Democrazia Km Zero » Beni comuni Rinnoviamo insieme la democrazia dal basso Thu, 27 Mar 2014 07:07:32 +0000 it-IT hourly 1 http://wordpress.org/?v=4.2.2 Il grande colpo all’Atac /2013/11/15/il-grande-colpo-allatac/ /2013/11/15/il-grande-colpo-allatac/#comments Fri, 15 Nov 2013 17:37:29 +0000 /?p=7224 di PIERLUIGI SULLO

Mi sono chiesto perché la vicenda dell’Atac, i trasporti pubblici romani, mi abbia tanto colpito. Pure, di scandali, furti, corruzioni, appalti truccati e finanziamenti pubblici spremuti selvaggiamente ce n’è una cascata, ringraziando iddio. Non ci facciamo mancare nulla, come si dice.

La storia la conoscono (forse) tutti: un gruppo segreto, dentro l’Atac, stampava biglietti “clonati” (ossia con il numero di serie di biglietti già “obliterati”, cioè annullati dalle macchine su tram e autobus), il cui incasso veniva dirottato in casse differenti da quelle dell’azienda del trasporto. Per un totale annuo di circa 70 milioni (più della metà del deficit dell’Atac). Questa operazione era gestita da una società informatica che lavorava in uffici impenetrabili, le cui porte nemmeno la commissione d’inchiesta interna era riuscita ad aprire. Nemmeno una seconda inchiesta, affidata invece ad esterni, è riuscita a penetrare in quelle stanze. Però questo secondo rapporto, a differenza del primo, sepolto in un cassetto, è arrivato alla procura di Roma, che ha aperto un’inchiesta.

A rivelare il tutto è stata la Repubblica, che ha scritto come a garantire l’operazione, che durava da anni, era stata un’intesa tra il centrodestra e il centrosinistra: infatti, i milioni andavano ai partiti, o ai politici, di tutt’e due gli schieramenti, chiamiamoli così, e – chissà – anche alle presunte opposizioni, che pure avevano posti nel consiglio di amministrazione (ma può anche essere che non ne sapessero nulla, che cioè si accontentassero dei posti nel cda e della loro quota di assunzioni: l’Atac ha una quantità di personale incredibilmente grande, e le molte persone oneste sono sommerse da parenti e clienti). E insomma si può supporre che gli ultimi tre sindaci di Roma – Rutelli, Veltroni e Alemanno – fossero o complici dell’imbroglio oppure tanto distratti da non sapere quel che – come ha detto a un mio amico un suo parente che lavora nell’azienda – tutti all’Atac sapevano. Di Alemanno, l’ultimo, si è detto “solo” che aveva fatto assumere interi torpedoni di amici, camerati e parenti di camerati.

Ecco, è un bell’affare, no? Ma, appunto, non peggiore, per certi versi, del fatto che il governo Letta di colpo fa un grande sconto alla compagnia ferroviaria privata che fa viaggiare Italo (Montezemolo ecc.) sul canone che paga per usare le infrastrutture ferroviarie. Per dirne una. E allora perché continua a tornarmi alla mente, nonostante il fatto che ne abbia parlato, in pratica, solo le Repubblica e che sia già uscita di scena, questa vicenda, e resterà ai margini almeno finché i magistrati non si decideranno a indicare chi – tra i “politici nazionali” di cui il giornale romano ha scritto – ha intascato l’euro e mezzo, moltiplicato per molte migliaia, che gli ignari viaggiatori versavano, credendo di pagare uns ervizio pubblico? (A San Lorenzo, quartiere romano in cui è nata la Libera Repubblica sono apparsi cartelli molto spiritosi, e amarissimi, finti annunci dell’Atac, in cui si avvisa la “clientela”, che “vidimare il biglietto potrebbe configurare il reato di concorso in corruzione”).

Una prima risposta che mi sono dato, alla domanda sul perché mi sia sembrata tanto importante, la vicenda, è che sbarcavo a Roma dopo un viaggio di diverse settimane. Leggerne è stato come uno schiaffo in faccia. E che diabolo, uno torna a casa e trova una roba simile.

Una seconda risposta, più seria, consiste nel fatto che in questo caso non si tratta, come accade classicamente, di regole aggirate, adattate, o anche ignorate. No, si tratta precisamente di una rapina. Non a mano armata, che si sappia, ma organizzata nei dettagli, reiterata per anni, informatizzata proprio come in certi filmoni americani dove rapinatori audaci e professionali svuotano casseforti supertecnologiche. Gli undici di Ocean a Las Vegas, per dire. Una truffa in grande, anzi grandissimo stile, grazie alla quale i partiti o chi per loro non si è limitato al solito clientelismo, alla eterna inefficienza, alla consueta cresta sulle liste spese (quelle per cui adesso i consiglieri regionali vengono denunciati e arrestati ovunque). Si sono riuniti, come una banda bene organizzata, e hanno pianificato tutto. Per anni.

Una banda, appunto. Ecco la terza risposta, la più inquietante. Che in realtà, e molto di più di quanto chiunque – anche i “giustizialisti” più accaniti – sospetti, la politica, o la gestione delle cose pubbliche, co0nsiste di bande, gruppi di interesse, cosche, massonerie, mafie, branchi di lupi (con tutto il rispetto per i lupi autentici), il cui unico scopo è afferrare una porzione di denaro pubblico. Bande in concorrenza tra loro ma anche disoposte ad accordi “di cartello”. Operazioni condotte con mezzi legali, come gli stipendi dei “manager” pubblici, che in Italia sono il triplo di quelli della Germania o degli Usa, come ci fa notare l’Ocse (una media di 650 mila dollari l’anno), con mezzi semi-legali (ad esempio l’invenzione del “project financing”, quella cosa per cui in teoria sono i privati ad investire, come nel caso dell’autostrada Orte-Mestre appena sbloccata dal Cipe e dal ministro Lupi – eh, già -, per recuperare poi i 10 miliardi previsti con pedaggi e sconti fiscali, salvo che poi il costo triplicherà e a mettere il denaro saremo noi, come è sempre accaduto), o quando occorre con mezzi decisamente illegali (come il colpo all’Atac).

Ma la cosa più peoccupante è che, trattandosi di una quantità di persone – tra burocrati e funzionari, politici e clienti. imprenditori e affaristi – molto grande, questo stile è penetrato nella società, ha sgocciolato per decenni, come il percolato delle discariche peggiori, sul modo di vivere e di concepire la vita sociale di milioni di persone. Prendete ad esempio la madre – di cui i media riferiscono scandalizzati – che incitava la figlia molto minorenne a prostituirsi e si arrabbiava se questa pretendeva invece di fare i compiti a casa. Nella testa di questa signora, probabilmente, c’era l’angoscia di perdere uno status sociale, cioè un certo reddito, e di avere il diritto di fare qualunque cosa per tenerelo stretto. Non bisogna lavorare, per avere soldi, né avere un talento, basta trovare il modo per afferrare qualcosa delle correnti di denaro che percorrono il paese. In qualunque modo.

Forse questa è una visione eccessivamente pessimista, non so, anche se le statistiche globali sulla percezione della corruzione, per quel che contano, piazzano l’Italia al 72esimo posto, al pari della Bosnia e appena meglio della Bulgaria. Segnale, se non altro, del fatto che ‘cca nisciuno è fesso, ovvero quasi tutti sanno e troppo spesso tacciono.

 

 

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Che clima c’è nelle Filippine /2013/11/11/che-clima-ce-nelle-filippine/ /2013/11/11/che-clima-ce-nelle-filippine/#comments Mon, 11 Nov 2013 16:21:07 +0000 /?p=7191 di NAOMI KLEIN *

Avete sicuramente letto, in questi giorni, del ciclone Haiyan, che ha colpito le Filippine. Il più terribile evento di questo tipo da quando esistono le rilevazioni metereologiche, è stato scritto. Venti oltre i 300 chilometri l’ora che hanno ucciso più di centomila persone, raso al suolo interi territori e costretto alla fuga un milione di persone. Ma gli eventi cosiddetti “estremi” si stanno moltiplicando, a causa – come ormai tutti ammettono – del riscaldamento globale. Per farsi un’idea della questione, pubblichiamo un articolo di Naomi Klein, la giornalista e saggista canadese. Magari aiuterà a interpretare meglio le spaventose notizie dalla Filippine.

Ecco l’articolo di Klein.

***

Sta uccidendo il pianeta, la nostra implacabile ricerca della crescita economica? I climatologi hanno visto i dati e stanno arrivando ad alcune conclusioni incendiarie.

Dicembre 2012. Un ricercatore sui sistemi complessi, rosso di capelli, di nome Brad Werner, si è mescolato nella folla di 24 mila climatologi e astrofisici al Meeting d’autunno della American Geophysical Union, che si tiene ogni anno a San Francisco. La conferenza di quell’anno includeva alcuni partecipanti di gran nome, da Ed Stone, del progetto Voyager della Nasa, che spiegava un nuovo passo sulla strada verso lo spazio interstellare, al regista cinematografico James Cameron, che parlava delle sue avventure in sommergibile nelle acque profonde.

Ma fu proprio la sessione di Werner a provocare gran parte dell’animazione. Si intitolava “La terra è fottuta?” (titolo completo: “La terra è fottuta? Futilità dinamica della gestione dell’ambiente e possibilità di sostenibilità attraverso l’attivismo dell’azione diretta”).

In piedi, nella sala delle conferenze, il geofisico dell’Università della California di San Diego, ha presentato alla folla l’avanzato modello informatico che avrebbe utilizzato per rispondere a quella domanda. Parlò di limiti del sistema, perturbazioni, dissipazione, attrattori, biforcazioni, e tutta una serie di questioni  in gran parte  incomprensibili per noi, i non iniziati alla teoria dei sistemi complessi. Ma il risultato finale era abbastanza chiaro: il capitalismo globale fa sì che l’esaurimento delle risorse sia tanto veloce, conveniente e senza ostacoli, che i “sistemi terra-umani” stanno diventando per reazione pericolosamente instabili. Quando un giornalista lo spinse a dare una risposta chiara alla domanda “Siamo fottuti?”, Werner abbandonò il gergo e rispose: “Più o meno”.

C’era tuttavia una dinamica, nel modello, che offriva qualche speranza. Werner l’ha chiamata “resistenza”, movimenti di “persone o gruppi di persone” che “adottano un certo insieme di dinamiche che non sono conformi alla cultura capitalista”. Secondo la sintesi del suo intervento, questo include “azione diretta ecologica, resistenza che viene dal di fuori della cultura dominante, come nelle proteste, nei blocchi e sabotaggi da parte delle popolazioni indigene, di lavoratori, anarchici e altri gruppi attivisti”.

Gli incontri scientifici seri di solito non includono inviti alla resistenza politica, ancor meno all’azione diretta e ai sabotaggi. Ma, d’altra parte, Werner non stava chiamando ad intraprendere cose simili. Semplicemente stava osservando che le rivolte di massa della gente, lungo le linee del movimento abolizionista, il movimento per i diritti civili o Occupy Wall Street, rappresentano la fonte più probabile di “frizione” per rallentare una macchina economica che sta andando fuori controllo. Sappiamo che i movimenti sociali del passato hanno “avuto un enorme influenza su… come si è sviluppata la cultura dominante”, ha detto Werner. Pertanto è ragionevole che, “se stiamo pensando al futuro della terra e al futuro della nostra relazione con l’ambiente dobbiamo includere la resistenza come parte di questa dinamica”. E questo, ha sostenuto Werner, è una questione di opinione, ma “realmente un problema di geofisica”.

Molti scienziati sono stati spinti ​​dai risultati delle loro ricerche ad agire nelle strade. Fisici, astronomi, medici e biologi sono stati in prima linea nei movimenti contro le armi nucleari, l’energia nucleare, la guerra, l’inquinamento chimico e il creazionismo (la teoria reazionaria che si oppone all’evoluzionismo, ndt). E nel novembre 2012, Nature ha pubblicato un commento del finanziere e filantropo Jeremy Grantham ecologico, che esortava gli scienziati ad unirsi a quella tradizione e di “farsi arrestare se è necessario”, perché il cambiamento climatico “non è solo la crisi delle vostre vite, è anche la crisi della esistenza della nostra specie”.

Alcuni scienziati non hanno bisogno che li si convinca. Il padrino della moderna climatologia, Hames Hansen, è un attivista formidabile, è stato arrestato una mezza dozzina di volte per aver resistito all’attività mineraria di spianamento delle montagne e agli oleodotti di sabbie bituminose (ha anche lasciato il suo lavoro alla Nasa quest’anno per avere più tempo per le campagne). Due anni fa, quando sono stata arrestata davanti alla Casa Bianca in una azione di massa contro Keystone XL, l’oleodotto di sabbie bituminose, una delle 166 persone in manette quel giorno era un glaciologo di nome Jason Box, un esperto di fama mondiale sulla banchisa di ghiaccio della Groenlandia che si sta sciogliendo.

“Non sarei riuscito a mantenere la stima verso me stesso, se non fossi andato a protestare”, ha detto Box in quella occasione, aggiungendo che “solo votare non sembra sufficiente in questo caso. Devo essere anche un cittadino”.

Questo è lodevole, ma ciò che fa Werner con i suoi modelli è diverso. Non dice che la sua ricerca lo ha spinto all’azione per fermare una politica in particolare, dice che la sua ricerca mostra che tutto il nostro paradigma economico è una minaccia per la stabilità ecologica. E di certo mettere in questione questo paradigma economico – per mezzo della spinta contraria del movimento di massa – è il miglior rimedio del genere umano per evitare la catastrofe.

Si tratta di un argomento molto denso. Ma non è l’unico. Werner fa parte di un gruppo piccolo ma sempre più influente di scienziati la cui ricerca sulla destabilizzazione dei sistemi naturali – in particolare del sistema climatico – li porta a conclusioni similarmente riformatrici, e anche rivoluzionarie. E per qualunque rivoluzionario da salotto che non ha mai sognato di rovesciare l’attuale ordine economico a favore di un altro che abbia meno probabilità di spingere i pensionati italiani ad impiccarsi nelle loro case, questo lavoro dovrebbe essere di particolare interesse. Perché fa sì che l’abbandono di questo crudele sistema in favore di qualcosa di nuovo (e forse, con molto lavoro, migliore) non è più semplicemente una questione di preferenza ideologica, ma piuttosto una necessità esistenziale per la specie.

In mezzo a questo gruppo di nuovi scienziati rivoluzionari si trova uno dei maggiori esperti del clima della Gran Bretagna, Kevin Anderson, vicedirettore del Tyndall Centre for Climate Change Research, che si è rapidamente affermato come uno dei principali istituti di ricerca sul clima del Regno Unito. Rivolgendosi a tutti, dal Dipartimento per lo Sviluppo Internazionale al Manchester City Council, Anderson ha trascorso più di un decennio traducendo con pazienza le implicazioni della più aggiornata scienza del clima a politici, economisti e attivisti. In un linguaggio chiaro e comprensibile, presenta un modo rigoroso per ridurre le emissioni, che assicura un tentativo decente di mantenere l’aumento della temperatura globale al di sotto dei 2 gradi Celsius, un obiettivo che la maggior parte dei governi hanno stabilito che eviterà la catastrofe.

Ma negli ultimi anni, i testi e le presentazioni visuali di Anderson sono diventati più allarmanti. Con titoli come “Il cambiamento climatico: ben più che allarmante… Cifre brutali e debole speranza”, segnala che le probabilità di mantenersi a qualcosa che assomigli a livelli sicuri di temperatura diminuiscono rapidamente.

Con la sua collega Alice Bows, esperta in mitigazione del clima del Centro Tyndall, Anderson fa notare che abbiamo perso così tanto tempo a causa di pantani politici e deboli politiche climatiche, mentre i consumi (e le emissioni) globali aumentavano vertiginosamente, che ora stiamo siamo di fronte a tagli così drastici da mettere in dubbio la logica fondamentale del dare priorità alla crescita del Pil sopra ogni altra cosa.

Anderson e Bows ci informano che l’obiettivo della mitigazione a lungo termine spesso citato – un taglio delle emissioni dell’80 per cento al di sotto dei livelli del 1990 entro il 2050 – è stato indicato esclusivamente per motivi di opportunità politica e non ha “alcuna base scientifica”. Questo perché gli impatti climatici si verificano non solo a causa di ciò che emettiamo oggi e domani, ma per le emissioni che si accumulano nell’atmosfera nel corso del tempo. E avvertono che, concentrandosi su obiettivi a tre decenni e mezzo di distanza nel futuro, piuttosto che su quello che possiamo fare per ridurre le emissioni di carbonio energicamente e e subito, vi è un serio rischio che permettiamo alle nostre emissioni di continuare a crescere per anni, spendendo troppo del nostro “bilancio del carbonio” e mettendoci in una posizione impossibile nel resto del secolo.

Perciò Anderson e Bows sostengono che se i governi dei paesi sviluppati sono seri nel voler raggiungere l’obiettivo internazionale concordato di mantenere il riscaldamento al di sotto di 2 gradi Celsius, e se le riduzioni devono rispettare una sorta di principio di equità (in sostanza che i paesi che hanno emesso carbonio per gran parte degli ultimi due secoli devono tagliare prima che dei paesi in cui più di un miliardo di persone non hanno ancora energia elettrica), allora le riduzioni devono essere molto più profondo e dovranno avvenire molto prima.

Anche per avere un cinquanta per cento di probabilità di raggiungere l’obiettivo dei due gradi (ma, avvertono loro e molti altri, questo livello comporta una serie di impatti climatici immensamente dannosi), i paesi industrializzati devono cominciare a ridurre le loro emissioni di gas serra al ritmo di qualcosa come il 10 per cento ogni anno, e devono farlo ora. Ma Anderson e Bows vanno oltre, notando che questo obiettivo non può essere raggiunto con la serie di soluzioni tra “bond” delle emissioni o tecnologia solitamente sostenute dai grandi geuppi verde. Queste misure saranno certamente di aiuto, senza dubbio, ma semplicemente non bastano: un calo delle emissioni del 10 per cento, anno dopo anno, virtualmente è senza precedenti da quando abbiamo iniziato ad alimentare le nostre economie con il carbone. In realtà, tagli di più dell’uno per cento l’anno “storicamente sono stati associati solo con la recessione economica o gli sconvolgimenti”, come ha detto l’economista Nicholas Stern nel suo rapporto del 2006 per il governo britannico.

Anche dopo il crollo dell’Unione Sovietica non vi è stata alcuna riduzione di questa durata e profondità (i paesi dell’ex Unione Sovietica hanno avuto riduzioni medii annui di circa il 5 per cento per un periodo di dieci anni). Non hanno avuto luogo dopo il crollo di Wall Street nel 2008 (alcuni paesi ricchi hanno avuto una diminuzione del 7 per cento tra il 2008 e il 2009, ma le loro emissioni di Co2 hanno recuperato con aumenti nel 2010 e le emissioni in Cina e India hanno continuato a salire). Solo durante il periodo immediatamente successivo al grande crollo del mercato del 1929, per esempio, negli Stati Uniti le emissioni sono sceso per diversi anni consecutivi di oltre il 10 per cento l’anno, secondo i dati storici del Centro di analisi di informazione sul biossido di carbonio. Ma quella è stata la peggiore crisi economica dei tempi moderni.

Se vogliamo evitare questo tipo di massacro mentre raggiungiamo i nostri obiettivi sulle emissioni che abbiano base scientifica, la riduzione del gas serra deve essere gestito con attenzione attraverso ciò che Anderson e Bows descrivono come “strategie radicali e immediate di ‘decrescita’ negli Stati Uniti, nell’Unione europea e in altri paesi ricchi”. Il che va bene, solo che succede che abbiamo un sistema economico che fa un feticcio della crescita del Pil sopra qualunque altra cosa, senza badare alle conseguenze umane o ecologiche, feticcio al quale la classe politica neoliberista ha subordinato del tutto la sua responsabilità di amministrare alcunché (dato che il mercato è il genio invisibile a cui dobbiamo affidare ogni cosa).

Allora, quel che realmente Anderson e Bows dicono è che c’è ancora tempo per evitare un riscaldamento catastrofico, ma non dentro le regole del capitalismo in così come sono attualmente costruite. Il che potrebbe essere il miglior argomento che abbiamo mai avuto per cambiare quelle regole.

Nel 2012, in un saggio apparso nel influente rivista Nature Climate Change, Anderson e Bows hanno presentato una sorta di sfida, accusando molti altri scienziati di non dire la verità circa il tipo di cambiamenti che il cambiamento climatico richiede all’umanità. A questo proposito vale la pena di citare per esteso: “… Per sviluppare scenari di emissioni gli scienziati ripetutamente e gravemente sottovalutano le implicazioni delle loro analisi. Quando si tratta di evitare un aumento di 2 gradi, ‘impossibile’ è tradotto con ‘difficile ma fattibile’, mentre ‘urgente e radicale’ diventa ‘impegnativo’, il tutto per placare il dio dell’economia (o, per essere più precisi, della finanza). Ad esempio, per evitare di superare la riduzione del tasso massimo di emissioni dettata dagli economisti, si assumono picchi ‘impossibilmente’ precoci, insieme a nozioni ingenue circa la ‘grande’ ingegneria e tassi di creazione di infrastrutture a basso carbonio. Man mano che gli investimenti delle emissioni diminuiscono, si propone sempre più geoingegneria per assicurare che il dettato degli economisti non venga messo in discussione”.

In altre parole, per sembrare ragionevoli nei circoli economici neoliberisti, gli scienziati hanno drammaticamente ammorbidito le implicazioni della loro ricerca. Nel mese di agosto 2013, Anderson si concesse di essere ancora più schietto, scrivendo che era troppo tardi per cambiare gradualmente. “Forse nei giorni del Summit della Terra del 1992, o anche all’inizio del millennio, i livelli di mitigazione dei due gradi avrebbero potuto essere raggiunti attraverso significativi cambiamenti evolutivi all’interno dell’egemonia politica ed economica. Ma il cambiamento climatico è un problema cumulativo! Ora, nel 2013, nelle nazioni (post) industriali ad alte emissioni siamo di fronte a una prospettiva molto diversa. Il nostro continuo e collettivo libertinaggio con il carbonio ha sprecato ogni occasione di ‘cambiamento evolutivo’ consentito dal nostro precedente (e superiore) bilancio di carbonio di due gradi. Oggi, dopo due decenni di spacconate e bugie, il bilancio di due gradi rimanente esige cambiamenti rivoluzionari dell’egemonia politica ed economica. ”

Probabilmente non dovrebbe sorprenderci che alcuni scienziati specialisti del clima siano un po’ spaventati per le implicazioni radicali della propria ricerca. Per la maggior parte stavano solo facendo tranquillamente il loro lavoro, misurando campioni di ghiaccio, preparando modelli climatici globali e studiando l’acidificazione degli oceani, solo per scoprire, come racconta l’esperto di clima e autore australiano Clive Hamilton, che stavano “involontariamente destabilizzando l’ordine politico e sociale “.

Però c’è molta gente ben consapevoli della natura rivoluzionaria della scienza del clima. Perciò  alcuni governi che hanno deciso di scartare i loro impegni sul clima per scavare più carbone hanno dovuto trovare modi sempre più mascalzoneschi per mettere a tacere e intimidire gli scienziati delle loro nazioni. In Gran Bretagna questa strategia è sempre più chiara e Ian Boyd, capo consulente scientifico del Dipartimento Ambiente, Alimentazione e Affari Rurali, ha scritto di recente che gli scienziati dovrebbero evitare di “suggeriscono che le politiche sono giuste o sbagliate” e di esprimere i loro punti di vista, “lavorando con consulenti ufficiali (come me) ed essendo la voce della ragione, invece che quella del dissenso, in ambito pubblico”.

Se volete sapere dove questo porta, guardate a ciò che accade in Canada, dove vivo. Il governo conservatore di Stephen Harper ha fatto un lavoro tanto efficace, mettendo a tacere gli scienziati ed eliminando i progetti di ricerca critici che nel luglio 2012, un paio di migliaia di scienziati e loro sostenitori hanno messo in scena un finto funerale a Parliament Hill a Ottawa, deplorando “la morte delle prove”. I loro cartelli dicevano, “No alla scienza, non alle prove, no alla verità.”

Ma la verità viene alla luce, nonostante tutto. Non c’è più bisogno di leggere in pubblicazioni scientifiche che la ricerca del profitto e la crescita degli affari, portati avanti come se nulla, è destabilizzante per la vita sulla terra. I primi segni si mostrano sotto i nostri occhi. E sempre più genta tra noi reagisce di conseguenza: bloccare le attività di fracking (l’estrazione del petrolio da scisti bituminose che comporta la frantumazione di rosse, con uan devastazione totale dle territorio, ndt), interferire con i preparativi per la perforazione in acque russa nell’Artico (con un enorme costo personale); denunciare gli operatori sulle sabbie bituminose per la violazione della sovranità indigena; e innumerevoli atti di resistenza grandi e piccoli. Nel modello informatico di Brad Werner, questa è la “frizione” necessaria per rallentare le forze della destabilizzazione, il grande attivista del clima Bill MbKibben li chiama “anticorpi” che si ergono a combattere la “febbre di adulterazione” del pianeta.

Non è una rivoluzione, ma è un inizio. E potrebbe darci abbastanza tempo per trovare un modo di vivere su questo pianeta che sia chiaramente meno fottuta.

*Questo articolo è stato pubblicato in origine da New Statesman (http://www.newstatesman.com/2013/10/science-says-revolt), in seguito tradotto dal sito www.rebelion.org. La traduzione dallo spagnolo è di DKm0.

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Natura bond /2013/11/08/natura-bond/ /2013/11/08/natura-bond/#comments Fri, 08 Nov 2013 13:47:44 +0000 /?p=7178 di REBECCA ROVOLETTO

Nel mondo anglosassone è detto biodiversity offsetting, o ecosystem offsetting: è il nuovo strumento di cui si sta dotando il mercato finanziario globale per mettere definitivamente le mani sugli ecosistemi e la vita che essi ospitano. Al confronto, la privatizzazione dell’acqua sembra una quisquilia…

Si tratta di un nuovo passo operativo per rendere effettivo l’approccio ideologico che chiamiamo finanziarizzazione della natura: rispetto ai danni all’ambiente causati dai grandi progetti infrastrutturali (energetici e trasportistici) o estrattivi che si stanno avviando in Europa, le istituzioni finanziarie e diversi governi, Regno Unito in testa, stanno proponendo l’introduzione del concetto della “compensazione traslata” del danno ambientale, in particolare di habitat protetti e biodiversità.

Un principio ben diverso da quello esistente di compensazione: se la ratio della Via (Valutazione di impatto ambientale), è quella di causare il minor danno possibile, evitare le zone protette e attuare forme di compensazioni in loco, il nuovo meccanismo permette al costruttore di realizzare l’opera in ogni caso, semplicemente “calcolando” il danno arrecato ad ambiente/habitat/ biodiversità e investendo nella tutela di un territorio ubicato altrove con caratteristiche simili a quello distrutto. Parallelamente, si sta creando un mercato di titoli collegati alla biodiversità e agli habitat naturali da avviare alla compravendita, come per qualsiasi altro titolo di investimento altamente speculativo. Insomma, una pratica del tutto simile a quella in atto da anni dei famigerati crediti di carbonio, che permette alle aziende responsabili del danno di dichiararsi investitori nella protezione dell’ambiente, con conseguente ritorno d’immagine e greenwashing dei loro prodotti e servizi. La protezione dell’ambiente si trasforma in un sottoprodotto commerciale.

Il paradosso è che le più grandi aberrazioni in tema di ambiente vengono concepite proprio in occasione dei grandi vertici internazionali, spacciati per momenti di bilancio e autocritica, per ricercare soluzioni alle drammatiche emergenze dell’umanità e del pianeta. Già il Protocollo di Kyoto aveva sostenuto la logica dei “permessi di inquinamento” che ha partorito i citati crediti di carbonio, ma il momento topico per quello che sta avvenendo in materia di habitat risale al giugno 2012. In occasione del vertice di Rio +20, viene fatta recapitare la “Dichiarazione sul Capitale Naturale e sui Servizi resi da un ecosistema”, elaborata dai grandi attori del settore finanziario mondiale. Ecco i due artificiali pilastri concettuali sui quali si regge la nuova narrazione del “mercato delle indulgenze ambientali”: capitale e servizi.

“Il Capitale Naturale comprende gli asset [beni patrimoniali e merci] naturali della Terra (suolo, aria, flora e fauna) e i servizi degli ecosistemi forniti da questi, che rendono possibile la vita umana. I beni e i servizi degli ecosistemi del Capitale Naturale ogni anno ammontano a trilioni di dollari e sono il cibo, le fibre, l’acqua, la salute, l’energia, la sicurezza climatica e altri servizi essenziali per ognuno. Né questi servizi, né la base del Capitale Naturale che li fornisce, sono valutati adeguatamente in paragone al capitale sociale e finanziario. Nonostante siano fondamentali per il nostro benessere, il loro uso quotidiano rimane quasi non registrato all’interno dei nostri sistemi economici. Usare il Capitale Naturale in questo modo non è sostenibile.”

Che gli esseri viventi “quotidianamente” respirino, bevano, mangino, si riscaldino, si proteggano senza rendere conto al sistema economico è insomma “insostenibile”… Non esiterei a paragonarla a una dichiarazione di guerra al pianeta e ai suoi abitanti, a mezzo di un ribaltamento del pensiero e del linguaggio che impone una sofisticata e sordida anschluss semantica della Natura al mondo del Mercato. E questo sta avvenendo mentre ovunque nel mondo ci si batte per la difesa dei territori, per la sovranità alimentare e l’accesso alla terra, per il diritto alla gestione e tutela dei beni comuni naturali da parte delle comunità.

Il 25 e 26 ottobre scorsi si è svolto a Bruxelles un primo incontro di lavoro, organizzato dal fronte delle avanguardie indipendenti che si occupano di analizzare e smascherare le manovre dei mercati finanziari ai danni dell’ambiente e dell’uomo. A Bruxelles si sono riunite oltre 30 organizzazioni di rilevanza nazionale e internazionale: in testa FERN, ATTAC, Re:Common, World Rainforest Movement, Carbon Trade Watch; diverse associazioni del Regno Unito, della Spagna (che ha appena varato la legge sull’habitat banking), della Francia, della Polonia, dell’Olanda; presenti anche accademici, gruppi e comitati territoriali, compresi il movimento No TAV valsusino e Opzione Zero veneziano. Si è approfondito il tema, confrontando i casi pilota esistenti e le modifiche legislative in corso e ponendo le basi per organizzare azioni a tutti i livelli.
Qui il manifesto-appello http://no-biodiversity-offsets.makenoise.org/italiano/ già sottoscritto da numerose organizzazioni contrarie a qualsiasi tentativo di includere l’offsetting della biodiversità nel quadro normativo, negli standard e nelle politiche pubbliche – in vista di una campagna internazionale cui ha già aderito anche l’African Alliance for Rangeland Management and Development.
Il prossimo passaggio sarà già il 21 novembre prossimo a Edimburgo quando verrà costituito il Forum on Natural Commons ( www.naturenotforsale.org), negli stessi giorni e nella stessa città in cui si riuniranno le Nazioni Unite, i governi e le istituzioni finanziarie nel primo Forum Mondiale sul Capitale Naturale, per pianificare il modo di “assegnare un prezzo alla natura” e favorirne la mercificazione.

Già, perché nel sistema globalizzato non c’è istituzione normalizzata che non sostenga questa visione, dall’UNESCO al WWF, il quale ha sottoscritto la Dichiarazione di Rio (http://www.naturalcapitaldeclaration.org/support-from-other-stakeholders/) e sposato questa falsa soluzione in un’ottica di investimento di capitali finanziari in alcune riserve protette, a discapito però di tutte le altre aree aggredite, il che apre scenari inimmaginabili.

La natura è unica e complessa ed è impossibile misurarne la biodiversità, allora come e chi stabilisce il valore di un ecosistema? Alcuni ecosistemi hanno impiegato centinaia o migliaia di anni per raggiungere il loro stato attuale: possono essere riproducibili? Che valore hanno e che fine fanno gli abitanti (umani e non umani), la sussistenza, le economie, la cultura? La natura ha un ruolo sociale, spirituale e di sostegno per le comunità, che definiscono il proprio territorio sulla base di interrelazioni tradizionali con la terra e la natura: come si può pensare di sfollare una comunità verso un altro luogo?

Domande oziose, certo. Per il Mercato il valore si riduce al prezzo calcolato da discutibili software. Infatti i golem tecnologici del Mercato stanno già risolvendo anche questi dettagli, come si vede in questo sito (http://www.environmentbank.com/), che mette addirittura a disposizione un simulatore di calcolo di soli 3 (dico 3!) parametri generici per stimare il valore della biodiversità e trasformarlo in crediti di natura: basta con un click. Il calcolatore è destinato ai proprietari di beni naturali (terreni, foreste, ecc.) che vogliono immettere sul mercato finanziario titoli legati ai propri possedimenti e offrirli come offset. Nasceranno istituti per certificare i valori degli habitat, società di rating per stabilire le classifiche degli investimenti più redditizi, broker e intermediari per un mercato dalle infinite e infernali potenzialità.

I casi studiati dimostrano come si tratti di una pratica che incentiva lo sfruttamento delle risorse naturali e mina la pianificazione di normative atte a prevenire la distruzione. La logica dell’offsetting della biodiversità separa le persone dall’ambiente e dai territori in cui vivono, marginalizzandole fino a minacciare lo stesso diritto alla vita. Ecco alcuni esempi di politiche e progetti in corso, relativi al biodiversity offsetting:

  • Brasile: il nuovo codice forestale permette ai proprietari di terre di distruggere territorio forestale contro l’acquisto di “certificati di riserve ambientali” emessi dallo stato e commercializzati alla Borsa Verde di Rio (BVRio), il “mercato di titoli verdi” creato di recente dal governo brasiliano.
  • Istituzioni finanziarie pubbliche come la Banca Mondiale, l’International Finance Corporation (IFC, il ramo della Banca mondiale che presta alle imprese private) e la Banca europea per gli Investimenti (BEI) stanno cercando di includere l’offsetting della biodiversità nei propri standard e nella pratica, come strumento per “compensare” il danno permanente causato dalle grandi infrastrutture che queste stesse istituzioni finanziano.
  • Il governo del Regno Unito sta cercando di introdurre l’offsetting nel proprio quadro normativo. I suoi proponenti stanno interferendo nei processi legislativi, compromettendo l’iter decisionale democratico e indebolendo le voci delle comunità.
  • Notre Dame des Landes, Francia: il progetto di aeroporto che dovrebbe sorgere in un’area di oltre 1000 ettari di zona umida, dove l’attività agricola ha permesso di mantenere il paesaggio tradizionale e la biodiversità. L’offsetting è stato richiesto dalla normativa francese, ma l’azienda Biotope ha definito una nuova metodologia basata sulle “funzioni” dell’ecosistema e non sugli ettari di territorio, proponendo che il costruttore, l’azienda Vinci, provvedesse all’offsetting di soli 600 ettari. Da 40 anni l’opposizione degli abitanti ha permesso di bloccare il progetto e ha messo in discussione lo schema di offsetting. La Commissione europea sta intervenendo.
  • Strategia europea 2020 sulla biodiversità: l’Ue sta considerando di dotarsi di una legislazione sull’offsetting, che includa la creazione di una “banca degli habitat” per consentire l’offsetting di specie e habitat naturali all’interno dei confini europei. Lo scopo è quello di annullare la “perdita netta” (no net loss) della biodiversità, obiettivo assolutamente diverso da quello precedentemente perseguito di garantire “nessuna perdita” (no loss).
  • La Banca mondiale ha finanziato il mega progetto di estrazione mineraria di nichel e cobalto Weda Bay in Indonesia. Operatore del progetto è l’azienda mineraria francese Eramet (http://wedabaynickel.com/), parte del programma “business e biodiversità” (BBOP – Business and Biodiversity Offsets Program: http://www.business-biodiversity.eu/default.asp?Menue=133&News=43). Il progetto è in attesa di ricevere altri finanziamenti dalla Banca mondiale, dalla Banca asiatica di sviluppo, dalla Banca giapponese per la cooperazione internazionale (JPIC), dalle francesi Coface e Agenzia di sviluppo (AFD) proprio per il programma di offsetting. Gli impatti sulle persone e sul territorio sono enormi e il progetto è contestato dalle comunità indonesiane e da organizzazioni della società civile internazionale.

È chiaro che ci troviamo di fronte a un giro di boa fondamentale nella folle corsa che sta sistematizzando il paradigma della finanziarizzazione globale della natura, all’interno del noto orizzonte sviluppista-speculativo e della retorica mistificante che si appella alla sostenibilità e alla salvaguardia, alla partecipazione e all’equità. Un paradigma dalle profonde implicazioni, queste sì, davvero eversive dell’ordine naturale del creato.

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La cosa giusta a Palermo /2013/11/05/la-cosa-giusta-a-palermo/ /2013/11/05/la-cosa-giusta-a-palermo/#comments Tue, 05 Nov 2013 13:30:40 +0000 /?p=7157

di PAOLO CACCIARI

Hanno la convinzione che “la politica vera sia quella fatta di piccole cose quotidiane”. Per esempio, frequentano i negozi che dichiarano di non sottostare ai ricatti della mafia (800 esercizi commerciali a Palermo espongono il simbolo “Pizzo Free”). Conferiscono gli oggetti che non usano più ai centri di raccolta delle cooperative della filiera Riuso Rifiuti (www.liberambiente.eu) ricevendo in controvalore “Ecopunti” con cui si possono ottenere pasta e altri prodotti di produzione locale. Si riforniscono di generi alimentari attraverso i Gruppi di Acquisto Solidali (una sessantina nella regione) che hanno generato consorzi di produttori come quello delle “Galline felici” di Lentini. Vogliono usare l’energia fornita dai piccoli salti d’acqua dei fiumi con impianti mini idroelettrici a scala aziendale, progettati dall’Istituto di idraulica dell’Università di Palermo e prototipizzati da una industria di Caltanisetta. Vanno anche a teatro, ovviamente al Teatro Garibaldi autogestito.

Queste e molte altre ancora sono le buone pratiche che si sperimentano in Sicilia e che verranno esposte, discusse, proposte alla seconda edizione di Fa la cosa giusta!, dall’8 al 10 novembre ai Cantieri culturali alla Zisa. (www.falacosagiustasicilia.org ). La loro intenzione è tessere “una rete di gruppi, associazioni e produttori che promuovono i concetti di equo e solidale”, non da soli, ma coinvolgendo le istituzioni locali e gli enti pubblici a  partire dalla nuova amministrazione del Comune di Palermo che è partner dell’iniziativa.  Centinaia di espositori da tutta la regione, decine di laboratori per le scuole d’ogni ordine e grado (panificazione, orti urbani, energie rinnovabili, mobilità dolce…) e un ricco calendario di incontri culturali. I filoni lungo cui si snoderà la fiera sono: buono da mangiare, beni comuni, abitare lo spazio, servizi etici, viaggiare, pace e partecipazione, editoria, moda e cosmesi.

Insomma, l’intera gamma delle azioni di un possibile “buon vivere” all’insegna della sostenibilità, della responsabilità, della relazionalità. Capofila di tanta creatività è un gruppo di associazioni di varia formazione culturale e diversamente impegnate nel sociale che hanno saputo lavorare assieme con pazienza e profitto: il Centro di documentazione Giuseppe Impastato, Libera terra, Addiopizzo, l’Associazione per la pace e lo sviluppo del Mediterraneo, il consorzio Siquillyàh, l’Arci, Lavoro e non solo e altre cooperative e Ong. Un primo risultato tangibile del loro lavoro è una ponderosa guida al consumo critico e agli stili di vita sostenibili della Sicilia, Fa la cosa giusta!,  edito dalla casa editrice Terre di Mezzo, quella che in molte città d’Italia pubblica i giornali di strada redatti dagli homeless.

paolo.cacciari_49@libero.it

 

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Genuino clandestino. A Firenze /2013/10/30/genuino-clandestino-a-firenze/ /2013/10/30/genuino-clandestino-a-firenze/#comments Wed, 30 Oct 2013 10:41:12 +0000 /?p=7129

di PAOLO CACCIARI

Essere contadini significa non fare differenza tra ciò che si produce per sé e ciò che si vende. Essere coltivatori significa rispettare la terra, non dipendere dal mercato. Ritornare alla terra è un modo di vivere molto libero e di pensare molto anarchico, che piace sempre di più ai giovani. Non sarà un caso che l’unico settore in cui l’occupazione aumenta è il biologico. Alcuni di loro hanno cominciato a riconoscersi e ad uscire dalle loro piccole tenute. Da alcuni anni organizzano incontri nazionali. Si sono dati un bel nome, “Genuino Clandestino”, un sottotitolo, “Comunità in lotta per   l’autodeterminazione alimentare ”, e un logo, che è un maialino con una benda da pirata sull’occhio (http://genuinoclandestino.noblogs.org) . Dall’1 al 3 novembre si incontreranno a Firenze, prima con un’occupazione simbolica  in una tenuta abbandonata di proprietà della Provincia nel comune di Bagno a Ripoli, poi in assemblea al centro sociale nEXt Emerson. Sono decine di gruppi che verranno da tutta Italia: “Campi aperti” (Emilia), “Mercatobrado” (Umbria),  “Ragnatela resistente” (Campania), “Terre in moto” (Lombardia), “Terra bene comune” (Toscana), “Coltivar condividendo” (Veneto), Ccampo (Viterbo), “Terra Terra” (Roma) e tanti altri, dalla Sicilia alla Val di Susa.

Non chiedono nulla. Solo di essere lasciati in pace, cioè, di non sottostare alle normative vessatorie che regolano la produzione e la commercializzazione del cibo industriale e che risultano assurde se applicate alle piccole aziende a conduzione familiare. Rivendicano la possibilità di instaurare un rapporto diretto e fiduciario con i loro clienti (preferiscono chiamarli co-produttori), famiglie e gruppi di acquisto. Soprattutto, sono consapevoli che se vogliamo salvare il pianeta il futuro è loro. Scrivono nel manifesto di Genuino Clandestino: “le agricolture contadine tutelano la salute della terra, dell’ambiente e degli esseri viventi, a partire dall’esclusione di fertilizzanti, pesticidi, diserbanti e organismi geneticamente modificati”. Solo le coltivazioni contadine riescono a custodire le varietà locali dei semi. Cercano, quindi, di costruire una “alleanza fra movimenti urbani e movimenti rurali” sul tema della sovranità alimentare, ovvero, sul “diritto al cibo genuino, economicamente accessibile e locale”. Quest’anno hanno aperto la campagna “Terra Bene Comune” ( http://terrabenecomune.noblogs.org/  ) di sensibilizzazione dell’opinione pubblica  per la coltivazione di terre abbandonate e contro la svendita delle terre demaniali. Il decreto “Salva Italia” (sic!) dello scorso anno prevede infatti la privatizzazione di 360 mila ettari attraverso la Cassa Depositi e Prestiti. Ciò renderà ancora più difficile l’accesso alla terra di quanti vogliono intraprendere progetti di “neo-ruralità” e mette persino in pericolo l’attività degli attuali fittavoli.

 

 Pubblicato da Left, supplemento de l’Unità.

 

paolo.cacciari_49@libero.it

 

 

 

 

 

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Un anno a colori. A Pisa /2013/10/14/un-anno-a-colori-a-pisa/ /2013/10/14/un-anno-a-colori-a-pisa/#comments Mon, 14 Oct 2013 18:26:37 +0000 /?p=7096

di FRANCESCO BIAGI

Sabato 19 ottobre, a Pisa, il Municipio dei Beni Comuni festeggerà un anno dalla “liberazione” o “legittima occupazione” dell’Ex-Colorificio Toscano, come è stata definita da diversi intellettuali e giuristi (/2013/02/01/i-giuristi-il-colorificio-non-va-sgomberato/) a sostegno della realtà sociale che è nata intorno al Progetto Rebeldia, capace di andare oltre la sua identità idealtipica del “centro sociale”, ricreando diverse opportunità di “fare-città” e “fare-comunità” al di fuori dei meccanismi di mercato e della governance locale del centrosinistra. Un anno segnato dalla sperimentazione di nuovi orizzonti sociali e politici, un anno costruito intorno alla critica del potere opulento della proprietà privata, provando a ritessere quei legami comunitari distrutti dai processi globali di gentrificazione dello spazio urbano che hanno investito il territorio pisano.

La strategia politica del Municipio dei Beni Comuni è stata capace di trovare sostegno e consenso sociale da una parte conducendo una battaglia politica contro la multinazionale J-Colors nella denuncia della speculazione e della rendita, dall’altra dimostrando che il discusso “diritto alla città” pensato da Henri Lefebvre e riattualizzato oggi da David Harvey è la vera idea da praticare e vivere – qui ed ora – come un cammino aperto che si dispiega verso una possibile uscita dalla crisi, per volontà di quelle persone “comuni” che nella loro quotidianità trovano i mezzi per ribellarsi (direbbero gli zapatisti).

Lo scenario urbano della città si trasforma sempre più nello spazio politico d’eccellenza dove rinasce la “vera politica” nel conflitto dei rapporti di forza fra due desideri che Machiavelli nei “Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio” aveva indicato nel “desiderio di dominare” e nel “desiderio di non essere dominati”. Pare che la teoria del conflitto ideata da Machiavelli molti secoli fa’ non sia oggi molto cambiata. La città interseca cambiamenti urbani ed evoluzioni della produzione dello spazio vissuto con forti ripercussioni nei tentativi di riscrittura di un senso nuovo dell’ideale democratico. Il Municipio dei Beni Comuni ha intravisto questi processi e ha provato ad incanalarli in un progetto politico comune.

La policromia politica  e sociale radunata nell’Ex-Colorificio Liberato ha racconto molte adesioni e solidarietà nazionale ed internazionale, fino al punto di trovare riconoscimento nel Consiglio d’Europa, il quale ha invitato i militanti pisani a partecipare come moderatori del seminario “Responding Together. Citizens engagement in reducing poverty and inequalities” che si svolgerà dal 4 al 6 novembre a Strasburgo, fiore all’occhiello di una serie di incontri dedicati alla sostenibilità e alle nuove strategie di riutilizzo degli spazi abbandonati. Nonostante questo, l’Ex-Colorificio compirà il suo primo anno di nuova vita con uno sgombero alle porte per la richiesta di sequestro dell’immobile che è stata confermata nel secondo grado di giudizio del procedimento cautelare aperto dalla J-Colors presso il Tribunale di Pisa. Nulla è stato fatto dall’amministrazione comunale per impedire la spirale repressiva: il Pd locale si è espresso per la tutele tout-court della proprietà privata negando l’articolato dibattito giuridico-politico circa la relazione fra essa e i beni comuni, conducendo una mediazione squilibrata o quasi inesistente, svolta sempre dalla parte della proprietà. L’unica nota controcorrente è quella diffusa dalla corrente civatiana da anni critica del “sindaco-sceriffo” Marco Filippeschi. Inoltre, l’assessore alla cultura di SEL ha visitato lo spazio ristrutturato dal Municipio dei Beni Comuni solo con l’arrivo di due parlamentari romani del suo partito (Giulio Marcon e Nicola Fratoianni) i quali hanno espresso dichiarazioni coraggiose in difesa di questa esperienza politica, marcando una differenza abissale rispetto al comportamento ondivago e privo di azioni concrete dei suoi rappresentanti locali. Purtroppo il Municipio dei Beni Comuni ha dovuto constatare come la relazione con le istituzioni locali sia un eterno riverbero performativo dell’opera teatrale ideata da Beckett dal titolo “Aspettando Godot”. E nell’aspettare Godot è arrivata la richiesta di sequestro dell’immobile.

La multinazionale J-Colors invece continua a rivendicare il mero possesso dell’area, e della sua destinazione d’uso parla solo attraverso una richiesta ufficiale inviata all’amministrazione comunale di variante urbanistica a fini residenziali. Con arroganza, quando interpellata nei quotidiani locali, ricorda semplicemente le ore contate verso l’imminente sgombero.

I dubbi avanzati dal Municipio dei Beni Comuni invece trovano consenso nella società, da molte parti e nelle affollatissime assemblee che popolano l’Ex-colorificio, tante sono le richieste di esserci con la presenza del proprio corpo il giorno dello sgombero.

Di fatto, il diritto penale è lo strumento d’elezione per la tutela della proprietà privata da parte dello Stato e, nonostante la nostra Costituzione parli di “funzione sociale della proprietà privata”, un proprietario ha tutto il diritto – e le possibilità – di non curarsi della “funzione sociale” del proprio bene. Per tale ragione Marchionne come Junghans – proprietario dell’ex Colorificio toscano – chiudono le fabbriche e delocalizzano le loro produzioni dove il costo del lavoro è minore, non preoccupandosi minimamente delle esternalità e delle conseguenze sociali, ambientali ed economiche che un tale trasferimento provoca. Il mantra che viene ripetuto è l’efficienza e la concorrenza dei mercati, e in nome di questo tutto è lecito. Queste sono le contraddizioni in cui è incappata la tradizione liberale (sostanzialmente da John Locke in poi), la quale per tutelare i diritti individuali ha voluto ergere la proprietà privata a forma giuridica “intoccabile” per eccellenza fra i diritti della persona.

Il Municipio dei Beni Comuni al contrario non si stanca di proporre e riproporre questo quesito: è legittimo e giusto che una comunità si prenda cura del territorio, recuperando e riutilizzando ciò che la rapacità del capitalismo ha prima spremuto e poi gettato via? E’ legittimo e giusto che la proprietà privata nella forma del suo possesso sia tutelata attraverso la spirale repressiva del codice penale nonostante il concetto di “funzione sociale” riconosciuto nella Costituzione (art. 42) non abbia alcun applicazione concreta? L’articolo 42 della Cost. circoscrive il diritto di proprietà entro i limiti della funzione sociale. Il Municipio dei Beni Comuni non mette in discussione la proprietà laddove svolge già una funzione sociale, ma contesta invece l’abuso, lo strapotere che oggi la proprietà possiede proprio per l’inapplicazione della concetto di “funzione sociale”. Le case sfitte e le persone sfrattate, lo stupro del territorio e dell’ambiente, i beni culturali chiusi e abbandonati come molti teatri (poi riaperti da azioni collettive dal basso) sono realtà quotidiane che viviamo a causa dell’assoluta protezione che gode l’ideale possessorio della proprietà. I padri costituenti, come ha ben spiegato Ugo Mattei nel libro “Contro Riforme”, avevano pensato a dei dispositivi che limitassero l’opulenza dell’accumulazione del capitale e delle rendita, oggi invece l’ideologia liberale, sotto la maschera del riformismo, ha attuato una controrivoluzione snaturando i principi di libertà ed eguaglianza sui quali si sarebbe voluto costruire la nuova Repubblica Antifascista.

Un immobile come l’Ex-Colorificio Toscano abbandonato all’incuria, ai piccioni e ai topi che funzione sociale svolge? E se tale “funzione sociale” non è garantita ne applicata, una comunità di persone che vede sottrarsi un suo diritto garantito nei limiti posti costituzionalmente alla proprietà, perché non sarebbe legittimata ad applicarlo nella sua concreta pratica politica?

Un anno fa’ il Municipio dei Beni Comuni ha scelto questa via: l’attuazione pratica di principi legittimi inscritti nella nostra Costituzione non temendo il braccio di ferro del conflitto politico che evidenzia la discrasia fra la legittimità costituzionale e le leggi dell’ordinamento dello Stato.

Vorrei concludere con un riferimento ad Hannah Arendt, filosofa per troppo tempo imprigionata (come dimostrato da Miguel Abensour) da interpretazioni liberali distratte e grossolane.

Nel libro “Che cos’è la politica” l’autrice spiega come il concetto di libertà si dipani a partire dal nuovo inizio a cui danno vita le azioni (politiche) dell’uomo. L’azione politica interrompe un processo (di oppressione) e da vita ad uno nuovo (di libertà). La libertà anziché essere definita attraverso l’idea individualista liberale, per la Arendt sarebbe invece da descrivere nella capacità di intraprendere azioni in comune, nell’organizzazione plurale e collettiva degli uomini: è per questo che l’autrice indica come modelli di “vera politica” la polis greca o l’esperienza dei consigli dei primi anni del Novecento vissuta da Rosa Luxemburg. Vi sarebbe – per la Arendt – un eroismo politico particolare (opposto ad esempio alla volontà di potenza di Nietzsche o all’eroismo di Heidegger), ovvero la capacità di essere protagonisti di compiti comuni e collettivi che interrompono il corso della storia degli oppressori. La politica si trova nei percorsi di emancipazione, nel coraggio di “battere la fortuna” direbbe Machiavelli.

Con questo coraggio e con questa idea di libertà il Municipio dei Beni Comuni ha dato vita all’esperienza dell’Ex-Colorificio Liberato: un anno che ha interrotto la supremazia della proprietà privata e che ha aperto un vero e proprio “assalto” al pensiero unico liberale. Anche se ci sarà lo sgombero sarà sempre più difficile giustificare e difendere la legittimità degli abusi della forma proprietaria. L’assalto alla proprietà privata è il nuovo inizio che il Municipio dei Beni Comuni ricorderà nel festeggiare questo primo anno di vita.

 

 

 

 

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Per Osvaldo /2013/09/29/per-osvaldo/ /2013/09/29/per-osvaldo/#comments Sun, 29 Sep 2013 08:20:17 +0000 /?p=7048

Ci ha lasciati il nostro amico e vecchio compagno Osvaldo Pieroni. Quando seppi della sua malattia lo chiamai a casa, in Calabria dove abitava e insegnava da più di trent’anni. “Non ho mai dato un calcio ad un pallone e ho preso la malattia dei calciatori” mi disse con la sua inconfondibile ironia. E la SLA putroppo non lascia speranze.

Osvaldo è stato uno dei più intelligenti e brillanti rappresentanti della nostra generazione. Molti che volevano cambiare il mondo poi sono stati cambiati dal mondo. Osvaldo no. Finita la stagione della lunga militanza di Lotta Continua una volta trasferitosi ad insegnare all’Università di Calabria ha continuato, in forme diverse, il suo impegno pubblico. E’ stato alla testa del movimento contro il ponte di Messina ma anche in relazione con i nuovi movimenti. Non è un caso che il nostro ultimo incontro è avvenuto a Roma ad un’assemblea di Carta Cantieri Sociali.

Ma Osvaldo è stato anche un intellettuale a tutto tondo, artista poliedrico, saggista e studioso. Per capire quanto fosse amato e stimato basta andare su facebook e leggere i messaggi che in questi anni di malattia gli hanno lasciato i suoi studenti. E anche ora davanti alla sua scomparsa chi lo ricorda in modo struggente esalta le sue qualità, come insegnante, anzi come vero e proprio Maestro. La sua fine è assurda a dimostrazione che la vita ci riserva agguati crudeli. Purtroppo in questi anni sono state poche le occasioni per incontrarci. Quando tornava nelle Marche si recava solo a Macerata a trovare i genitori e il fratello. Peccato, avremmo potuto raccontarci molte cose. Soprattutto gli avrei chiesto perché non è più tornato ad Ancona, una domanda che rimarrà senza risposta. Caro  amico mio ci mancherai.

(Sergio Sinigaglia)

Aggiungo a quella di Sergio la testimonianza di chi, come è capitato a me, ha conosciuto Osvaldo una quindicina di anni fa. Erano i primi anni di Carta e cercavo approfondimenti, per un numero del settimanale appena nato, sul mitico (o famigerato) Ponte sullo Stretto. Qualcuno mi disse: “Cerca Osvaldo Pieroni, insegna all’università di Arcavacata, a Cosenza, e ha scritto un libro sull’argomento”. Il libro, uscito poco prima, nel 2000, si intitola “Tra Scilla e Cariddi. Il Ponte sullo Stretto di Messina”. Lo chiamai al telefono, abitava allora a Palmi, città che a me evocava una infanzia piena si sole, di ulivi, di libertà e di mare – ci avevo abitato fino ai dieci anni – e parlammo a lungo. Diceva cose tanto intelligenti quanto ironiche, era una di quelle persone – lo si intuiva subito – che porgevano agli altri i loro pensieri originali con la leggerezza di chi sa quanto tutto sia precario, provvisorio. Ma qualcosa nel suo modo di parlare mi incuriosiva. finché ebbi una illuminazione: “Ma tu non sei calabrese – gli dissi – sembri uno di Macerata”. E lui, con un sorriso nella voce: “Che, se sente?”, detto con l’inconfondibile accento saltellante della città marchigiana. Mi spiegò che era andato ad insegnare a Cosenza e aveva sposato una ragazza di Palmi.

Lessi il libro appena lo trovai e mi colpì, era una miscela di storia e antropologia, geografia e critica della tecnica e della smisuratezza dell’insegneria, scritto in modo brillante, complesso ma affascinante. Ecco, mi dissi, il tipo di intellettuale che può aprirci le finestre sul nuovo secolo. Osvaldo divenne un collaboratore di Carta, ci vedemmo a più riprese, organizzammo insieme (con Tonino Perna, Mario Alcaro e molti altri) un bell’incontro, sui temi dello “sviluppo” e le alternative, proprio all’università della Calabria. Osvaldo era amico, inoltre, di Alberto Ziparo, urbanista e “territorialista” di Reggio Calabria e che insegna a Firenze, dove lavorava con Alberto Magnaghi e tuttora affianca i No Tav fiorentini, e questi legami tornarono utili quando si trattò, con Alberto appunto, di fondare la Rete del Nuovo Municipio, tentativo allora maturo, dopo Porto Alegre, di fondare un nuovo pensiero democratico su una diversa concezione del terrorio e della città e della loro economia.

Insomma Osvaldo era diventato un compagno di viaggio, diciamo così, una delle persone che facendo il giornale, in quegli anni, quasi senza deciderlo consultavo continuamente, semplicemnete alzando il telefono e conversando con lui, apparentemente senza scopo. Un giorno lui mi mandò le foto della casa in cui avevo abitato, bambino, a Palmi, il balcone della mia stanza, puntellato e sul punto di crollare: mi diede la sensazione del tempo fuggito, della decadenza della regione che avevo amato. E dell’affetto di Osvaldo..

Poi la malattia, improvvisa e senza scampo. Che in pochi anni lo ha portato via. Lasciandoci un vuoto, un telefono muto, una pagina bianca, una famiglia orfana, dei compagni disorientati. Proprio ora che un No Ponte è diventato sindaco di Messina. Ma Osvaldo ha lasciato un segno inciso nella mia, nella nostra memoria, nel nostro modo di vedere le cose. Avrò per sempre l’impulso di alzare il telefono e chiamarlo.

(Pierluigi Sullo)

 

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Uruguay, Messico e marijuana /2013/09/26/uruguay-messico-e-marijuana/ /2013/09/26/uruguay-messico-e-marijuana/#comments Thu, 26 Sep 2013 13:10:36 +0000 /?p=7040 di EMILIO GODOY e INES ACOSTA *

CITTA’ DEL MESSICO / MONTEVIDEO. In America latina, dove la marijuana è la droga illegale più consumata, è quasi nulla la ricerca sui suoi effetti e proprietà. Ma l’aria di legalizzazione che si respira in Uruguay e nella capitale del Messico aprono la porta a studi su questa questione.

“Non possiamo chiudere gli occhi sulla seria ricerca in altre parti del mondo”, dice a Ips lo scienziato Rodolfo Rodríguez, del Departamento de Farmacología della facoltà di medicina della Universidad Nacional Autónoma de México, università pubblica. Rodríguez, que studia da 45 anni diverse sostanze psicotrope, è uno dei sei esperti del Grupo de Marihuana y Salud della Accademia nazionale di medicina che sta portando a termine una indagine teorica sugli effetti medicinali e terapeutici della cannabis sativa. Uno degli interessi di Rodríguez è conoscere gli effetti della marijuana su malattie croniche o terminali, come la fibromialgia, la sclerosi multipla o determinati tipi di tumore.

Gli esiti di questo lavoro, che saranno pronti tra ottobre e novembre, forniranno informazioni al dibattito che le autorità della capitale del Messico stanno conducendo allo scopo di legalizzare gli usi medicinali della cannabis. L’amministrazione di sinistra della città di Miguel Mancera y l’Assemblea legislativa di Città del Messico stanno valutando gli aspetti sanitari, economici e di sicurezza.

Gli esperti hanno trovato che in Messico vengono principalmente coltivate le varietà zorrilluda, cola de borrego, caca de mono e acapulco golden, la preferita nel paese, negli Stati uniti e in Europa. Tutte queste varietà sono ricche di delta-9 tetrahidrocannabinolo (THC), la principale componente psicoattiva della “mota” (nome popolare della marijuana, ndt), concentrata nei fiori e nelle foglie giovani. “E’ una pianta con più di 400 sostanze chimiche e con più di 70 cannabinoidi. Quando viene consumata, gli effetti non si devono solo al delta-9, ma all’insieme dei prodotti chimici”, spiega Rodríguez.

La marijuana vien coltivata soprattutto negli stati (il Messico è una repubblica federale, ndt)  dell’est e del sud del Messico, in gran parte per rifornire il mercato statunitense. Decine di migliaia di contadini, agricoltori e lavoratori rurali vi si dedicano. I quattro milioni di consulatori ne fanno la droga illegale più consumata in questo paese di 118 milioni di abitanti, seguita dalla cocaina, secondo la Encuesta Nacional de Adicciones 2011 del ministero della salute.

Anche in Uruguay la marijuana è di gran lunga la droga vietata preferita, con un consumo che arriva all’8,3 per cento della popolazione. Ma quasi tutta è importata dall’estero, specialmente dal Paraguay. Il consumo è depenalizzato, in questo paese di 3,3 milioni di abitanti. E un progetto di legge per legalizzare e regolare la produzione e il commercio è stato approvato dalla camera dei deputati e si aspetta che in breve tempo venga convertito in legge al senato, con i voti del Frente Amplio, la coalizione di sinistra al governo del paese.

Ogni anno vengono pubblicati più di 6 mila articoli scientifici sulle proprietà e gli effetti della cannabis nelle riviste specializzate di tutto il mondo, riflesso di un interesse assai vivace. Per questo, secondo la biologa uruguayana Cecilia Scorza, ricercatrice dell’agenzia pubblica Instituto de Investigaciones Biológicas Clemente Estable, “non sarebbe redditizio lavorare su qualcosa su cui si sta già lavorando molto”, non sarebbe una linea di investigazione originale. “Nella marijuana “ci possono essere differenze nella quantità del principio attivo, che resta però sempre lo stesso, così coem gli effetti”, aggiunge Scorza. (…) Però la biologa riconosce che sarebbe invece utile investigare sulla composizione della marijuana che si comincia a produrre e a far circolare in Uruguay, “perché ci darebbe informazioni di quel che consumerà la gente nel quadro della nuova legge”.

La psicologa Gabriela Olivera, assistente tecnica della Secretaría Nacional de Drogas de Uruguay, non ha dubbi sul fatto che la ricerca è imprescindibile per offrire sicurezza a coloro che consumeranno la marijuana. Il progetto di legge prevede “l’informazione e l’educazione che permetteranno di sapere, per esempio, a una persona in determinate condizioni di salute che consuma marijuana che tra una certa quantità e una cert’altra quantità c’è un principio attivo che potrà portargli dei benefici, ma anche avrà conseguenze negative”, dice Olivera a IPS.

Per sperimentare una sostanza psicoattiva, finora è necessario il permesso della Secretaría Nacional de Drogas che, facendo una eccezione, somministra una certa quantità della droga che è stata in precedenza sequestrata.”Questo non permette una ricerca sistematica”, dice Olivera. La legge che viene discussa dal parlamento uruguayano creerà un Instituto de Regulación y Control del Cannabis (Ircca), che avrà tra i suoi compiti di assistere il governo in materia di cooperazione tecnica e nell’offerta di prove scientifiche. Queste prove hanno a che fare con “tutti gli aspetti, dalla composizione della marijuana che viene messa in vendita, fino agli effetti nelle persone in base ai diversi usi, medicinali o ricreativi”, spiega Olivera.

Inoltre, l’Instituto Técnico Forense, il laboratorio della polizia scientifica e la facoltà di chimica dell’università statale stanno elaborando un protocollo di studio sulla potenza del THC e degli altri componenti della marijuana che oggi viene trafficata illegalmente, racconta a IPS il direttore dell’ Observatorio Uruguayo de Drogas, Héctor Suárez. Gli studi sulle varietà che vengano prodotte e poset in vendita in forma legale, saranno regolamentati una volta creato il Ircca.

A Città del Messico, anche se l’uso medicinale fosse legalizzato, questo non significa che i pazienti potranno avere le ricette dalla sera alla mattina, avverte Rodríguez. “Ci stiamo preparando a queste funzioni. Abbiamo la conoscenza e le infrastrutture, però è necessario un processo educativo nelle istituzioni sanitarie”. Il trattamento con marijuana “non può essere nella disponibilità di qualunque medico, e l’apprendistato può richiedere mesi o anni”.

* Reportage di IPS, Internation Press Service, agenzia di stampa internazionale indipendente (www.ipsnoticias.net).

Per approfondire, si può leggere (in spagnolo): “Laberinto legal encierra a la marihuana en México” (http://www.ipsnoticias.net/2013/01/laberinto-legal-encierra-a-la-marihuana-en-mexico/) e “La ignorada faceta productiva del cannabis (http://www.ipsnoticias.net/2013/08/la-ignorada-faceta-productiva-del-cannabis/).

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Clima: ultimo avviso /2013/09/25/clima-ultimo-avviso/ /2013/09/25/clima-ultimo-avviso/#comments Wed, 25 Sep 2013 08:51:34 +0000 /?p=7033 IPCC-pic

di LUCA TORNATORE *

Scienziati e funzionari in rappresentanza di oltre 110 governi presenteranno il 27 settembre, a Stoccolma, il documento – redatto da 259 autori in 39 paesi – che arriva a sei anni di distanza dal precedente ed è il primo di quattro dell’Ipcc (Intergovernamental Panel on Climate Change) attesi l’anno prossimo sul cambiamento climatico. Secondo la bozza, le temperature potrebbero aumentare fino a 4,8 gradi Celsius in questo secolo, ma potrebbero essere contenute ad un innalzamento di 0,3 gradi se ci fossero profondi tagli alle emissioni di gas a effetto serra. Il livello dei mari, salito di 19 centimetri nel Novecento, potrebbe aumentare di ulteriori 26-81 centimetri entro la fine di questo secolo, minacciando le coste di molte città. “Mi aspetto che il mondo capirà la semplicità e la gravità del nostro messaggio”, ha detto il presidente dell’Ipcc, Rajendra Pachauri.

Per aiutare a comprendere meglio il meccanismo del cambiamento climatico, le sue cause e i suoi effetti, pubblichiamo qui il testo di Luca Tornatore, che si è occupato di clima nel volume collettivo “Calendario della fine del mondo”, edito da Intramoenia e Democrazia km zero nel 2011 (/2011/04/21/esce-il-primo-libro-di-dkm0/). E’ una lettura molto istruttiva, su base scientifica e niente affatto datata, visto che lo sforzo del libro, nei suoi vari capitoli, era appunto di cercare di prevedere quel che accadrà di qui ai prossimi decenni.

Ecco il testo di Tornatore.

 

Il clima cambia. È sempre cambiato, nella storia del pianeta lunga 4,5 miliardi di anni. Perché questo fatto, e la sua correlazione con l’attuale cambiamento climatico di origine umana, siano propriamente comprensibili è necessario che il lessico diventi più preciso e che ciò che viene comunemente indicato con «clima» acquisti un significato rigoroso.

Nella sua usuale accezione statistica, il clima di una determinata area è la media temporale (usualmente su circa trent’anni) dell’insieme di fenomeni atmosferici di interesse meteorologico. I regimi climatici così definiti hanno caratteristiche stagionali e regionali. Essi mostrano una naturale variabilità temporale, generalmente limitata su tempi sufficientemente brevi (sui quali, infatti, sono definite le medie che ne restituiscono i valori attesi) ma potenzialmente anche estrema su periodi molto lunghi. Una variazione statisticamente significativa dei valori meterologici medi e della loro variabilità attesa (ovvero dell’intervallo «normale» di differenze), e la persistenza di tale variazione su archi temporali comparabili a quelli di definizione climatica, equivale ad un «cambiamento climatico».

Concentrare l’attenzione sulle variabili meterologiche – valori medi, massimi e minimi della temperatura media, delle precipitazioni, dei venti ecc. – aiuta chiaramente a defini- re le caratteristiche climatiche di immediata percezione, ma distoglie dalla comprensione più profonda della loro origine. Queste variabili sono infatti le manifestazioni di un sistema complesso, le cui componenti – e le relazioni tra loro – e la loro variazione sono determinanti, nel senso più generale, rispettivamente del «clima» e dei cambiamenti climatici: la struttura dell’atmosfera e le caratteristiche della sua circolazione e della sua composizione chimica, le proprietà superficiali e profonde del suolo, il ciclo dell’acqua e del carbonio, il bilancio energe- tico netto sono, solo per citarne alcuni, elementi determinanti di questo sistema complesso.

Non a caso, l’IPCC (Intergovernamental Panel on Climate Change) definisce il «clima» come «lo stato di equilibrio energetico del sistema climatico, considerato in un dato ambito spaziale e in un dato ambito temporale». Al posto della generica espressione «clima» è necessario quindi considerare la complessità del «sistema climatico» che è, appunto, il sistema termodinamico risultante dall’interazione tra differenti componenti e dai relativi flussi di energia e materia.

Il bilancio energetico netto del sistema è dato dall’equilibrio fra il flusso entrante della radiazione solare – che a causa del filtro atmosferico arriva al suolo essenzialmente nella sola ban- da visibile – e il flusso uscente dovuto all’emissione nella banda dell’infrarosso da parte, essenzialmente, della geosfera. L’ energia che rimane all’interno del sistema climatico ne rappresenta il budget energetico a disposizione.

Le componenti del sistema climatico sono l’atmosfera, l’idrosfera – gli oceani e le acque continentali, sotterranee e superficiali – la geosfera, la criosfera (ovvero i ghiacciai) e la biosfera (ov- vero l’insieme della vegetazione e della biomassa terrestre e marina).

Networking: la «rete»

I flussi di materia ed energia fra le componenti del siste- ma climatico dipendono da un complesso network di interazioni tra quelle componenti e da fattori che possano influenzare il bi- lancio energetico a disposizione (ad esempio, la composizione chimica dell’atmosfera). Le interazioni consistono in tutti i processi fisici che comportano lo scambio di energia, materia o momento (la «quantità di moto») fra le componenti del sistema climatico, in particolare i processi a carattere ciclico come, ad esempio, i cicli dell’acqua, del carbonio, dell’azoto.

Infatti, nonostante le varie componenti del sistema climatico siano differenti fra loro quanto a stato fisico, composizione chimica, struttura interna e comportamento, ognuna di esse è costantemente e profondamente influenzata dalla continua interazione con le altre. L’atmosfera e gli oceani sono fortemente correlati e scambiano sia materia che energia – dagli oceani all’atmosfera attraverso l’evaporazione e viceversa attraverso le precipitazioni. Questa interazione fa parte del ciclo idrico, che è uno dei principali vettori di energia all’interno del sistema climatico. Contemporaneamente, le precipitazioni e il confluire delle acque dolci continentali influenzano la salinità degli oceani, ovvero la densità dell’acqua e, quindi, la circolazione termosalina, che, a sua volta, influenza l’azione termostatica degli oceani.

Atmosfera ed oceani scambiano, oltre al vapor d’acqua, an- che altri composti chimici come, ad esempio, l’anidride carboni- ca (CO2) che viene disciolta prevalentemente nelle acque fredde polari e sequestrata quindi negli strati profondi degli oceani. Tale scambio modifica la composizione chimica dell’atmosfera e, di conseguenza, il suo bilancio energetico. Il ciclo del carbonio (di cui la CO2 è solo una componente) interessa profondamente la biosfera, che lo influenza attraverso la fotosintesi e la respirazione (in sostan- za, rispettivamente, la crescita ed il metabolismo della biomassa). Contemporaneamente, la biosfera e la criosfera influenzano anche il bilancio energetico netto modificando la capacità locale e globale della geosfera di riflettere la radiazione solare o di assorbirla per ri-emetterla poi nell’infrarosso. La naturale disomogeneità al suolo implica quindi una corrispondente disomogeneità nella capacità di riflettere oppure di assorbire e riemettere la radiazione solare, ov- vero disomogeneità nelle disponibilità locali di energia che causano flussi di calore dalle zone più calde a quelle più fredde.

Rendere conto interamente dell’attuale comprensione di un network di interazioni di tale complessità è impossibile qui, e per un’ampia descrizione si rimanda ai report dell’IPCC (www.ipcc.ch).

Il clima come sistema caotico

È importante comprendere che ogni componente del sistema climatico influenza ogni altra componente o direttamente o attraverso interazioni più complesse e, allo stesso modo, ne è influenzata. Ciò significa che l’insieme di interazioni si accompagna o è sostanzialmente costituito da un insieme di feedback positivi e negativi, ovvero di «retroazioni» che tendono, rispettivamente, ad accentuare o a smorzare una variazione.

Il sistema climatico che ne risulta è quindi omeostatico, tende cioè a tornare «elasticamente» ad uno stato di equilibrio anche in presenza di fluttuazioni, se la perturbazione nell’equilibrio energetico e nella sua distribuzione è sufficientemente piccola. Per questa sua natura il sistema climatico, essendo auto-riequilibrante, è soggetto a cercare nuovi stati di equilibrio anche in presenza di per- turbazioni rilevanti. Raramente, tuttavia, ciò è avvenuto in modo lento e continuo quanto piuttosto ha avuto una dinamica di «salti» a nuovi stati di equilibrio (ovvero di «clima»). Ciò è dovuto alla sua natura di sistema complesso la cui dinamica è, quindi, «caotica».

Questo termine spesso abusato significa, sostanzialmente, che il «percorso» che il sistema compie, a causa delle interazioni tra le sue varie componenti ed eventuali sorgenti esterne di forcing, dipende fortemente dalle condizioni di partenza. Ovvero che piccole variazioni in tali condizioni – o in qualsiasi fattore in gioco – non determinano variazioni proporzionalmente «piccole» dello stato del sistema dopo un certo tempo, come avviene in un sistema «ordinato», ma al contrario provocano variazioni arbitrariamente grandi. Come è stato detto, le variazioni del sistema climatico asso- migliano al rotolare di una pallina su un piano pieno di buche. Sino a che la fluttuazione è «piccola» – e/o i meccanismi di feedback da essa attivati sono smorzanti – la pallina (il sistema climatico) oscilla nella buca iniziale (il clima). Se, invece, la fluttuazione è sufficiente – e/o il feedback innescato è amplificante – la pallina schizzerà via – con una direzione difficilmente prevedibile con esattezza, a meno di misurazioni impossibilmente precise – e «cadrà» in una nuova buca, e il sistema climatico troverà una nuova configurazione di equilibrio, ovvero un differente «clima».

A causa della grande inerzia del sistema climatico, il tempo corrispondente al termine «lento» è chiaramente da riferirsi, in mancanza di sorgenti esogene o catastrofiche (come ad esempio un’ eruzione eccezionale o un asteroide), ai tempi caratteristici delle sue componenti dominanti. Normalmente si misura quindi in millenni o centinaia di migliaia d’anni più che in secoli o, addirittura, in decenni.

Calendario_DkmZero_250Le componenti del sistema climatico

Atmosfera. Per la sua natura gassosa, l’atmosfera terrestre è la componente più instabile e reattiva del sistema climatico e gioca essenzialmente due ruoli chiave.

Il primo è quello di essere il cappello che intrappola e rende disponibile l’energia solare che viene ri-emessa sotto forma di calore dalla superficie terrestre, ovvero di garantire l’effetto serra. In assenza di atmosfera l’irraggiamento medio annuo dovuto al sole – che è l’unica sorgente energetica del sistema climatico – porterebbe la temperatura media annuale globale al suolo a 19 gradi sotto lo zero invece che agli attuali 15. Il meccanismo fisico per il quale si stabilisce questo bilancio energetico dipende dalla composizione chimica dell’atmosfera, che è una miscela di gas (quasi del tutto) trasparente alla radiazione solare a lunghezza d’onda corta e (quasi del tutto) opaca invece alla radiazione infrarossa, a lunghezza d’onda più lunga. Ciò significa essenzialmente (tralasciando qualche dettaglio) che, quando la radiazione solare viene assorbita dal suolo e ri-emessa, la radiazione infrarossa di ritorno invece di disperdersi nello spazio viene assorbita e ri-emessa dalle molecole atmosferiche.

La continuità del flusso solare – considerando la media annua globale – e del meccanismo di assorbimento/ri-emissione dell’atmosfera stabilisce velocemente un equilibrio termodinamico per il quale l’atmosfera al di sotto dei 5000 metri (troposfera) si comporta come una sorta di serbatoio energetico, senza il quale, ovviamente, non sarebbero possibili le forme di vita che conosciamo.

La troposfera si comporta come una serra grazie alla pre- senza di molecole che hanno la capacità di assorbire e ri-emettere radiazione infrarossa e, quindi, di trattenerne l’energia vicino al suolo, ciò che è detto «radiative forcing»: tra i maggiori «radiative forcers» vi sono il vapor d’acqua, il metano e l’anidride carbonica, che occupano una parte in volume molto piccola dell’atmosfera. Essa, infatti, è composta, in assenza di vapore d’acqua, per il 78 per cento di azoto, per il 21 per cento di ossigeno e per lo 0,93 per cento di Argon. Il restante 0,07 per cento è una miscela complessa di anidride carbonica, metano, ossido d’azoto e ozono, che sono tutti gas serra. L’acqua, che rappresenta in media tra l’1 per cento ed il 4 per cento del volume, ed è presente in varie fasi – gocce, vapore e cristalli di ghiaccio – è il gas serra più efficace, nonché uno dei maggiori vettori energetici (a causa del fatto che le transizioni tra le varie fasi assorbono e rilasciano grandi quantità di energia).

Il secondo ruolo giocato dall’atmosfera è quello di vettore rapido in grado di trasferire calore dalle zone più calde alle zone più fredde. Il trasferimento di calore dalla geosfera all’atmosfera avvie- ne nella troposfera, che ospita i fenomeni metereologici (venti, cicloni, precipitazioni, sistemi nuvolosi, ecc.). La circolazione dell’aria è regolata essenzialmente dalla rotazione terrestre e dai differenziali

di pressione conseguenti ai differenziali di temperatura, oltre che, in second’ordine su scala globale, da fattori geografici locali.

Idrosfera Comprende gli oceani, i mari e il sistema delle ac- que continentali, sia superficiali che sotterranee. Come l’atmosfera, anche l’idrosfera gioca due ruoli fondamentali (più molti altri): è un accumulatore/vettore di energia e un serbatoio di anidride carbonica, che scambia continuamente con l’atmosfera.

Grazie alla grande densità e all’elevato potere calorico, il sistema delle acque ha una notevole inerzia termica e una circolazione (determinata dai venti, quindi da fenomeni atmosferici, e dai contrasti di densità dovuti a differenziali di salinità e temperatura) molto più lenta dell’atmosfera. Attraverso le correnti oceaniche, gli oceani tendono a redistribuire alle zone più fredde l’energia accumulata nelle zone più calde. D’altra parte, attraverso i processi di evaporazione, condensazione e precipitazione, trasporta energia anche sui continenti, comportandosi come un enorme regolatore climatico planetario, attenuando l’insorgere di grandi squilibri energetici su scale temporali molto brevi.

Geosfera/Criosfera. L’importanza dei suoli risiede essenzial- mente nella differenziazione dell’assorbimento/ri-emissione della radiazione solare e del trasferimento energetico all’atmosfera e nel loro ospitare, nel sottosuolo, grandi depositi di carbonio. D’altra parte, i ghiacciai (così come le nevi e il permafrost, il suolo perenne- mente ghiacciato) giocano un ruolo chiave nell’aumentare l’albedo, la capacità di riflessione planetaria, ma anche per la loro grande inerzia termica (analogamente agli oceani) e il loro ruolo nel determinare la circolazione oceanica profonda.

Biosfera. È una componente fondamentale del sistema cli- matico, il suo ruolo si manifesta soprattutto nell’influenzare il ciclo del carbonio e dell’acqua, oltre che, attraverso la evapo-traspirazione, il trasferimento energetico all’atmosfera. La complessità del bios può inoltre innescare feedback inattesi, come, ad esempio, grandi quantità di metano intrappolato nel permafrost, che può evaporare nell’atmosfera in caso di aumento della temperatura. O, evidentemente, il feedback dell’evoluzione di una specie intelligente e habilis nell’impadronirsi di una «tèchne» potente in grado di manipolare l’ambiente con forti effetti climalteranti.

Variazioni climatiche e impatto antropico

Essendo lo stato puntuale di equilibrio energetico di un sistema complesso, il clima è soggetto a variazioni naturali. Ciò è avvenuto, come si ricordava all’inizio, lungo tutti i 4,5 miliardi di anni del pianeta, e continuerà ad avvenire nel futuro.

Dal punto di vista dell’Homo sapiens sapiens, tuttavia, c’è un dettaglio importante di cui tenere conto: dalla fine dell’ultima era glaciale (circa 12 mila anni fa) il clima globale ha attraversato fluttuazioni minori (per quanto non tutte trascurabili) e questa relativa stabilità ha permesso l’accumulo di saperi e la loro traduzione «tecnologica», legati in primis all’agricoltura e allo sfruttamento delle risorse ambientali, e dall’altra parte la sedimentazione di strutture sociali complesse che contemporaneamente si avvantaggiano e consentono l’accumulazione di conoscenza.

La specie umana, quindi, non ha mai fronteggiato nella sua storia un cambiamento climatico globale di maggiore importanza e, se è certamente vero che la tecnologia ha acquisito una notevole capacità manipolatoria, è anche vero che la sua potenza dipende dalla possibilità di accedere in modo (relativamente) semplice (sia in senso fisico che geopolitico) ad un grande serbatoio di risorse naturali diffuse globalmente, dalle materie prime meno «nobili» alle terre rare, dal cibo all’energia. Un accesso che evidentemente dipende sia dall’accessibilità dei territori sia da una struttura sociale e produttiva (totalmente non condivisibile in larghissimi tratti, sia chiaro) le cui articolazioni si estendono sostanzialmente su scala globale.

Di fatto, si tratta di un sistema complesso nello stesso senso con cui questa definizione si applica al sistema climatico: un sistema soggetto a processi non lineari di feedback positivo e negativo strettamente intrecciati e, quindi, ad una dinamica potenzialmente caotica.

L’attività antropica degli ultimi duecento anni ha, con un livello di certezza del 99 per cento, innescato un cambiamento climatico globale le cui evidenze principali – molto ben acclarate – sono essenzialmente due. La prima è un significativo accumulo aggiuntivo di gas serra, il più famoso dei quali è la CO2, che ha modificato la composizione chimica dell’atmosfera, aumentandone il «radiative forcing» e, di conseguenza, l’energia contenuta nell’intero sistema climatico. La seconda è un riscaldamento globale, misurato attraverso l’aumento della temperatura media globale, l’innalzamento del livello dei mari, la diminuzione in massa della criosfera, la modificazione dell’andamento delle precipitazioni e l’aumento di potenza e frequenza degli eventi meterologici estremi.

Concentrandosi per brevità sulla CO2, ciò che si osserva (i dati sono riferiti al quarto rapporto climatico dell’IPCC, 2007) è il livello di concentrazione più elevato degli ultimi 600 mila anni (quasi 380 ppm, parti per milione, contro una media inferiore a circa 280 ppm nell’era pre-industriale), con una variazione del 35 per cento negli ultimi 250 anni, di cui l’8 per cento negli ultimi venti. La variazione il cui tasso sta continuando ad accelerare (è stata maggiore nei dieci anni 1995-2005, 1,9 ppm/anno, che non la media nell’intero intervallo di misurazione diretta continua, 1960- 2005, 1,4 ppm/anno).

L’aumento della temperatura media globale è altrettanto inequivocabile. Undici degli ultimi dodici anni sono tra i dodici più caldi dal 1850 (anno da cui partono misurazioni dirette attendibili). L’aumento di temperature è stato di 0,0074 gradi per anno se calcolato negli ultimi cento anni, di 0,13 gradi negli ultimi 50 e di 0,17 gradi negli ultimi 25 (ovvero, il riscaldamento sta accelerando), con un esito di aumento di temperatura media globale di 0,76 gradi dal 1850-1899 al 2001-2005 (per valutarne la consistenza, si consideri che la differenza di temperatura media globale fra un’ era glaciale e un’ era interglaciale è di circa 10 gradi).

Gli aumenti di temperatura seguono un andamento irre- golare: ad esempio, l’emisfero nord si è riscaldato più di quello au- strale, e più sui continenti che sugli oceani; maggiormente di notte che di giorno, in inverno-primavera più che in estate-autunno. L’aumento di effetto serra tende a diminuire l’escursione dei valori medi ma aumenta la variabilità climatica (gli eventi estremi).

Questi aumenti di temperatura si sono dati nonostante gli oceani abbiano nel frattempo assorbito circa l’80 per cento dell’energia supplementare inserita nel sistema climatico, riscaldan- dosi fino a profondità di circa 3000 metri, contribuendo in buona misura all’aumento del livello delle acque per espansione, insieme al ben documentato scioglimento della criosfera (dal 1978 i ghiacci artici sono diminuiti al ritmo del 2,7 per cento per decade, mentre la massima estensione del permafrost è diminuita del 7 per cento rispetto al 1900).

L’aumento di temperatura ha determinato un aumento dell’evaporazione, incrementando l’umidità dell’aria (a partire dal 1970 l’umidità specifica è aumentata di circa il 4 per cento) e i fenomeni di condensazione e precipitazione. Anche in questo caso, la distribuzione della variazione del fenomeno è estremamente irregolare. Le precipitazioni sono globalmente aumentate, ma più sugli oceani che sui continenti, mentre nelle fasce tropicali e subtropicali sono diminuite, interessando anche le zone limitrofe come il Mediterraneo. Se il cambiamento quantitativo non è particolarmente significativo, lo è invece quello nella distribuzione delle precipitazioni nel corso dell’anno e nell’estremizzazione dei fenomeni, che è quanto ben sperimentano gli ingegneri e i progettisti che si occupano del drenaggio delle acque pluviali, soprattutto nelle zone urbane.

Il quarto rapporto dell’IPCC giunge alla conclusione, con un livello di certezza maggiore del 90 per cento, che la causa dei cambiamenti descritti (e di molti altri dei quali il lettore può trovare lì un’ampia discussione) è l’emissione di gas serra a causa dell’attività antropica. Contemporaneamente, raggiunge la conclusione che, al 99 per cento, la totalità dei cambiamenti osservati negli ultimi 50 anni sarebbe stata impossibile senza una causa esterna al sistema climatico e che, al 90 per cento, questa causa non è una causa naturale nota.

Il 70 per cento della CO2 emessa nell’atmosfera dall’uomo è direttamente ascrivibile all’utilizzo degli idrocarburi (carbone, petrolio e metano), mentre il rimanente 30 per cento è ascrivibile all’utilizzo del suolo, ovvero ad una complessa interazione di feedback positivi – desertificazione e volatilità del suolo, deforestazione, ridotta capacità di crescita della biomassa, etc. – che l’attività antropica ha innescato. Il nocciolo della responsabilità umana sta in questi due punti. Lo sfruttamento del biòs e l’aver modificato il ciclo del carbonio, liberando in 200 anni le riserve di carbonio fossile (che ha una differente composizione atomica di carbonio (C) stabile e instabile, e quindi è tracciabile ed identificabile in atmosfera) che erano state sequestrate nel corso di milioni di anni nei depositi geologici.

Per avere una stima dell’importanza di questa quantità di carbonio, si consideri che il carbonio «vivo», presente cioè negli oceani, nella biosfera, al suolo e nell’atmosfera, ammonta, rispetti- vamente a 38 milioni di MtC (mega tonnellate di C) negli oceani, ovvero il 92 per cento del totale, 2,3 milioni di MtC al suolo (com- prensivo di sistemi viventi), ovvero il 5,6 per cento, e 760 mila MtC in atmosfera, l’1,8 per cento del totale. Il C presente nei serbatoi geologici è stimato in circa 3,7 milioni di MtC, che per circa la metà è stato rimesso bruscamente in circolazione dall’attività antropica in un tempo scala di vari ordini di grandezza inferiore ai tempi di adattamento del sistema, causandovi una sorta di shock.

* Luca Tornatore, ricercatore in astrofisica presso l’Università di Trieste,
è da sempre impegnato nei movimenti sociali. Si occupa dei processi
di globalizzazione sia da un punto di vista sociale ed economico che da
un punto di vista scientifico, interessandosi in particolare all’impatto antropico sulla biosfera e sui legami di questi processi con i processi sociali e produttivi.

 

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Non denaro: Sardex /2013/09/21/non-denaro-sardex/ /2013/09/21/non-denaro-sardex/#comments Sat, 21 Sep 2013 08:42:36 +0000 /?p=6995 di PAOLO CACCIARI

C’è chi ha pensato di non aspettare la epocale riforma mondiale della finanza (quella che ci hanno immancabilmente promesso i vari G8 e G20 che si sono susseguiti dallo scoppio della crisi della Lehman Brothers ad oggi) per sottrarsi agli “imperativi di un sistema bancario ipertrofico e disfunzionale”, per usare le parole del filosofo Jürgen Habermas (Reset.it, 3/11/2013). C’è chi pensa che non sia impossibile de-finanziarizzare l’economia evitando di soffocarla sotto il peso degli “interessi composti” e relativizzare il ruolo stesso che ha assunto il denaro nelle nostre vite. In questa categoria di persone – a noi care – ci sono i pionieri del Sardex. Partiti quattro anni fa, hanno già fatto molta strada. Giuseppe Littera, Carlo Mancosu e altri loro giovani amici sardi, economisti ed informatici, hanno creato una piattaforma sul web che consente la compravendita di beni e servizi (ma anche l’erogazione di bonus, benefit e anticipazioni salariali ai dipendenti) senza l’utilizzo di moneta corrente. Fanno già parte del circuito più di mille e trecento aziende, per un volume di scambi che solo quest’anno ha raggiunto il valore di circa 10 milioni di euro. Un successo che ha contagiato anche la Regione Sardegna la cui giunta è intenzionata a pagare un “reddito di comunità” a diecimila giovani sardi (inoccupati  e impegnati in percorsi formativi) spendibili in Sardex, per un valore equivalente di 500 euro al mese cadauno.

I Sardex di fatto funzionano come una moneta complementare locale utilizzabile come mezzo di scambio tra i soggetti economici che decidono di aderire al circuito Sardex.net: un vero e proprio mercato, complementare e supplementare a quello tradizionale, in cui gli operatori comprano e vendono senza ricorrere al denaro, evitando di pagare il prezzo del suo (salatissimo) costo e senza aggravi di interessi. In pratica all’interno del circuito sono le stesse imprese a farsi credito reciprocamente, in un rapporto fondato sulla fiducia e sul mutuo sostegno. E’ evidente che, alla fine delle transazioni (12 mesi è il tempo concesso per pareggiare ogni singola posizione debitoria), crediti e debiti devono equivalersi. Vale a dire che ciò che una azienda compra in Sardex deve essere compensato dalle sue vendite nella stessa “divisa”. Il rischio di insolvenza rimane, inevitabilmente, ma viene minimizzato dal lavoro dei gestori della piattaforma (Sardex srl) che ha il compito sia di selezionare le aziende che chiedono di entrare nel circuito in modo da creare filiere economicamente funzionali, sia di riscuotere eventuali crediti insoluti.

L’aspetto forse più interessante è che in questi circuiti di credito (il più antico è la Wir Bank svizzera), già teorizzati da Keynes e più recentemente rilanciati da Amato e Fantacci (Fine della finanza, Donzelli, 2012), il prezzo (valore di scambio) dei prodotti è fissato dalle aziende stesse sulla base di un rapporto diretto tra produttore e compratore. Solo ai fini fiscali e contabili (fatturazioni, ecc.) il Sardex è convenzionalmente equiparato euro, le fatture sono infatti denominate in euro, a cambiare sono solo le modalità di pagamento.

Il Sardex sta già per essere imitato in Sicilia e in Piemonte. Fare a meno dell’euro, almeno in parte, è finalmente possibile.

paolo.cacciari_49@libero.it

 

 

 

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