebbe essere davvero finita e parlarne non è più eresia. Come ex-eretico, dunque, sento l’urgenza di intervenire su un tema che avevo anticipato nel mio ultimo libro La grande transizione seppure partendo da premesse molto diverse da quelle di Summers e Krugman.

Lo scenario

Chiariamo per cominciare come Summers e Krugman giungono alle loro conclusioni. Va detto innanzitutto che, nonostante qualche cenno al rallentamento dell’innovazione e della crescita demografica, le ragioni profonde del declino delle economie occidentali avanzate restano sullo sfondo. Il punto di partenza di Summers è pragmatico. Poichè i flussi finanziari rappresentano ormai le interconnessioni indispensabili al funzionamento del sistema economico, il collasso della finanza del 2007 ha comportato una sostanziale paralisi del sistema. È un po come se, argomenta Summers, in un sistema urbano venisse d’improvviso a mancare l’80% della corrente elettrica. Tutte le attività ne risulterebbero paralizzate. Quando tuttavia la corrente elettrica viene ripristinata, ci si aspetterebbe un ripresa dell’attività economica su livelli maggiori di quelli anteriori alla crisi: questa ripresa non c’è stata. Come si spiega questa ripresa deludente? Secondo Summers e Krugman, le trasformazioni strutturali del sistema hanno portato il tasso di interesse naturale, cioè il tasso che mantiene in equilibrio i mercati finanziari e garantisce condizioni prossime alla piena occupazione, a divenire stabilmente negativo. Per quanto incredibile possa sembrare, i due grandi economisti ci stanno dicendo che, per convincere le imprese ad investire in misura sufficiente da garantire la piena occupazione, bisognerà non solo offrire loro denaro a costo zero, ma addirittura far sì che possano renderne meno di quanto è stato prestato.

In altre parole, dunque, Summers e Krugman ci stanno dicendo che le condizioni strutturali del sistema economico sono tali per cui, le imprese si aspettano mediamente che il valore di ciò che viene prodotto e venduto sia inferiore al costo di produzione (una volta dedotto una sorta di profitto normale). Naturalmente questo potrebbe sembrare un problema innanzitutto delle imprese, se non fosse che viviamo ormai in una “società di mercato” e dunque i redditi nelle loro diverse forme, e con essi la nostra vita materiale in quasi ogni sua forma, dipendono ormai interamente dalla possibilità che la macchina economica continui a girare.

La tentazione tecnocratica

Anche il non economista potrà a questo punto intuire che qualcosa di potenzialmente molto pericoloso si intravede in questa rappresentazione del prossimo futuro. La possibilità di realizzare investimenti profittevoli è infatti la molla fondamentale dell’attività capitalistica e dire che per convincere gli imprenditori ad investire sarà necessario offrire loro tassi di interesse negativi, sostenendo inoltre che questo non è uno spiacevole e temporaneo inconveniente ma “un inibitore sistemico dell’attività economica”, significa riconoscere implicitamente che il capitalismo è ormai un sistema entrato nel reparto geriatrico e che per mantenerlo attivo è necessario offrirgli dosi di droga finanziaria almeno costanti (ma di fatto crescenti).

Su questo ultimo punto Krugman è esplicito: “Ora sappiamo che l’espansione del 2003-2007 era sostenuta da una bolla speculativa. Lo stesso si può dire della crescita della fine degli anni ’90 (legata alla bolla della new-economy). Nello stesso modo anche la crescita degli ultimi anni dell’Amministrazione Reagan fu guidata da una ampia bolla nel mercato immobiliare privato”. La conclusione è chiara: “no buble no growth” cioè senza speculazione finanziaria non c’è più crescita, e lo stesso Summers avverte che i provvedimenti presi per regolamentare i mercati finanziari potrebbero essere controproduttivi, rendendo ancora più alti i costi di finanziamento per le imprese.

Naturalmente Krugman e Summers si guardano bene dal trarre conclusioni pessimistiche sulla salute di lungo termine del capitalismo, come evitano con cura di allargare l’analisi sulle cause del malessere economico fino a comprendere tutti quei costi sociali ed ambientali che non rientrano nel calcolo degli indicatori economici tradizionali.

Tuttavia, anche limitando l’analisi a questi aspetti economici, lo scenario presentato è estremante serio e foriero di conseguenze. Questo quadro si chiarisce ulteriormente analizzando le proposte di intervento pensate dai due economisti, che indicano come sarebbe concretamente possibile rianimare un’economia nelle nuove condizioni di tasso di interesse naturale stabilmente negativo.

La prima proposta suona come una revisione in salsa tecnocratica dei tradizionali incentivi keynesiani alla spesa. Secondo Krugman si potrebbe decidere, ad esempio, di dotare tutti gli impiegati di Google Glass (una sorta di occhiale multimediale) e altri strumenti che consentono di essere perennemente connessi ad internet. Anche se poi ci si accorgesse che si tratta di una spesa inutile, questa decisione politica sarebbe comunque positiva in quanto costringerebbe le imprese ad investire… Ovviamente sarebbero preferibili spese “produttive”, ma nello scenario attuale non si può andare tanto per il sottile: anche spese improduttive sono meglio di niente.

Ma questo evidentemente non può bastare. Di fronte a un tasso di interesse naturale stabilmente negativo occorre spingersi oltre. Per Krugman un modo ci sarebbe: “si potrebbe ricostruire l’intero sistema monetario, eliminare la cartamoneta e pagare tassi di interesse negativi sui depositi.” Traducendo per i non economisti questo significherebbe niente meno che togliere la possibilità ai cittadini di comprare e vendere attraverso la moneta cartacea (che per definizione non costa nulla) e rendere forzose la transazioni con carta di credito, appoggiata necessariamente su conti correnti sui quali sarebbe tecnicamente possibile un prelievo forzoso di alcuni punti percentuali l’anno. In questo modo si costringerebbe la gente a spendere di più (la ricchezza infatti si deprezza restando immobilizzata su un conto in cui si paga un interesse invece di riceverlo) consentendo inoltre di allettare, con il ricavato, le imprese recalcitranti ad effettuare nuovi investimenti. Un’altra soluzione proposta prevede di alimentare un tasso di inflazione crescente che porterebbe agli stessi risultati, riducendo progressivamente il potere di acquisto dei cittadini in modo ancora più subdolo e surrettizio.

Se queste sono le idee che sorgono alla “coscienza di un liberale” (per riprendere il titolo della rubrica di Krugman) per far fronte all’incapacità ormaicronica del capitalismo di crescere, non è difficile immaginare cosa, a partire dalla stessa lettura della realtà, potrebbe venire in mente a chi, per tradizione, ha sempre auspicato risposte tecnocratiche e autoritarie alle crisi del capitalismo. E’ evidente che, una volta imbracciata questa logica, tutto si giustifica, e anche le normali libertà, come quella di decidere come e dove impiegare i propri risparmi, divengono sacrificabili sull’altare di qualche punto percentuale di PIL. La prospettiva è chiara: tutti, volenti o nolenti, credendoci o meno, si dovrà partecipare al nutrimento forzoso – per via finanziaria – della macchina capitalista.

Quanto detto è sufficiente a capire su quale sentiero si potrebbe incamminare il “riformismo post-keynesiano” (con l’appoggio degli ex neoliberisti alla Summers) nell’era dei rendimenti decrescenti. Il tutto è tanto più serio in quanto ci troviamo di fronte non ad una crisi congiunturale, per quanto grave, ma ad un processo di rallentamento strutturale e, sopratutto, progressivo. E qui veniamo al secondo punto fondamentale.

Rendimenti decrescenti e un impossibile ritorno al passato

Anche se si decidesse che il funzionamento della macchina economica è l’interesse supremo cui tutto è sacrificabile, dove ci porterebbe questa scelta? Cosa dire della base materiale ed energetica su cui fondare il rilancio della crescita? Su questo naturalmente i due economisti non spendono una sola parola. Perché è evidente che per quanto affidato alla finanza, un ritorno della crescita significa nuove risorse naturali da utilizzare, prodotti da vendere per poi gettare rapidamente, tutto per tenere in movimento – da una bolla speculativa all’altra – la macchina economica globale.

Qui si evidenzia la differenza incolmabile tra il keynesismo terminale di Krugman e il rilancio del sistema industriale immaginato, (peraltro con ben altre finalità) negli anni Trenta da Keynes. Quello che gli economisti tardo keynesiani sembrano non capire è quanto il contesto sia completamente mutato rispetto all’età della crescita: dove possiamo oggi costruire case o infrastrutture per rilanciare occupazione e consumi, dove trovare nuove risorse energetiche e materie prime a buon mercato, come creare nuovi consumatori offrendo loro modelli di vita capaci di trasformare in pochi anni intere società?

Se, come credo, le economie capitalistiche avanzate sono entrate già da quaranta anni in una fase di rendimenti decrescenti questo non dipende solo dalla riduzione nella produttività degli investimenti delle multinazionali. Siamo di fronte ad un fenomeno di ben più vasta portata che comprende la riduzione della produttività dell’energia (EROEI), dell’estrazione mineraria, dell’innovazione, delle rese agricole, dell’efficienza dell’attività della pubblica amministrazione (sanità, ricerca, istruzione), oltre che di una sostanziale riduzione della produttività legata al passaggio da un’economia industriale a una fondata sostanzialmente sui servizi. E sopratutto, cosa che manca completamente nell’analisi di Summers e Krugman, si tratta di un fenomeno evolutivo e dunque incrementale.

I rendimenti decrescenti, inoltre, non comportano solo una riduzione dei rendimenti dell’attività economica quanto, piuttosto, un generale aumento del malessere sociale, e questo a causa dell’aumento di svariati costi, di natura sociale ed ambientale, legati sopratutto alla crescente complessità della megamacchina tecnoeconomica, che ricadono come “esternalità” sulle famiglie e sulle comunità e che non rientrano nel calcolo degli indici economici. Occorrerà dunque ragionare in termini ben più ampi, non solo in termini di PIL, ma della capacità delle politiche di generare benessere e occupazione stabili (e in condizioni di sostenibilità ecologica e non solo economica).

In conclusione, benché sia un fatto di per sé eccezionale che i sostenitori dello status quo (sia di ispirazione neoliberista che keynesiana) siano disposti ad ammettere, pragmaticamente, la “fine della crescita”, questi non sono disposti a riconoscere che le loro proposte per tenere in vita il sistema sono ormai entrate in rotta di collisione con la libertà democratica (oltre che, da tempo, con la sostenibilità ecologica). Il passaggio non traumatico dalla “grande stagnazione” ad una società sostenibile richiede un ripensamento ben più profondo e radicale dei valori e delle regole di funzionamento della nostra società, una “grande transizione” che si lasci alle spalle questo modello economico e i problemi – sociali, ecologici, economici – creati dall’ineliminabile dipendenza del capitalismo dalla crescita.

 

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Le mani sporche di Chevron /2013/12/01/le-mani-sporche-di-chevron-in-ecuador/ /2013/12/01/le-mani-sporche-di-chevron-in-ecuador/#comments Sun, 01 Dec 2013 10:43:27 +0000 /?p=7271 di IGNACIO RAMONET *

Durante la sua recente visita ufficiale in Francia, il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, ha incontrato a Parigi un gruppo di intellettuali per esporre loro una delle preoccupazioni del suo paese: il conflitto che oppone varie comunità indigene dell’Amazzonia ecuadoriana e la compagnia petrolifera statunitense Chevron, accusata di distruzione ambientale e danni alla salute di migliaia di persone. A scala internazionale, questo conflitto ecologico ha acquisito un carattere molto emblematico.

L’Ecuador – primo paese al mondo a riconoscere, nella sua Costituzione, i diritti inalienabili della natura, rendendola così un soggetto di diritto – si trova ad affrontare una compagnia petrolifera multinazionale, la Chevron Corporation, che è la seconda per grandezza negli Stati Uniti e la sesta nel mondo, denunciato per numerosi casi di inquinamento ambientale in varie parti del mondo.

“Tutto è iniziato nel 1964 – ci spiega Rafael Correa – quando la società statunitense Texaco [acquisita dalla Chevron nel 2001, Ndr] iniziò lo sfruttamento petrolifero in una vasta area della Amazzonia ecuadoriana. Questa attività è durata fino al 1992. L’anno seguente, 1993, le comunità amazzoniche della provincia di Sucumbíos depositarono negli Stati Uniti una denuncia contro la compagnia petrolifera Texaco per contaminazione ambientale e attentato alla salute degli abitanti. Ossia, deve essere chiaro che non è lo Stato dell’Ecuador che porta in tribunale Texaco-Chevron, ma un gruppo di cittadini vittime di un crimine ambientale. Chevron ha ereditato questa causa quando ha acquistato e assorbito Texaco nel 2001. Poco dopo, su richiesta della stessa impresa, il caso – che i tribunali degli Stati Uniti hanno rifiutato di giudicare – è stato trasferito a un tribunale dell’Ecuador”.

“Bisogna aggiungere – precisa il ministro degli esteri ecuadoriano Ricardo Patiño, presente anch’egli nella riunione di Parigi con il presidente Correa – che Texaco, prima di ritirarsi definitivamente dall’Ecuador nel 1992, afferò di aver ‘pulito’ i due milioni di ettari di foresta vergine in cui operava. Ciò che non è solo inverosimile, ma falso. Perché tutti questi terreni, come ogni testimone può vedere, sono completamente degradati. Con decine di abominevoli discariche di catrame che hanno contaminato fiumi e falde acquifere. L’acqua, nell’intera regione, è ormai inadatta al consumo umano. E si è moltiplicato il numero di tumori nella popolazione. In tutta quella foresta, la eccezionale biodiversità è stata semplicemente assassinata.”

“E il peggio – aggiunge Rafael Correa – è che il governo ecuadoriano dell’epoca firmò a Texaco nel 1998, un ‘atto di fine rapporto’ in cui riconosceva che la società statunitense aveva lasciato ‘tutto pulito, e la scaricava da qualsiasi responsabilità futura per le sue attività petrolifere. Questo è molto importante. Questo ‘atto di fine rapporto’ fornisce un enorme argomento a Chevron-Texaco. In caso di denuncia, l’azienda può dire – e cinicamente dice: “Ho lasciato tutto pulito. Questo mi è stato riconosciuto dallo Stato dell’Ecuador. Quindi: qualsiasi condanna contro di me deve essere assunta dallo Stato dell’Ecuador perché è lui responsabile di quanto è accaduto in quelle terre dopo la mia partenza…”.

“Bisogna sapere – continua a spiegare il presidente Correa – il Tribunale provinciale di Sucumbíos, nel gennaio 2012, ha condannato Chevron a pagare un indennizzo di 9,500 miliardi di dollari per aver causato uno dei “più grandi disastri ambientali del mondo” tra il 1964 e il 1990. Una somma che sarebbe raddoppiata – e arriverebbe 19 miliardi di dollari! – se la multinazionale non avesse presentato le sue scuse alle vittime nelle settimane successive alla sentenza.   Ma Chevron, per screditare la decisione del tribunale e per eludere le sue responsabilità, ha sostenuto che, in questo giudizio, gli avvocati dei querelanti avrebbero falsificato i dati e fatto pressioni sugli esperti scientifici per individuare contaminazione dove non esisteva. E ha presentato appello dinanzi alla Corte Nazionale di Giustizia [1]“.

“Di fronte a questa situazione – continua il ministro degli Esteri Ricardo Patiño -Chevron ha deciso di affidarsi al ‘Trattato di protezione reciproca degli investimenti’ firmato tra l’Ecuador e gli Stati Uniti, ed entrato in vigore nel 1997. Ma questo trattato, a nostro avviso, non riguarda questo caso, perché la denuncia delle comunità indigene contro Chevron è del 1992, e il trattato, stabilito in una data successiva, il 1997, non prevede una applicazione retroattiva”.

“Con tale argomento – spiega il presidente Rafael Correa – Chevron si è rivolta alla Corte permanente di arbitrato dell’Aia. Che ha nominato, come è abituale in questi casi, un ‘tribunale specifico’ su questo affare. Questo tribunale è composto da tre giudici, nominati (e pagati) dalle parti in conflitto; uno per l’impresa, uno per il paese e il terzo per conto dei due giudici precedenti. Anche qui la magistratura ecuadoriana ha commesso un errore perché ha nominato uno dei giudici, e implicitamente ha dato l’impressione che l’Ecuador avesse accettato questo tribunale di arbitrato. Quando, in realtà, il nostro governo rifiuta questa corte, non ls ritiene competente”.

“Il fatto è che questa Corte – aggiunge il ministro degli esteri Ricardo Patiño – ha concluso nel 2012 che l’Ecuador ” viola leggi internazionali non cercando di impedire” l’esecuzione di una sentenza contro Chevron, che richiede alla società di pagare miliardi di dollari a diverse comunità indigene per l’inquinamento in Amazzonia. La Corte sottolinea che entrambe le parti, lo Stato dell’Ecuador e Chevron, avevano già raggiunto un accordo, attraverso un ‘atto di fine rapporto’, che esentava Texaco-Chevron da responsabilità ambientali future.

La Corte di Arbitrato sostiene inoltre che l’Ecuador ha violato il ‘trattato bilaterale sugli investimenti tra Quito e Washington’ secondo il quale l’Ecuador deve ‘prendere tutte le misure a sua disposizione per sospendere o far sì che venga sospesa l’esecuzione o il riconoscimento all’interno e fuori dell’Ecuador di ogni giudizio contro una società statunitense’. In precedenti decisioni, questo tribunale aveva anche avvertito che “qualsiasi perdita derivante dalla esecuzione della sentenza della Corte di Sucumbíos sarebbe una perdita della quale l’Ecuador sarebbe responsabile nei confronti di  Chevron, in base al diritto internazionale’”.

Il presidente Rafael Correa riprende poi la parola per spiegare che “le decisioni della Corte di Arbitrato dell’Aia sono state respinte dal nostro governo. In primo luogo, perché l’Ecuador, come stato, non è coinvolto, ripeto, in questa causa. Difendiamo i diritti delle comunità indigene colpite da inquinamento e le vittime degli eccessi di una compagnia petrolifera multinazionale. Ma noi non siamo parte nella causa. E per il rispetto del principio democratico della separazione dei poteri, non vogliamo interferire negli affari della magistratura”.

“Tuttavia, per altro verso, osserviamo che, nel contesto attuale di spoliazione della sovranità degli Stati, i tribunali di arbitraggio hanno sempre più potere. Sempre più spesso, i tribunali arbitrali stanno sentenziando a favore delle multinazionali. E se non ci atteniamo alla sentenza del tribunale arbitrale (non ancora definitiva), l’Ecuador potrebbe ritrovarsi commercialmente e politicamente isolato”.

“Tutto questo è tre volte scandaloso, perché se la decisione del tribunale di arbitraggio fosse applicata, l’Ecuador violerebbe la propria Costituzione perché questo significherebbe che il nostro governo interferirebbe con il potere giudiziario. Chevron sarebbe non solo sarebbe esentata dal pagare per la pulizia della selva e per le riparazioni alle comunità interessate, ma potrebbe anche citare in giudizio il popolo ecuadoriano per il costo legale del contenzioso…”.

“Noi crediamo che questo caso non è giuridico, ma politico. Contro il nostro governo – conclude il presidente Rafael Correa – Questo è il motivo per cui ci appelliamo alla solidarietà internazionale. Ovunque si stanno formando comitati per sostenere la nostra Rivoluzione Cittadina. E invitiamo tutti i nostri amici e le nostre amiche, in Europa e nel mondo, a esprimere anche il loro rifiuto della prepotenza di quelle multinazionali che distruggono l’ambiente e se ne vogliono poi lavare le mani. Le ‘mani sporche’ di Chevron non devono rimanere impunite”.

 


[1] Il 12 novembre scorso, la Corte nazionale di giustizia dell’Ecuador ha emesso una sentenza che ha confermato la condanna della compagnia petrolifera statunitense Chevron a pagare 9,5 miliardi per la “contaminazione ambientale nell’Amazzonia ecuadoriana” .

 

* Questo articolo è l’editoriale di dicembre dell’edizione in lingua spagnola di Le Monde diplomatique, di cui Ignacio Ramonet è direttore. La traduzione è a cura di www.democraziakmzero.org.

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Case vuote? Abbattiamole /2013/11/07/case-vuote-abbattiamole/ /2013/11/07/case-vuote-abbattiamole/#comments Thu, 07 Nov 2013 12:42:27 +0000 /?p=7168

di DKM0

El Pais, quotidiano di Madrid, ha pubblicato lo scorso 29 ottobre una notizia di quelle che, come un bengala, di colpo illuminano tutto il paesaggio circostante. Il titolo era: “Il piccone minaccia gli edifici fantasma”, e il sommario spiegava: “La Spagna ha 800 mila case invendute”, e poi: “Gli esperti suggeriscono di imitare l’Irlanda e gli Stati uniti e di demolire gli appartamenti non terminati o difficili da vendere”. Impressionante, no? Chiunque abbia viaggiato per la Spagna, specie sulle coste o nelle periferie delle grandi città, non ha potuto non rabbrividire vedendo intere città di palazzi a più piani o di villette unifamiliari, tutti uguali e tutti allineati come soldatini. Intere città vuote. E’ l’effetto, molto concreto, spalmato sul territorio, della “burbuja”, la bolla immobiliare che per qualche decennio ha trainato, anzi “emborrachado”, ubriacato, non tanto l’economia spagnola, ma il suo Pil e le banche. Succede però, scrive El Pais, che lo stock di case invendute ammonta a un numero gigantesco, tra le 675 mila calcolate dal governo e le 815 mila stimate dalla banca Catalunya Caixa. E a questi numeri vanno aggiunte le circa 500 mila ancora in costruzione. In una zona come Castellòn, vicino Valencia, una casa su quattro, sul totale di quelle esistenti, sta cercando un compratore. Nel primo semestre del 2013 si sono vendute, in tutto il paese, 23.118 case, contro le 300 mila che si vendevano in un semestre all’epoca del boom. Perciò sono crollati i prezzi: un appartamento che qualche anno fa costava 240 mila euro, oggi viene venduto a 60 mila.

“Ci sono posti – spiega un professore di Barcellona – dove le case non valgono niente e sono solo un costo per i contribuenti”. Lo Stato, cioè, deve provvedere alla manutenzione di strade e altre infrastrutture in aree dove non abiterà mai nessuno. Perciò un ente statale ha già messo in bilancio 103 milioni per approfittare di opere pubbliche o altre situazioni favorevoli e cominciare a demolire gli edifici invenduti. Come, secondo El Pais, si è fatto negli Stati uniti e in Iralnda quando la bolla immobiliare si afflosciò. In Irlanda vi sono 300 mila case invendute su una popolazione di 4,5 milioni di abitanti.

Uno dei motivi che spinge verso la demolizione è il deterioramento degli edifici vuoti, che costano in sé e tendono ad abbassare il prezzo delle case vicine. Intanto, le banche stanno già eliminando dai loro bilanci il valore fittizio di queste case, che è stato per anni il solo motore dell’attività edilizia: si fabbricava dando in pegno gli edifici già ultimati solo per ottenere altri prestiti. Questo era il modo di sopravvivere dei costruttori edili. Effetto collaterale, spiega El Pais, delle demolizioni, è quello ecologico. E cita il caso di una spiaggia andalusa, nel sud, già destinata all’edificazione di un villaggio turistico: quel terreno oggi, scrive il quotidiano, “si vende a prezzo di saldo”.

Perché questa notizia è come un bengala, come un faro acceso sull’economia? Perché spiega la morale profonda del meccanismo capitalista (e finanziario) di accumulazione, che, in parole semplici, assomiglia a quel che ordina un sergente ai suoi soldati sfaccendati: scavate una buca e poi riempitela. Non importa quel che si fa, né dal punto di vista dell’utilità sociale né tanto meno da quello ambientale, l’importante è fare, accumulare, far sì che il Pil cresca.

 

 

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Iran e Usa: un accordo “eroico”? /2013/11/01/iran-e-usa-un-accordo-eroico/ /2013/11/01/iran-e-usa-un-accordo-eroico/#comments Fri, 01 Nov 2013 09:06:48 +0000 /?p=7134

di IGNACIO RAMONET *

Gli atti di riavvicinamento tra Teheran e Washington si moltiplicano. Una nuova era sembra iniziare. D’ora in avanti si profila una soluzione politica che ponga fine al conflitto che impegna, da 33 anni, l’Iran e gli Stati Uniti. Improvvisamente, i gesti di riconciliazione hanno sostituito le minacce e le imprecazioni pronunciate da decenni. Le cose accelerano. Al punto che l’opinione pubblica si chiede come si sia passati ​​così in fretta da una situazione di scontro costante alla prospettiva, ora plausibile, di un prossimo accordo tra i due paesi.

Solo due mesi fa, ai primi di settembre, eravamo – ancora una volta – sull’orlo della guerra in Medio Oriente. I grandi media globali pubblicavano solo titoli sull'”attacco imminente” degli Usa contro la Siria, grande alleato dell’Iran, accusato di aver commesso, il 21 agosto, un “massacro chimico” nella periferia est di Damasco. La Francia, per ragioni che rimangono misteriose, era in prima linea. Disposta a partecipare a questo attacco anche senza l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, senza chiedere l’approvazione del Parlamento francese e senza attendere il rapporto degli esperti delle Nazioni Unite… David Cameron, primo ministro britannico, si arruolava anch’egli in quella che si presentava come una nuova “coalizione internazionale” decisa a “punire” Damasco allo stesso modo in cui si era “punita”, con la partecipazione della Nato, nel 2011, la Libia del Colonnello Gheddafi… Infine, diversi Stati limitrofi – Arabia Saudita (il grande rivale regionale dell’Iran), Qatar e Turchia – già pesantemente coinvolti nella guerra civile siriana sul versante degli insorti, appoggiavano il progetto di “attacchi aerei”.

Tutto portava verso un nuovo conflitto. E questo, nella zona di tutti i pericoli, rischiava di diventare rapidamente una conflagrazione regionale. Perché la Russia (che ha una base navale geostrategica a Tartus, sulla costa siriana, e fornisce massicce forniture di armi a Damasco) e la Cina (in nome del principio della sovranità degli Stati) avevano avvertito che avrebbero posto il loro veto su qualsiasi richiesta di accordo, nel Consiglio di sicurezza, che conducesse all’attacco. Da parte sua, Teheran, pur denunciando l’uso di armi chimiche, si opponeva anch’essa all’intervento militare, temendo che Israele avrebbe colto l’occasione per attaccare l’Iran e così distruggere i suoi impianti nucleari… L’insieme della polveriera medio-orientale (includendo Libano, Iraq, Giordania e Turchia) rischiava di esplodere.

Ma, improvvisamente, il progetto di “attacco imminente” è stato abbandonato. Perché? In primo luogo, c’è stato un rifiuto delle opinioni pubbliche occidentali, per lo più ostili a un nuovo conflitto i cui principali beneficiari, sul terreno, non potevano che essere gruppi jihadisti legati ad al Qaeda. Gruppi, d’altra parte, contro i quali le forze occidentali combattono in Libia, Mali, Somalia, Iraq, Yemen e altrove… Più tardi, il 29 agosto, è arrivata la sconfitta umiliante di David Cameron nel Parlamento britannico, che ha messo fuori gioco il Regno Unito. Poi, il 31 agosto, è stata la volta di Barack Obama, che ha deciso, per guadagnare tempo, di sollecitare il via libera dal Congresso degli Stati Uniti… E, infine, il 5 settembre, in occasione del vertice del G20 a San Pietroburgo, Vladimir Putin ha proposto di mettere l’arsenale chimico siriano sotto il controllo delle Nazioni Unite al fine di distruggerlo. Questa soluzione (indiscutibile vittoria diplomatica di Mosca) conveniva sia a Washington che a Parigi, a Damasco e Teheran. In cambio presupponeva, paradossalmente, una sconfitta diplomatica per… alcuni degli alleati degli Stati Uniti (e nemici dell’Iran), vale a dire Arabia Saudita, Qatar e Israele.

Non c’è dubbio che questa soluzione – impensabile solo due mesi fa – dovrebbe trasformare l’atmosfera diplomatica e accelerare il riavvicinamento tra Washington e Teheran.

In realtà, tutto è cominciato lo scorso 14 giugno, quando è stato eletto alla presidenza dell’Iran Hassan Rohani, che ha sostituito il molto controverso Mahmoud Ahmadinejad. Alla sua investitura, il 4 agosto, il nuovo presidente ha dichiarato che sarebbe cominciata una fase diversa e che lui avrebbe cercato, attraverso il “dialogo”, di tirar fuori il suo paese fuori dall’isolamento diplomatico e dallo scontro con l’Occidente sul suo programma nucleare. Il suo obiettivo principale, ha detto, era allentare la pressione delle sanzioni internazionali che soffocano l’economia iraniana.

Queste sanzioni sono tra le più dure mai inflitte a un paese in tempo di pace. Dal 2006, il Consiglio di Sicurezza, agendo ai sensi del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite [I] , ha adottato quattro risoluzioni fortemente vincolanti -1737 (2006), 1747 (2007), 1803 (2008) e 1929 (2010) – come risposta ai rischi di proliferazione che comporterebbe il programma nucleare iraniano. Le sanzioni sono state rafforzate nel 2012 attraverso un embargo petrolifero e finanziario degli Stati Uniti e dell’Unione Europea che ha isolato l’Iran dal mercato mondiale, mentre il paese è seduto sulla quarta riserva mondiale di petrolio e la seconda di gas [II] .

Ciò ha notevolmente peggiorato le condizioni di vita. Circa 3,5 milioni di iraniani sono disoccupati (cioè l’11,2% della popolazione attiva), una cifra che potrebbe salire a 8,5 milioni secondo il ministro dell’economia. Il salario minimo mensile è di soli 6 milioni di rial (200 dollari o 154 euro), mentre l’indice dei prezzi al consumo è più che raddoppiato. E i prodotti di base (riso, olio, pollo) continuano ad essere troppo costosi. I farmaci importati sono introvabili. Il tasso di inflazione annuale è del 39%. La moneta nazionale, ha perso il 75% del suo valore in diciotto mesi. Infine, a causa delle sanzioni, è affondata la produzione automobilistica.

In questo contesto di disagio sociale acuto, il presidente Rohani ha moltiplicato i segnali del cambiamento. Ha fatto liberare una decina di prigionieri politici, tra cui Nasrin Sotoudeh, attivista per i diritti umani. Poi, il 25 agosto, per la prima volta da decenni, c’è stata la visita a Teheran di un diplomatico statunitense, Jeffrey Feltman, vice segretario generale delle Nazioni Unite, venuto in un viaggio ufficiale per discutere con il nuovo ministro degli esteri iraniano Mohammad, Javad Zarif, la situazione in Siria. Ma nessuno dubita che abbiano anche affrontato la questione dei rapporti tra l’Iran e gli Stati Uniti. D’altra parte, subito dopo, un avvenimento insolito: Hassan Rohani e Barack Obama si scambiavano lettere nelle quali si dichiaravano pronti a “colloqui diretti” per cercare di trovare una “soluzione diplomatica” alla questione nucleare iraniana.

Da lì in avanti, Hassan Rohani ha cominciato a dire le frasi che, da anni, gli occidentali volevano sentire. Ad esempio, nel corso di un’intervista alla Cnn, ha risposto a una domanda sulla Shoah: “Ogni crimine contro l’umanità, compresi i crimini commessi dai nazisti contro gli ebrei, è riprovevole e condannabile”. Ossia esattamente il contrario di ciò che Ahmadinejad aveva ribadito per otto anni. Rohani ha anche detto alla Nbc: “Non abbiamo mai cercato di fabbricare una bomba nucleare, e non abbiamo alcuna intenzione di farlo.” Infine, in un articolo pubblicato sul Washington Post, il presidente iraniano ha proposto agli occidentali di ricercare, attraverso il negoziato, soluzioni “vantaggiose per tutte le parti”.

In risposta, Barack Obama, nel suo discorso alle Nazioni Unite il 24 settembre, in cui ha citato venticinque volte l’Iran, ha detto anche lui quel che Teheran vole sentire. Che gli Stati Uniti non “pretendono di cambiare il regime” iraniano, e che Washington rispetta “il diritto dell’Iran ad accedere all’energia nucleare con fini pacifici”. Soprattutto, per la prima volta, non ha minacciato l’Iran né ha ripetuto la fatidica frase: “Tutte le opzioni sono sul tavolo”.

Il giorno dopo, il Segretario di Stato John Kerry e il ministro degli Esteri iraniano Mohammed Javad Zarif hanno fatto – per la prima volta dopo la rottura delle relazioni diplomatiche tra i due paesi il 7 aprile 1980 – un incontro diplomatico bilaterale sul programma nucleare iraniano. E sono tornati ad incontrarsi a Ginevra il 15 ottobre nell’ambito della riunione del Gruppo dei Sei (Cina, Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Russia, più la Germania), incaricato di seguire, con un mandato delle Nazioni Unite, la questione iraniana.

Questa atmosfera di frasi concilianti e di piccoli passi sulla strada della riconciliazione avrebbe trovato la sua messa in scena più spettacolare durante la ormai famosa chiamata telefonica del 27 settembre tra Barack Obama e Hassan Rohani.

Tranne il governo ultraconservatore di Israele, che tenta di contrastare questo approccio [III] , altri alleati degli Stati Uniti non vogliono essere gli ultimi a saltare sul carro di pace né, soprattutto, a lasciarsi sfuggire ricchi contratti commerciali con un Paese di ottanta milioni di consumatori… Così, il Regno Unito ha annunciato subito di aver deciso di riaprire la sua ambasciata a Teheran e di voler rilanciare le relazioni diplomatiche. E, il 24 settembre, il presidente francese François Hollande si è precipitato ad essere il primo leader occidentale a riunirsi e a stringere la mano pubblicamente ad Hassan Rohani. Si noti che la Francia ha importanti interessi economici da difendere in Iran. In particolare nel settore dell’automobile, con due costruttori (Renault e Peugeot), presenti nel paese. Che da alcuni mesi, assistono – e questo è significativo – all’arrivo di un gran numero di costruttori statunitensi rivali, in particolare General Motors.

Pertanto, sembra che il disgelo attuale si intensificherà. Iran e Stati Uniti sono oggettivamente interessati a fare la pace. L’argomento della differenza abissale tra il sistema politico americano e quello iraniano non ha alcun valore. Ci sono numerosi precedenti. Che somiglianza politica, per esempio, c’era tra la Cina comunista di Mao Zedong e gli Stati Uniti capitalisti di Richard Nixon? Nessuna. Ciò non ha impedito che i due paesi normalizzassero i loro rapporti nel 1972 e cominciassero la loro spettacolare intesa commerciale ed economica che dura ancora oggi. E potremmo anche citare l’avvicinamento senza precedenti, a partire dal 17 novembre 1933, tra l’America di Roosevelt e l’Unione Sovietica di Stalin, che tutto separati, e ha permesso entrambi i paesi, infine vincere la seconda guerra mondiale insieme.

A livello geostrategico, Obama tenta di liberare il Medio Oriente per andare in Asia, la “zona di crescita futura, secondo Washington, il secolo”. L’implementazione degli Stati Uniti in Medio Oriente, forte dalla fine della seconda guerra mondiale è stato giustificato dall’esistenza in questa area geografica delle principali risorse di idrocarburi, indispensabili per la macchina produttiva statunitense. Ma questo è cambiato dopo la scoperta negli Stati Uniti, grandi depositi di gas e olio di scisto che potrebbero portare una indipendenza energetica vicino.

D’altra parte, lo stato delle finanze, dopo la crisi del 2008, non permette più a Washington di sopportare il costo considerevole delle sue partecipazioni multiple in guerre e conflitti mediorientali. Negoziare con l’Iran perché abbandoni ogni progetto di programma nucleare militare è meno costoso di una guerra rovinosa. Senza contare che l’opinione pubblica statunitense continua ad essere radicalmente ostile alla possibilità di un conflitto di questo tipo. E che gli alleati come la Germania e il Regno Unito, visto quello che è appena successo per quanto a proposito della Siria, certamente non parteciperebbero. In cambio, se si raggiunge un accordo, l’Iran potrebbe contribuire a stabilizzare l’intero Medio Oriente, in particolare in Afghanistan, Siria e Libano. E quindi sollevare gli Stati Uniti.

Teheran, da parte sua, ha bisogno assoluamente di questo accordo per alleggerire la pressione delle sanzioni e ridurre le difficoltà quotidiane degli iraniani. Perché il paese non è al sicuro da un grande sollevamento sociale. Per quanto riguarda la questione nucleare, l’Iran sembra aver capito che possedere una bompa che non potrebbe usare, e mettersi nella situazione della Corea del Nord, non è un’opzione. Possano accontentarsi, come il Giappone, di padroneggiare il processo tecnico ma di fermarsi sulla soglia del nucleare militare… ciò che sarebbe a portata di mano [IV] . Per la difesa del paese, è meglio scommettere su miglioramenti militari tradizionali, che sono tutt’altro che disprezzabili. D’altra parte, lo status di potenza regionale, cui Teheran ha sempre aspirato, passa attraverso un accordo (o anche una alleanza) con gli Stati Uniti, come succede ad Israele o alla Turchia. E infine, non trascurabile, il tempo è breve, vi è il rischio che il successore di Barack Obama, tra tre anni, si riveli più intransigente.

Non mancheranno gli ostacoli nell’uno e nell’altro campo. Gli avversari di un accordo non sono pochi e hanno potere. Washington, ad esempio, per firmare qualsiasi accordo ha bisogno dell’approvazione del Congresso, dove gli amici di Israele, in particolare, sono numerosi. Anche a Teheran gli avversari di un accordo sono temibili. Ma tutto indica che un ciclo finisce. La logica della storia spinge l’Iran e gli Stati Uniti – che condividono una fede comune nel liberalismo economico – verso quel che potremmo chiamare un “accordo eroico”.

 

[I] Questo capitolo tratta di “azione “azione in caso di minaccia alla pace, violazioni della pace o atti di aggressione   “.

[Ii] Le esportazioni di petrolio sono cadute dai 2,5 milioni di barili al giorno nel 2011 a meno di un milione (secondo i dati degli ultimi mesi forniti dall’Agenzia internazionale per l’energia). Le entrate derivanti da queste esportazioni sono diminuite da 95 miliardi di dollari nel 2011 a 69 nel 2012. Il dato per il 2013 rischia di essere ancora più basso.

[III] Senza che si sappia molto bene perché, dato che un accordo degli Usa con l’Iran garantirebbe la supremazia militare di Israele nella regione, eliminerebbe il rischio di un Iran nucleare ed eviterebbe costose e pericolose guerre.

[Iv] Le questioni tecniche su cui si negozia vertono soprattutto intorno al programma di arricchimento dell’uranio, un processo che fino a certi livelli ha usi civili, ma con un maggior grado di raffinatezza è utile alla produzione di testate nucleari. Negli ultimi anni, l’Iran ha aumentato la sua capacità di arricchimento, aumentando il numero di centrifughe adatto, ed inoltre ha cominciato ad arricchire l’uranio a livelli del 20%, ancora una soglia per uso civile, ma che si avvicina significativamente al livello per l’uso militare. L’occidente reclama una maggiore posibilità di ispezione agli impianti nucleari, che l’Iran fermi l’arricchimento al 20% e che consegni a un paese o organizzazione neutrale i materiali già prodotti, oppure lo converta in forme che impediscano o ostacolino l’ulteriore lavorazione verso i livelli militari. L’obiettivo è che Teheran non abbia abbastanza stock per armare – se anche ne avesse la volontà – una bomba.

* Direttore dell’edizione in lingua spagnola di Le Monde diplomatique, di cui questo articolo è l’editoriale sul numero di novembre 2013. Traduzione a cura di www.democraziakmzero.org.

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Il rating di Trani e la Cmc /2013/10/29/il-rating-di-trani-e-la-cmc/ /2013/10/29/il-rating-di-trani-e-la-cmc/#comments Tue, 29 Oct 2013 09:34:28 +0000 /?p=7123

di CLAUDIO GIORNO

Trani è una città suggestiva. La sua Cattedrale sembra galleggiare sul mare quando ti si para davanti. Il bianco della sua pietra, la leggerezza della sua architettura sembrano farla lievitare sulle acque azzurro intenso che ne lambiscono il sagrato. Ma le inchieste del Tribunale di Trani sono pesanti. Lo sono da un po’ di tempo, da quando vi si è insediato sostituto procuratore Michele Ruggiero con la collaborazione del collega Antonio Savasta (sotto l’accorta regia del loro capo, Carlo Maria Capristo). Alcuni dei fascicoli aperti negli ultimi due anni autorizzano a sperare che la funzione della Magistratura possa anche essere quella evocata spesso dai più liberali e progressisti tra i giuristi democratici. Trani ha messo il proprio sigillo su alcuni dei casi più clamorosi di chiamata in causa di chi – non solo in Italia – pareva destinato ad essere intoccabile. A cominciare dalle  famigerate agenzie di rating. Proprio quelle che solo qualche mese fa hanno sostenuto – lo ha fatto JPMorgan – “che i governi europei dovrebbero modificare le loro costituzioni perché retaggio di una cultura eccessivamente legata alle vicende dell’antifascismo europeo, che garantiva troppi diritti”.

Tutti sappiamo che si tratta di organismi di diritto privato controllati dalle principali banche speculative del mondo. Le stesse che hanno indotto la crisi globale del 2008 riversandone i maggiori costi sull’Europa. Facendo tra l’altro sprofondare la Grecia nella miseria imponendo politiche di austerità che hanno annientato qualsiasi diritto determinando una sorta di “sperimentazione pratica della raccomandazione anticostituzionale”.Lo sa sicuramente meglio di noi anche Ruggiero che non ha trovato molto sostegno tra i colleghi più “autorevoli” e titolati a cominciare da quel Michelevietti che Pierferdinandocasini ha indicato per la presidenza del Consiglio Superiore, l’organo di “autogoverno dei giudici”. Ma a quanto pare non si è lasciato impressionare, ed anzi “ha coltivato con il tempo una spiccata passione per le faccende in materia finanziaria. A spingerlo è stato probabilmente (…) il forte desiderio di difendere i diritti dei piu’ deboli, i consumatori”. E’ un’annotazione che non si legge su un sito dei centri sociali che lottano contro la crescente disuguaglianza imposta dal modello economicistico trionfante, ma che ho trovato su WALLSTREETITALIA giornale on line che si rivolge agli investitori! Ed è sempre da quella fonte che traggo altre preziose notizie: come il fatto “che si occupa in prima persona di reati finanziari e  ha aperto fascicoli e avviato le inchieste piu’ grosse della sua procura. Da quella sulla vendita di prodotti derivati riconducibili al (famigerato NdR)  Monte dei Paschi di Siena negli anni 2009-2010 a quella sui prodotti dell’allora Banca 121 che vide indagato (e poi prosciolto) l’allora governatore Antonio Fazio”.

Ma aver messo “nel mirino le maggiori agenzie di rating” ha determinato che “del suo operato siano venuti al corrente anche oltroceano: così che  su richiesta del Dipartimento di Giustizia Usa, (che ha messo sotto accusa Standard&Poors  per comportamento fraudolento, Trani ha inviato un fascicolo con 8.000 documenti!  Come si sa è stato direttamente il Governo USA a chiedere a S&P a febbraio di quest’anno un risarcimento di 5 miliardi di dollari, e proprio in questo giorni si leggono notizie sulla “disponibilità” a pagare da parte di alcuni istituti tra i più potenti del globo. Perché come si sa, oltreoceano hanno tanti difetti, ma chi truffa fisco e risparmiatori viene rinchiuso in carcere e non c’è amnistia o indulto che soccorra…diversamente avviene da noi: è ancora da WSI che traggo questa considerazione: “I magistrati pugliesi hanno finora dimostrato di sapersela cavare, nonostante la ristrettezza dei mezzi, per sostenere il peso di inchieste su temi kolossal, che coinvolgono istituti bancari e mercati per migliaia di miliardi di dollari. Sono stati sinora in grado di indagare con serietà di fronte ai big della finanza mondiale e probabilmente gli ostacoli maggiori li hanno incontrati invece in patria”.

Ora – proprio in questo fine mese la stessa procura – gli stessi PM – hanno concluso una inchiesta solo apparentemente più “modesta” (perché legata a una ipotesi di  truffa di dimensioni relativamente piccole e a scala locale. Una indagine che a mio giudizio – non sono un giurista ma provo a usare il buon senso comune – potrebbe essere destinata a fare scuola: Quale che sia la decisione che prenderà il GUP l’inchiesta aperta sulla costruzione “impossibile” del porto di Molfetta, sull’ex sindaco oggi senatore (PD+L) che ne volle fortemente l’avvio dei lavori e sull’impresa la CMC (di area PD-L), a capo del raggruppamento  che si aggiudicò l’appalto ha rivelato un’attenzione verso il buon uso del denaro pubblico e un  rigore inusuale nella concezione stessa di quelli che un tempo si chiamavano Lavori Pubblici. Un atteggiamento in cui in questo paese non pareva neanche più lontanamente possibile l sperare: perché i PM di Trani si sono spinti a mettere –  tra le ipotesi di provvedimenti chiesti ai giudici – l’opportunità di privare una impresa che si fa coinvolgere in un appalto così clamorosamente irrealizzabile della titolarità stessa a concorrere o mantenere altri appalti pubblici!

Si deve sapere infatti che il porto di Molfetta, il suo ampliamento presupponeva un lavoro di bonifica bellica di tale onerosità da rendere il successivo dragaggio dei fondali e la realizzazione di qualche banchina in più e l’irrobustimento della difesa la difesa foranea un costo “trascurabile” rispetto al vero importo “sommerso” (è il caso di dirlo! Esponenzialmente oltre i 150 milioni di euro “previsti”!). Cosa di cui dalle indagini accuratissime svolte risulta fossero a perfetta conoscenza tutti gli “attori”, dal  senatore PDL Antonio Azzollini – allora sindaco della cittadina pugliese agli aggiudicatari dell’appalto. Che però – nella più consolidata tradizione italica avrebbe dovuto essere solo l’avvio di una filiera di Sanpatrizio capace di garantire uno stillicidio infinito di finanziamenti negli anni a venire perché speso “un tot” per i progetti e l’avvio dei lavori scatta la minaccia delle penali da pagare alle imprese e soprattutto il ricatto occupazionale per cui mica si possono “chiudere i rubinetti”.  Un copione assolutamente logoro, ma talmente collaudato che penso di poter affermare – per i 36 anni trascorsi nel mondo delle grandi opere – che senza un simile paradigma una buona metà degli appalti pubblici andrebbero deserti. (Anzi, non verrebbero neanche attivati! Ho anche avuto modo di scriverle queste cose in alcuni esposti mandati a suo tempo ai magistrati;  ma evidentemente sbagliavo indirizzo: non le ho mai inoltrate alla Procura di Trani!).

E tornando alla città della cattedrale leggera e ai suoi diligenti PM provo a “tradurre” la loro ipotesi di reato e la richiesta di provvedimenti “adeguati” per come l’ho capita io che sono un semplice cittadino: Se di una impresa oggetto di indagini si è dimostrata una così grave la “vocazione” fraudolenta questa non è più in grado di offrire le garanzie irrinunciabili che dovrebbero essere la pre-condizione per lavorare per le Pubbliche Amministrazioni che pagano coi soldi dei cittadini! Un ragionamento lineare che non dovrebbe fare una grinza e che deve aver letteralmente terrorizzato i legali di CMC evidentemente “non abituati” a dover affrontare uno scenario così inatteso. Per cui  prima ancora di negare la colpevolezza dei titolari della solita scatola cinese creata ad hoc per aggiudicarsi l’appalto (la solita Associazione Temporanea di Impresa che in questo caso si chiama esoticamente Molfetta Newport e ha sede ovviamente a Ravenna) sono corsi ai ripari sostenendo non solo che sono stati i dirigenti, i responsabili della catena di comando e controllo di quel cantiere a macchiarsi “eventualmente” di tali colpe, ma soprattutto che il vertice societario deve in ogni caso essere ritenuto estraneo alla violazione della normativa sugli appalti “come dimostrano le centinaia di lavori acquisite ”(?!); per la qual cosa non potrebbe venire meno la fiducia del committente pubblico (Non senza agitare lo spettro della disoccupazione cui andrebbero incontro migliaia di operai…categoria in via di estinzione che a volte sembra servire solo più a garantire profitti illeciti)…Nelle prossime ore sapremo cosa decideranno i giudici che dovrebbero assumere i provvedimenti così difficili (si legga “ricattabili“: un’altra vicenda “pugliese” l’ILVA di Taranto lo sta a dimostrare): Intanto godiamoci però l’apertura di un capitolo che potrebbe anche segnare un punto di svolta se non altro in termine di speranza per quei cittadini che non si rassegnano ad una magistratura forte con i deboli e inesistente con i (poteri) forti.

http://claudiogiorno.wordpress.com

 

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Lo spionaggio e la guerra totale /2013/09/21/lo-spionaggio-e-la-guerra-totale/ /2013/09/21/lo-spionaggio-e-la-guerra-totale/#comments Sat, 21 Sep 2013 09:32:06 +0000 /?p=7002

di RAUL ZIBECHI *

La decisione della presidenta (del Brasile, ndt) Dilma Rousseff di rinviare la sua visita negli Stati Uniti a causa dello spionaggio che conduce in Brasile la National Security Agency (Nsa) è solo la parte più visibile della disputa geopolitica in corso nella regione sudamericana. Prima di comunicare la sospensione di viaggio, Rousseff ha ricevuto varie e opposte pressioni, tra cui quella dell’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva, che esigeva spiegazioni da parte dell’amministrazione Obama.

In realtà Rousseff aveva poche probabilità di mantenere il suo viaggio a Washington dopo le mobilitazioni di giugno che hanno fatto a pezzi la sua popolarità e hanno messo il suo governo sotto il controllo del pubblico. Stringere la mano del presidente responsabile dello spionaggio alle sue comunicazioni personali e alla quarta più grande compagnia petrolifera del mondo, Petrobras, avrebbe messo a rischio la risalita appena accennata del suo consenso a un anno di elezioni presidenziali.

Il distacco ha un alto costo politico per la Casa Bianca, nella complessa situazione in cui si trova a causa del fallito tentativo di attaccare la Siria. Gli Stati Uniti devono mantenere un rapporto cordiale con il Brasile, giudicato in pubblico un alleato strategico, ma in realtà considerato l’unico paese in grado di guidare la regione e prevenire azioni contro gli interessi Usa.

Da quando domenica primo settembre Rede Globo (la maggiore televisione brasiliana, ndt) rivelò che Edward Snowden, ex agente della Cia, era in possesso di dati che dimostravano come Petrobras fosse spiata dalla Nsa, Rousseff non ha nascosto l’indignazione del suo governo. E’ evidente che la ragione dello spionaggio non sono la sicurezza o la lotta contro il terrorismo, ma interessi economici e strategici (Valor, 10 settembre 2013). Così veniva smentita la scusa ridicola dell’agenzia statunitense.

In realtà, tutto indica un interesse per Petrobras. Tre esperti consultati dal quotidiano O Globo concordano su questo giudizio. Armando Guedes Coelho, presidente di Petrobras tra il 1988 e il 1989, ha detto che la società è leader mondiale nella ricerca acque ultra profonde e che realizza più perforazioni di Shell, Exxon e Bp messe insieme. L’interesse per la Casa Bianca sarebbe conoscere le riserve effettive esistenti sulle coste del Brasile e dell’Africa, perché queste possono alterare l’attuale geopolitica del petrolio, dato che le forniture verrebbero da zone prive di grandi conflitti politici (O Globo, 9 settembre 2013).

Altri specialisti, come il direttore del Centro brasiliano per le infrastrutture, segnalano che l’interesse principale è quello di rubare i segreti tecnologici perché le aziende americane possano esplorare in qualsiasi parte del mondo, come l’Alaska. Nel frattempo, fonti della Agenzia nazionale del petrolio stimano che un ulteriore interesse nello spionaggio sia di avere informazioni provilegiater sulle aste sui blocchi petroliferi indette dallo Stato brasiliano.

In risposta, il governo brasiliano ha deciso di rafforzare i legami con l’Argentina per collaborare nella difesa informatica. Il ministro della difesa, Celso Amorim, ha detto a Buenos Aires che il Brasile ritiene essenziale avviare un processo di cooperazione in materia di difesa cibernetica con il suo principale alleato strategico. Ha aggiunto che questa è forse l’area più importante per la difesa nel XXI secolo, perché diventerà sempre più difficile usare le armi convenzionali, mentre quelel cibernetiche possono essere armi di distruzione di massa (O Globo, 13 settembre 2013).

Il recente incontro tra i ministri della difesa dei due paesi, Agustín Rossi e Amorim, si è conclusa con una dichiarazione in cui si sottolinea la necessità di rafforzare la cooperazione in fatto di difesa cibernetica e la creazione di un sottogruppo di lavoro bilaterale in materia (Ministério da Difesa, 13 settembre, 2013). Essi hanno inoltre concordato di organizzare una visita delle autorità argentine per conoscere il Centro di difesa cibernetica dell’esercito brasiliano.

In parallelo, Brasilia ha deciso di creare un proprio sistema di posta elettronica che possa entrare in servizio nella seconda metà del 2014 e che sarà un’alternativa brasiliana ai popolari Hotmail, di Microsoft, e Gmail, di Google (Folha de Sao Paulo, 2 settembre 2013). Secondo il ministro delle comunicazioni, Paulo Bernardo, l’e-mail che l’azienda statale delle Poste lancerà sarà dotata di una crittografia per proteggere la privacy degli utenti, ed i dati saranno gestiti in Brasile, a differenza di ciò che accade quando si utilizza Gmail .

Da tempo fa il Brasile sta promuovendo nell’ambito di Unasur una rete in fibra ottica regionale perché il traffico Internet tra i paesi del Sud America non passi per forza dagli Stati Uniti. Per il 2016, l’azienda statale di telecomunicazioni Telebras manderà in orbita il primo satellite nazionale per il traffico di internet civile e militare, superando così l’attuale dipendenza dalle multinazionali del settore.

Per proteggere la sovranità del paese e delle sue più importanti aziende, sono necessari grandi investimenti. La presidenta di Petrobras ha annunciato che nel 2013 si investiranno 2 miliardi di dollari nella sicurezza delle informazioni e che entro il 2017 la società investirà in questo settore 10 miliardi di dollari (Valor, 18 settembre 2013). Ha anche informato che l’azienda petrolifera ha tremila dipendenti che operano nel settore della sicurezza informatica, pari al 5 per cento dei suoi 80 mila dipendenti, e che i dati ricavati da esplorazioni sismiche per la produzione e l’esplorazione vengono comunicati attraverso mezzi fisici e non in internet.

E’ una guerra che coinvolge Stati e imprese, le cui modalità d’azione sono sempre più simili. Una guerra silenziosa che si gioca con armi sofisticate, spesso invisibili, ma con una enorme capacità di distruzione, come ha detto il ministro Amorim. Una guerra non si vince con i discorsi e per le quali non tutti sono fisicamente e mentalmente preparati. E’ il modo in cui funziona il sistema attuale, in cui il saccheggio e la rapina sono più importanti delle tradizionali forme di accumulazione. E’ la guerra totale.

* http://www.jornada.unam.mx/2013/09/20/opinion/027a2pol

 

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Kill, kill, kill for growth /2013/09/17/kill-kill-kill-for-growth/ /2013/09/17/kill-kill-kill-for-growth/#comments Tue, 17 Sep 2013 13:14:19 +0000 /?p=6974

di NICOLA CASALE e RAFFAELE SCIORTINO

Kill, kill, kill for growth.[1] Dalla Siria, Obama dopo Obama.

[L’articolo è lungo; chi vuole limitarsi alla vicenda siriana può concentrarsi sulla parte centrale saltando il paragrafo iniziale sulla crisi e quello finale sulle prospettive]

Quello che fino a qualche giorno fa sembrava l’inevitabile attacco Usa alla Siria è dunque al momento stoppato, lo scontro si è mantenuto all’interno del quadro diplomatico dove un abile Putin ha offerto una foglia di fico a un Obama in difficoltà. La vicenda è tutt’altro che chiusa. Alla guerra per procura si aggiungerà il calvario dei controlli sulle armi chimiche (come da copione irakeno?) mentre il minacciato strike è un messaggio inequivocabile per l’Iran che non mancherà di avere conseguenze.

L’amministrazione Obama non ne esce bene sul piano politico. I rumori di guerra che hanno lasciato il mondo tra l’attonito e il sorpreso iniziano a far giustizia della favoletta dell’unilateralismo statunitense affibbiato al solo Bush jr. Un colpo non da poco all’immagine internazionale del presidente – già non brillante sul fronte interno e per via della vicenda Snowden – che fin qui aveva saputo risollevare il soft power statunitense crollato a livelli non compatibili con le esigenze della leadership globale.

Ma c’è qualcosa di più. Siamo al primo significativo punto di quasi precipitazione delle tensioni internazionali accumulatesi dall’innesco della crisi globale che segna il ritorno della guerra come concretissima possibilità di “prosecuzione della crisi con altri mezzi” (basti pensare alle navi da guerra che affollano il Mediterraneo). Non ancora un punto di svolta, ma lo squarcio apertosi con la vicenda siriana getta una luce significativa sull’intreccio strettissimo delle tre principali linee di forza -tra le molteplici di un unico ma complicatissimo campo- decisive per gli scenari attuali e a venire. Crisi globale, dinamiche geopolitiche, reazioni sociali alla crisi stessa.

Crisi fase due?

Una prima fondamentale domanda da porsi è se c’è un nesso non generico tra come sta evolvendo la dinamica della crisi e il cambio di marcia che la vicenda siriana lascia intravedere nella strategia internazionale statunitense.

Il bail out della grande finanza, prima, le politiche di “alleggerimento quantitativo” con immissione massiccia di liquidità nei mercati ad opera della Federal Reserve statunitense poi, avranno pure evitato la catastrofe economica ma a costi pesantissimi di là dall’essersi esauriti. Il punto cruciale è che la ripartizione ineguale di questi costi, a scala geoeconomica e sulle diverse classi sociali, è diventata il terreno di scontro, che attizza tensioni di ogni genere. Chi scarica la crisi su chi: questa l’attualissima posta in palio che traspare da dietro le tensioni internazionali, la cui soluzione è al tempo stesso precondizione di ogni eventuale fuoriuscita capitalistica dalla crisi. Che, se pure, non si darà nel limbo di un mercato piatto ma emergerà dal rimescolamento non indolore degli assetti complessivi del sistema mondiale.

All’immediato, sul piano strettamente economico, sembrano i “paesi emergenti” a rischiare di più. Flussi speculativi di hot money si sono riversati negli ultimi anni su questi paesi e sui Brics – i soli peraltro ad aver sostenuto la crescita globale ma appunto a rischio di esporsi pericolosamente ai movimenti della finanza. Negli ultimi mesi, a fronte del rallentamento delle crescita anche in queste aree e degli accenni di politica monetaria un minimo meno compiacente della Fed (il famigerato tapering), le monete di India Turchia Indonesia Brasile ecc. hanno iniziato a precipitare verso il basso con una fuga di capitali che non preannuncia nulla di buono. Anche la Cina, di ben altra solidità, è però alle prese con un rallentamento dei ritmi di crescita in parte dovuto alla stagnazione dei mercati di sbocco occidentali, in parte manovrato dal governo per ovviare ai primi seri segnali di una bolla creditizia e immobiliare frutto degli stimoli anti-crisi di questi anni. Il che pone con più urgenza alla dirigenza cinese il nodo dell’insostenibilità alla lunga di un modello economico fin qui imperniata su colossali investimenti infrastrutturali e sull’export e legato a doppio filo all’economia del debito statunitense, ma anche l’estrema difficoltà di un cambiamento liscio.

L’eurocrisi è provvisoriamente in stand-by. La “socializzazione” dei debiti privati collassati – con epicentro sull’altra sponda dell’Atlantico – e scaricati sui bilanci pubblici aveva fatto quasi esplodere i debiti sovrani della periferia europea, mentre la recessione ne aggrediva la dimensione produttiva, e messo a rischio la tenuta stessa dell’euro. Lo scontro che ne è seguito tra Washington e Berlino – la potenza più spiata secondo le rivelazioni Snowden[2] – ha visto contrapporsi due strategie di risposta. Quella americana del ripianare debito con nuovo debito, manovrando il dollaro moneta mondiale, ha fatto e fa pressione per una politica monetaria europea espansiva, se non direttamente per la mutualizzazione del debito dei paesi Ue, così da far attingere la finanza transnazionale alle casse di Berlino. Quella tedesca di impedire alla bolla di crescere ulteriormente, e in prospettiva di ridimensionarla sfruttando il potenziale produttivo europeo, ha però sostanzialmente retto alle pressioni yankee. Ciò ha poi permesso un minimo allentamento della stretta rigorista – e politiche monetarie più accomodanti della Bce nell’ultimo anno e mezzo – a evitare che i costi sociali pesanti per la periferia superassero la soglia sociale di guardia, con l’Italia proprio sulla linea di faglia.

Ciò però significa che la palla è rimbalzata o sta rimbalzando nel campo dell’economia statunitense! Moneta facile e tassi quasi a zero hanno ricreato un’enorme bolla speculativa facendo risalire su valori pre-crisi i prezzi a Wall Street e i profitti delle istituzioni finanziarie, non hanno però contribuito sostanzialmente alla ripresa economica, in primis degli investimenti e quindi dell’occupazione, tanto meno di occupazione “buona” capace di risollevare i redditi della middle class. La strategia obamiana di insourcing si è finora limitata a poca cosa (comunque comporterebbe un duro scontro con Pechino) mentre quella energetica basata sullo shale gas – effettiva, ma dai costi ambientali altissimi: a proposito di green economy! – difficilmente può fare da volano per l’accumulazione complessiva  pur rappresentando in prospettiva una notevole leva geopolitica verso i paesi produttori di materie prime.

Ora, è il rischio di uno scoppio della nuova bolla non supportata da un growth “reale” corrispondente a spingere la Fed ad avvisare i mercati di accorciare la leva finanziaria (in maniera ambivalente perché se si diffonde il panico, si ottiene proprio quello che si vorrebbe evitare, da cui il movimento stop and go), e niente affatto la crescita prospettata dai media! Inoltre, il QE non solo ha ritorni decrescenti all’interno ma incrementando il debito rischia di minare la credibilità del biglietto verde come moneta mondiale e la capacità, non seriamente intaccata nonostante la crisi, di attrarre capitali da tutto il globo. Non a caso si stanno stringendo accordi di scambio commerciale, con perno sulla Cina, che bypassano il dollaro mentre anche la Germania, dopo il primo assalto all’euro, guarda sempre più a Oriente.

Insomma, nessun problema di fondo dell’economia globale è stato risolto, il nodo della distruzione di una parte assai più consistente della massa di capitale fittizio creatasi dagli anni Ottanta in poi è ancora tutto lì.[3] Non solo le risposte dei vari attori divergono sempre più, ma gli Usa sono costretti ad accelerare la strategia di scarico dei costi e di utilizzo della leva geopolitica per imporre accordi economici – nel Pacifico il TPP in funzione anti-Cina ma con scarso successo, e ora all’Europa per trascinarla in una guerra degli standard economici col resto del mondo – che frenino la tendenza a creare blocchi regionali più autonomi dall’impero a stelle e strisce. Certo, l’equazione questa volta è assai più complessa che non per il Nixon del ’71 (sganciamento dollaro-oro) o il Volcker del ’79 (rialzo dei tassi), ma senza dubbio vedremo di nuovo all’opera l’unilateralismo della Federal Reserve…

Obama sulla via di Damasco…

Dunque, la strategia statunitense ha bisogno di un cambio di marcia, stante anche il preoccupante quadro sociale interno segnato dal quasi completo fallimento del change obamiano. Solo che al primo serio banco di prova – appunto la partita siriana – il riacquisito soft power internazionale di Obama ha fatto in gran parte cilecca.

Ora, per un’analisi minimamente seria delle mosse statunitensi, per prima cosa va sgomberato il campo da alcuni falsi argomenti. Primo, il presidente si sarebbe fatto trascinare con riluttanza in un’“avventura” di guerra, circondato da consiglieri incapaci (a proposito: tutti liberals doc, nessun cripto-neocons) e alleati infidi supportati da potenti lobby interne (quella ebraica e quella saudita). In realtà, l’aggressione alla Siria è fortemente voluta dall’amministrazione Obama, che ci sta lavorando meticolosamente da due anni. Certo, la preferenza era per una ripetizione dell’operazione libica: “rivolta” interna, finanziamento e organizzazione di gruppi armati, supporto aereo e missilistico degli alleati, con gli Usa leading from behind, ma ognuna di queste condizioni ha preso una piega diversa, a partire dallo scarso appoggio tra la popolazione dei combattenti salafiti, l’intervento di Hezbollah, l’opposizione di Russia e Cina in sede Onu, ecc. Di conseguenza il profilo defilato non era più un’opzione pur con tutti i rischi del caso sia militari – come ha fatto rilevare il Pentagono – sia soprattutto politici, come si è poi visto.

Anche rispetto ai veri obiettivi del minacciato strike va fatta chiarezza. La scelta di fondo era e resta, al di là delle dichiarazioni più o meno reticenti, quella di puntare al regime change a Damasco. Leggiamo sul sito del Council on Foreign Relations: “Obiettivo numero due è chiaramente porre fine al regime di Assad, come affermato ufficialmente dal presidente due anni fa, il 18 agosto 2011. Ciò non comporta una metodologia definita ma a questo punto è chiaramente un obiettivo di sicurezza nazionale”.[4] Del resto, una scelta chiaramente tracciabile a partire dall’appoggio all’opposizione armata anti-Assad, altrimenti inspiegabile. E non è un caso che il segretario di stato Kerry abbia accennato anche all’invio di truppe di terra.[5] Quanto al casus belli dell’uso delle armi chimiche, è un classico (che Assad sia stato così stupido da usarle proprio mentre stava recuperando sul terreno e gli ispettori Onu erano in Siria? Non ci vuole la laurea per capirlo…).

Perchè l’aggressione? Per due ragioni strategiche che si tengono insieme.

Distruggere la Siria in quanto stato dotato di una propria autonoma politica – come per la ex Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia – significa la chiusura dei conti storici con il nazionalismo anticoloniale, ancorché già sfigurato di suo, e della possibilità che stati post-coloniali siano dotati di una qualche autonomia dalla metropoli come, appunto, nel caso dell’asse Damasco-Teheran-Hezbollah (l’islamismo sciita rappresenta per l’Occidente ancora una spina nel fianco, al contrario di quello sunnita “normalizzato”). Destrutturazione delle entità statali, smantellamento di ogni progettualità di sviluppo economico, nessun limite alla circolazione dei capitali stranieri e alla rapina finanziaria. L’aggressione alla Siria si inquadra perfettamente nelle strategie di “uscita dalla crisi”, oggi in Medio Oriente, domani per gli Usa con la prospettiva di riprendersi l’America Latina (i cui governi “progressisti” non a caso non si sono mai lasciati abbindolare dalla favoletta della “primavera siriana”). Percorso difficile, certo, in cui ormai giocano quasi esclusivamente aspetti militari: gli Usa non hanno più quasi nulla da mettere in campo sul piano economico e vanno in difficoltà anche su quello finanziario non potendo contare ciecamente neanche sulla rendita delle petrolmonarchie.

Ma la ragione di fondo per cui il Medio Oriente ritorna la centro della guerra sta nella manovra di rebalancing strategico degli Stati Uniti in marcia inesorabile verso il contenimento della Cina con il cosiddetto Pivot to Asia. Strategia che prevede -potenza marittima contro potenze terrestri- la destrutturazione degli stati, dal Medio Oriente ai confini cinesi, che possano far da ostacolo agli yankee mentre non prevede spazi di effettiva autonomia per nessuno attore regionale (se ne sta accorgendo la Turchia di Erdogan)[6]. La Cina va adeguatamente isolata e i paesi che potrebbero essere tentati dal sottoscrivere con Pechino patti in materia di politica industriale, agricola, commercio e finanza, vanno preventivamente richiamati all’ordine. Per questo, Washington non può lasciare il M.O. così com’é. Una costellazione di failed state in guerra civile permanente è certo una scelta di ripiego rispetto alla presenza di governi locali filo-imperialisti, ma questi reggono sempre meno, come Mubarak ha dimostrato.

… passando per Il Cairo

In effetti il timing dell’apertura della crisi siriana è legato sì al rapporto di forze militare sul terreno che rischiava di rovesciarsi a favore di Assad ma soprattutto agli sviluppi della “primavera araba”. Non è un caso se la decisione di intervenire militarmente è scattata all’indomani della normalizzazione dell’Egitto, così come due anni fa proprio sull’onda di piazza Tahrir era partita in Siria una mobilitazione sociale all’inizio genuina, non connotata “settariamente” ma incapace di coinvolgere l’insieme della società, poi infiltrata dall’esterno e portata sul terreno dello scontro militare nel quadro della risposta statunitense e delle petrolmonarchie allo sconvolgimento portato dalle sollevazioni in Tunisia, Egitto, Bahrein. A riprova dello strettissimo intreccio tra geopolitica della crisi e geopolitica delle lotte, un riuscito assalto alla Siria dovrebbe chiudere, nelle intenzioni di Washington e dei suoi alleati (Israele e petrolmonarchie), la falla apertasi con quella sollevazione, che ha messo a rischio l’assetto occidentale dell’intero Medio Oriente.

A dirla tutta, non era questa l’unica opzione possibile per Obama. Impegnato nel ritiro (comunque non totale) delle truppe dall’Iraq e alla “ricostruzione” del panorama domestico sconvolto dalla crisi finanziaria, il presidente ha provato a detournare [7], dall’interno per così dire, le istanze radicalmente democratiche di piazza Tahrir in senso non anti-occidentale, riuscendo sia a far fuori Gheddafi sia a contenere la rabbia furiosa, e la paura, di Israele e Arabia Saudita vistisi di colpo scoperti nello scacchiere dalla detronizzazione di Mubarak. In astratto, l’affermazione in Egitto di un governo liberal col supporto della nuova composizione sociale protagonista della lotta, avrebbe potuto non solo aprire a un ritorno degli americani in vesti “presentabili”, ma anche preparare il terreno per un regime change “dal basso” in Iran o almeno per una tregua col governo di Teheran, per il ridimensionamento delle pretese esorbitanti dell’alleato israeliano e, in prospettiva, per il rovesciamento della ultrareazionaria monarchia saudita (obiettivo dichiarato dei neocons). Un colpo grosso, simile per portata geopolitica ed economica al rapprochement con la Cina di Nixon-Kissinger (che permise il recupero della sconfitta in Vietnam e preparò l’implosione dell’Urss), però col target finale invertito (la Cina, questa volta, magari anche con un accordo con la Russia). Solo che per far questo ci vogliono risorse, non meramente di immagine, che gli States non hanno più in misura sufficiente per una effettiva Grand Strategy all’altezza di un contesto internazionale completamente mutato e sempre meno padroneggiabile!

Si prenda il caso egiziano. Obama in mancanza di alternative migliori ha puntato sui Fratelli Musulmani per rientrare in gioco rassicurando al contempo gli alleati dell’area. Ma non solo i FM si sono rivelati incapaci di sedare le rivendicazioni dal basso con riforme “inclusive”. Morsi ha anche osato dei piccoli passi sul piano esterno – ricucire verso l’Iran, ricontrattare su Gaza e sul gas del Sinai con Israele, rilanciare una politica più autonoma sul canale – che preparavano il terreno a un recupero ancorché minimo non dell’antimperialismo ma di spazi di manovra per sottrarsi ai ricatti del Fondo Monetario e contrattare aiuti meno pelosi di quelli ricevuti o promessi dai paesi del Golfo. Apriti cielo! Minato da subito da Arabia Saudita e Israele, il governo dei Fratelli è stato alla fine abbandonato dagli Usa a favore del ritorno dei militari, ben più efficaci nel “normalizzare” il paese soprattutto avendo provvisoriamente acquisito il consenso di piazza Tahrir (ci torniamo sotto).

Doppio risultato negativo per Obama. Non solo gli Usa si sono dimostrati poco affidabili nel garantire agli alleati più stretti l’ordine nell’area, che è il principale “bene pubblico” di cui sono stati finora erogatori unici. Ma si è anche dimostrato che, al di là di chi governa, un Egitto democratico (nel senso delle dinamiche sociali, al di là degli assetti istituzionali) non può che essere anti-americano se vuole riconquistare spazi di reale autodeterminazione, individuali e collettivi. Anche i nuovi generali dovranno farvi i conti alla luce dei problemi esplosivi che comporta lo sviluppo demografico e sociale in rapporto alle pratiche di spoliazione della globalizzazione.

All’immediato il risultato pare favorevole a Israele e Arabia Saudita. A Israele la situazione può tornare utile per la realizzazione del progetto di Rabin di egemonia economica, con intorno paesi non pacificati ma del tutto incapaci di costituire una minaccia contro il suo ruolo colonialista. I Saud si sono rivelati ancora in grado non solo di gestire la rendita petrolifera in funzione anti-rivoluzione, ma di ben controllare ai propri fini il salafismo jihadista, oramai depurato di ogni velleità “internazionalista” (la soffiata che ha consegnato Bin Laden agli yankees l’aveva sancito). Ma l’ordine resta per fortuna assai precario come la vicenda siriana sta mostrando, né questi due protagonisti locali del “ritorno all’ordine” hanno da offrire alcunché, se non bombe per schiacciarle o soldi per deviarle, alle istanze di democrazia reale delle popolazioni dell’area.

Non è facile essere Obama dopo Obama

Per molti aspetti, insomma, abbiamo un ritorno al futuro, alla long war di bushiana memoria. Obama ha dato inizio al post-Obama, nulla sarà più come prima, in casa e fuori.

Ma oggi le contraddizioni sono ancora più esplosive. Basta guardare ai due fattori principali che stanno dietro i tentennamenti e le indecisioni della Casa Bianca nel passare dalla minaccia alla decisione effettiva di colpire Damasco. A renderla incerta, e poi a stopparla, è stata la difficoltà tutta politica nel coinvolgere nella guerra sia il fronte interno sia uno schieramento ampio dei paesi occidentali. Su questo si è inserito il gioco russo, supportato dalla Cina, a evitare il ripetersi dello scenario libico. Vediamo.

Primo. Il consenso alla guerra si è rivelato da subito scarsissimo in Europa, dove pure il personaggio Obama finora sbancava come “liquidatore” delle guerre di Bush. Da ultimo, è vero, la vicenda Snowden ne ha appannato l’immagine, soprattutto in Germania, l’unico paese dove c’è stato un certo dibattito pubblico sulla questione. Il dato più importante è lo scollamento tra governi aggressivi che fremono per menare le mani, Francia e Gran Bretagna, e opinioni pubbliche restie a farsi trascinare in avventure belliche. Più in generale, la gente nel mezzo di una crisi economica che non passa vorrebbe che l’attenzione fosse concentrata sull’uscita dalla crisi, per dissipare il terrore che se non si ferma la spirale discendente si rischia di essere spogliati della condizione acquisita in decenni. Per ora nulla di più di questo, nessuna contestazione al proprio imperialismo. A dar voce a questo sentimento ma cercando di indirizzarlo in coscienza politica più generale, è stato papa Bergoglio con la sua azione di delegittimazione preventiva della guerra di Obama che ha evocato il rischio di una precipitazione bellica mondiale. A conferma che il papato è pienamente consapevole della profondità della crisi in quanto crisi della civiltà occidentale e sta correndo ai ripari esplicando il ruolo di “minoranza creativa” teorizzato da Ratzinger.

Negli States la reazione negativa ai venti di guerra è stata ancora più eclatante, non tanto come movimento organizzato ma come umori e opinione della stragrande maggioranza. È la riprova del fallimento di Obama nel ridare speranza e prospettive alla ripresa della middle class come base per il rilancio, su basi rinnovate, della leadership globale statunitense. Non basta il richiamo retorico del presidente all’eccezionalismo americano se poi questo si accompagna all’incremento record delle richieste dei food stamps, mentre a cinque anni dallo scoppio delle tempesta per la finanza, troppo grande per farla fallire, tutto è tornato come prima. La lezione di Clausewitz, sul nesso tra energia della massa e politica di guerra, impartisce un duro colpo ai rinnovati impegni “umanitari” di Obama. E rimette in campo, come è stato per Bush, la necessità di creare in qualche modo la paura del nemico (l’Iran nucleare sembra ad oggi il candidato migliore).

Secondo. Per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda, si è timidamente configurata, su una questione puntuale, la possibilità di un fronte fattivo di paesi alternativo agli Usa trasversale anche allo schieramento occidentale. È quanto ha dato corpo al ruolo diplomatico giocato, anche abilmente fin qui, da Putin [8]. La questione decisiva non è in tutta evidenza il supporto militare russo all’alleato siriano, di per sé non decisivo, quanto la conferma che una fascia di paesi che va dalla Germania alla Cina ha sempre meno interesse a lasciar passare senza opposizione il gioco statunitense che rischia di incasinare ulteriormente il già precario quadro internazionale, anche economico. In particolare, in Europa la posizione di Berlino, pur sempre un po’ defilata, segna oramai una linea continua dal 2003 in avanti nei confronti di Washington, al polo opposto dei governi francesi (che in cambio beneficiano della neutralità dei “mercati” sul debito pubblico transalpino?).

Non si tratta della prefigurazione di un’alleanza anti-Usa, attenzione, cui nessuno ha allo stato né interesse né ambizione. (La stessa Russia non esclude la possibilità di stabilire con gli Stati Uniti patti di alleanza o di non-belligeranza). Si tratta di una sorta di richiamo al fratello maggiore, da parte degli europei, e alla potenza mondiale, da parte di Cina e Russia, a non tirare troppo la corda nell’interesse della tenuta d’insieme del sistema internazionale e quindi (presuntamene) degli stessi Stati Uniti. È a questi umori che la Russia, in questa occasione, ha dato voce ricevendone in cambio per ora parziale efficacia diplomatica -ecco una novità- che dalla prima guerra del Golfo in poi era sempre mancata a chi non era d’accordo con gli Stati Uniti.

Questi sono ancora chiaramente ritenuti da tutti necessari a garantire l’ordine globale, ma sempre più emerge la contraddizione tra la loro indispensabilità a fronte di eventuali sconquassi rivoluzionari e i costi sempre più pesanti che da questo ruolo ricadono sugli altri attori. È questo un nodo cruciale cui gli Usa sono chiamati urgentemente a ovviare ma con difficoltà crescenti a farlo. Il punto è come ricreare aspettative e consenso intorno a quello che è stato il compito storico del capitalismo statunitense, la capacità di dominare creando una prospettiva di ricchezza per tutti, sul piano interno come su quello internazionale. Senza di ciò è impossibile ricreare alleanze internazionali ampie e compatte nonchè blocchi sociali interni convinti in vista degli scontri a venire. Le difficoltà rischiano di farsi veramente serie e il farsi soggetto d’ordine per l’insieme del capitalismo mondiale, declinandosi in termini puramente militari, può iniziare a vacillare. È questa fragilità della rendita di posizione “sistemica” degli Usa più che un generico loro declino – che presupporrebbe la possibilità di un cambio egemonico non in vista – a essere la posta in palio degli anni a venire. La dimensione imperiale permane ma sempre più ibridata con una dinamica interimperialistica che ne mina le fondamenta senza che si prospetti un riassetto globale come via d’uscita complessiva in grado di aprire un nuovo lungo ciclo di crescita.

Ambivalenza delle lotte moltitudinarie

È probabile che una fase due si apra anche per i movimenti in un clima generale di reazione alla crisi che dovrà fare i conti con i nuovi passaggi. Turchia, Brasile ma anche Est Europa, ne sono i segnali, mentre lotte salariali solo apparentemente tradizionali proseguono dalla Cina al Sudafrica. Intanto, il ”ciclo” da Tahrir ai vari Occupy si è chiuso non senza aver lasciato una potente ed evocativa traccia soggettiva e, in Europa, frenato un minimo le politiche di scarico in basso dei costi della crisi.

La fase uno delle reazioni alla crisi, nella diversa qualità delle situazioni, ha mostrato parecchi tratti soggettivi comuni che a partire dalla forma-occupy ne hanno favorito una efficace diffusione virale, anche solo nell’immaginario, e una capacità di interloquire con fette di società più ampie, ancora passive ma in certa misura disposte a porsi domande radicali (per ora nulla più di questo). Soprattutto, si è vista all’opera una composizione sociale da tempo in gestazione – a torto identificata con un “nuovo ceto medio” o con i soli tratti di una generazione scolarizzata ma delusa – risvolto della compenetrazione tra circuiti di circolazione del capitale, la “società”, e produzione/appropriazione di valore attraverso i dispositivi finanziari a scala globale. Prefigurazione di una classe attiva le cui capacità viventi, non solo lavorative, sono messe a lavoro ben oltre la sfera “produttiva” in senso stretto, non omogenea ma potenzialmente trasversale alla società e al cleavage Occidente/resto del mondo.

Con quali limiti si è finora scontrata? In Occidente il freno soggettivo maggiore – dentro un contesto oggettivo che non solo non ha ancora eroso del tutto le”riserve” accumulate ma le ha legate in parte alla tenuta della finanza – è appunto la paura che un’attivizzazione sociale spinta rischi di incasinare il sistema senza peraltro avere a disposizione valide alternative d’insieme. Mentre si inizia ad avvertire che non si può più vivere come prima, ancora si vorrebbe vivere come prima. C’è però un elemento più profondo e generale, visibile proprio là dove una mobilitazione radicale di quella composizione si è data. Si è vista all’opera una potente affermazione di autonomia… senza classe, di esserci e decidere contro le mediazioni sociali e politiche (in primis la vecchia sinistra) al contempo incapace di elaborare una propria via costituente e affrontare il problema del potere (costituito). Tahrir, il punto finora più alto, si è fermata davanti alla necessità di divenire movimento per sé, capace di farsi carico delle istanze dei “ceti poveri” egemonizzati dai Fratelli Musulmani e di affrontare la questione del ruolo degli Usa verso i quali anzi si è fatta parecchie illusioni. Stretta tra democratizzazione real impossibile e le proprie lacune, si è attestata per ora come male minore sul coup militare che, paradossalmente, proprio della piazza ha avuto bisogno. OWS, meno dirompente come lotta, è in qualche modo andato più avanti sul piano dell’elaborazione di un programma con elementi anticapitalistici ma, anche qui, non quanto a necessità di un effettivo movimento organizzato.

Il nodo di fondo – inaggirabile peraltro con escamotage organizzativi – pare essere l’ambivalenza propria dell’istanza di democrazia reale che i movimenti hanno praticato fin qui. Non un tratto “occidentale” ma generale. È l’ambivalenza dell’affermazione radicale di una sfera individuale di desideri e capacità attraverso sì un’azione collettiva che si ferma però sulla soglia della “costituzione del proletariato in classe e quindi partito” perché ritiene fin qui sufficienti le piattaforme di socializzazione offerte dal capitalismo che si tratterebbe “solo” di depurare e democratizzare perché si dia effettiva libertà per tutti.

In prospettiva, la situazione prepara punti di rottura in questa aspettativa anche se gli esiti non sono predeterminati. Ci aspettano nuovi decisivi shock sociali che comporteranno un’ulteriore distruzione di capacità umane vive e la crescita formidabile del numero di soggetti resi superflui fin dentro i paesi “avanzati” nel mentre si tenterà di spremere ancor più quelli messi a lavoro – risultato perverso di un’eccedenza produttiva non più contenibile dentro il mondo della merce e del profitto. La ricerca di “autonomia” dovrà coniugare in modo più stringente costruzione di forme di vita e organizzazione di lotta per una politicizzazione della vita che andrà oltre il vecchio ’68.

Sul medio termine, il ritorno del nesso crisi-guerra negli States e il profondo dissesto sociale potrebbero preparare un salto in avanti sul solco tracciato da OWS. La situazione di precario stand-by in Europa potrebbe aiutare un confronto “dal basso” che finora non c’è stato, tra umori e mobilitazioni anti-austerity in “periferia” e diffidenza diffusa verso vie d’uscita imperniate sull’incremento del debito nei paesi “centrali”, dove inizia a farsi strada anche la sensazione che un minimo denominatore comune europeo è essenziale per evitare una spirale al ribasso delle condizioni di vita e di lavoro oltre che per reggere ai venti di tempesta che provengono da oltre Atlantico. Nei paesi “emergenti” e del Sud i segnali lanciati dai movimenti Turchia-Brasile, ma anche la ripresa delle istanze non sopite di piazza Tahrir potrebbero essere l’inizio di un nuovo”ciclo” di  mobilitazioni, che per consolidarsi dovranno affrontare sia il tema di chi governa le risposte alla crisi sia il nodo di una proiezione regionale, quindi inevitabilmente anti-Usa, delle rivendicazioni democratiche e per un diverso sviluppo, pena il loro sbiadirsi o, peggio, il ritorno delle destre.

Dovremo aspettarci un ripiegamento “regionale” delle mobilitazioni e reazioni alla crisi? Probabilmente non aggirabile, tale passaggio resterebbe debole se non sarà in grado di assumere una dimensione internazionale e di affrontare alcuni dei nodi di fondo fin qui solo intuiti.


[1] Libero adattamento da un titolo dei Fugs.

[5] V. su Asia Times gli articoli del 4 e del 10 settembre di M.K. Bhadrakumar: http://www.atimes.com/atimes/World/WOR-01-040913.html e http://www.atimes.com/atimes/Middle_East/MID-01-100913.html.

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Dopo l’Imu, tasse e cemento /2013/09/09/dopo-limu-tasse-e-cemento/ /2013/09/09/dopo-limu-tasse-e-cemento/#comments Mon, 09 Sep 2013 07:41:44 +0000 /?p=6930

di ROSSELLA MARCHINI e ANTONELLO SOTGIA

Il governo delle larghe intese ti ha detto: la città deve continuare ad essere di chi le case costruisce, di chi quelle case compra e di chi quelle case costruisce per tenerle vuote. Lo sospettavi. Ora però, sai che Letta ed Alfano hanno aggiunto il corollario mancante: la città non sarà mai di chi quelle case abita. Anzi, dovremo farci carico del suo funzionamento o, meglio, della sua sopravvivenza.

Non c’è stato bisogno neppure di disputare la finale della partita tra fautori dell’IMU e suoi depennalizzatori. Solo l’insipienza del Pd aveva pensato di poter inserire quest’incontro di cartello, IMU – resto della città, in un girone all’italiana e di mettere in calendario, sotto il pressing berlusconiano, anche quella sfida tra i vari provvedimenti con cui caratterizzare (sic) l’azione del governo di larghe intese: nuovo finanziamento della cassa integrazione, ripresa, tassazione IVA, esodati, disoccupazione,lotta all’evasione… Il finale di partita è stato subito evidente: il prelievo fiscale passa direttamente dalle cose alle persone. Il territorio metropolitano continuerà ad essere preda della rendita.

Il presidente dell’Ance (Associazione Nazionale Costruttori) l’ingegner Paolo Buzzetti (che, al tempo in cui si esibiva nella serie inferiore -quella dei costruttori romani- si presentò ad un tavolo veltroniano, come l’uomo che avrebbe risolto l’emergenza abitativa a patto solo che: il Comune cedesse ai costruttori gratuitamente le aree il Governo concedesse finanziamenti per permettere a loro, di “lavorare”) ha, ancora una volta, mostrato di avere le idee chiare. A ridosso della decisone di togliere l’IMU dall’invenduto edilizio, rimosso anche questo piccolo intoppo, il Presidente dei costruttori ha infatti dichiarato “ Finalmente un cambio di rotta della politica economica. Ora ci sono tutti gli elementi per una ripartenza del settore, purché le banche riaprano subito i rubinetti del credito”. Da persona educata non si è dimenticato neppure di ringraziare per il regalo ricevuto- che vede annullare il pagamento della seconda rata su un patrimonio che raggiunge quasi il miliardo e mezzo di euro di valore e foraggiar la spinta comunque a “costruire” e “consumare suolo” senza tanti problemi-plaudendo alla “la stabilità politica “. Insomma, andiamo avanti con questo governo -dice- e riprendiamo da dove eravamo rimasti. Il Presidente dell’ANCE, che si mostra smanioso del “fare”, non ha capito che per lui e i suoi associati oltre (non è certo poco) l’elemosina della non tassazione, non sarà certo come prima.

Le banche, infatti, non hanno più bisogno di chi offre gru e incerti piani edilizi avendo ricevuto dal Piano Lupi – nome con cui la deriva dell’IMU, contenuta nel decreto legge 102/2013, si abbatte nelle città in termini di interventi urbani, una nuova spinta a rafforzare e ampliare la disciplina del comando del capitale finanziario sulle nostre città.

Lupi, il ministro ciellino con il pallino dell’urbanistica liberista, dota la Cassa Depositi e Prestiti, che trasformata in spa non è più obbligata all’esclusivo finanziamento delle amministrazioni pubbliche, di un fondo di 2 miliardi per dare gambe alle “misure di sostegno all’accesso all’abitazione e al settore immobiliare”. Nel farlo indica alle banche che potranno attivare la corresponsione dei mutui secondo due canali: il prestito diretto; la possibilità di acquisto di obbligazioni bancarie a seguito di cartolarizzazione garantite da mutui ipotecari. Operazione, quest’ultima per cui è richiesta la regia dell’ABI (associazione delle banche italiane).

Le banche saranno esentate da ogni tassazione per la liquidità che riceveranno. Le banche sono quindi, di fatto, equiparate alle Amministrazioni pubbliche. Non sembra neppure che la misura possa essere “girata” per chi, a sua volta, si accollerà il singolo finanziamento. Ne è chiaro a quali tipologie di finanziamento potranno essere indirizzati questi fondi: solo per la prima casa, per altro immobile, per la ristrutturazione?

Ma è sul fronte del ricorso alle obbligazioni che avviene il capolavoro. Le Banche sono gonfie di mutui che non possono essere onorati; frutto di quella bolla immobiliare che l’Ance dice non esistere in Italia, ma che il provvedimento di favore sull’invenduto, concretamente, riconosce.

Nel dover, ora, erogare mutui “garantiti da ipoteca su immobili residenziali” potranno fare “pulizia” tra mutui che potranno essere onorati e altri “incerti” che cercheranno di vendere. Anche loro, come l’Alitalia insegna, creeranno “bad company”? Una gradita possibilità di “passare in lavatrice” tante sofferenze e ripartire con la pratica delle “case di carta” è destinata a perdurare e così rendere del tutto impraticabile la possibilità di assicurare anche una sola casa a quei destinatari individuati dall’articolo 6 comma 3: “l’accesso ai Fondi è consentito anche ai giovani di età inferiore ai 35 anni titolari di un rapporto di lavoro atipico”.

Con un tetto massimo di mutuo fissato in 200 mila euro (di cui sarà garantito dal fondo solo il 50%), con l’esenzione dell’IMU sull’invenduto, che permetterà di tenere per altri tre anni in stand-bay quell’immenso stock edilizio (circa un milione e mezzo di appartamenti), il giovane con contratto “atipico” difficilmente potrà accedere all’erogazione del mutuo. La Cassa Depositi e Prestiti chiederà garanzie che, con quella somma, sarà difficile rispettare. Senza garanzie di carattere tipologico quali l’ ubicazione e il valore dell’immobile e garanzie rispetto la solvibilità di chi quel mutuo richiede, la Cassa Depositi e Prestiti non sottoscriverà le obbligazioni.

Un tesoretto, reso disponibile ancora alle banche potranno giostrare, così come vogliono, per promuovere soluzioni edilizie che comporteranno il perdurare di forme durissime di indebitamento delle persone, costrette per giunta a vivere senza servizi e a rischio visto che, per far vincere la partita del’Imu a Berlusconi, si è dovuto mettere mano anche tagli su fondi per il lavoro ad altrettanti pesanti decurtazioni addirittura rispetto la sicurezza dei trasporti.

Siamo chiamati a difendere una ad una le nostre vite. Tradendo, ancora, il dettato della Costituzione e il principio del legare la contribuzione al reddito, si è scelto di mettere in sicurezza fiscale la “roba” e attentare ai corpi delle persone

Avverrà con la service tax, imposta destinata a sostituire l’IMU che verrà definita a metà ottobre con la legge di stabilità. Una nuova tassazione composta dalla Tari, che sostituirà la tassa sui rifiuti e che verrà pagata da chi occupa la casa e dalla Tasi, una tassa sui servizi indivisibili che nelle case in affitto sarà suddivisa tra proprietario e inquilino.

Non sappiamo ancora quanto costerà, se sarà stabilita in relazione al reddito, né quale sarà la percentuale a carico degli inquilini. Sappiamo però che per coprire quanto avrebbe portato nelle casse dello stato la prima rata dell’IMU, il decreto legge, prevede tagli al fondo per l’occupazione di 250 milioni, una riduzione di 300 milioni al finanziamento per l’efficienza energetica e le rinnovabili, la riduzione delle risorse destinate all’assunzione di ispettori impegnati al contrasto all’evasione fiscale e persino il taglio di 300 milioni alle risorse destinate alla manutenzione della rete ferroviaria.

Di fatto, si è passati dal tassare le “case”, ovvero gli oggetti, le cose, i patrimoni, al tassare le “persone” ovvero i precari, i lavoratori atipici, gli studenti, i disoccupati che non hanno patrimoni e sono i destinatari coatti dei tanti alloggi che affollano il mercato degli affitti. Si penalizzano i tanti pendolari che usufruiscono del trasporto ferroviario, già prossimo al collasso facendo del muoversi un rischio.

Questa città di chi pensi che sia? Non di chi, oggi, crede d’aver vinto.

Pubblicato da Dinamopress: http://www.dinamopress.it/news/questa-citta-di-chi-pensi-che-sia

 

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