Democrazia Km Zero Rinnoviamo insieme la democrazia dal basso Thu, 27 Mar 2014 07:07:32 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.4.2 Il ritorno della dialettica /2014/03/27/il-ritorno-della-dialettica/ /2014/03/27/il-ritorno-della-dialettica/#respond Thu, 27 Mar 2014 07:07:32 +0000 /?p=7406

di MARCO GATTO

Pubblichiamo, dal quinto numero della rivista on line Consecutio Temporum questo articolo di Marco Gatto, il cuititolo originale è: Il ritorno della dialettica. Recenti letture del primo libro del Capitale a firma di David Harvey e Fredric Jameson”.

1.   Pur tenendo conto dell’imprescindibile differenza tra i due approcci al testo, le interpretazioni che David Harvey e Fredric Jameson hanno recentemente offerto del primo volume di Das Kapital condividono molto più di quanto si creda[1]. Non solo perché i due studiosi americani incarnano differenti figure intellettuali: Harvey si definisce da sempre geografo e urbanista e il suo interesse filosofico, seppure solo in apparenza periferico, è spesso spostato in un secondo piano; Jameson è un teorico della cultura (e della letteratura, in particolare) sensibile alla lezione di Lukács e della Scuola di Francoforte (con una predilezione spiccata per Adorno), e ha provato, nel corso della sua esperienza filosofica, a importare nel contesto americano, a lungo egemonizzato dall’empirismo, la tradizione dialettica europea. Tuttavia, l’uno e l’altro si inseriscono a pieno titolo in un campo marxista: probabilmente Jameson con maggiore ed esibita insistenza. Se il marxismo di Harvey nasce dall’esigenza di «rivendicare che sia sul terreno dell’analisi della crisi e delle “contraddizioni” del capitalismo che debba essere verificata la validità teorica»[2] della critica di Marx al modo di produzione capitalistico, collocandosi dunque in un ambito di demistificazione dell’economia politica e di teorizzazione della nuova spazialità finanziaria, il marxismo di Jameson è invece legato a doppio filo al cosiddetto “marxismo occidentale” (secondo l’etichetta messa in campo da Perry Anderson)[3], ossia a quella costellazione di pensatori e teorici della cultura che, nel corso del Novecento, avrebbero condotto l’eredità di Marx verso una dissoluzione del nesso “teoria-prassi” e lungo i binari di una coesistenza, forzata ma sentita come inevitabile, con altri saperi e altri codici interpretativi, decretando l’inizio di una perdurante passività politica e di un’inevitabile impotenza rivoluzionaria[4]. Pertanto, l’approdo a un esercizio commentariale del libro più dibattuto di Marx può apparire naturale se pensiamo al percorso di Harvey, impegnato ormai da decenni in un lavoro di pedagogia marxiana nelle università statunitensi; meno naturale, senz’altro, per Jameson, che, per vari motivi e forse per più di un pregiudizio, è stato considerato un lettore attento della tradizione marxista (in particolare, si diceva, di quella novecentesca), ma non delle opere di Marx. Si tratta, ad ogni modo, di due percorsi che, si cercherà di dire, si incontrano più di una volta, quasi a voler sottolineare che un marxismo all’altezza di interpretare i nostri tempi debba necessariamente insistere sul legame unitario tra una critica del modo di produzione, colto nella sua inesauribile e movimentata multiformità, e una critica delle ideologie della rappresentazione e della cultura, nel quale, inevitabilmente, anche il marxismo si colloca.

Alla luce di questa sperata e rinnovata unità del campo marxista, appare chiaro che Harvey e Jameson condividono un’idea di base, che informa i rispettivi commenti a Marx. Entrambi concepiscono il lavoro di analisi del capitalismo e delle sue ideologie (del suo apparato ideologico, potremmo dire, e difatti i due teorici non mancano di riferirsi a Gramsci, seppure solo in superficie) in termini manifestamente dialettici. Qualsiasi tentativo di leggere l’insegnamento di Marx in un’ottica parziale, analitica o statica è sin da subito osteggiato: sia per Harvey che per Jameson il capitale è movimento, fluidità, dinamismo che ambisce a costituirsi e a presentarsi, nella sua fenomenicità, come totalità in sé chiusa e statica, ma che, adeguatamente smascherata, si rivela come totalizzazione, ossia come tentativo totalizzante di inglobare tutta la realtà in sé. Leggere Marx per comprendere l’attuale capitalismo implica, per entrambi i teorici, uno sforzo dialettico ulteriore: far reagire l’estrema mobilità dell’oggetto di indagine con un pensiero che deve non solo continuamente rinnovarsi, ma rendersi in grado di inseguire il suo obiettivo senza lasciarsi plasmare e senza farsi dettare da esso le categorie di comprensione. La mimesi del concetto prelude, in un certo senso, al distanziamento critico e alla demistificazione.

In Harvey, tale finalità è percorsa allargando gli orizzonti della teoria marxista classica e sviluppando ciò che Marx poteva solo intuire: la necessità, da parte del capitale, di estendere i confini della propria spazialità (certamente al di là dello Stato o dell’incarnazione statale della potenza economica, al contrario di quanto affermava un altro marxista vicino a Harvey, ma non troppo, come Giovanni Arrighi)[5] e di dar vita a nuove concezioni dello spazio e del tempo, che il teorico deve dunque connettere alle rinnovate strategie di accumulazione per ridisegnare i contorni geografici del dominio capitalista. Fedele, in questo, alla lezione di un marxista che in Europa non ha avuto l’attenzione che merita, Henri Lefebvre[6], Harvey ha insistito più sulla circolazione che sulla produzione di capitale, cercando di dimostrare che la svolta reale nel modo di produzione – il peso acquisito dalla finanziarizzazione e dell’immateriale – sia da ricercare in una mutata concezione spazio-temporale che ha destabilizzato le precedenti acquisizioni della modernità, ora fiaccate dall’estrema fluidità conseguita dall’accumulazione. Senza doversi rifare a un libro ambiguo e discutibile come Spettri di Marx di Derrida, la famosa “oggettività spettrale” che Marx chiamava in causa sembra oggi trovare, a parere di Harvey, più di una conferma nell’attività “ectoplasmica” del capitale, la cui stessa evanescenza o i suoi stessi effetti di superficie costringono a ragionare più sul presupposto o sul mistificato, su ciò che non si vede o su ciò che viene nascosto, che sull’evidente o sul manifesto. Il lavoro politico che ne consegue – e che, almeno nel geografo americano, non è scindibile da quello teorico – è altrettanto “totalizzante”: solo una contro-argomentazione anticapitalista che rinunci ai tentativi riformistici di “stare dentro il capitale” per limitarne i disastri e invece ribalti completamente il quadro imposto dal dominio, proponendo un’alternativa globale in grado di «riorganizzare noi stessi e […] costruire nuove forme di organizzazione collettiva», appare come una via di uscita alle costrizioni dell’attuale dominio economico.[7] Allo stesso modo, un’elaborazione critica del capitalismo contemporaneo deve passare necessariamente dalla messa in evidenza di ciò che resta inespresso e non affiora alla superficie (in altri termini, ciò che già Marx definiva come mistero recondito del capitale).

Nelle pagine di Jameson, al contrario, il ricorso alla dialettica e all’idea di totalità è argomentato con un diretto ritorno a Hegel. Per alcuni aspetti, l’hegelo-marxismo di Jameson dà per scontato vi sia un rapporto di continuità tra il pensiero dei due filosofi (tanto da sostenere con perentorietà che «Marx include Hegel»[8]), secondo una modalità del suo agire teorico che spesso affastella e mette insieme tradizioni speculative differenti[9] (come gli è stato obiettato da uno dei suoi primi e attenti lettori italiani, Franco Fortini[10]). In tal senso, non può stupire che il più noto teorico del postmodernismo (sensibile in tutto e per tutto alla lezione di Harvey in materia di transizioni epocali, ma disposto a considerare con larghezza il contributo proveniente da settori lontani dal marxismo come la decostruzione)[11] abbia pubblicato pressoché in contemporanea un commento alla Fenomenologia dello Spirito[12] e il libro sul Capitale di cui si parlerà. Hegel e Marx (ma bisognerebbe aggiungere, nel caso dello studioso statunitense, anche Freud[13]) sono per Jameson le due grandi figure del pensiero moderno capaci di restituirci le chiavi di accesso e di comprensione a quell’ulteriore fase di ultramodernizzazione del moderno che è la postmodernità. Sulla scorta del concetto sartriano di totalizzazione, tolto dal primo libro della Critica della ragione dialettica (1960),[14] Jameson ha sempre insistito sul nesso che stringe la costruzione della totalità alle inevitabili strategie di contenimento che tale dinamica costruzione reca in sé, cosicché il capitalismo, quale totalità che mira a imporsi come unità conclusa, se colto nel suo atto di totalizzarsi, svela le sue “cicatrici” (termine appunto freudiano), le sue suture, il suo essere artificialmente totalità, e dunque solo totalizzazione parziale. Ma un pensiero davvero dialettico – la vera ossessione jamesoniana – ha l’obbligo di caratterizzare anche se stesso come perenne costruzione ed è chiamato a una rivisitazione costante delle proprie categorie. È forse questa idea di una teorizzazione infinita, che non riesce, per alcuni aspetti, a dare delle risposte stabili alla crisi del nostro tempo, a causare un’apparente impoliticità delle tesi di Jameson, a cui è stato rimproverato, da sempre e recentemente anche in ambito italiano[15], un vizio di sterilità pratico-politica.

 

2.   Pensato per un destinatario interessato «all’impegno pratico» (IC: 11) e non ad una mera speculazione specialistica, il commento di Harvey ha un andamento seminariale e ha il pregio della chiarezza espositiva. Ha l’ambizione, dichiarata nelle pagine introduttive, di strappare Marx dal terreno dei settori disciplinari e dallo specialismo (una malattia endemica che ha offeso il marxismo), ma soprattutto dalle letture iperscientiste e analitiche: Il capitale è un’opera dialettica, per certi versi fluida, che travalica le rigide celle dell’accademismo e va adeguatamente letta rispettando il suo «imponente contesto narrativo» (14). Marx, sembra suggerirci Harvey, ha adottato uno stile espositivo capace di seguire mimeticamente l’oggetto di analisi, che sin dalle prime battute è colto come sfuggente ed enigmatico. Un’indicazione di metodo, questa, che vale, a parere del geografo statunitense, anche per il commento delle tesi del Capitale e per una loro eventuale (e auspicabile) attualizzazione: lo scopo delle lezioni di Harvey è di «mettere in evidenza come le intuizioni marxiane necessitino di essere adattate all’attualità contingente in modo flessibile piuttosto che formale» (323). D’altro canto, la lettura di Marx proposta dal teorico americano sembra fondarsi su una triade concettuale onnipresente, e ribadita più volte nel testo: la rappresentazione del capitalismo che il filosofo di Treviri consegna al lettore ha a che vedere con la ricostruzione di una totalità, colta in una logica dell’espansione che, fuori da qualsivoglia tentazione deterministica, rivela l’interezza della realtà come sede di una co-evoluzione di diversi elementi, tra loro legati in via appunto dialettica. Questo disegno argomentativo trova una conferma nell’adozione di uno stile analitico, da parte di Marx, non certo fisso, e appunto narrativo, mobile, che corrisponde anch’esso a una sorta di dilatazione «dialettico-argomentativa» (110). Ne viene fuori una metodologia ancor più specifica di quella riassunta dalle sintesi manualistiche: un orizzonte teorico fluido, ma non per questo labile o debole, com’è fluido (Harvey, in altro luogo, parla addirittura di «inondazione»[16]), e non certo labile o debole, il suo oggetto d’analisi.

Quello di Marx, insomma, è un pensiero della relazione processuale, della metamorfosi: una lezione di antiformalismo. Abituati come siamo alla lectio facilior di un Marx materialista e determinista, viene da chiedersi (e Harvey stesso lo fa costantemente, e con un certo sarcastico divertimento, aggiungerei): «che razza di materialismo» (30) è un materialismo che tiene insieme realtà e fantasmi, che parla del capitale come qualcosa di magico, del plusvalore come mistero o della merce come un’entità arcana? Vien da rispondere, intanto, che queste domande a un lettore d’oggi, cresciuto nell’escrescenza tecnologica degli ultimi decenni e nell’ipertrofia del virtuale, potrebbero forse apparire più intelligibili che a un lettore della seconda metà dell’Ottocento. In tal senso, e non a caso, Ernest Mandel ha parlato di una condizione privilegiata (per chi vuole comprendere il capitalismo, e non certo per chi lo subisce!) dell’oggi: il capitale ha infatti raggiunto ai giorni nostri un grado di purezza e limpidezza tale da renderlo immediatamente percepibile e accostabile all’astrazione teorizzata da Marx (e da Hegel)[17].

E tuttavia, questo lavoro di interpretazione, rilettura e adattamento al tempo presente dev’essere condotto con acribia filologica e con una puntualità che non lascia spazio all’improvvisazione. Per cui ne risulta che la mobilità cui il pensiero deve disporsi per afferrare un oggetto in perpetua mutazione entra in rapporto dialettico con la necessità teorica della categorizzazione. Si è sempre discusso di una certa “leggerezza” argomentativa del marxismo d’oltreoceano – e, in molti casi, non a torto –, ma nel caso di Harvey si può star certi che il lavoro interpretativo è accompagnato da una consolidata familiarità linguistica, spesso molto evidente. Al fine di collocare il pensiero esposto nel Capitale nella sua giusta dimensione storica, l’urbanista, sin dall’apertura, mette sul piatto le tre fonti alle quali doversi accostare per comprendere l’andamento del progetto marxiano. Si tratta di riferimenti teorici che spesso si confondono, penetrando l’uno nell’altro. Ragion per cui il commentatore è chiamato a esplicitarne sovente la presenza (talora nascosta): e in ciò il commento di Harvey si dimostra un esempio di pazienza e generosità. La prima è l’economia politica classica, di derivazione ampiamente inglese (da Hobbes, Locke, fino ai protagonisti più vicini nel tempo a Marx, ossia Adam Smith, Malthus e Ricardo)[18], nel solco della quale Marx certamente si colloca, con intento, dice Harvey (che, per inciso, detesta Derrida e ne censura la lettura marxiana, rea di aver creato non pochi danni esegetici nel contesto americano – cfr. 15), “decostruttivo”: l’autore del Capitale lavora sempre adagiandosi, all’inizio, sul modello da criticare, ne «accetta» i «risultati», salvo poi individuarne «le contraddizioni interne» per risolverle, e finendo dunque per trasformare «radicalmente l’argomentazione originale» (16). E in effetti l’intero libro è una critica posta sul terreno dell’economia classica, da cui fuoriesce una proposta del tutto differente: inutile ribadire che ciò è possibile perché lo sguardo di Marx verso gli altri economisti e pensatori è sempre di marca dialettica. Dietro l’economia classica si nasconde una precisa relazione sociale, e dunque una latente e non manifesta lotta di classe: il processo di naturalizzazione del dinamismo storico-sociale, quale mistificazione borghese in materia di scienze sociali, è il reale bersaglio ideologico di questo atteggiamento decostruttivo. La seconda fonte che Harvey chiama in causa è il «metodo filosofico», vale a dire la filosofia stessa: che peso ha essa sul piano dell’argomentazione? O, meglio, si può affermare che Das Kapital sia un libro di filosofia?[19] La risposta di Harvey è, per così dire, “strutturale”: sul piano dell’argomentazione – e al di là della dimostrazione di una compenetrazione profonda tra la Logica di Hegel e le pagine marxiane, per cui si potrebbe semplicemente rimandare, ad esempio, agli studi di Dussel[20] –, Marx pone «in relazione la tradizione filosofica tedesca con quella economico-politica elaborata dalla cultura inglese e francese» (17), ma la prima esercita una pressione certamente maggiore, dal momento che l’approdo al Capitale è anche un affrancamento dall’hegelismo di sinistra della gioventù (più o meno riuscito)[21]. Ma è chiaro che l’andamento del capolavoro marxiano è, nella sua forma più interna, filosofico. Si può dire che da questo secondo affluente provenga la terza delle fonti individuate da Harvey, quella del socialismo utopico (e dunque Saint-Simon, Fourier, Bebeuf, Cabet, Proudhon e così via), nei confronti del quale Marx ha inteso rapportarsi con un più esibito affrancamento. Il Capitale sarebbe, a parere di Harvey, il documento più organico della distanza che l’autore del Manifesto del partito comunista ha finalmente realizzato dal contesto storico-culturale del tempo: in tal senso, l’opera matura di Marx appare come la risposta propositiva a una serie di contraddizioni teoriche che l’autore ha individuato nelle maggiori prospettive filosofiche e scientifiche coeve. Se c’è una scienza del materialismo storico, essa va considerata proprio in questa misura, ossia come dissipazione delle ingenuità filosofiche o delle mistificazioni scientiste del pensiero borghese e individualista. «In altre parole – sostiene Harvey – questo nuovo metodo scientifico, avvalendosi della profondità della speculazione tedesca, vuole risolvere i problemi teorici sollevati dall’economia politica inglese, raccogliendo l’eredità dei movimenti politici francesi degli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento, per rispondere infine alle seguenti domande: che cos’è il comunismo? Come devono pensare i comunisti? Come possiamo capire e criticare scientificamente il capitalismo in modo da tracciare un percorso per la rivoluzione comunista?» (18). Domande che nascono dall’apprendistato filosofico e politico degli anni precedenti[22].

A distinguere Il Capitale dalle altre opere è dunque il metodo (e l’autocoscienza di tale metodo). Harvey, con la consueta capacità di sintesi (che viene da un approfondimento quarantennale col testo marxiano), così lo riassume:

Il metodo d’indagine di Marx prende avvio da tutto ciò che esiste – dalla realtà per come essa si dà nell’esperienza e da tutte le descrizioni economiche, filosofiche e letterarie di questa esperienza. Egli sottopone questo materiale a una critica rigorosa in modo da scoprire concetti semplici, ma estremamente potenti, che possano spiegare la realtà. Questo metodo viene chiamato “discendente” – procediamo a partire dalla realtà immediata che ci circonda, spingendoci sempre più in profondità per spiegare questa stessa realtà. Una volta acquisiti questi concetti fondamentali possiamo risalire in superficie – metodo che viene chiamato “ascendente” – e scoprire quanto può essere fuorviante il mondo delle apparenze (18).

 

La forza di questo modo di procedere sta dunque nelle possibilità offerte da questa discesa agli inferi: quando riaffiora nella realtà e nell’esperienza, il pensiero è capace di comprendere le cose sulla scorta di una struttura concettuale del tutto inusuale. E questo nuovo corredo filosofico non appare in Marx nei termini di fissazione concettuale: è piuttosto una rappresentazione – termine che, come a breve vedremo, collega strettamente il lavoro di Harvey a quello di Jameson –, giacché la dialettica, ereditata da Hegel e mutata di segno, o svuotata del suo guscio mistico, per riprendere le parole di Marx medesimo, ha un compito appunto di mediazione: «deve essere in grado di capire e rappresentare i processi in movimento, i cambiamenti e le trasformazioni» (23); deve porsi come strumento di comprensione e di “mobile fissazione” (se è permessa quest’espressione ossimorica) di oggetti dinamici e flessibili, di mutazioni in atto. Affinché ciò si realizzi con un grado alto di successo, il pensiero dialettico dev’essere disposto a entrare, seppure in modo non permanente, in una qualche forma di identità col suo oggetto d’analisi. Si tratta, dunque, di un processo gnoseologico mimetico o, se volessimo utilizzare un termine della critica letteraria, “realistico”. Esso si origina da una peculiarità che è propria dell’oggetto: è il capitale a contraddistinguersi come flessibilità, movimento, evanescenza, indisponibilità a lasciarsi fissare in un tratto costante. Il metodo dialettico di comprensione, sembra suggerirci la lettura di Harvey, non può fare a meno di questo momento identitario, dal quale dovrà poi necessariamente fuoriuscire per formulare una diversa visione del suo oggetto. Il fatto che Marx non abbia mai esplicitato la sua logica o il suo modo d’intendere la dialettica non è in contrasto con questo programma: «Per capire il metodo dialettico di Marx si deve leggere Il capitale, perché esso ne è l’applicazione, ma per capire tale opera si deve prima aver compreso il funzionamento del metodo dialettico» (ibidem). Asserzione che, almeno alle mie orecchie, suona più o meno così: prima di capire la specificità del metodo marxiano, bisogna leggere attentamente Hegel[23].

Le prime pagine del Capitale risultano ardue proprio perché presuppongono tale metodologia e presentano i risultati senza presentarne le ragioni. L’«atteggiamento […] criptico» (27) di Marx è segnalato dall’utilizzo di termini certamente poco scientifici: il concetto di partenza, la merce, è colta nel suo apparire, nel suo rivelarsi e nel suo presentarsi, cioè nella sua fenomenologia universale. Marx parla, a tal proposito, di un’«oggettività spettrale»[24], di un qualche elemento invisibile che rende possibile lo scambio: «la materialità della merce non può dirci niente sulla sua commensurabilità» (29), giacché quest’ultima non ha niente a che fare con i suoi valori d’uso. I fantasmi del valore sono però anche qualcosa di oggettivo: rappresentando il lavoro umano oggettivato nella merce sono un mezzo indispensabile per realizzare lo scambio. Eppure, dietro la superficie di questa oggettività, è nascosto un processo nel quale l’uomo, il suo lavoro, rientra come attore essenziale. Il rovello interpretativo che sta alla base del “cominciamento” del primo volume risiede pertanto nel fatto che Marx mette insieme, in un inusuale materialismo, l’oggettività con l’immaterialità. La mediazione rappresentativa è necessaria per garantire una certa oggettività in materia di scambio, ma tale oggettività è nello stesso tempo qualcosa di immateriale, che, a un certo grado e a un certo livello, porta in sé tracce di lavoro umano sedimentato e cristallizzato, che Marx, evocando Ricardo, definisce come «socialmente necessario»[25]. Abbiamo a che fare con qualcosa che appare, ma non si vede. Qualcosa di oggettivo e immateriale a un tempo. Siamo pertanto lontani da qualsivoglia ingenuo materialismo, e tanto più da un primitivo positivismo. La domanda che sorge da queste criptiche pagine iniziali – le più interpretate della storia della ricezione marxiana, probabilmente – a un ipotetico lettore contemporaneo è, nella sua acquisita forma filosofica, già di per sé politica: «cosa è socialmente necessario? Come viene stabilito, e da chi? […] Quali sono le necessità sociali all’interno del modo di produzione capitalistico?» (32). Harvey ne approfitta per un’incursione nell’oggi (del resto, il suo commento è pensato sempre in forma di attualizzazione):

Credo che questo continui a essere il nostro problema fondamentale. È a questo proposito che Margaret Thatcher affermava «no alternative», che equivale a ritenere le necessità sociali che ci circondano talmente radicate da non avere altra scelta che adeguarsi a esse. Ciò rimanda alla questione di chi e come stabilisca cosa sia il valore. A tutti piace pensare di avere i propri «valori», e questi ultimi rappresentano un elemento attorno al quale ruota tutto il dibattito sui candidati alla presidenza durante ogni stagione elettorale. Marx sostiene però che alcuni di questi valori sono determinati da un processo che non capiamo e che non è frutto di nostre scelte consapevoli, e che bisogna analizzare il modo in cui tali valori ci sono imposti. Se volete capire chi siete e in che punto state di questo turbine di valori, dovete innanzitutto capire come viene creato e prodotto il valore della merce, e che conseguenze – sociali, geografiche, politiche – esso porta con sé. Se pensate veramente di risolvere una problematica ambientale gravissima come il riscaldamento globale senza confrontarvi con la questione di chi e come abbia determinato la base della struttura del valore, state solo prendendo in giro voi stessi. Per questo Marx insiste sulla necessità di capire cos’è il valore della merce e quali sono le necessità sociali che lo determinano (33).

Ovviamente il tema della coscienza è qui posto in primo piano, e Harvey pone in evidenza più volte l’idea che gli attori sociali, per Marx, siano maschere, supporti o allegorie di processi più vasti. Ma il punto che si tiene a evidenziare riguarda le modalità conoscitive che l’esordio del Capitale presenta: da un lato, Marx stabilisce che l’oggetto della ricerca è essenzialmente qualcosa di nascosto e di sfuggente, dall’altro lo connette al mondo delle relazioni sociali o al lavoro “socialmente necessario”. La domanda di Harvey è dunque la seguente: in che modo stanno insieme questi due elementi, ossia, cosa lega il principio di immaterialità/oggettività alla materialità delle relazioni sociali, oppure: cosa rende inscindibile la trattazione del valore d’uso dalla trattazione del valore di scambio (giacché la merce, per poter essere scambiata, deve comunque servire a qualcosa)? Interviene qui, a parere di Harvey, un’ulteriore esplicitazione del metodo dialettico, che pian piano va scoprendosi, a rivelare l’altro concetto-cardine dell’impostazione scientifica di Marx: la “totalità”, colta però qui limitatamente alle argomentazioni che, nelle prime pagine del Capitale, l’autore porta avanti, vale a dire quelle riassunte «nel trittico di concetti di “valore d’uso”, “valore di scambio” e “valore”, sviluppati nel corso della trattazione della merce» (36). La dialettica consiste nel considerare tale trittico nella sua estrema dinamicità: Marx ha difatti evidenziato che «i valori d’uso sono incredibilmente diversi, che i valori di scambio sono accidentali e relativi e che il valore ha (o sembra avere) una “oggettività spettrale”», comunque soggetta, per via, ad esempio, del progresso tecnologico, a sostanziali mutazioni. E, dunque, la totalità che Marx pare esplicitare all’inizio della sua trattazione è già ulteriore rispetto a quella hegeliana tradizionalmente intesa, già, in qualche modo, specifica: «non è statica e chiusa, ma fluida e aperta, in continua trasformazione» (ibidem). Si tratta di una totalità che si auto-genera e si auto-modifica in virtù di una logica parimenti dinamica: l’opposizione valore d’uso e valore di scambio non travalica sinteticamente nel concetto di “valore”, piuttosto propone, nel prosieguo della trattazione, un’altra coppia (lavoro concreto e lavoro astratto). Per cui, scorrendo le pagine del Capitale, suggerisce Harvey, abbiamo la possibilità di seguire il processo di comprensione e le mediazioni che esso comporta, le modificazioni cui i concetti sono sottoposti, secondo una logica che è, come si accennava sopra, espansiva, in continua dilatazione. Una logica, dice Harvey, che «si svolge attraverso le opposizioni che sottendono alle unità (come la forma-denaro), le quali interiorizzano la contraddizione che genera a sua volta un’altra dualità (la relazione tra processi e cose, relazioni materiali tra persone e relazioni sociali tra cose)» (37). Non c’è sintesi alcuna, solo riversamento della contraddizione in una nuova contraddizione. Il fine è, in qualche modo, metodologico: «procedendo nella lettura del testo, si arriva a una sempre più ampia comprensione delle relazioni interne che tengono il capitalismo in uno stato di unità contraddittoria e quindi in continuo movimento» (38).

Sembrerebbe, pertanto, un approccio orientato alla mimesi. E certamente non è un approccio causalistico o deterministico. Persino le pagine sulla tecnologia, che facilmente si prestano (ancora oggi), a un’interpretazione positivistica o all’esaltazione delle capacità rivoluzionarie di una classe operaia che si abbevera alla fonte dei progressi capitalistici, dimostrano, se lette in un’ottica totalistica, il modo di procedere dialettico di Marx. Eppure, Harvey aggiunge qualcosa di ulteriore all’idea che la logica utilizzata dal filosofo di Treviri abbia a che fare con un principio di inesausta espansione (Harvey sembra non chiedersi che fine facciano, in un tale turbinio concettuale, alcune categorie comunque necessarie nella loro fissità: problema filosofico che attanaglia, del resto, il pensiero dialettico moderno e contemporaneo). L’urbanista e geografo introduce un termine assai problematico: a proposito della totalità marxiana, egli parla di “co-evoluzione degli elementi”.

È interessante notare il sorgere di questa idea. Harvey sta commentando il tredicesimo capitolo del primo libro, dedicato alle macchine e alla grande industria, e in particolare la famosa nota a piè di pagina che Marx riserva alla necessità di una storia critica della tecnologia[26]. Il determinismo, come sappiamo, ha evidenziato il ruolo delle scoperte scientifiche e tecnologiche. Nei settori più avanzati del marxismo recente, l’esaltazione della macchina e delle competenze acquisite dalla classe operaia mediante il suo utilizzo è divenuta una sorta di nuova panacea rivoluzionaria entro cui collocare il sorgere di un nuovo soggetto antagonistico. Questa prospettiva presuppone che la tecnologia diventi l’avamposto del modo di produzione, o anzi che quest’ultimo si incarni fondamentalmente nel progresso tecnologico. È una tesi particolarmente diffusa negli Stati Uniti (il commentatore fa riferimento a Cohen, ma un ulteriore riflesso di questo interesse risiede nell’enorme importanza acquisita negli studi americani e occidentali da nozioni come quella di general intellect o da marxisti come Negri). Eppure, Marx, evidenzia Harvey, dice semplicemente che la tecnologia “rivela” un certo rapporto tra l’uomo e la natura, e dunque «non la considera il motore principale dell’evoluzione umana». L’annotazione che segue è interessante perché a suo modo rivela il procedimento dialettico che Harvey utilizza per commentare il testo marxiano. In estrema sintesi, egli ritiene allo stesso modo subdola l’idea che si possa rispondere all’esaltazione della tecnologia come arma della lotta di classe ristabilendo l’ordine dei fattori, e dunque collocando la tecnica dopo l’economia. Si tratterebbe di un rovesciamento sterile, giacché presupporrebbe un’ulteriore manifestazione di causalismo. Quel che Harvey oppone alla dialettica di Marx è un’ottica deterministica – sorta dopo Marx – che assegna ai fattori in campo una qualche forma di prevaricazione o subordinazione, secondo il caso.

Ciò che Marx ci sta dicendo in questo passaggio (so che molti non saranno d’accordo con la mia interpretazione) è che le tecnologie e le forme organizzative “interiorizzano” un certo rapporto con la natura, determinati rapporti sociali, idee, processi lavorativi e modelli di vita quotidiana. Lo studio di queste tecnologie e di queste forme organizzative ci «rivela» dunque molto riguardo a tutti gli altri fattori in gioco; inversamente, tutti questi altri elementi “interiorizzano” qualcosa di legato alla tecnologia. Uno studio dettagliato della vita quotidiana nel sistema capitalistico «rivela» molto, ad esempio, sul nostro rapporto con la natura, la nostra tecnologia, le nostre rappresentazioni mentali, i nostri rapporti sociali ecc. Tutti questi elementi costituiscono una totalità, ed è necessario comprendere come funzionano le relazioni tra ciascuno di essi (186).

Viene dunque da chiedersi: che tipo di totalità esemplifica il marxismo dialettico della relazione e della co-evoluzione proposto da Harvey? Il rifiuto della causalità deterministica potrebbe rievocare inaspettatamente la proposta strutturalistica di Althusser, per il quale la relazione tra ambiti di realtà presupponeva una struttura a dominanza che esaltava la semi-autonomia dei vari livelli e sembrava escludere il nesso tradizionale base/sovrastruttura. Ma in Harvey non esistono compartimenti separabili, seppure si mostrino nella loro specificità e autonomia, né v’è una struttura anteriore che articola gli ambiti di realtà: gli elementi entrano in una relazione dinamica che investe necessariamente tutte le forme e tutti i rapporti sociali, e nello stesso tempo ciascun elemento appare in un interno dinamismo che ne esclude l’autoreferenzialità. L’esempio marxiano della tecnologia ne sarebbe una lampante dimostrazione, perché non sostiene alcun tipo di prevaricazione della tecnica sull’economia, ma l’entrata in gioco di diversi fattori legati dialetticamente. Gli elementi tirati in ballo da Marx nella trattazione del Capitale (ad esempio, la relazione dell’uomo con la natura, la tecnologia, i modi di produzione – il loro procedere diacronico –, le relazioni sociali, la riproduzione della vita quotidiana, le ideologie: cfr. 187) sono momenti distinti del processo dell’evoluzione umana, concepito nella sua totalità. Nessun momento prevale sugli altri, anche se è possibile che ognuno abbia un proprio sviluppo autonomo (la natura si evolve in parte indipendentemente dalle concezioni mentali dell’uomo, dai rapporti sociali, dalle forme di vita quotidiana, ecc.). In quanto parte di un tutto, tutti i momenti si evolvono e sono costantemente soggetti a trasformazioni e innovazioni. Non si tratta, è bene ricordarlo, di una totalità hegeliana in cui ogni momento “interiorizza” strettamente tutti gli altri: essa va intesa semmai come una totalità “ecologica” (un “ensemble” per dirla alla Lefebvre, o un “assemblage” per dirla con Deleuze), in cui tutti i momenti co-evolvono in modo dialettico (188).

La lettura di Harvey giunge qui a un nodo teorico essenziale: l’idea di co-evoluzione degli elementi scardina un luogo comune del marxismo tradizionale, quel nesso base/sovrastruttura che è stato all’origine di tante letture marxiste. Anzi, Harvey asserisce perentoriamente che sarebbe un «pericolo per la teoria sociale […] vedere gli elementi come cause determinanti gli uni degli altri» (188). Del resto, l’idea di una evoluzione comune richiama un punto fermo del pensiero di Harvey: la perdurante estensione spaziale del capitale, che, dilatandosi in tutti il globo, crea nuove contraddizioni e nuove contingenze da analizzare. Esiste, dunque, un problema del tutto inedito per il marxismo: la specificità geografica che tale inondazione capitalistica contribuisce a conformare. Specificità che si porta dietro dinamismi sociali e di classe che devono essere diagnosticati e messi in relazione con l’interezza del processo. Nessun elemento della totalità – neppure quello più genericamente culturale, che non può essere relegato all’ambito della sovrastruttura, semplicemente perché tra base e rappresentazioni ideologico-culturali sussiste co-evoluzione e non causazione («i rapporti sociali si trasformano in contemporanea a quelli tecnici» e nello stesso tempo «vi è un’evoluzione nelle idee, nei concetti mentali»: 195) – può essere escluso da un orizzonte marxista. Il quale, tuttavia, nell’ottica di Harvey, non può pensare la totalità stessa come un quadro ormai definitivo. Vale a dire che il problema di Marx, secondo l’urbanista (qui distante dalla proposta di Jameson), non è quello delle relazione tra un Assoluto e le sue particolarità, o delle modalità attraverso cui un Infinito va a particolarizzarsi – problemi, questi, si riconoscerà, di chiara marca hegeliana –, bensì quello di comprendere in che modo il capitalismo – colto in ogni caso come un universale che produce differenza – configuri, di volta in volta, una totalizzazione in corso che sembra stringere a sé tutti gli ambiti di realtà, a cominciare dal senso comune. E forse, attraverso questa idea interpretativa, Harvey nel suo commento riesce a dar conto delle limitazioni cui il marxismo medesimo (perlomeno quello egemone in Occidente) va incontro a causa di una mancata adozione dell’ottica dialettica, nella quale, al contrario, la lotta culturale è legata al progresso tecnologico, come la politica influisce sull’economia, e via dicendo. Se non si può dire che questa impostazione sia gramsciana[27], si può certamente evidenziare che il suo bersaglio è il marxismo scientista:

Il punto fondamentale del mio discorso è che il modo in cui [i conflitti sociali] si risolvono – attraverso mezzi politici e legislativi, tramite il bilanciamento delle forze di classe ecc. – non è ininfluente nei confronti del concetto chiave della circolazione di valore come capitale. Il vero metodo scientifico è quello che identifica i fattori critici che spiegano il perché nella nostra società certe cose vadano in un determinato modo. Lo abbiamo visto nella lotta per la riduzione della giornata lavorativa. Lo abbiamo riscontrato anche nella battaglia per il plusvalore relativo, che spiega il motivo per cui il capitalismo debba essere così tecnologicamente dinamico. Sembra che non abbiamo la possibilità di scegliere se innovare oppure no, poiché la complessa struttura del capitalismo di fatto ce lo impone. Perciò l’unica domanda interessante è: come avverrà la crescita e con quali tipi di cambiamenti tecnologici? Questo ci obbliga a considerare le implicazioni sulle idee, sul rapporto con la natura e su tutti gli altri fattori. Se non ci piacciono queste implicazioni, allora non abbiamo altra possibilità che combattere contemporaneamente contro tutti [gli] elementi, finché non si arriva alla consapevolezza di dover trasformare la stessa regola del valore. / La circolazione del capitale è, nondimeno, la guida delle dinamiche del capitalismo. Ma cos’è socialmente necessario per sostenere questo processo? Si consideri, ad esempio, la dimensione delle idee e dei concetti (191-192).

In tal senso, la proposta di Harvey è in grado di collocarsi in continuità con il pensiero dialettico che procede da Marx, ma in reale discontinuità rispetto agli esiti del recente marxismo occidentale, sia lo si voglia considerare nella sua matrice scientista (cui si collega, per fare un esempio tra i tanti possibili, il post-operaismo), sia nella sua deriva culturalistica. Il concetto che permette questa dimensione del pensare è, ad ogni modo, la totalità, colta anzitutto attraverso il problema della sua rappresentazione. Certo, in Harvey la politicizzazione della critica economica è pressoché immediata. Le sue Lezioni sul Capitale si concludono con un invito a non abbandonare il conflitto sociale, con «imperativo ad agire» e a «mettere bene in chiaro come il centro della nostra azione politica debba essere la lotta di classe»: quest’ultimo concetto è indispensabile alla teorizzazione, «in tutta la sua gloriosa ambiguità» (323-324), ma non è certo meno mobile e dinamico degli altri. Il suo oblio, rispetto al successo di altre categorie, appare ingiustificato, ma è un segno dei tempi. Bisognerà, a parere di Harvey, rimodulare la lotta di classe connettendola al processo di circolazione del capitale, ragionando anzitutto sui limiti spazio-geografici che esso incontra[28]. Il che significa nuove soggettività in campo, nuovi modelli di conflitto sociale, probabilmente altri rispetto a quelli conosciuti dalla ristretta ottica occidentale.

3.   L’esigenza di fare i conti con la rappresentazione del capitalismo nel tempo della rappresentazione generalizzata e dell’allargamento sovradimensionale della cultura è un tema sin da sempre caro a Fredric Jameson. Non soltanto negli studi sul postmoderno egli ribadisce più volte l’esigenza di allestire una “cartografia cognitiva” (cognitive mapping) del presente che renda il soggetto cosciente delle nuove coordinate spazio-temporali messa in campo dalla postmodernità[29] – e tale pratica avrebbe i contorni di una rinnovata spinta gnoseologica, contrastiva rispetto alle derive nichilistiche del post-strutturalismo; anche nel libro su Adorno, che precede quasi di un quarto di secolo il commento al Capitale, Jameson esorta ad affrontare il problema di restituire un’immagine politica del capitalismo nei termini di un «rappresentazione [della] totalità», a proposito della quale – aggiunge il teorico – «tutto il postmodernismo concorda che anche se esistesse, essa sarebbe irrappresentabile e inconoscibile». In questa direzione, il metodo dialettico (e anzitutto quello negativo di Adorno) «si pone forse come una forma di quadratura [del] cerchio», una sorta di logica primaria che permette l’espletarsi di una prassi diversa rispetto a quella del passato e comunque derivante «dall’esperienza oggettiva della realtà sociale e del modo in cui una causa e un’istanza isolata, una forma specifica d’ingiustizia, non può essere soddisfatta o corretta senza coinvolgere alla fine l’intera rete dei livelli sociali interconnessi in una totalità che richiede allora l’invenzione di una politica di trasformazione sociale»[30]. Probabilmente sono due i rilievi da segnalare: la tesi di una rappresentazione totalizzante del capitalismo è ancora valida, tanto più in un mondo (e in un capitalismo) in cui la dimensione cognitiva sembra essersi ipertrofizzata in una continua evanescenza dello spazio e del tempo (la finanziarizzazione dell’economia ne è, in tal senso, un’allegoria stringente); in secondo luogo, appare chiara la struttura hegelianeggiante dell’argomentazione di Jameson: sull’istanza isolata, o sulla contraddizione parziale, colta come pars totalis, occorre esercitare una pressione dialettica, una sorta di connessione estensiva che la conduce ad accettare la propria parzialità o una sorta di rispetto nei confronti di un qualcosa di più vasto e inglobante.

D’altro canto, come già anticipato, entrambe queste suggestioni sono alla base della lettura che Jameson ha proposto del primo volume del Capitale. “Rappresentare il capitale” (espressione che richiama il libro collettivo della scuola althusseriana) significa, dunque, svolgere nel pensiero il processo di totalizzazione di cui il capitalismo si fa protagonista, alla stregua di quanto Marx ha elaborato nell’immane «sforzo dialettico» di «esprimere ciò che non si può esprimere» (RC: 7). E questo sforzo non può essere concepito senza il riferimento costante ai problemi dialettici posti dalla filosofia di Hegel: come un Assoluto che va arricchendosi delle sue particolarità e va modificando se stesso nell’opera di tale particolarizzazione, il capitale è, nell’ottica jamesoniana, una totalità che va esplicandosi, un soggetto astratto capace di produrre concretezza e di generare contraddizioni. La capacità di rappresentare una totalità in movimento convoca il pensiero all’arduo compito di farsi, allo stesso modo, totalità in corso (come nel caso di Harvey, anche in Jameson possiamo parlare di mimesi della filosofia). Ma l’opera di totalizzazione del capitale produce scarti, impone irrilevanze, genera eccezioni coatte. Sono questi residui – che, per un lettore attento della psicoanalisi freudiana quale Jameson è, sono sintomi di una verità profonda o addirittura semi del tempo che potrebbero prosperare (la dimensione utopica non è assente nell’allievo americano di Marcuse)[31] – l’oggetto di una rappresentazione davvero totalizzante del capitale, a significare che ogni totalità sia di per sé una reductio[32]. E, d’altra parte, proprio questa dialettica tra l’evidente e il nascosto (il non-detto, direbbe Macherey, importante riferimento teorico) sembra essere di fondamentale importanza per Jameson: se la totalità è costruzione artificiosa di non soggetto meramente quantitativo, essa ha l’ambizione di porre se stessa come totalità finita, conclusa, capace di inglobare a sé tutto, e di non avere nulla di estraneo che non le appartenga.

Il marxismo (che Jameson chiama, non a caso, “metacommentario”, a significare la capacità di andare oltre la parzialità dell’oggetto considerato), attraverso la dialettica, rivelerebbe la concretezza di tale costruzione astratta e porrebbe in evidenza il fatto che la totalità è semmai una totalizzazione, un progetto non concluso. Il richiamo alla filosofia hegeliana, e anzitutto adorniana, non senza dimenticare Sartre, è qui, ancora una volta decisivo. La totalità costruita dal capitalismo come sistema, nel suo sforzo di tendere verso un’universalizzazione che venga pensata quale naturale, ha impresso su di sé il marchio della positività, realizzando «un’espulsione del negativo e del critico» (130), ossia un oblio collettivo della contraddizione che rende sempre più difficoltosa una rappresentazione alternativa. Ciò che distingue la dimensione del marxismo da un puro hegelismo è la capacità di Marx di consegnare a tali contraddizioni una sorta di significativa parzialità che non le releghi subito all’assorbimento da parte dell’universale capitalistico, bensì le valorizzi come lembi significativi di un recupero successivo della totalità. Quest’ultima – la totalità che emerge da una rappresentazione del capitale che sia capace di tenere uniti gli opposti, connesse la superficie e la profondità – è ora colta nel segno di un dinamismo in cui i diversi elementi subiscono una risemantizzazione, la quale, inevitabilmente, produce un’assegnazione differente del loro status: da subordinati, alcuni elementi acquiscono un’importanza di rilievo, o viceversa. L’unità degli opposti che la totalizzazione cognitiva pone in essere assume le sembianze, per Jameson, di un’«emersione formale della contraddizione» (133): ne è, in qualche modo il segnale.

Le categorie sono sensibilmente hegeliane. Non è casuale che, nelle pagine introduttive al suo commento, Jameson scelga di fare i conti proprio con Alhusser, la cui filosofia aveva avuto un ruolo centrale nell’elaborazione della teoria letteraria dell’americano. A differenza dell’autore di Lire le Capital (1965), Jameson giudica ancora valida la teoria dell’alienazione: quest’ultima risulta essere «un impulso costruttivo ancora decisivo» (2) nel definire le soggettività – e Jameson (come del resto Harvey) qui chiama in causa Gramsci e la nozione di “senso comune”, per esemplificare l’idea di un «dimensione esistenziale» del capitale, o la sua «apparenza reale» (43 e 44): l’importanza accordata a un’analisi dei prodotti culturali rientra nel novero di uno studio delle pressioni che il capitale esercita sulle attività dell’immaginario. E tuttavia, assieme ad Althusser, occorre insistere, a parere del critico letterario statunitense, sull’accantonamento, da parte di Marx, di una dimensione filosofica. Appare, questa, una contraddizione in termini con quanto affermato in precedenza: come si concilia la manifesta presenza di Hegel (suffragata da Jameson a piè sospinto) con la logica bachelardiana della coupure inaugurata da Althusser? Il commento di Jameson recita come segue: la teoria (e anche quella dell’alienazione) «nel Capitale viene trasmutata in una dimensione differente, che potrebbe chiamarsi non- o post-filosofica» (2), la quale genera un’assenza di politica («il Capitale non è un libro politico»: 2 e 37), presente invece in altri lavori. Qui, “politica” sembra essere un sinonimo di “filosofia”: l’espulsione dell’uno e dell’altro termine sarebbe quindi l’esito di una rinnovata equazione althusseriana, secondo la quale Marx, affrancandosi dalle opere più filosofico-politiche, approderebbe nella maturità a una scienza post-filosofica.

Credo occorra però interpretare questo incauto giro logico nello spirito di una dimensione appunto dialettica: ammesso si dia per buono l’approdo a una dimensione in cui si oltrepassa la filosofia, ciò non vuol dire che si possa fare a meno della filosofia medesima. In tal senso – e mi pare questo il senso delle pagine di Jameson – Das Kapital è un superamento della filosofia nella direzione di un suo inveramento, di una sua realizzazione compiuta, attraverso la quale, per via dell’aufhebung, sperimentare il suo togliersi, il suo mutare in altro: «Il Capitale, pertanto, come testo [in cui] la filosofia approda alla sua fine per mano del suo realizzarsi e auto-attualizzarsi» (40). Questa “morte” implica, a parere di Jameson, una realizzazione della dialettica medesima, ossia una sorta di fine del “metodo” a beneficio di un pensiero già di per sé concreto. E, infatti, nel definire la dialettica di Marx e la sua distanza da quella di Hegel («la sola a essere una filosofia dialettica»: 136), Jameson utilizza una terminologia che sposta la questione sul terreno antifilosofico (o falsamente tale, verrebbe da dire) della prassi: Il Capitale è «una pratica dell’immanenza dialettica» (ibidem) che sposta la dialettica medesima su un territorio “altro” rispetto a quello della filosofia. Si può affermare, continua Jameson, che la vera dialettica «riesca a non mutarsi in senso comune (o in ideologia)» proprio perché «Ciascun momento dialettico è unico e non generalizzabile, e ciò perché siamo in grado di descrivere cos’è dialettico solo ricorrendo a vari modelli (unità degli opposti, contraddizioni, ecc.) e non certo mediante astratte concettualizzazioni» (137). Ricorrendo a Korsch, si può dire che la dialettica ha a che fare con la “specificità”: anche il capitale possiede una sua specificità storica e la sua restituzione come totalizzazione concreta costituisce la sua intima dialettica.

 

4.   Nelle “conclusioni politiche” – in realtà, assenti o non sviluppate – che chiudono il commento di Jameson, si insiste sulla necessità di considerare il capitalismo a un tempo come sistema e come realtà aperta a un dinamismo spesso irrappresentabile. Forse è questa dialettica colta da Jameson a essere il risultato teorico più interessante del libro: il capitalismo «prova a proporsi come chiuso», ma in realtà è la sua stessa essenza, «la dinamica dell’espansione» (146), a rivelare l’impossibilità di una chiusura. Il capitale deve potersi espandere, pena le crisi, la stagnazione e la fine del sistema. L’attività di interiorizzazione del concreto non può darsi un limite. Sono le conclusioni, si ricorderà, di Harvey. Jameson vi aggiunge una dimostrazione probabilmente più raffinata dal punto di vista filosofico, ma meno esauriente dal punto di vista pratico-politico. «L’idea che il capitalismo sia un sistema totale – egli chiosa – è la dimostrazione che esso non può essere riformato» (147), che non vi possa essere modo di cambiare il sistema accettandolo. Il rimando, nelle ultime pagine, al vero problema sollevato dall’analisi di Marx, quello della disoccupazione globale, è solo accennato, e forse verrà sviluppato in seguito: non vi sono richiami espliciti alla fine del lavoro salariato, ma una tensione argomentativa verso una rinnovata dialettica tra la promessa di un’occupazione su larga scala delle classe lavoratrici e l’estinzione delle risorse del pianeta (l’ecomarxismo è un riferimento costante in Harvey, al contrario). Quel che manca, rispetto all’analisi del geografo  – l’altra faccia di una prontezza filosofica palpabile –, è forse un ragionamento politico più evidente, meno lasciato all’improvvisazione o al semplice accenno. E, tuttavia, i due commenti – il primo, più del secondo – riattualizzano in chiave dialettica la fondamentale lezione di Marx, fornendo, almeno per ora, una base possibile di ricostruzione filosofica e logico-argomentativa – destinata certamente a mutare, svilupparsi o franare – delle attuali dinamiche del capitalismo.

 


[1] Si prendono qui in considerazione i due commentari a Marx da poco pubblicati: David Harvey, Introduzione al Capitale. 12 lezioni sul primo libro [2010], a cura di Filippo Ceccherini, Firenze, La casa Husher, 2012, i cui riferimenti sono indicati nel testo con la sigla IC, seguita dal numero di pagina; e Fredric Jameson, Representing Capital, London & New York, Verso, 2011, indicato con la sigla RC.

[2] Giorgio Cesarale, Filosofia e capitalismo. Hegel, Marx e le teorie contemporanee, Roma, Manifestolibri, 2012, p. 95.

[3] Perry Anderson, Il dibattito nel marxismo occidentale [1976], Roma-Bari, Laterza, 1977. La cui ideale continuazione potrebbe essere rintracciata nell’indagine di Göran Therborn, From Marxism to Post-Marxism?, London & New York, Verso, 2008. Per un contributo critico proveniente dagli Stati Uniti, cfr. Stanley Aronowitz, The Crisis in Historical Materialism. Class, Politics and Culture in Marxist Theory, New York, Praeger, 1981.

[4] Rimando, se concesso, al mio Marxismo culturale. Estetica e politica della letteratura nel tardo Occidente, Macerata, Quodlibet, 2012, per un’analisi degli attuali rapporti tra marxismo e cultura, e per una minima introduzione al pensiero di Jameson.

[5] Si veda a tal porposito Giovanni Arrighi, Capitalismo e (dis)ordine mondiale, a cura di Giorgio Cesarale e Mario Pianta, Roma, Manifestolibri, 2010, che contiene un’intervista di Harvey all’autore (pp. 29-63). È possibile che l’insistenza sulle responsabilità “statali” dell’egemonia capitalista – l’idea cioè che il dominio capitalistico sia identificabile col dominio di una superpotenza statale – produca una sorta di ritorno del rimosso, un’idiosincrasia nei confronti dello Stato, concepito quale modello che regola e mantiene i rapporti di subalternità. In Harvey tale protesta antistatalista, mi pare, viene superata dal costante richiamo a un’idea di capitale come flusso che cancella le barriere geografiche e, di fatto, usa a suo piacimento lo Stato, annichinendole le strutture. E infatti l’intervista di cui prima si accennava termina con un’esortazione (rivolta a Harvey) a ripensare il termine “socialismo”, perché, nella vulgata, identificato con un controllo dello Stato sull’economia – esortazione che, interpretata con malizia, si presterebbe a essere adoperata per i consueti discorsi post-operaistici sulla dissoluzione del socialismo, sulla fine del lavoro salariato e sulla ricerca di una soggettività rivoluzionaria nomade e senza confini. Ma il pensiero di Arrighi, che riprende le ultime pagine del suo Adam Smith a Pechino) qui possiede una contraddizione neppure tanto celata: se l’alternativa al sistema capitalistico si incarna in un ideale di comunità mondiale definita «in termini di rispetto reciproco tra gli esseri umani e di rispetto collettivo per la natura», da pensare in una dimensione pubblica che sia affrancata dalle maglie restrittive della vita statale, non si comprende per quale motivo debba essere però sempre lo Stato a regolare gli scambi di mercato «in modo da rafforzare i lavoratori e indebolire il capitale, secondo [appunto] l’idea smithiana, piuttosto che attraverso la proprietà e il controllo statale dei mezzi di produzione» (p. 62).

[6] Di cui occorre ricordare La produzione dello spazio [1974], Milano, Moizzi, 1976.

[7] David Harvey, L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza [2010], Milano, Feltrinelli, 2011, p. 278.

[8] Fredric Jameson, Marxismo e forma. Teorie dialettiche della letteratura nel XX secolo [1971], Napoli, Liguori, 1975, p. 8.

[9] A parziale difesa di Jameson, la sua vorace capacità di assorbire le più disparate metodologie d’indagine corrisponde a una precisa ragione teorica: per lo studioso americano, il marxismo è un meta commentario capace di risolvere e completare la parzialità insita in tutte le restanti ermeneutiche. Cfr. Fredric Jameson, Metacommentary [1971], in The Ideologies of Theory [1988], London and New York, 2008, pp. 5-19. Per un commento, cfr. Robert J.C. Young, Mitologie bianche. La scrittura della storia e l’Occidente [20042], Roma, Meltemi, 2007, pp. 189-230.

[10] Cfr. Franco Fortini nel volume di cui è autore assieme a Paolo Jachia, Fortini. Leggere e scrivere, Firenze, Nardi, 1993, in part. p. 88.

[11] Cfr. Idem, La crisi della modernità [1990], Milano, Il Saggiatore, 1993, in part. pp. 217-234. La traduzione italiana del titolo è infelice: l’originale inglese meglio coglie il progetto del libro – The Condition of Postmodernity. An Enquiry into the Origins of Cultural Change. Seppure Harvey non distingua, come Jameson invece fa, tra postmodernità (quale categoria di periodizzazione storica) e il postmodernismo (quale dominante culturale che si afferma in seguito a un cambiamento epocale), le tesi sul trapasso in un’ulteriore fase del moderno non sono dissimili, per quanto Jameson (specie in Postmodernismo. Ovvero, la logica culturale del tardo capitalismo [1991], Roma, Fazi, 2007) insista sulla valorizzazione della rottura tra due epoche differenti. E in effetti il postmoderno, secondo il docente della Duke University, si caratterizza per l’entrata in gioco di un nuovo sensorio e di un nuovo apparato ideologico, tale da rendere necessaria una sorta di rimozione delle categorie legate alla modernità, ora sentite come distanti dalla possibile comprensione del nuovo (cfr. Idem, Una modernità singolare. Saggio sull’ontologia del presente [2003], Roma, Sansoni, 2004). Vero è che Jameson ha avuto il merito di segnalare che tale svolta epocale si sia imposta anzitutto come cultural turn, nel doppio senso per cui, da un lato, il capitalismo ha beneficiato largamente di una sua sedimentazione culturale nella vita di tutti i giorni, e, dall’altro, la cultura è diventata una sorta di seconda epidermide, un oggetto analitico di vitale importanza per comprendere le strategie di dominio del capitale (vedi, a tal proposito, i saggi raccolti in The Cultural Turn. Selected Writings on the Postmodern, 1983-1998, Londo & New York, Verso, 1998).

[12] Fredric Jameson, The Hegel Varations, London & New York, Verso, 2010. Ma tutta la produzione di Jameson si indirizza verso la proposta di un innovato marxismo hegeliano: rimando il lettore al mio Fredric Jameson. Neomarxismo, dialettica e teoria della letteratura, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2008.

[13] L’inconscio freudiano ha un’importanza di primo piano nell’elaborazione jamesoniana di una teoria letteraria capace di coniugare marxismo e psicoanalisi. Del resto, il suo libro migliore porta un titolo inequivocabilmente freudiano: L’inconscio politico. La narrazione come atto socialmente simbolico [1981], Milano, Garzanti, 1990.

[14] Cfr. Ivi, Valences of Dialectic, London & New York, 2009, in part. le due prefazioni dedicate ai rispettivi tomi della Critique sartriana: pp. 223-253. Per un approfondimento del nesso teorico che lega Sartre e Jameson, vedi il mio Il capitale come totalizzazione: Jameson erede di Sartre, in «La società degli individui», n. 42, 2011, pp. 133-145. Forse è opportuno ricordare che il primo libro di Jameson è una monografia dedicata al filosofo francese: Sartre. The Origins of a Style, New Have, YaleUniversity Press, 1961.

[15] Cfr. almeno la posizione di Rocco Ronchi, recentemente espressa in Come fare. Per una resistenza filosofica, Milano, Feltrinelli, 2012, p.

[16] David Harvey, L’enigma del capitale…, cit., p. 9.

[17] Cfr. Ernest Mandel, Der Spätkapitalismus. Versuch einer marxistischen Erklärung, Frankfurt am Main, Suhrkamp, 1973.

[18] Per un quadro di riferimento, cfr. Pierangelo Garegnani, Marx e gli economisti classici. Valore e distribuzione nelle teorie del sovrappiù, Torino, Einaudi, 1981.

[19] Su questo aspetto Vinci, La forma filosofia in Marx. Dalla critica dell’ideologia alla critica dell’economia politica, Roma, Manifestolibri, 2011.

[20] Cfr. Enrique Dussel, ‘Somiglianze di struttura tra la logica di Hegel e il Capitale di Marx’ e ‘Hegelismo di Marx. La dialettica del Capitale’, in Idem, Un Marx sconosciuto, a cura di Antonino Infranca, Roma, Manifestolibri, 1999, pp. 49-61 e 129-191.  Ma vedi anche Fineschi e Finelli. Per un’idea dell’oltrepassamento della logica hegeliana operato da Marx, vedi invece la prospettiva disegnata da Massimo Mugnai in Il mondo rovesciato. Contraddizione e «valore» in Marx, Bologna, il Mulino, 1984, in part. pp. 125-139.

[21] Cfr. Roberto Finelli, Un parricidio mancato. Hegel e il giovane Marx, Torino, Bollati Boringhieri, 2004.

[22] Cfr. Walter Tuchscheerer, Prima del «Capitale». La formazione del pensiero economico di Marx (1843/1858) [1968], Firenze, La Nuova Italia, 1980.

[23] Si comprende bene – perché, d’altra parte, Harvey è sempre piuttosto esplicito nelle sue critiche – che in questo caso il bersaglio polemico è il marxismo analitico continentale, reo di aver, in qualche modo, esasperato la differenziazione tra marxismo dialettico e marxismo scientifico (su questo aspetto è utile rimandare al libro di Alvin Gouldner, The two Marxisms. Contradictions and Anomalies in the Development of Theory, New York, Oxford University Press, 1980), già valente, peraltro, nel dibattito europeo. Scrive Harvey: «Apprezzare il metodo dialettico del Capitale è veramente essenziale per capire il linguaggio stesso usato da Marx. Molti lettori, perfino alcuni che si professano marxisti, rifiutano tale metodo: i cosiddetti marxisti analitici – come G.A. Cohen, John Roemer e Robert Brenner – hanno abbandonato la dialettica, e preferiscono riformulare gli argomenti di Marx in una serie di affermazioni analitiche; altri invece convertono il suo pensiero in un modello determinista basato sui nessi causali, mentre altri ancora si prefiggono di “testare” la sua teoria con dati meramente empirici. In ognuno di questi casi la dialettica non è presente. Io non prendo posizione contro i marxisti analitici, o contro coloro che pretendono di verificare le teorie di Marx su dati esclusivamente empirici. Forse la ragione sta dalla loro parte; mi limito a evidenziare il fatto che i termini e il linguaggio propri di Marx si fondano sulla dialettica, ed è dunque con quest’ultima che bisogna necessariamente confrontarsi, almeno in prima istanza, per potere capire Il capitale» (IC: 24).

[24] Karl Marx, Il capitale, Torino, Utet, 2009, p. 111.

[25] Ivi, p. 112.

[26] Riporto le parole di Marx perché agevolano senz’altro il lettore nel confronto con l’interpretazione di Harvey: «La tecnologia svela il comportamento attivo dell’uomo nei confronti della natura, il processo di produzione immediato della sua vita e, quindi, anche dei suoi rapporti sociali e delle idee che ne provengono» (ivi, p. 503).

[27] Si consideri la consonanza con la lettura hegelo-lukácsiana offerta da Carlos Nelson Coutinho nel suo studio su Gramsci: Il pensiero politico di Gramsci [1999], Milano, Unicopli, 2005.

[28] È la finalità perseguita nel libro più importante (e imponente) di Harvey: Limits to Capital, London & New York, Verso, 2006.

[29] Cfr. di Fredric Jameson, Postmodernismo, cit., il primo capitolo.

[30] Idem, Tardo marxismo. Adorno, il postmoderno e la dialettica [1990], Roma, Manifestolibri, 1994, pp. 270 e 273.

[31] Cfr. Idem, The Seeds of Time, New York, ColumbiaUniversity Press, 1994.

[32] Si potrebbe ipotizzare che sia ravvisabile in quest’idea l’influenza della teoria della totalità messa in campo da Raymond Williams, che, sulla scorta della lettura di Marx e delle sue pagine dedicate ai modi di produzione pre-capitalistici, propone di considerare gli elementi residuali come “presupposti” di un modo successivo in cui diventeranno “dominanti”. Cfr. l’applicazione di questa visione della processualità alla teoria letteraria in Marxismo e letteratura [1976], Roma-Bari, Laterza, 1977.

 

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Attenti, voterete sul TTPI /2014/03/26/attenti-voterete-sul-ttpi/ /2014/03/26/attenti-voterete-sul-ttpi/#comments Wed, 26 Mar 2014 14:17:33 +0000 /?p=7400 di IGNACIO RAMONET

Tra due mesi, dal 22 al 25 maggio, gli elettori di tutta l’Unione europea andranno alle urne per eleggere i loro rappresentanti al Parlamento europeo. E’ importante che questa volta, al momento di deporre la loro scheda, essi sappiano chiaramente quali sono le poste in gioco. Per motivi legati sia alla storia che alla psicologia, in alcuni paesi (Spagna, Portogallo, Grecia, ecc.), molti cittadini – troppo felici di essere finalmente considerati “europei” – si sono raramente presi la pena di leggere i programmi. Hanno letteralmente votato alla cieca. Questa volta però la brutalità della crisi e le crudeli politiche di austerità attuate dall’Unione europea (Ue) hanno loro aperto gli occhi. Ormai sanno che è soprattutto a Bruxelles che si decide il loro destino.

A questo proposito, in vista delle elezioni europee, c’è un tema che gli elettori dovranno osservare molto da vicino: il progetto di partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (TTPI [ 1 ]) tra l’Unione europea e gli Stati uniti. Questo accordo viene attualmente negoziato nella massima discrezione, senza trasparenza democratica e con nel silenzio complice dei grandi media. Esso mira a creare la più grande zona di libero scambio del pianeta, con circa 800 milioni di consumatori, che rappresenterà quasi la metà del prodotto mondiale lordo (PIL) e un terzo del commercio globale. Provocherà un grande sconvolgimento. Progressi sociali e ambientali sono in pericolo. La più grande vigilanza civica si impone.

Per gli Stati Uniti, la questione della TTPI è particolarmente decisiva. Nel loro confronto strategico con la Cina, le autorità statunitensi vogliono portare nel loro giro d’affari tre aree principali che hanno a lungo dominato – Europa, America Latina, Asia-Pacifico – ma in cui Pechino si è solidamente insediata anche minacciando, qua e là, di espellerne gli Usa. La firma di TTPI sarebbe dunque, per Washington, una vittoria significativa.

L’Unione europea è la più grande economia del mondo; i suoi cinquecento milioni di abitanti dispongono di un reddito medio annuo pro capite di circa 25.000 euro. Ciò significa che l’Ue è il più grande mercato del mondo e il più importante importatore di manufatti e servizi. Essa ha il più alto volume di investimenti esteri, ed è la zona di accoglienza principale di investimenti esteri a livello mondiale. L’Ue è anche il più grande investitore negli Stati Uniti, la seconda destinazione per le esportazioni degli Stati Uniti e il più grande mercato per le esportazioni americane di servizi. La bilancia commerciale tra i due colossi è favorevole all’Ue (un surplus di 76,3 miliardi di euro). Ma quella dei servizi è in deficit (per 3,4 miliardi di euro). Investimenti diretti dell’Ue negli Stati Uniti sommate a quelle degli Stati uniti nell’Ue, toccano l’incredibile cifra di un enorme di 1,2 miliardi di miliardi di euro…

Washington e Bruxelles vorrebbero concludere l’accordo TTPI in meno di due anni, prima della fine del mandato del presidente Obama. Perché così in fretta? Perché, agli occhi degli Stati Uniti, ripetiamo, questo accordo ha una importanza geostrategica capitale. La firma rappresenterebbe un decisivo passo avanti per controbilanciare l’irresistibile ascesa della Cina. E, oltre la Cina, delle altre potenze emergenti riunite nei BRICS (Brasile, Russia, India, Sud Africa).

Poche cifre danno un’idea dell’importanza della minaccia cinese vista da Washington: tra il 2000 e il 2008, il commercio internazionale della Cina è quadruplicato. Le esportazioni sono aumentate del 474 per cento e del 403 per cento delle sue importazioni… Durante lo stesso periodo, al confronto, gli Stati Uniti hanno perso la loro posizione di prima potenza commerciale del mondo, una leadership che detenevano da un secolo… Prima della crisi finanziaria globale del 2008, gli Stati Uniti erano il principale partner commerciale di 127 paesi nel mondo, la Cina lo era solo per un po’ meno di 70 paesi. Oggi, Pechino è diventata il principale partner commerciale di 124 stati, mentre Washington lo è solo di circa 70 paesi… un rovesciamento della situazione spettacolare, e disastroso per gli Stati Uniti.

Cosa significa questo? Che Pechino, entro un periodo di circa dieci anni, potrebbe fare della sua moneta, lo yuan [ 2 ], l’altra grande valuta del commercio internazionale [ 3 ]. E minacciare così la supremazia del dollaro. Per altro, è sempre più evidente che le esportazioni cinesi non sono più fatte soltanto di prodotti di scarsa qualità a prezzi stracciati grazie al basso costo della sua forza lavoro. Ora l’obiettivo esplicito di Pechino è di alzare il livello tecnologico e la qualità dei suoi prodotti (e dei suoi servizi) per diventare, domani, leader nei settori (informatica, automobili, aeronautica, telefonia, nuove energie, finanza, ecc…), in cui gli Stati Uniti e altre potenze occidentali tecnologiche credevano di poter mantenere il monopolio all’infinito.

Per tutte queste ragioni, ed essenzailmente allo scopo di evitare che la Cina diventi troppo velocemente la prima potenza mondiale, Washington sta cercando di blindare a suo vantaggio immense aree di libero scambio alle quali l’accesso dei prodotti cinesi sarà se non impedito per lo meno reso più difficile.

Le poste in gioco sono quindi colossali. Poiché si tratta di una competizione (per il momento pacifica) tra due supercampioni per decidere quale dei due eserciterà l’egemonia globale nella seconda metà di questo secolo. Questo è il” grande gioco” geopolitico attuale. Gli Stati Uniti non sono pronti a cedere. Già, ufficialmente, per cercare di “contenere” la Cina, Washington ha deciso di concentrarsi sll’Asia, che è divenuta la sua area prioritaria geopolitica. Questo riorientamento e questo braccio di ferro con Pechino spiegano, in parte, certe ” turbolenze” geopolitiche attuali.

Ad esempio, in Medio Oriente, l’imperativo del ritiro degli Stati Uniti dall’Asia [ 4 ] (gli Usa si ritireranno definitivamente dall’Afghanistan alla fine di quest’anno, dopo aver fatto lo stesso in Iraq [ 5 ]) , li porta ad agire rapidamente: per sopprimere la minaccia militare rappresentata da alcuni rivali locali (il rovesciamento del colonnello Gheddafi in Libia; l’indebolimento duraturo del regime di Bashar Assad in Siria) o per disinnescare il rischio potenziale che potrebbe essere incarnato da altri avversari (gli accordi in corso con l’Iran, il rafforzamento dell’esercito libanese per contrastare Hezbollah).

Sui partner della Cina nei paesi BRICS – che costituiscono il “primo cerchio” di alleati strategici di Pechino – si può osservare che tutti ora si ritrovano indeboliti. La maggior parte di loro hanno avuto di recente gravi problemi monetari e finanziari. Non è un caso. Questi problemi sono dell’annuncio, fatto ne maggio 2013 dalla Federal Reserve degli Stati Uniti, che avrebbe posto gradualmente fine alla massiccia acquisizione di obbligazioni a lungo termine. Una decisione che porta ad un aumento dei tassi delle obbligazioni sovrane degli Stati Uniti [ 6 ]. Anticipando questo aumento e la prospettiva di profitti, gli investitori internazionali hanno rimpatriato massicciamente, verso gli Stati Uniti, liquidità colossali che avevano momentaneamente collocato nei mercati delle potenze emergenti.

Risultato: il valore delle valute di Brasile, Russia, India e Sud Africa noto (ma anche, tra gli altri, di Argentina e Turchia) è crollato [ 7 ] costringendo questi Stati a difendere le loro valute aumentando i tassi e sfruttando le loro riserve di valuta estera. Decine di miliardi che avrebbero potuto essere spesi per politiche sociali di sviluppo si sono così volatilizzati in pochi giorni. Tutte le “potenze emergenti” ora si trovano alle prese con una alta inflazione, l’aumento dei prezzi, ampi deficit, infrastrutture incompiute, crescita ridotta [ 8 ] …

Washington ha ricordato loro che il denaro è un’arma. E che il dollaro è ancora il più potente. Sarà sufficiente per l’America annunci un possibile aumento dei suoi tassi di interesse perché la “poteza” dei grandi emergenti, tanto vantata in questi ultimi anni, venga improvvisamente messa in discussione …

Quanto alla Russia (che, con la sua politica di sostegno a Damasco nel conflitto siriano, i suoi veti ripetuti alle Nazioni Unite a favore di Teheran, fa ostacolo al disimpegno americano in Medio Oriente), i recenti avvenimenti in Ucraina, con l’aggiunta dell’attitudine di Washington a favore dei manifestanti di Kiev, e il rovesciamento del presidente Viktor Yanukovich, alleato di Vladimir Putin, hanno messo in difficoltà Mosca – sarà un caso? – sui suoi stessi confini occidentali. Ciò che rischia di degenerare dopo che Mosca ha a sua volta preso posizione a favore della popolazione di lingua russa della Crimea secessionista. In sostanza, ecco per un periodo la Russia paralizzata, costretta a concentrarsi sulla difesa dei suoi interessi vitali, e a ridurre l’impegno su altri teatri dove disturbava le ambizioni degli Stati Uniti.

Ma gli Stati Uniti non cercano solo di indebolire gli alleati della Cina dei paesi BRICS, sembrano anche determinati a tornare in forza in quella che era stata per quasi un secolo la loro riserva di caccia: l’America Latina.

Dopo la guerra del Golfo (1991) e soprattutto dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, Washington, sotto la presidenza di George W. Bush, aveva abbandonato il teatro latino-americano per impegnarsi in tre grandi conflitti in Medio Oriente (Iraq, Afghanistan e contro Al-Qaeda e il “terrorismo internazionale”). Questa “allontanamento” ha favorito in America Latina l’arrivo al potere, attraverso il processo elettorale, di una serie di governi progressisti. Ciò che non si era mai visto nella regione. A cominciare da quello di Hugo Chavez in Venezuela, seguito da quello di Inacio Lula da Silva in Brasile, Evo Morales in Bolivia, Rafael Correa in Ecuador, Nestor Kirschner in Argentina, Tabaré Vazquez in Uruguay, etc.

In uno slancio per riconquistare la loro autonomia politica e ridurre la loro dipendenza economica, questi governi hanno marcato, in un modo o in un altro, la loro distanza da Washington. Ancora una volta, la Cina è diventata, agli occhi e alla barba dello Zio Sam, il principale partner commerciale per la maggior parte dei paesi latino-americani. Guidati da Chavez, Lula e Kirschner, questi stati hanno anche rifiutato un ampio accordo di partnership commerciale con gli Stati Uniti (l’Area di Libero Commercio delle Americhe, ALCA). Inoltre, diversi vertici si sono tenuti per incoraggiare le relazioni commerciali orizzontali (America Latina – Africa, America Latina – mondo arabo). E così gli accordi per rafforzare l’integrazione latinoamericana: Mercato comune del Sud (Mercosur), Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA), l’Unione delle nazioni del Sud (UNASUR), Comunità degli stati di America Latina e Caraibi (CELAC).

A questo proposito, il recente successo diplomatico del secondo vertice CELAC a L’Avana, a cui hanno partecipato 33 capi di stato e di governo, nonché il Segretario generale dell’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) e del Segretario Generale delle Nazioni Unite, è andato di traverso a Washington. Possiamo anche supporre che il tentato colpo di stato insurrezionale condotto in Venezuela dal 12 febbraio da una parte filo-americana dell’opposizione contro il governo di Nicolas Maduro, sia la risposta di Washington all’affronto umiliante che le ha imposto nel mese di gennaio la CELAC.

E’ solo di nuovo un caso se i governi latino-americani più attivi sull’integrazione, e dunque nella presa di distanza dagli Stati Uniti, si sono trovati recentemente a far fronte a varie difficoltà? Sommosse insurrezionali in Brasile e Venezuela, crisi monetaria in Argentina, acquisizione del controllo delle principali città dell’Ecuador da parte della destra [ 9 ]… Allo stesso tempo, gli Stati Uniti hanno incoraggiato la creazione della Pacific Alliance, una comunità economica costituita dai paesi più vicini a Washington – Messico, Colombia, Cile, Perù (più, come osservatori, Costa Rica e Panama) – per controbilanciare il Mercosur.

A proposito del Pacifico, non va dimenticato che Washington sta negoziando attualmente con alcuni paesi della regione [ 10 ] un altro grande partenariato trans-pacifico di libero scambio (Trans Pacific Partnership, TPP, in inglese), fratello gemello asiatico partenariato trans-atlantico (TTPI).

Ma torniamo proprio al TTPI. Anche se esso è stato delineato negli anni novanta, Washington esercita pressioni, da qualche tempo, per accelerare le cose. Negoziati concreti sono iniziati subito dopo, nel Parlamento europeo, la destra e i socialdemocratici hanno accettato in via di principio l’accordo. Un rapporto preparato dal “Gruppo di lavoro di alto livello sull’occupazione e la crescita”, creato nel novembre 2011 da Ue e Stati Uniti, ha raccomandato l’avvio immediato dei negoziati.

Il primo incontro si è tenuto nel luglio 2013 a Washington, seguito da altre due riunioni in ottobre e dicembre dello stesso anno [ 11 ]. Attualmente, i negoziati sono sospesi [ 12 ] a causa di disaccordi all’interno della maggioranza democratica del Senato degli Stati Uniti [ 13 ], ma le due parti hanno deciso di firmare il TTPI il più presto possibile. Da tutto questo, i grandi media hanno parlato poco, nella speranza che il pubblico non diventi consapevole della posta in gioco e che i burocrati di Bruxelles possano decidere in tutta tranquillità e in totale opacità democratica.

Utilizzando il TTPI, gli Stati Uniti e l’Unione europea vogliono eliminare le barriere doganali ancora esistenti, nonché le “barriere non tariffarie” e aprire i loro mercati rispettivi agli investimenti, ai servizi e ai contratti pubblici. Vogliono soprattutto per omogeneizzare gli standard e le norme per commercializzare senza vincoliprodotti e servizi. Secondo i sostenitori di questo progetto di libero scambio, uno degli obiettivi della TTPI sarebbe “avvicinarsi il più possibile ad una totale eliminazione di tutte le tasse sul commercio transatlantico che riguardino prodotti industriali e agricoli”.

Per quanto riguarda i servizi, l’idea è di “aprire il settore dei servizi almeno tanto quanto ciò che è stato ottenuto in altri accordi commerciali finora”, ed estendere questo avanzamento ad altri settori come i trasporti, per esempio. A proposito degli investimenti finanziari, entrambe le parti aspirano a “raggiungere i più alti livelli di liberalizzazione e di protezione degli investimenti”. Infine, per quanto riguarda gli appalti pubblici, l’accordo vorrebbe che le aziende private abbiano accesso a tutti i settori dell’economia (compresa l’industria della difesa), senza alcuna discriminazione.

I grandi media appoggiano senza riserve questo partenariato neoliberista, tuttavia le critiche si sono moltiplicate, soprattutto da parte di alcuni partiti politici [ 14 ], di diverse ONG e da organizzazioni ambientaliste o di difesa dei consumatori. Ad esempio, Pia Eberhard, della ONG Corporate Europe Observatory, denuncia che i negoziati TTPI sono stati condotti senza trasparenza democratica e senza che le organizzazioni civiche fossero a conoscenza delle questioni specifiche su cui entrambe le parti sono già concordi: “Documenti interni della Commissione europea – segnala questa attivista – indicano che essa si è riunita nei momenti più importanti della negoziazione esclusivamente con i dirigenti delle imprese e le loro lobby. Non c’è una sola riunione con le organizzazioni ambientaliste, i sindacati, le organizzazioni di difesa dei consumatori [ 15 ]”. Eberhard teme una diminuzione dei requisiti normativi nell’industria alimentare: “Il pericolo – dice – è che gli alimenti non sicuri, importati dagli Stati Uniti, potrebbero contenere ancora di più organismi più geneticamente modificati (OGM), e c’è anche il problema dei polli disinfettati con cloro, un processo vietato in Europa”. E aggiunge che l’agricoltura industriale degli Stati Uniti così come gli allevatori d’oltremare esigono l’eliminazione degli ostacoli europei all’esportazione dei loro prodotti.

Alcuni collettivi di artisti temono le conseguenze di TTPI in materia di creazione culturale, di istruzione e di ricerca scientifica, in quanto si potrebbe applicare anche ai diritti di proprietà intellettuale. In questo senso, la Francia, è noto, per proteggere il suo importante settore audiovisivo è riuscita a imporre una “eccezione culturale”. In linea di principio, dunque, il TTPI non interesserà le industrie culturali. Ma per quanto tempo, quando conosciamo il potere delle major di Hollywood e dei nuovi conglomerati nati dalla fusione dell’informatica con la telefonia?

Diversi sindacati denunciano che il TTPI incoraggerà la “flessibilità sociale, spingerà verso la riduzione dei salari e la distruzione dello stato sociale. Temono una riduzione del numero di posti di lavoro in diversi settori industriali (elettronica, comunicazioni, trasporto, metallurgia, industria della carta, servizi alle imprese) e agricoli (allevamento, agro-carburanti, zucchero).

Da parte loro, gli ambientalisti europei e i sostenitori della commercio equo spiegano che il TTPI, rimuovendo il principio di precauzione, potrebbe facilitare l’eliminazione di regolamenti ambientali o per la sicurezza alimentare e sanitaria. Altri stimano che il partenariato promuoverà l’introduzione in Europa del fracking e l’uso di sostanze chimiche pericolose per le acque sotterranee, nello sfruttamento di gas e petrolio di scisto [ 16 ].

Tuttavia, uno dei principali pericoli del TTPI è che include un importante capitolo sulla “protezione degli investimenti”. Ciò potrebbe consentire alle imprese private di denunciare gli stati, colpevoli ai loro occhi di voler difendere l’interesse pubblico, e di trascinarli davanti ai Tribunali internazionali di arbitrato (al soldo delle multinazionali). Ciò che è in gioco qui è semplicemente la sovranità degli stati e il loro diritto di condurre politiche pubbliche in favore dei propri cittadini.

Ma, agli occhi di TTPI, non esistono cittadini, ci sono solo consumatori. Ed essi appartengono alle società private che controllano i mercati.

La sfida è immensa. La volontà civica di fermare il TTPI può essere ridotto.

Note

[ 1 ] In inglese: Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP).

[ 2 ] Il valore dello yuan è allineato con quello del dollaro USA.

[ 3 ] Nel mese di aprile 2011, nel quadro del vertice BRICS a Sanya (isola di Hainan, Cina), è stato firmato un accordo di cooperazione finanziaria tra le cinque potenze emergenti che prevede di aprire linee di credito nelle loro proprie valute nazionali al fine di ridurre la dipendenza dal dollaro. Nel 2008, Pechino aveva già firmato un accordo analogo con l’Argentina.

[ 4 ] Che, a causa della loro produzione di gas e olio di scisto, ora sono meno dipendenti dal petrolio di questa regione.

[ 5 ] Il Pentagono ha inoltre annunciato che vuole ridurre, in volume, l’Esercito di terra degli Stati Uniti al livello a cui era prima della Seconda Guerra Mondiale. (El País, Madrid, 24 febbraio 2014.)

[ 6 ] Dal 2012, la Federal Reserve (banca centrale americana) ha acquistato ogni mese quasi 85 miliardi dollari (62 miliardi di euro) di titoli di Stato degli Stati Uniti e di mutui cartolarizzati sul mercato. E questo, al fine di sostenere la ripresa. Dopo averlo dichiarato nella primavera del 2013, la Federal Reserve ha finalmente annunciato una prima riduzione di tali acquisti da 85 a 75 miliardi dollari al mese nel dicembre 2013. (Le Monde, Parigi, 29 gennaio, 2014.)

[ 7 ] La rupia indiana e il rand sudafricano ha perso oltre il 10% nei confronti del dollaro in due mesi.

[ 8 ] Anne Cheyvialle, “La crisi dei principali mercati emergenti in questione,” Le Figaro, Parigi, 14 luglio 2013.

[ 9 ] Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, in un rapporto sulle violazioni dei diritti umani nel mondo pubblicato il 27 febbraio, classifica l’Ecuador (come Cuba e il Venezuela) tra i paesi latino-americani che violano i diritti umani. El Telegrafo, Quito, 1 marzo, 2014.

[ 10 ] Australia, Brunei, Canada, Cile, Corea del Sud, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam.

[ 11 ] Sul versante europeo, il capo dei negoziatori europei è lo spagnolo Ignacio Garcia Bercero.

[ 12 ] Christophe Ventura, “Uno stop agli accordi di libero scambio mega-regionali imposti dagli Stati Uniti,” 1 febbraio 2014.

http://www.medelu.org/Coup-d-arret-aux-accords-de-libre

[ 13 ] Cf.. Le Figaro, Parigi, 4 ott 2013.

[ 14 ] Cfr., per esempio, la posizione di Jean-Luc Mélenchon, del Parti de gauche francese: http://europe.jean-luc-melenchon.fr/sujet/grand-marche-transatlantique/

[ 15 ] Cfr. Deutsche Welle en español, 17 febbraio 2013. http://www.dw.de/tratado-ee-uu-ue-libertades-recortadas

[ 16 ] “A Brave New Transatlantic Partnership”, 4 ottobre 2013. http://corporateeurope.org/brave-new-transatlantic-partnership-social-environmental-consequences-proposed-eu-us

 

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Tsipras? Mai sentito /2014/03/26/tsipras-mai-sentito/ /2014/03/26/tsipras-mai-sentito/#comments Wed, 26 Mar 2014 13:19:04 +0000 /?p=7397

di PIERLUIGI SULLO

Il telegiornale di Sky, Sky tg 24, ha un suo stile americano di plastica che per certi versi è confortante, considerata la faziosità e approssimazione di pressoché tutti i concorrenti, anche se questo stile produce danni collaterali drammatici, se non fossero comici, per cui è capitato che una conduttrice abbia citato l'”Italsàider” di Bagnoli (la stessa ragione per la quale un americano dice “Caràibi” invece di “Caribe”) e che un’altra abbia parlato delle isole delle “Molucce” invece che delle Molucche (il “ch” in inglese si pronuncia così). Ma insomma, ci stiamo abituando a tutto. Però Sky Tg 24 ha anche abitudini antiche, come quella di ignorare i fenomeni (elettorali, in questo caso) non proprio riconducibili al già noto. Il Tg ha varato in questi giorni l’esibizione delle medie dei sondaggi sui singoli partiti alle elezioni europee. La Lista Tsipras non c’è, non esiste. Eppure, vari istituti di ricerca avevano, nelle scorse settimane, rilevato non solo che al parlamento europeo i deputati del Gue (Sinistra unita europea) dovrebbero pressoché raddoppiare, ma che in Italia la Lista Tsipras era accreditata di un 6 o anche 7 per cento. Dopo un mesetto di silenzio da parte dei media, interrotto solo per dire che qualcuno si dissociava dall’impresa e che c’erano difficoltà a raggiungere il numero di firme necessario per presentare la lista, qualcuno fa sapere che la quotazione è scesa a meno del 3.

Che d’altra parte le dissociazioni fossero causate da antipatia per un candidato e simpatia per un’altra, una signora che secondo le regole comunemente accettate non avrebbe nemmeno dovuto proporsi, è un dettaglio che ai grandi media è in generale sfuggito. Così come il fatto che la raccolta delle firme va benissimo, peccato che la legge sia assurda e imponga, come Barbara Spinelli, una delle promotrici, ha scritto a Laura Boldrini, presidente della camera, che in una regione minuscola come la Val d’Aosta le firme necessarie siano 3 mila, proprio come in Lombardia e nel Lazio.

Ma poi, che roba è, questa Lista Tsipras? “Estrema sinistra”, viene in generale detto, e certo se la “sinistra” è Matteo Renzi, allora i media potrebbero ben parlare di “estremissima sinistra”. Di nuovo, il fatto che si siano candidati, con questa lista, persone non sospettabili di vetercomunismo, come Riccardo Petrella, Francuccio Gesualdi o il filosofo marchigiano Roberto Mancini, non induce nessun sopracciglio a sollevarsi. E cosa vuole l'”estrema sinistra”? Ce l’ha con l’Europa, e con l’euro, è “euroscettica”. Tant’è vero che la Repubblica, organo del leader del Pd – di qualunque leader del Pd – dopo il voto francese che ha premiato la signora Le Pen, ha pubblicato “torte”, cioè rappresentazioni della possibile composizione del prossimo parlamento europeo, divise tra “normali” e “populisti”, o “euroscettici”. Indovinate dove era collocato il Gue, la sinistra europea, cioè anche l’italiana Lista Tsipras? Naturalmente tra i nemici dell’Europa e dell’euro. Curioso, poi, che nel breve testo che accompagnava il grafico, si ipotizzasse anche un’alleanza tra socialisti (quelli del Pd), verdi e, appunto, Gue. Alleanza, naturalmente, considerata assai improbabile: la via maestra è, al parlamento europeo come in Germania o in Italia, quella delle “larghe intese”, popolari più socialisti, e fuori tutta la marmaglia di postfascisti francesi, cinquestellisti italiani, paracomunisti di tutta Europa e nazionalisti di vario tipo.

Si può anche capire che i media abbiano questo atteggiamento. Quelli della Lista Tsipras hanno un obiettivo letteralmente incomprensibile. Vogliono restare in Europa, e nell’euro, ma cambiare l’Europa e l’euro. E per fare questo vorrebbero abolire il Fiscal Compact, per dirne una. Ma siccome i media, e i politici o i governatori della Banca d’Italia non dicono mai a nessuno cosa sia il Fiscal Compact e quali conseguenze abbia la sua applicazione a partire dal prossimo anno, nessuno sa di cosa si stia parlando. Come si può cambiare una cosa invisibile, innominabile, incomprensibile? E che dire del Trattato di libero commercio transatlantico che l’Unione europea vorrebbe al più presto firmare con gli Stati uniti? Chi ne ha letto su un giornale italiano alzi la mano. Pochissime mani. Chi ne ha letto in termini non entusiasti alzi l’altra mano. Ancora meno mani. E il pareggio di bilancio con cui il parlamento (italiano, questa volta) ha sporcato la Costituzione all’unanimità? E’ il mitile ignoto, come disse quella volta Luigi Pintor parlando dell’epidemia di tifo a Napoli.

Presentarsi alle elezioni non è uno sport elegante, assomiglia di più al football americano, quello in cui si gioca indossando i caschi. Con la diffeernza che lì ci sono due squadre di energumeni, qui ci sono i colossi da una parte e gente magrolina e senza casco dall’altra. Le elezioni sono già in partenza un gioco truccato. Le norme di autoregolamentazione approvate dalla Lista Tsipras dicono che un singolo candidato non può spendere più di diecimila euro per la sua campagna, e che una percentuale di questa cifra va al comitato nazionale, cioè a tutti i candidati insieme. Alle ultime elezioni europee, un boss laziale del Pd spese – lo si sa per certo, non si possono fare i nomi perché non ci sono le prove – non diecimila ma un milione di euro. Qui comincia l’avventura… Qualcuno se lo ricorda, il signor Bonaventura.

Se poi una lista non è una falange compatta, cioè solidale , ogni danno rischia di moltiplicarsi per un numero infinito di volte, vedi il disdegno di Paolo Flores d’Arcais e del da tutti amato Andrea Camilleri: che si trattasse di fare compromessi, in una iniziativa di per sé un po’ caotica, era evidente a chiunque. Però ci sono gli intransigenti del minuto dopo, che, si spera loro malgrado, hanno ottenuto, dato il panorama dei media, quel che si chiama una sovraesposizione, il famoso quarto d’ora di celebrità: provate ancora oggi, a settimane di distanza, a digitare “Lista Tsipras” su Google News, e ne avrete la certezza.

Ma il caos – che può essere anche allegro e attraente – comporta altri pericoli. Li ha segnalati in una intervista al manifesto Stefano Rodotà. Lui ha ottenuto, su un suo articolo evidentemente favorevole, e giustamente critico, sulla Lista Tsipras, un titolo, su Repubblica, che diceva l’opposto: quant’è pericolosa una tale lista. Ma non è questo che ora lo preoccupa. A una domanda su come giudichi l’avvio della campagna della List Tsipras, risponde: “Ho visto qualche inciampo, mi auguro che d’ora in poi si cammini in maniera spedita. Ma ci sono ancora molte resistenze, reticenze ed egoismi da parte delle forze politiche organizzate. Spero che tutto questo non si risolva nei disastri che abbiamo conosciuto con le liste della sinistra arcobaleno e Ingroia nelle ultime elezioni politiche nazionali. Vorrei ci fosse la consapevolezza che i patriottismi di gruppo hanno effetti distruttivi”. Appunto. Se in una lista ci sono singole persone, candidati, che devono badare a se stessi, e ci sono invece candidati “portati” da forze politiche, la disparità è subito evidente. I partiti, per quanto indeboliti siano, per quante prove elettorali abbiano fallito, sono pur sempre organizzati per quello scopo: sanno come si fa a cercare le preferenze, hanno nuclei di persone in molte città, sanno come e dove fabbricare materiali di propaganda, ecc. Per fare un altro parallelo sportivo, è come se persone che passeggiano per strada si trovassero a correre in pista contro mezzofondisti magari un po’ sfiatati però molto più allenati, visto che lo fanno per mestiere. Né probabilmente gli eventi collettivi, di tutti i candidati di una certa circoscrizìone, o di un gruppo di essi, riusciranno da soli a colmare la differenza.

Un iscritto a un partito, a questo punto, dirà: già, ma la nostra organizzazione è ben servita alla raccolta delle firme. Quindi andava bene. E’ vero. Ma il punto è proprio qui: le elezioni sono un gioco truccato, a cui solo coloro che si sono già esperti possono partecipare. I cittadini normali, la videomaker femminista o l’intellettuale rom, fanno molta più fatica. Una volta, gli “indipendenti” che venivano eletti con il Pci erano accompagnati da tutto l’apparato, i voti venivano “bloccati” sui loro nomi perché sarebbe stato un danno per il partito se non fossero stati eletti. Possiamo contare su qualcosa del genere, in scala minore? Non si sa.

Qualche intimo potrebbe poi obiettare: perché ti scaldi tanto attorno alla Lista Tsipras? Non sei quello che l’anno scorso ha scritto che non si doveva proprio votare? Anche questo è vero. Le elezioni sono in generale non solo inutili, ma dannose, perché inducono a sperare in qualcosa che necessariamente non si otterrà. Ma come dice Immanuel Wallerstein ci sono casi in cui anche votare può essere, a determinate condizioni, utile. Ad essere valsusini, è meglio avere un sindaco No Tav invece che un agente della Lyon Turin Ferroviaire. Ad essere europei, come noi siamo necessariamente (e, aggiungerei, finalmente) meglio avere un po’ più di deputati che sanno cos’è il leviatano chiamato Fiscal Compact, piuttosto che cloni che alzano la mano meccanicamente quando lo ordinano la Banca centrale europea o il Fondo monetario. Già, perché Renzi, con tutte le sue battute post o para berlusconiane, alla fine i “compiti a casa” se li assegna da sé, da scolaro zelante, invece che aspettare che un professore severo glielo imponga (è la sindrome del secchione). Però i “compiti” sono sempre quelli. E il tono del “dibattito politico” italiano è così deplorevole e umiliante (non siamo solo europei, ma anche italiani), così menzognero, che passa la voglia di spenderci tempo, ad esempio andando a votare. Magari invece il parlamento europeo potrebbe avere più voce in capitolo, chissà. Perciò stavolta andrò a votare. Per la Lista Tsipras e preferibilmente per il candidato che mi sembra connetta più utilmente il municipio, la mia città, con Bruxelles. E io non sono valsusino, vivo a Roma, quindi scrivero il nome di Sandro Medici, tra gli altri. Ma questo è un altro discorso.

 

 

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Il Fiscal Compact va cancellato /2014/03/26/il-fiscal-copact-va-cancellato/ /2014/03/26/il-fiscal-copact-va-cancellato/#respond Wed, 26 Mar 2014 07:50:28 +0000 /?p=7393

di ROBERTO MUSACCHIO

C’è una domanda secca che sta alla base del prossimo voto delle elezioni europee: cancellare il fiscal compact? Questo è il punto chiave senza il quale ogni idea di cambio di marcia o di direzione è puro balletto, anzi un dimenarsi sulle sabbie mobili, quelle dell’austerità, che così facendo ti ingoiano ancora più rapidamente.

Il giro di valzer europeo del giovane Renzi ha messo in mostra come già sullo 0,2 per cento del rapporto tra deficit e Pil (il famoso 3 per cento) il gioco si fa duro e non basta qualche battutina ammiccante o spavalda per venirne a capo. I primi distinguo di Confindustria, come sempre oscillante tra “partito tedesco” e “partito americano”, e con la speranza di “beccare” i benefici, per sé, di entrambe le soluzioni, mandano i primi avvertimenti.

Con il Fiscal Compact sono in gioco addirittura 3 punti annui di Pil, per 20 anni, di riduzioni per scendere al famigerato 60 per cento. Roba da guerra totale. Ma, soprattutto, roba che non sta in piedi. Gli schemi che alcuni economisti pubblicano ci dicono che rispettare il Fiscal Compact costa 50 miliardi l’anno. Poi provano a dire che la cifra si può ridurre, se ci sarà la crescita, alla metà col 2 per cento. Ma il problema è che di questa crescita non c’è traccia e, come si è visto in tutti i paesi sottoposti alla cura dell’austerità, i tagli creano una perdita di Pil che il Fmi ha calcolato assai più ingente di quello che era stato previsto dalla Troika.

Ma non solo. Il punto è che si continua a dare una lettura di parte, e sbagliata, del debito. Debito come colpa nazionale. Ora è certo che i governi hanno in molti casi assai male operato, ma così si occultano le cause assai più strutturali del debito. Come si sarebbe dovuto ormai abbondantemente vedere esse sono almeno tre. Una, data dalla globalizzazione, è la  svalutazione sistematica del lavoro, leggi una riduzione dei redditi, che ha spostato il sostegno alla crescita prima sull’indebitamento pubblico e poi su quello privato. E’ lo sfondamento operato dalla rendita finanziaria, che ha ottenuto per sé una quota di redditività assolutamente insostenibile. Poi, nello specifico europeo, una integrazione viziata da un ideologismo liberale che invece che affrontare con l’armonizzazione i fattori deleteri per la convivenza in un’area di moneta unica, come i differenziali dei tassi di occupazione e delle bilance commerciali, prima “gestiti” con la svalutazione, si è “affidata” alle liberalizzazioni, finendo con l’aggravarli. Scelta, naturalmente, non neutra o puramente “sbagliata” ma indirizzata dalla volontà di usare la frusta del combinato liberalizzazioni – austerità per ricercare un “patto borghese” intorno alla messa in angolo del lavoro, alla riduzione del pubblico per lasciar spazio al profitto privato, ad una integrazione produttiva di stampo “tedesco” ma in realtà di matrice di classe.

Non è un caso che, ancora oggi, il giovane Renzi che contesta l’idea di fare i compiti a casa su dettatura rivendica di farli da sé e ripropone, come fece Blair dopo Thatcher, una innovazione nella continuità, e cioè accompagnare qualche distinguo sulla austerità con l’accelerazione sulle deregolamentazioni ulteriori del lavoro e un nuovo drastico taglio del pubblico. Con prospettive assai più fosche di quelle blairiane, data la gabbia dell’austerità ormai consolidata e i problemi posti dalla integrazione europea di matrice liberale. Infatti, in questo quadro, neanche un qualche presunto impulso alla ripresa dei consumi, leggi i famosi 80 euro, regge il peso dei tagli né le conseguenze del peso strutturale dei differenziali integrativi europei. A mostrarcelo è la Germania, che usa i suoi aumenti produttivi per sostenere il dumping delle proprie esportazioni e soffoca un pur teorico ricorso alla crescita dei consumi come soluzione in un quadro in cui non si modifichino le relazioni economiche strutturali. Come sono solo palliativi, per quanto attraenti, le grida contro le alte retribuzioni quando il problema è si tagliare queste ma anche alzare strutturalmente tutte le altre.

Se questa lettura del debito inquadrato nella globalizzazione e nella europeizzazione è motivata, la soluzione passa obbligatoriamente dal rovesciamento di segno di entrambe e in particolare della integrazione europea. Dire come fa Grillo che l’alternativa è uscire dal Fiscal Compact o dall’euro rischia di essere un semplice salto dalla padella alla brace, dove la brace è l’uscita dalla moneta unica mentre insistono tutti i fattori strutturali che determinano la subordinazione dei soggetti e delle economie deboli.

L’alternativa è invece trasformare un debito ampiamente causato dai fattori europei da questione falsamente nazionale a questione europea, anzi basilare per la costruzione di un’altra Europa. La strada è quella della europeizzazione di tutto il debito eccedente il 60 per cento. In tal modo esso diverrebbe ampiamente sostenibile e motiverebbe solidaristicamente l’esistenza della Ue. Non solo. Determinerebbe le condizioni per affrontare le cause strutturali del debito stesso, dedicando ingenti risorse precisamente ad una armonizzazione condivisa dei fattori di squlibrio e cioè i differenziali occupazionali e commerciali e produttivi e a un aumento strutturale dei redditi, compreso il ricorso al salario di cittadinanza. Le risorse per questa operazione, da affidare ad un grande piano di economia solidale e sostenibile europeo, vengono da un ridimensionamento strutturale delle rendite, con tassazioni e riforme, da un impiego di quote di surplus produttivi oggi usati a sostegno dell’esportazione dai Paesi forti e da risorse dei Paesi liberati dal debito.

Si tratta così di ricostruire un percorso solidale e comunitario, alla Unione europea, ricollegandosi a ritroso ai valori fondanti le Costituzioni democratiche che erano, esse sì, il possibile viatico ad una Europa che si integrava grazie al proprio modello sociale e democratico. Purtroppo si è scelto di perseguire un percorso opposto, quello di un funzionalismo governista ed economicista, poi degenerato con l’incombere della globalizzazione liberale. Questo percorso ci sta consegnando non ad un’Europa che sia compimento delle sue costituzioni rilanciate in chiave europea ma ad una sorta di nuova società delle nazioni tenuta insieme dal codice del Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio, e cioè il peggio del passato e del presente.

Cancellare dunque il Fiscal Compact è il punto obbligato di una possibile inversione di rotta.

 

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Alla frontiera ucraina /2014/03/13/alla-frontiera-ucraina/ /2014/03/13/alla-frontiera-ucraina/#respond Thu, 13 Mar 2014 17:01:21 +0000 /?p=7389 di NICOLA CASALE e RAFFAELE SCIORTINO

Non è facile prevedere l’evoluzione dello scontro in Ucraina. Da un lato, si è visto all’opera il meccanismo ben oliato del regime change impulsato da Occidente non per via militare ma grazie alla mobilitazione di una parte della popolazione sulla base di uno scontento reale (a scanso di complottismi). Accompagnato dal pervasivo dispositivo della comunicazione sul cui terreno le postdemocrazie occidentali sono semplicemente imbattibili: il popolo ucraino sovrano ha scelto, Putin è l’aggressore… Quale anima democratica (o fan delle Pussy Riot)1 potrebbe nutrire dubbi? Se poi i russi di Crimea vogliono il referendum per la loro, di sovranità… infrangono il diritto internazionale.

Questa volta, però, l’incedere oramai parossistico della marcia imperialista (si può dire o urtiamo i diritti umani?) – sotto il nobelpremiato Obama: Libia, poi Siria, forse Venezuela, senza contare quanto avviene in Africa centrale o si prepara in Asia ai danni della Cina – è arrivato ai confini della Russia. E se l’attivismo di innesco di Berlino pare ora voler frenare, viste le possibili conseguenze in Europa, Washington invece provoca, la Clinton paragona Putin a Hitler (inquietante refrain già sentito…), Obama sbava di rabbia e vorrebbe, una volta per tutte, coalizzare il mondo contro la Russia. Per gli Usa la destabilizzazione dell’Ucraina è, comunque vada, un fatto positivo per il quale non hanno mai smesso di lavorare negli ultimi quindici anni. Mosca è quella che rischia di più ma a sua volta non può recedere del tutto perché la minaccia è altissima: associarsi all’Occidente in posizione di servile subordine o misurarsi con provocazioni continue e uno sfiancamento permanente. E se finora Putin sta dimostrando una notevole saldezza di nervi, non è detto che riesca a conservarla a lungo anche perché la contrapposizione oramai aperta tra nazionalisti ucraini e popolazione russofona può facilmente sfuggire di mano (che è poi quel che qualcuno spera). In ogni caso, qualunque tipo di compromesso comporterà danni pesanti per qualcuno e la storia non finirà qui.

Insomma, invece delle litanie sul diritto internazionale – sempre con due pesi e due misure nel determinare aggrediti/aggressori, autodeterminazioni legittime/illegittime – sarebbe bene mettere a fuoco quanto con la crisi globale si stiano rinfocolando tensioni internazionali vecchie e nuove su tutto lo scacchiere geopolitico mondiale. Certo, le mosse dei vari soggetti non sono già consapevolmente ordite sulla base di un progetto esplicito di precipitazione bellica, cercano “semplicemente” di rispondere ai problemi che si pongono sul piano immediato. Tuttavia, è proprio questo a dirci quanto la situazione sia grave, quanto oramai l’evoluzione generale dello scontro tenda sempre più verso un conflitto generalizzato ai vari livelli. Colpa del nuovo csar?

Proviamo allora a ragionare con un minimo di lucidità sull’insieme e non sui singoli pezzi, se anche non si ha modo per ora di far valere praticamente la nostra voce al di fuori e contro ogni deriva imperialista e nazionalista e contro il futuro di guerra che il capitalismo in crisi va preparando. Lucidità non facile perché abbiamo davanti un groviglio quasi inestricabile, e in parte contraddittorio, fra il rinnovato Drang nach Osten occidentale, la reazione difensiva (in senso borghese) di Mosca e una mobilitazione sociale, di “ceti medi” e giovani innanzitutto, ma non solo, che partendo da istanze reali finisce nel supporto di piazza a un governo filo-occidentale, filo-Fmi, nazionalista anti-russo e con presenze simil-neonazi!

Ucraina: tra due forni, ma è finita

Finora l’Ucraina ha goduto di una residua rendita di posizione, pur dentro gli sconvolgimenti del post-’89. Facendo sponda sul lato russo per proteggersi dalla concorrenza economica occidentale – non solo per le forniture di energia ma anche per i mercati di sbocco – ha potuto evitare quelle devastanti ristrutturazioni al proprio apparato industriale che hanno invece completamente cambiato il tessuto economico-sociale degli altri paesi europeo-orientali. Al tempo stesso, i vari governi che si sono succeduti hanno giocato a far sponda anche su Unione Europea e Stati Uniti-Nato in funzione, ora più velata ora più aperta, anti-russa permettendo agli “oligarchi” di continuare la politica dei due forni.

Se in questo modo le ricchezze sono andate nelle tasche di questi ultimi invece di essere direttamente appropriate da “competenti” manager occidentali – è anche vero che in questo modo è stata fin qui rinviata anche la resa dei conti con il proletariato che non a caso ha potuto usufruire di “prezzi politici” quasi alla sovietica o almeno evitare tagli più dolorosi a posti di lavoro e prestazioni sociali (su questi aspetti è importante l’intervista a un sindacalista rivoluzionario ucraino riportata in http://www.commonware.org/index.php/cartografia/280-maidan-e-le-sue-contraddizioni). In cambio la classe lavoratrice tradizionale, collocata soprattutto nell’est e nel sud del paese e maggiormente rappresentata da russofoni, ha continuato nella sua attitudine di sostanziale passività sociale e politica e delega al partito di quegli oligarchi impropriamente considerati qui da noi “filorussi”. Un’attitudine che spiega la diffidenza prima verso la mobilitazione di Maidan, e oggi le reazioni in senso nazionalista grande-russo a fronte del nuovo governo di Kiev che promette di rompere col compromesso sociale introducendo le ricette del Fmi. Insomma, questa parte del proletariato – a meno di voler essenzializzare il dato “etnico” – è al momento decisamente schierata con la Russia per il motivo che vi vede la possibile conservazione del posto e delle condizioni di lavoro, consapevole che un’apertura verso ovest vorrebbe dire scomparsa di molte aziende e soprattutto del welfare.

In ogni caso la precipitazione attuale è insieme espressione e causa dell’eclisse definitiva della tenuta per l’Ucraina di una posizione intermedia. È arrivata l’ora di chiudere ogni legame col passato “socialista”, ma la modalità cambia radicalmente se lo si fa al modo tedesco o al modo russo. Yanukovich sperava di rimandare la resa dei conti. Si è bruciato e, con lui, si è definitivamente bruciata la possibilità per l’Ucraina di continuare a lucrare sulla sua posizione di frontiera. Prodigi della crisi globale che scongela ogni cosa a partire dalle linee di faglia geopolitiche…

È in questo quadro che da un lato la pressione occidentale – non nuova ma ravvivata dal ghiotto boccone – e la mobilitazione di quei settori della popolazione ucraina non coperti o non più soddisfatti dei vecchi assetti, dall’altro, sono andate a convergere ponendo fine al compromesso di cui sopra.

I nodi di Maidan

Si tratta dei “ceti medi” – categoria quanto mai vaga e ambigua, va da sé, da assumere in senso allargato a comprendere anche qualunque proletario che giustamente si percepisce come “cittadino” espropriato da una cricca di oligarchi. Strati sociali e giovani indotti a pensare che solo una situazione di “libertà” economica dà la possibilità di sfruttare il proprio capitale o le proprie capacità (vere o presunte): investire su se stessi, la chiave del successo. Per questi settori non solo ogni residuo di “collettivismo” è anatema, ma la stessa autorappresentazione nazionalista – qui forse la differenza di fondo con l’estrema destra organizzata – fa perno su una nazione di individui. È del tutto naturale che essi propendano per la sponda Ovest e in particolare si illudano sull’accoglimento immediato dentro la “civile famiglia europea”. Vi vedono maggiori possibilità di affermazione, più “libertà” individuale, vi ripongono speranze di maggiore mobilità (dato essenziale per i giovani e per chiunque abbia intenzione di emigrare o sia già fuori dal paese).

Piazza Indipendenza, soprattutto nella prima fase, ha messo in luce tutto ciò. Ma ciò che questa volta ha portato ben oltre la prima “rivoluzione arancione” è stato l’intreccio di tre fattori che hanno condotto la situazione al punto di rottura. Primo, una più forte e trasversale istanza anti-corruzione – pervasiva e ambivalente (http://www.commonware.org/index.php/cartografia/226-corruzione-contributi-al-dibattito-1) – con la rabbia comprensibilmente amplificata da una situazione economico-sociale sempre più insostenibile. Secondo, la presenza organizzata, addestrata e pagata (sulle attività dell’ambasciata Usa a Kiev: http://www.counterpunch.org/2014/02/24/the-brown-revolution-in-ukraine/) di una destra ultranazionalista militante (e militare, come si è visto) capace di raccogliere lo scontento anche di strati proletari profondi (soprattutto della parte occidentale del paese, non russofoni) e attivare aspettative “anti-sistema” in perfetto stile nazional-socialista (più Sa che Ss, per ora). Terzo, la più diretta ingerenza dall’esterno, questa volta non solo statunitense ma anche direttamente tedesca.

L’applicazione da manuale del metodo “non violento” di Gene Sharp ha così fatto da preludio al golpe vero e proprio – impulsato dagli Usa per far saltare l’accordo in extremis siglato tra Berlino e Yanukovich (non a caso la Nuland, la Neocons alla corte di Obama responsabile per l’Ucraina, aveva detto: “fuck the EU” scandalizzando la ben educata Merkel). Qui va inserita l’”indiscrezione” (casuale?) sul lavoro dei cecchini della destra che avrebbero sparato sia sui poliziotti che sui manifestanti per far saltare la situazione (http://www.infoaut.org/index.php/blog/conflitti-globali/item/10910-la-grande-truffa-?). Sembra alquanto veritiera ma non cambia la sostanza della questione. Non la cambia perché le “rivoluzioni colorate” non sono soltanto delle straordinarie pulp fiction (anche se sangue vero ha iniziato a scorrere) ad uso dell’opinione pubblica occidentale per convincerla che ci si sta premurando di realizzare i desideri degli altri popoli oppressi dai loro stessi governanti. Sono anche il sintomo della disgregazione interna di determinate società, giunte al limite della loro sopravvivenza dopo essere state per anni aggredite economicamente e con un sottile assedio mediatico che celebra i fasti dell’Occidente in contrasto con le miserie di lì.

L’imperialismo, insomma, ha a tutt’oggi una capacità attrattiva su una parte significativa, non ristrette frange, di popoli rimasti indietro nello sviluppo capitalistico invece di provocarne, come in cicli definitivamente trascorsi, reazioni antimperialiste. L’aggancio con le grandi manovre geopolitiche “esterne” sta esattamente in questo intreccio di fattori soggettivi e oggettivi che rende ridicola ogni lettura complottista (e/o “antimperialista” filo-russa) e legittimista rispetto al vecchio regime. Né Russia né Cina, per dire solo dei due principali “emergenti”, hanno quella presa sull’immaginario e sulle prospettive della propria gente e soprattutto dei giovani (per non parlare del nullo appeal fuori), ma se non riescono sul breve-medio periodo a crearsi una solida base sociale di consenso nel ceto medio “allargato” rischiano all’interno dei loro stessi confini. (Le riforme in vista in Cina puntano anche a colmare questa lacuna, ma non ne sarà pacifico il risultato visto il contesto globale di crisi).

Tutto ciò è per certi versi paradossale se solo guardiamo al fatto che dentro il mondo “libero” la middle class è in profondissima crisi, dagli Usa obamiani ai… 9D nostrani. Del resto, la fenomenologia superficiale della mobilitazione di Maidan potrebbe far pensare ai diversi occupy di questi anni. Non che non ci siano assonanze (la questione andrebbe approfondita) anche se a detta degli osservatori più perspicaci è mancato l’elemento fondamentale dell’autorganizzazione e dell’autodecisione (pur nella spontaneità propria di un fenomeno relativamente di massa) né la piazza è stata di per sé “ingenuamente” immune al discorso nazionalista più duro. Ma la differenza fondamentale è appunto di “ciclo di aspettative” – lì ci si aspetta ancora molto dal mercato, in Occidente inizia a emergere per quanto confusissima una percezione del declino – e, su tale base, la determinante geopolitica fa il resto. Dura lex sed lex. Kiev è l’ultimo lembo dell’’89 ma i tempi per il riscontro fra desideri e realtà questa volta saranno assai più brevi.

Resta il nodo politico di fondo, maledettamente ingarbugliato, per ogni prospettivariabova_468w antagonistica “dal basso a sinistra”: la questione dell’individuo. L’uscita dal “socialismo reale” nei paesi dell’Europa orientale e la fine del compromesso capitale-lavoro in quelli occidentali hanno aperto le condotte e l’individualismo è dilagato dando in prima battuta una carta in più alle forze del mercato rispetto alle precedenti fasi e condizionando in maniera ambivalente qualunque ripresa di conflitto sociale. Autentiche e sacrosante spinte alla realizzazione dell’individuo rischiano così seriamente di finire diritte nelle fauci del capitalismo più aggressivo. Ma qualunque reazione regressiva non ha presa. Non ci sarà risposta seria a questo nodo fino a che non sorgeranno lotte radicali in grado di porre la questione dell’individuo come terreno di scontro contro i padroni del mondo, che sono gli stessi che se ne fanno oggi paladini. Nel frattempo si tratterà di vedere se l’Occidente farà prima a far saltare le altre pedine, e magari qualche pezzo importante, della scacchiera mondiale – energizzando un sistema marcio – o se viceversa vedrà finalmente scoppiare al proprio interno quella crisi sociale e politica di cui i vari occupy sono stati fragili avvisaglie.

Berlino tira la volata…

Una relativa novità nella vicenda ucraina sta nell’attivismo crescente della politica estera tedesca, che ha condotto in prima persona la corsa alla riconquista del territorio orientale salvo farsi soffiare all’ultimo da Washington, almeno per ora, il risultato più favorevole (v. il sito http://www.german-foreign-policy.com/de/news/). Come nella vicenda jugoslava, infatti, Germania e Usa marciano uniti ma perseguono, sulla lunga distanza, obiettivi divergenti.

Per Berlino la tappa ucraina è la prosecuzione dell’espansione tedesca-europea verso est iniziata a partire dall’’89: conquista di mercati per le proprie merci e, soprattutto, acquisizione di braccia a basso costo. Ma la domanda cruciale è: perchè la Germania ha accelerato questa spinta fino a rischiare i rapporti fin qui buoni con la Russia di Putin? Perchè non c’è alcuna possibilità di sopravvivenza per il capitalismo europeo a (inevitabile) guida tedesca se non conserva la sua forte connotazione produttiva industriale, stante la scarsa o nulla potenza finanziaria e militare rispetto agli Stati Uniti, la mancanza di energia a basso costo, e una collocazione comunque centrale nella concorrenza capitalistica che non permette la pura conservazione di rendite di posizione. Ma l’apparato industriale si preserva solo se alimentato da capitali alimentati da profitti alimentati da forza-lavoro sufficientemente produttiva. Negli ultimi venti anni i risultati sono stati notevoli: la grande industria tedesca si è ulteriormente espansa con l’allargamento della cerchia dei paesi destinati alla subfornitura (ciò che l’Italia non è riuscita a fare avendo praticamente perso la sua grande industria non ultimo per disfarsi del proletariato organizzato; la Francia fa con crescenti difficoltà; e la GB ha rinunciato a perseguire aggrappandosi alla sterlina sotto la protezione del dollaro).

Non per caso, si diceva, questa nuova tornata per l’inglobamento economico dell’Ucraina è stata portata avanti dalla Ue e da Berlino in particolare, con la proposta di un trattato che non prospetta affatto l’adesione immediata alla Ue – si parla di secondo cerchio dell’Unione Europea – ma impone una lunga fase di “preparazione delle normative” che dovrebbe aprire completamente i mercati ucraini ai prodotti europei, smantellarne l’industria non competitiva (praticamente tutta), ingabbiarne i lavoratori in molto più produttive industrie di subforniture, smantellare il residuo di welfare, con correlata sostituzione degli odiosi oligarchi con amabili manager del tutto disinteressati sul piano personale ma dediti all’implementazione del “pensiero unico capitalistico”.

Lo scontro con la Russia si colloca, per la Germania, esattamente a questo livello. Perchè Mosca a sua volta può sopravvivere economicamente esclusivamente se è contornata da un “estero vicino ” che non sia troppo aggressivo sul piano della concorrenza e della competitività industriale. In questo senso il progetto di Unione Doganale Euroasiatica di Putin stava minacciando la penetrazione europea-tedesca per due solidissimi motivi. Primo, Putin sta cercando di fare il massimo sforzo per diversificare le capacità produttive russe sganciandole dalla monoproduzione di petrolio e gas e operare un rilancio dell’investimento industriale senza cadere completamente sotto le grinfie della produzione tedesca di macchine. Secondo, questa politica ha bisogno dei suoi tempi per anche solo provare a mettersi all’altezza degli standard competitivi occidentali, dunque ha bisogno per un certo periodo di un “ambiente protetto”, un circuito di paesi che hanno una esigenza analoga di riconversione industriale cui offrire energia a prezzo contenuto e capitali generati dalla rendita petrolifera. In sintesi, l’obiettivo è puntare a un’ampia area economica regionale non del tutto subordinata alle centrali occidentali e al dominio del dollaro (altro terreno di confronto delicatissimo, questa volta con gli Usa, anche a prescindere dagli immediati effetti finanziari e monetari pesanti per i paesi emergenti, e quindi anche per la Russia, dovuti al tapering messo in atto dalla Federal Reserve). Ma i bastoni tra le ruote di questo progetto, come si vede, sono belli grossi.

L’attacco tedesco alla Russia dunque c’è, in duplice senso: espansione economica nel suo “estero vicino”, ma anche il prodromo di un successivo attacco alla stessa economia russa. Anche per Berlino infatti è questione di mantenere e rinsaldare un’Europa unita come grande area regionale, pena la dissoluzione come capitalista di rango tanto della Germania quanto dell’intera Europa , ma può farlo solo… ritornando su vecchie strade, per ora con mezzi economici. Abbiamo così uno scarto che rappresenta a tutti gli effetti un approfondimento delle tensioni dovute alla crisi globale: il rapporto di “buon vicinato” con Mosca può continuare ma solo a queste condizioni di subordinazione. Chi pensava a un asse dalla Germania alla Cina via Russia di tipo non conflittuale, nella prospettiva armonicista di un multipolarismo post-egemonia americana senza destabilizzazione del sistema globale (à la Arrighi), è servito.

Questo non significa che i rapporti russo-tedeschi debbano deteriorarsi irrimediabilmente da subito. Anzi, all’immediato l’Europa a guida tedesca è tentata di usare una carta di “compromesso” – padrino Schroeder? – che potrebbe lasciare un po’ scoperti e in affanno gli Usa, anche se non è detto che la giochi davvero. In generale, costretta a uscire dal “guscio” di nano politico sulla scena internazionale, Berlino non sembra ancora aver optato – o forse non è ancora stata costretta a farlo – per una strategia precisa oscillando tra una ricontrattazione più favorevole dell’alleanza atlantica (v. trattative con Washington per il Ttip e il chicken game trattenuto sulla posta in palio dell’euro: http://www.sinistrainrete.info/europa/1916-raffaele-sciortino-chicken-game-ancora-sulleurocrisi.html) per un rinnovato assalto occidentale al resto del mondo e un Alleingang con tutti i rischi del caso, in primis lo scontro con gli Usa.

Gli Usa incassano ma…

Se la Germania ha condotto la corsa verso l’Ucraina, gli Stati Uniti erano pronti da tempo a sfruttare l’opportunità. Per Washington la conquista economica è essenzialmente basata sull’inasprimento del vampiraggio finanziario alle nuove condizioni costituitesi con la globalizzazione. Al credito internazionale direttamente fornito agli stati dagli anni Cinquanta fino alla crisi del debito degli Ottanta è andata sostituendosi la piena e onnivora libertà per il capitale finanziario di raggiungere anche il singolo “cittadino” in ogni anfratto della vita. Di questa biopolitica del capitale finanziario il compact Washington-Wall Street è il supremo garante politico-militare e profittatore economico: governare l’impero con il debito, ovvero con il dollaro.

Ora, se i segnali di regionalizzazione, ovvero i tentativi di costruire aree economico-politiche più autocentrate negli scambi commerciali e industriali e de/centralizzate rispetto alla finanza internazionale a stelle e strisce (e all’Europa che, sia pure in quota diversa, partecipa a questo tipo di sfruttamento), dovessero concretizzarsi in maniera consistente (a partire dalla Cina, ovviamente) – il sistema che fa perno sugli Stati Uniti già scosso da una crisi da cui non riesce a risollevarsi nonostante le enorme iniezioni di liquidità creata dal nulla, risulterebbe a serio rischio. Per Washington questo è semplicemente inaccettabile (e a ruota per l’Europa). Dunque Merkel e Obama hanno lo stesso interesse a impedire che la Russia costruisca intorno a sé una di queste zone, ma divergono sui motivi, e divergerebbero anche nel caso che tali zone si concretizzassero: per gli Usa sarebbero esiziali, mentre per l’Europa ci sarebbe ancora la possibilità di allacciare scambi commerciali-industriali, più o meno, “alla pari”.

Ciò spiega, nella vicenda ucraina, il maggior accanimento yankee sia nel portare il proprio uomo al governo a Kiev (Yatseniuk) scalzando il favorito tedesco (Klitschko) sia nell’acuire il più possibile le tensioni con Putin (con i soliti galletti, tra gli europei, a fare da utili idioti, perfino peggio di inglesi e italiani, questi ultimi finora sulle lunghezze d’onda tedesche).

Ovviamente, hanno il loro peso anche considerazioni prettamente strategiche (riposizionamento della Nato e revisione della strategia nucleare) e geopolitiche. Dalla II guerra mondiale in poi il pensiero strategico del Pentagono è sostanzialmente improntato alla geopolitica mackinderiana, con le varianti del caso. I fronti di “distruzione creativa” aperti da Obama, oramai più numerosi di quelli bushiani!, contro chiunque resista alle politiche imperialiste, si adattano a pennello all’indicazione (operativa) di Mackinder: “Ogni esplosione di forze sociali, anziché dissiparsi in un circuito circostante di spazio incognito e di caos barbarico, verrà riecheggiata dal lato più lontano del globo, e gli elementi deboli nell’organismo politico ed economico andranno di conseguenza in mille pezzi”. Chiaro, no? Non solo; quei fronti a ben vedere si dispongono lungo quelle linee di faglia che servono ad accerchiare e destabilizzare “la regione pivot della politica mondiale, la vasta area dell’Euro-Asia” (oggi in realtà curvata sul versante cinese più che russo). Non ultimo, un caveat importante: “se la Germania dovesse allearsi con la Russia”…

Alla luce di ciò, è evidente che al momento la Russia è quella che rischia di più, in tutti sensi. E’ sotto aggressione da venticinque anni, ne hanno progressivamente smantellato tutto il circuito di alleanze, ed oggi la si fa apparire come aggressore (giudizio condiviso da molti “sinistri”, che non riescono ad ammettere che la loro cara Europa, questa volta, non è “inesistente” o in “ritardo”, ma sta conducendo un’aggressione imperialista in piena regola – chissà se nelle liste Tsipras si parla di questo oltre che di voti). Se perde tutta l’Ucraina, la Russia rischia di scomparire sotto la frammentazione che ha già rischiato ai tempi di Yeltsin e da cui stava faticosamente uscendo. Gioca per la vita o per la morte. Ma anche la Cina guarda assai preoccupata all’escalation occidentale, al di là degli interessi economici in Ucraina (affitto di terre). La Cina è l’obiettivo di lungo periodo del nuovo containment statunitense, il pivot to Asia. E non a caso Pechino sta dando un discreto ma sostanziale appoggio a Mosca. Dunque, anche su questo versante, un ulteriore scarto della crisi globale come crisi sistemica. Ma nulla è più garantito neanche per Washington (http://www.infoaut.org/index.php/blog/conflitti-globali/item/8976-kill-kill-kill-for-growth).

Al di là delle dinamiche geopolitiche il punto politico di fondo è che siamo di fronte a chiari segnali di incasinamento sistemico. E i venti di guerra, per quanto siano improbabili precipitazioni immediate tra big player, non sono però più questione di mera rievocazione storica. Gli Usa sembrano oramai strutturalmente incapaci di uscire dalla crisi globale senza rovinare e destrutturare anche stati non marginali per poter approfondire la rapina finanziaria a scala globale. L’Europa deve procedere, se non vuole destrutturarsi e uscire da un gioco che si fa sempre più duro, sulla linea indicata dalla Germania (altro che fine dell’austerity e importazione della ricetta monetaria della Federal Reserve di cui si straparla non solo nei circoli renziani, e passi, ma anche in certa sinistra).

Tuttavia la situazione interna nello stesso Occidente è a rischio crescente di esplosione sociale, mentre in Egitto le mobilitazioni accennano a riprendersi con un carattere più decisamente di classe, il che potrebbe riaprire tutti i giochi. Ma non li risolverebbe di per sé in senso antagonista. Al di là del giudizio che si dà di Maidan (ma vale per Tahrir, Taksim…) è evidente che più si scende nei gironi della crisi e più si accorcia la distanza, diciamo così, tra questioni di classe e dimensioni geopolitiche. Ciò può indurre impotenza nella sinistra antisistemica, che sembra ed è al momento fuori dai grandi giochi. Ma questa impotenza non si supererà se non si inizia a mettere a fuoco il nesso tra lotte immediate, necessariamente “spurie”, e spunti di “programma” che non dall’esterno ma da quelle condizioni e dinamiche sociali possono emergere. È in gioco la capacità di sviluppare autonomia nelle nuove condizioni del capitale globale e delle eterogenee e contraddittorie soggettività in campo. Il nodo di fondo -inaggirabile con escamotage organizzativi- è l’ambivalenza di una domanda radicale e ineludibile di una sfera individuale di desideri e potenzialità, anche attraverso un’azione collettiva, che però si ferma ancora sulla soglia di una propria soluzione autonoma di potere e di costruzione sociale antagonista al mercato, perché ritiene sufficienti le piattaforme di socializzazione offerte dal capitalismo (eventualmente non il proprio ma quello dei paesi più “civili”) che si tratterebbe “solo” di depurare e democratizzare perché si dia effettiva libertà per tutti. Ma inaggirabile è anche il nodo dell’estensione dell’antagonismo di classe in senso internazionale e internazionalista.

da http://www.infoaut.org

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Strasburgo scopre la Troika /2014/03/13/strssburgo-scopre-la-troika/ /2014/03/13/strssburgo-scopre-la-troika/#comments Thu, 13 Mar 2014 16:23:25 +0000 /?p=7385 di ROBERTO MUSACCHIO

“… denuncia la mancanza di trasparenza nei negoziati relativi al memorandum d’intesa; rileva la necessità di valutare se i documenti ufficiali sono stati chiaramente comunicati ed esaminati in tempo utile nei Parlamenti nazionali e nel Parlamento Europeo e opportunamente discussi con le parti sociali…. rivela che le raccomandazioni contenute nei memorandum d’intesa sono in contrasto con la strategia di modernizzazione equilibrata elaborata con la strategia di Lisbona e la Strategia Europa 2020, rileva altresì che gli Stati membri aderenti ai memorandum d’intesa sono stati esonerati dalle procedure di rendicontazione del semestre europeo, compresa la rendicontazione del quadro degli obiettivi di lotta alla povertà e di inclusione sociale… si rammarica che nei programmi per la Grecia, l’Irlanda e il Portogallo sia stata inserita una serie di prescrizioni dettagliate relative alla riforma dei sistemi sanitari e a tagli alla spesa; deplora che i programmi non siano vincolati dalla Carta de diritti fondamentali dell’Unione europea o dalle disposizione dei Trattati… deplora che le misure attuate abbiano fatto aumentare nel breve periodo le diseguaglianze in termine di distribuzione del reddito; prende atto che si è registrato un aumento sopra la media di tali diseguaglianze nei quattro Paesi; rileva che i tagli apportati alle protezioni e ai servizi sociali e l’aumento della disoccupazione a seguito delle misure contenute nei programmi atti a intervenire sulla situazione macroeconomica, nonché la riduzione delle retribuzioni, stanno provocando un aumento della povertà….pone l’accento sul livello inaccettabile di disoccupazione, disoccupazione di lunga durata e giovanile, in particolare nei 4 Stati membri nel quadro del programma di assistenza; sottolinea che l’elevato tasso di disoccupazione giovanile compromette le possibilità di sviluppo economico, come dimostra il flusso di giovani migranti provenienti dall’Europa meridionale e dall’Irlanda…”

Ho riportato alcuni brani del rapporto della commissione Affari economici del Parlamento europeo (Pe) sulle attività della Troika approvato dal Parlamento europeo nella sessione di mercoledì 12 marzo. Approvato anche un altro rapporto della commissione Affari sociali dedicato agli effetti sulla disoccupazione e sulla condizione sociale che contiene analoghe considerazioni. Come avete potuto leggere, ci sono parole molto dure sull’operato della Troika. Naturalmente in un contesto più ampio che potete ritrovare nei testi pubblicati anche sul sito www.altramente.org, che mostrano gli equilibrismi che il Pe prova a fare.

Infatti nei testi c’è un rimando alla gravità della crisi letta con le solite lenti e alla sostanziale legittimità ed opportunità dei meccanismi scelti per affrontarla che, è bene ricordarlo, il Pe ha purtroppo approvato con il voto di molti di coloro che oggi approvano  questo testo e con l’opposizione sostanzialmente del solo Gue, il gruppo della sinistra europea. Scatta poi però il distinguo e il vero e proprio J’accuse verso la Troika che, va ricordato, è composta di Consiglio, Commissione e Bce e si avvale del Fmi. Alla Troika, e ai suoi componenti, si imputano le cose che ho citato e anche molte altre, comprese una sorta di doppio interesse, ad esempio da parte della Bce.

Le ambiguità tornano nella parte propositiva. laddove si chiede sostanzialmente una sorta di “democratizzazione” della governance dell’austerità con la coassociazione del Pe. E si chiede di contemperare all’austerità, rimodulata e mitigata, la esigenza della crescita e l’attenzione alle questioni sociali.

Manca così una riflessione vera sulle cause della crisi, molte delle quali sono interne alla Europa stessa e figlie della mancata armonizzazione economica e sociale, “affidata” alle liberalizzazioni finanziarie e produttive, che hanno accresciuto le asimmetrie e le distorsioni dell’area. Manca cioè la consapevolezza del “debito indotto” dalla cattiva integrazione. Come manca una vera proposta alternativa che si fondi su una politica di autentica economia, sociale ed ambientale europea.

E manca una riflessione vera sulla democrazia e sulle responsabilità del PE che ora, finalmente ma anche per l’approssimarsi delle elezioni, alza la testa.

Comunque si può dire che la critica di ciò che austerità e Troika hanno determinato trova finalmente un riscontro anche nell’aula di Strasburgo.

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Come va l’Europa, come cambiarla /2014/03/05/come-va-leuropa-come-cambiarla/ /2014/03/05/come-va-leuropa-come-cambiarla/#respond Wed, 05 Mar 2014 09:27:22 +0000 /?p=7380 di ROBERTO MUSACCHIO

L’associazione Altramente ha pubblicato nel suo sito (http://issuu.com/altramente/docs/libro_europa_ultima_versione) un e book, scaricabile in Pdf, di Roberto Musacchio e con la collaborazione di Dario Mavilia: un manuale per capire come funriona l’Unione europea, la sua storia, i suoi trattati, e per orientarsi nelle prossime elezioni europee di maggio. Lo pubblichiamo qui in versione integrale.

“Ce lo chiede l’Europa” è diventata la frase più ricorrente, pronunciata dai governanti di ogni tipo, ma anche da molti che pure sarebbero all’opposizione; detta nelle aule parlamentari, scritta sui giornali, ripetuta dagli schermi delle televisioni, insomma una sorta di mantra. Ma chi, o cosa, è questa Europa che ce lo chiede? E cosa ci chiede? Domande che, forse, in molti si cominciano a porre. E siccome si da il caso che tra poco, precisamente tra il 22 e il 25 maggio prossimi, si voterà per il rinnovo del Parlamento Europeo magari ci si potrà porre anche la domanda: ma noi questa Europa la possiamo cambiare? Forse per qualcuno l’aspettativa è addirittura che essa scompaia e che Bruxelles torni ad essere una meta turistica e la Gran Place. Non è questo che pensa chi scrive questo manuale che invece vorrebbe, spera, e nel suo piccolo, si batte perché ciò sia possibile, che l’Europa si riconcili con i suoi sogni migliori, quelli della sua culla Mediterranea, dei suoi comuni e delle sue città, del suo modello sociale frutto di tante lotte. E che si allontani da questo nuovo incubo che stiamo vivendo, certo non atroce come quello delle tante guerre, alcune tra le più terribili, degli orrori estremi, ma comunque capace con l’austerità e con la Troika di uccidere il sogno europeo.  C’è stato un tempo il socialismo reale in cui l’aggettivo reale ha ucciso il sostantivo socialismo. C’è oggi una Europa reale e non vorremmo che la storia si ripetesse.

Con questo spirito abbiamo pensato a questa guida a votare europeo. Cosa significa? Crediamo assai importante per  cambiare le cose se al prossimo voto si arrivasse provando a connettere ciò che ormai quasi ci perseguita quotidianamente, il ce lo chiede l’Europa, con una conoscenza più concreta di che cosa sia fatto questo ce lo chiede e di come lo si possa capovolgere in un chiediamo all’Europa di e, ancor di più, siccome l’Europa siamo noi decidiamo che… In realtà per arrivare a ciò occorrerà sicuramente una vera e propria lotta di liberazione da quello che, con la Troika, l’austerità e la politica omologata, è diventato una sorta di vero e proprio regime. Che, per giunta, tende a costituzionalizzarsi al posto di quelle costituzioni nate dalle lotte antifasciste che qualcuno considera troppo socialistiche e incompatibili con l’Europa reale. E colpisce che quelle che furono un tempo le unità antifasciste costituenti divengano ora larghe intese de- costituenti.

Una lotta di liberazione però che chiede di cambiare profondamente anche noi stessi, le forme organizzate che hanno consentito i 30 anni gloriosi del compromesso sociale del ‘900, ma anche di fare i conti con i detriti prodotti dagli ultimi 30 anni di quello che si è chiamato pensiero unico e che qualcuno chiama addirittura potere unico. La narrazione dell’austerità è un esempio di come il “ce lo chiede l’Europa” non è semplicemente un monito, un vincolo esterno, ma, come in tutti i paternalismi autoritari, diviene una vera e propria alienazione. Il debito è colpa, dice la Merkel ai “suoi” cittadini e ai cattivi greci. Poco importa che economisti di primo piano spieghino ben altre origini del debito e dimostrino la fallacità tragica della austerità. Gli auruspici dell’euro, i sacerdoti della Troika, sacrificano i popoli al dogma. E mentre compiono il rito ciascuno si sente un po’ colpevole, un po’ a rischio, un po’ adirato con qualcuno più colpevole di lui e più meritevole del castigo. Proprio perché siamo europei dovremmo conoscere la storia antica e di come la culla della civiltà sia scivolata nei secoli tra ogni insidia e ogni pericolo per salvare il figlio, la figlia, in essa deposta. Ecco, oggi sembriamo quasi privi di storia e di memoria, come i lotofagi, sembriamo eurofagi, consumatori e schiavi di moneta, immemori ed alla mercè.

I giovani e le giovani delle piazze indignate, che si rivoltano contro chi li ha già spinti fuori dallo stato costituzionale perché a loro è precluso già ciò che per i loro padri e le loro madri era diritto, sono gli stessi che si battono per accogliere quei migranti a cui questa Europa reale non riconosce né il diritto antico al soccorso ed alla accoglienza né quello, moderno e fondativo del capitalismo che rompeva col feudalesimo, di potersi muovere per ricercare il proprio lavoro. Loro ci dicono che dal cattivo sonno ci si può risvegliare. Sono loro che possono dare a questa Europa ciò che non ha e cioè il proprio demos che può essere solo universale.

A questi giovani abbiamo pensato realizzando questo libro.

Ps. Nel libro si trovano articoli già pubblicati nel corso degli ultimi anni ma che mantengono punti di analisi più generale utili ancora oggi e che anzi mostrano l’evolversi di una situazione ed altri pensati appositamente per questo lavoro. Gli articoli mostrano chiaramente i punti di vista e le propensioni di chi li ha scritti. I materiali informativi si basano su testi reperiti in rete e da quelli prodotti dalle Istituzioni Europee con un lavoro di sintesi redazionale.

 

PRIMA PARTE – Cos’è l’Europa

IL MITO DI EUROPA

Europa è una figura della mitologia greca.

Il nome Europa proviene dal greco antico ma l’origine è incerta: potrebbe derivare da eu-rope, “ben irrigata”; oppure dall’unione di “eurus”, “ampio” e  “occhio”, con significato di “ampio sguardo”; questa ultima interpretazione era anche un appellativo della luna piena, associata presso diversi popoli antichi alla divinità primordiale nota come Grande Madre.

Europa era figlia di Agenore, re di Tiro, antica città fenicia. Zeus se ne innamorò, vedendola insieme ad altre coetanee raccogliere dei fiori nei pressi della spiaggia. Zeus, utilizzando un travestimento, ordinò a Ermes di guidare i buoi del padre di Europa verso quella spiaggia. Zeus quindi prese le sembianze di un toro bianco, le si avvicinò e si stese ai suoi piedi. Europa salì sul dorso del toro, e questi la portò attraverso il mare fino all’isola di Creta.

Zeus rivelò quindi la sua vera identità e tentò di usarle violenza, ma Europa resistette. Zeus si trasformò quindi in aquila e riuscì a sopraffare Europa in un boschetto di salici o, secondo altri, sotto un platano sempre verde. Questa narrazione è riprodotta sulle monete di conio greco da 2 €.

Agenore mandò i suoi figli in cerca della sorella. Il fratello Fenice, dopo varie peregrinazioni, divenne il capostipite dei fenici. Un altro fratello, Cilice, si instaurò in un’area sulla costa sudorientale dell’Asia Minore a nord di Cipro e divenne il capostipite dei cilici. Cadmo, il fratello più famoso, arrivò fino in Grecia dove fondò la città di Tebe.

Europa divenne la prima regina di Creta. Ebbe da Zeus tre figli: Minosse, Radamanto, Sarpedonte e probabilmente fu anche madre di Carno. I figli vennero in seguito adottati da suo marito Asterione re di Creta.

Zeus fece a Europa tre doni: Talo, l’uomo di bronzo che sorvegliava le coste cretesi, Laelaps, un cane molto addestrato e un giavellotto che non sbagliava mai il bersaglio. Il padre degli dei successivamente ricreò la forma del toro bianco nelle stelle che compongono la Costellazione del Toro.

Dopo la morte di Asterione, Minosse diventò re di Creta. In onore di Asterione e di sua madre, i Greci diedero il nome “Europa” al continente che si trova a nord di Creta.

La storia d’Europa

Preistoria

I primi insediamenti umani (Homo georgicus, una varietà di Homo Erectus) vengono datati attorno a 1.8 Milioni di anni fa (Dmanisi, Georgia). Si può dedurre quindi che le più antiche popolazioni umane che abitarono l’Europa appartenevano probabilmente all’Homo Erectus.

Altri ritrovamenti di choppers e strumenti primitivi nelle grotte Vallonet e Soleihac, in Francia, e nella grotta di San Daniele, nell’Istria, fanno risalire le prime popolazioni in quelle zone a circa 900.000 anni fa.

Circa 700.000 anni fa gli Homo erectus raggiunsero l’Europa settentrionale e l’Inghilterra, sviluppando la lavorazione dei ciottoli.

Gli scavi archeologici di Terra Amata (Nizza) e di Vertesszöllös (Ungheria) dimostrano che tra 80.000 e 30.000 anni fa visse in Europa una specie umana più evoluta: quella dell’Homo neanderthalensis. Gli Homo neanderthalensis vivevano in accampamenti all’aperto o facevano uso del fuoco all’interno di grotte. I resti dell’Homo neanderthalensis vennero ritrovati a Neanderthal, in Germania, e si scoprì che la sua capacità craniale era simile alla nostra ma la fronte era affossata e le arcate sopraccigliari molto pronunciate. Per lungo tempo l’Homo neanderthalensis è stato considerato una varietà di Homo sapiens, ma oggi nel mondo scientifico si sta facendo strada l’opinione che H. neanderthalensis e H. sapiens siano due specie distinte del genere Homo.

Durante il Paleolitico superiore contemporaneamente all’Homo neanderthalensis giunse anche l’Homo sapiens, che popolò l’Europa circa 40.000 anni fa. Egli praticava la caccia ed esprimeva le sue capacità artistiche. Durante il Mesolitico (civiltà della terracotta), alla fine delle grandi glaciazioni, l’Homo sapiens, detto anche Cromagnon inventò nuovi utensili per adattarsi al nuovo stato naturale, come dimostrano le pitture sulle caverne, che ritraggono scene di caccia e cerimonie rituali.

Con il Neolitico, ovvero a partire da circa 11.000 anni fa, l’uomo europeo impara ad addomesticare gli animali, a coltivare i cereali, a praticare l’artigianato anche a scopo di scambio, e a navigare i mari. Nascono così i primi nuclei abitativi stanziali e gli europei impararono a lavorare i metalli dagli uomini del vicino Oriente. Per primo si usò il rame, poi il bronzo (lega tra rame e stagno) ed infine il ferro. Contemporaneamente alla scoperta dei metalli, molti villaggi si trasformarono in città, con a capo un re o un capo comunità, e si sviluppò il commercio.

Le prime civiltà europee

Le prime manifestazioni di civiltà in Europa risalgono al 2000 a.C. circa e riguardano la civiltà minoica dell’isola di Creta, crocevia dei traffici mediterranei, e gli insediamenti dei Celti nell’Europa centrale; probabilmente altri insediamenti civili si avevano nell’area baltica, grazie alle condizioni climatiche favorevoli successivamente peggiorate per un drammatico periodo di tipo glaciale.

Intorno al XV secolo a.C. si hanno i primi sviluppi della civiltà di Micene sviluppatasi nel Peloponneso con l’arrivo in Grecia degli Achei, popoli di provenienza nordica, forse i Baltici spinti dalla glaciazione. Successivamente, mentre la civiltà cretese entra in crisi, forse a causa di un evento naturale distruttivo, prevale la civiltà micenea ed i Celti procedono in una espansione che arriverà al massimo intorno al IV secolo a.C. raggiungendo le parti centrali della Penisola Iberica, dell’Italia e dell’Anatolia.

Antica Grecia

Alla fine dell’età del bronzo dai regni precedentemente esistenti nasce la civiltà greca. La struttura è quella di un insieme di città-stato (tra le maggiori delle quali ricordiamo Atene, Corinto e Sparta), anche molto differenti in termini di cultura ed organizzazione politica ed economica. L’espansione territoriale verso le colonie greche diffonde la cultura ellenica su tutta l’Asia Minore e in buona parte del Mediterraneo, trovando un limite nella espansione dei Fenici.

L’identità “europea” si sviluppa però a partire dalle guerre persiane, quando i dotti dell’epoca, come Ippocrate di Coo, iniziano a differenziare la “popolazione europea”, più bellicosa e maggiormente affezionata alla democrazia, dalla “popolazione non europea”, che è più interessata alle arti che alla guerra, preferisce la quiete e si adatta alla sudditanza, a patto che l’impero garantisca prosperità.

La guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta (che, però, non fu la prima) fa scivolare la civiltà greca nella crisi, favorendo l’ascesa della città di Tebe, che riuscirà a stabilire una egemonia di breve durata sulla Grecia.

Nel IV secolo a.C., la debolezza conseguente alle lotte interne tra le varie città-stato rendono la penisola Ellenica preda del re macedone Filippo II. Le campagne di suo figlio Alessandro il Grande diffonde la cultura ellenica a gran parte dell’area medio orientale e dell’Egitto.

 

 

Roma antica

Con Roma viene portata a termine per la prima volta nella storia, fra il III e il I secolo a.C. l’unificazione dell’Italia, dell’Europa occidentale e meridionale e infine dell’intero bacino del Mediterraneo. La civiltà romana, nata nell’ambito del mondo latino e italico, rappresenta il più evoluto organismo politico dell’Europa del tempo.

Erede di tutte le grandi culture che l’hanno preceduta (e in primis di quella etrusca e di quella greca), Roma diffonde il proprio diritto, le proprie istituzioni politiche e militari, la propria lingua, la propria tecnologia e la propria visione aristocratica e universalista della vita e del mondo da Gibilterra alla Scozia, dalla Germania renana alla Mesopotamia. L’Urbe riesce, col tempo, ad assimilare e legare al proprio destino i fenici e gli egizi dell’Africa settentrionale, i celti d’Europa, molte delle popolazioni germaniche che entreranno in contatto con essa e le popolazioni elleniche o ellenizzate del Mediterraneo orientale, che con pieno diritto continueranno ad autodefinirsi romani, ancora mille anni dopo la caduta dell’Occidente latino.

Il governo di Roma, inizialmente strutturato su base monarchica (753 a.C. circa – 509 a.C. circa), viene successivamente governato con forme repubblicane. A partire da Augusto, nel I secolo a.C., inizia il Principato che gradualmente lascia il posto all’Impero. Quest’ultimo raggiunge la sua massima estensione nel II secolo d.C. con l’imperatore Traiano e comprende entro i suoi confini l’intero bacino del Mediterraneo e tutta l’Europa fino ai fiumi Reno e Danubio a nord, dove stanziano popoli barbari chiamati Germani.

Il mondo romano conosce il proprio apogeo, sia economico che sociale, nel II secolo. Il secolo successivo invece, è per Roma un’epoca di crisi, determinata in gran parte da una serie di guerre civili. L’energia di alcuni imperatori, fra cui Diocleziano e Costantino, permette allo Stato romano di riprendersi economicamente e militarmente. Nel IV secolo si assiste persino a un notevole risveglio culturale che si protrae fino ai primi decenni del V, durante le prime invasioni barbariche. A partire dal 395 l’Impero viene definitivamente suddiviso in due parti, una occidentale e una orientale. In entrambe si è gradualmente imposto, come religione maggioriaria e di Stato, il Cristianesimo, che avrebbe fortemente influenzato la storia d’Europa fino ai giorni nostri.

Medioevo

L’inizio del Medioevo viene convenzionalmente e tradizionalmente fatto coincidere con due date: il sacco di Roma da parte dei barbari Visigoti del re Alarico I nel 410 e la deposizione da parte del generale barbaro Odoacre di Romolo Augusto, ultimo Imperatore Romano d’Occidente, avvenuta nel 476.

A partire dal V secolo, l’Impero Romano d’Occidente è soggetto ad una serie di invasioni barbariche che ne segnano il progressivo disfacimento ed allontanamento dall’Impero Bizantino che sopravvive, pur con alterne vicende, per un altro millennio.

Nel VI secolo il monachesimo irlandese venne diffuso in Europa in particolare da san Colombano, contribuendo alla diffusione della cultura tramite gli scriptoria delle abbazie e alle scuole monastiche. Il santo fu il primo a citare l’Europa (tutus Europae) in una delle lettere al papa Gregorio Magno, auspicandone l’unione delle nazioni in un solo popolo cristiano.

Il VII secolo conosce la rapida espansione degli Arabi nelle coste del Mediterraneo, fino a raggiungere l’Anatolia, tutte le coste dell’Africa settentrionale, la Sicilia e la Spagna.

 

 

L’Europa nel 814

Nel frattempo, l’Europa dell’ex Impero Romano d’Occidente continua la sua involuzione fino a suddividersi in piccole realtà locali con un’economia basata sull’agricoltura e sulla silvicultura.

Politicamente, la polverizzazione del potere centrale precipita l’Europa nelle mani di vari signori locali, laici o ecclesiastici (feudalesimo). L’unica autorità in grado di avere un’organizzazione centralizzata era la Chiesa, che inizia ad avere progressivamente anche un’influenza temporale e un ruolo di continuità con la cultura latina.

Una prima riunificazione si ha con il Sacro Romano Impero, che appare quando Carlo Magno, re del popolo dei Franchi, riunisce sotto al suo regno (oltre alla Francia) la parte occidentale della Germania e la parte settentrionale dell’Italia: nella parte centrale dell’Italia prende corpo lo Stato della Chiesa, sotto il potere del Papa.

Basso Medioevo

Nel basso Medioevo si iniziano ad avere segnali di rinascita agricola, commerciale e culturale dell’Europa occidentale, con l’affermarsi, a partire dall’XI secolo, di realtà comunali ricche di fermenti, soprattutto nelle Fiandre e nell’Italia centro-settentrionale e con lo sviluppo delle Repubbliche marinare italiane. Mentre il Sacro Romano Impero continua la sua frammentazione in una serie di feudi italiani e tedeschi, sempre meno legati al potere dell’imperatore, alcuni comuni si trasformano in importanti città-stato (come Milano, Venezia e Firenze) e contemporaneamente si iniziano a formare i primi stati nazionali (quali Francia, Inghilterra e Spagna).

Dopo un periodo di crescita economica e demografica, intorno al 1300 inizia un periodo caratterizzato da carestie, guerre ed epidemie che si sostengono a vicenda, in un circolo vizioso. Il peggioramento delle condizioni di vita e l’indebolimento fisiologico delle popolazioni europee (perciò la minore resistenza alle malattie) sfocerà in un drammatico calo demografico: la peggiore epidemia di peste bubbonica, sarà la “Peste nera” del 1348-1351, causa della morte di circa un terzo della popolazione europea, preparata e seguita da molte altre epidemie minori. Va detto che i paesi europei meno colpiti dalla peste, come Inghilterra e Olanda, furono quelli meno interessati dalle carestie, perché tradizionalmente dediti al commercio delle eccedenze agricole, quindi dotati di cospicue riserve alimentari nei magazzini.

Intorno allo spartiacque del XV secolo, la popolazione rimasta conoscerà un nuovo ciclo di più diffuso benessere: manodopera più scarsa, quindi salari più alti o messa a pascolo delle terre agricole, attività meno vorace di manodopera. Ciò si tradurrà in una disponibilità carnea per tutti, o quasi, quindi in un rafforzamento della popolazione: migliore resistenza alle malattie, aumento della durata della vita media, miglioramento della qualità della vita.

La fine del Medioevo viene fatta convenzionalmente e tradizionalmente coincidere con due date: la caduta di Costantinopoli e dell’Impero Bizantino nel 1453 per mano dei Turchi e la scoperta dell’America da parte della spedizione guidata da Cristoforo Colombo nel 1492.

Età moderna

Rinascimento e Riforma protestante

Gli Stati che si sono formati alla fine del XV secolo continuano ad accrescere il proprio potere, mentre la Chiesa, a causa della corruzione e dei conflitti interni, continua a perdere progressivamente potere. In particolare, dopo la Riforma protestante avviata in Germania da Martin Lutero nel 1517, l’Europa viene attraversata da una serie di lotte nelle quali motivazioni religiose giustificavano mire politiche.

Contemporaneamente, le nazioni europee (con Spagna e Portogallo, seguite da Francia, Inghilterra ed Olanda) iniziano un’espansione coloniale, sia verso i territori dell’Asia e dell’Africa, sia verso le terre del Nord e Sud America a seguito della loro scoperta da parte di Cristoforo Colombo nel 1492.

L’Europa dell’est è teatro di duri scontri tra Svezia, Polonia e Russia, con quest’ultima che ha il sopravvento, annettendo la Finlandia e la parte orientale della Polonia.

In questo contesto, la Repubblica di Venezia porta al massimo splendore lo stile neoclassico, e nonostante le scomuniche papali e le guerre contro l’Impero ottomano, difende la sua laicità, la libertà di fede nel suo territorio contro l’Inquisizione e mantiene libera la ricerca scientifica.

XVI secolo

Spagna: la pace di Cateau-Cambresis rafforzò il dominio del Regno di Spagna, ma vi erano molte lacune, le vie di comunicazione erano peggiorate e qualunque contatto verso i paesi più lontani e viceversa impiegava moltissimo tempo. Inoltre pesava l’assenza del ceto borghese, fondamentale per la crescita dell’economia. La Spagna dominava anche le colonie americane, dove vi erano grandi quantità di argento. Queste quantità enormi di metalli preziosi però non contribuivano a far crescere l’economia spagnola perchè venivano utilizzati per pagare i debiti del Regno verso le altre nazioni o per pagare direttamente i soldati. La gestione delle finanze era affidata a banchieri stranieri.

Il commercio nel Mediterraneo: dopo la scoperta dell’America, diminuirono notevolmente i traffici commerciali all’interno del Mediterraneo. Conseguentemente tutti i paesi interessati, in particolar modo l’Italia, andarono in crisi. A peggiorare la crisi dell’economia contribuirono i conflitti fra cristiani (soprattutto Spagna e Venezia) e l’Impero ottomano. Le ostilità raggiunsero il loro punto più alto quando i Turchi attaccarono, nel 1570, Cipro, prezioso possedimento di Venezia. Quest’ultima riuscì allora a fondare la Lega Santa contro l’espansione dell’Impero ottomano. I cristiani l’ebbero vinta ma il successo non fu sfruttato, dato la separazione fra Spagna e Venezia. Quando la pace di Cateau-Cambresis confermò il dominio spagnolo su tutto il vasto mare, l’economia dell’Italia andò in crisi. La recessione colpì anche il commercio e l’agricoltura, soprattutto nell’Italia meridionale nella quale i proprietari di latifondi tornarono a esercitare un potere simile a quello del feudalesimo.

Paesi Bassi: all’epoca di Filippo II i domini olandesi erano suddivisi in diciassette province. Per secoli le civiltà fiamminghe e olandesi si erano governate autonomamente e avevano goduto di un solido sviluppo economico. Il re di Spagna impose sulla popolazione dei Paesi Bassi il cattolicesimo, provocando un grande malcontento soprattutto da parte dei calvinisti, che nel 1566 diedero vita ad una riforma antispagnola.

La Spagna, cercando di riaffermare la propria autorità, organizzò una violenta repressione e impose un maggior controllo anche sull’attività urbana. Nel 1576 i calvinisti, appoggiati anche da molti cattolici, fecero partire una ribellione e firmarono un patto di unione nazionale. Soltanto allora la Spagna si rese conto del pericolo e cercò di rompere il fronte dei ribelli, dando alcune concessioni ai cattolici olandesi. Riuscì a convincerli a deporre le armi e a giungere ad un accordo con l’inviato di Filippo II.

Il successo spagnolo fu però solo parziale perché, infatti, i calvinisti continuarono la loro rivolta e nel 1618 proclamarono l’indipendenza delle province settentrionali, che costituiva la maggior parte della popolazione. Nacque così una nuova repubblica, chiamata Province Unite. Tutti i successivi tentativi da parte della Spagna nel conquistare quei territori fallirono. Il solo risultato fu la perdita di grandi risorse finanziarie a causa della guerra. Nel 1648 Filippo IV dovette riconoscere alle Province Unite l’indipendenza.

Inghilterra: Nel 1558 salì al trono Elisabetta I. Non fu però riconosciuta dalla popolazione cattolica in quanto nata dal secondo matrimonio di Enrico VIII e soprattutto perché fin dall’inizio del suo regno appoggiò la Chiesa anglicana. Nel 1587 Maria Stuarda, cugina cattolica della regina fu accusata di complotto e condannata a morte.

L’esecuzione di Maria Stuarda aggravò la situazione fra Spagna ed Inghilterra, fino a portare ad una guerra vera e propria. Contemporaneamente gli inglesi diedero il loro appoggio alla ribellione calvinista dei Paesi Bassi. Nel 1588 la flotta spagnola, detta l’Invincibile Armata, attaccò il regno d’Inghilterra ma fu sconfitta e in gran parte distrutta: per la Spagna si trattò di una perdita gravissima, mentre l’Inghilterra si avviò a diventare la più forte potenza marittima. Alla morte di Elisabetta I, la corona passò alla famiglia degli Stuart.

 

La Rivoluzione francese e Napoleone Bonaparte

Il XVIII secolo vede la crescita della borghesia mercantile, i progressi culturali e scientifici ed i primi segni della Rivoluzione industriale; contemporaneamente permangono i privilegi delle classi aristocratiche ed ecclesiastiche. Si crea quindi una situazione di tensione che sfocia in un conflitto aperto in Francia. Il rifiuto di Luigi XVI di condividere il proprio potere con il Terzo stato (le classi sociali più basse) porta nel 1789 alla Rivoluzione francese, con la fine della monarchia assoluta in Francia e l’instaurazione della Repubblica.

L’affermazione dei principi di governo democratico e la reazione delle potenze europee, portarono a conflitti che condussero alla presa del potere da parte del generale Napoleone Bonaparte, che condusse una serie di brillanti campagne militari contro tutte le monarchie europee. Queste portarono Napoleone a battere l’Austria (il cui imperatore perse il ruolo di titolare del Sacro Romano Impero), la Russia e la Prussia e a controllare gran parte d’Italia, Germania e Spagna. Solo la resistenza dell’Inghilterra, che mantenne il controllo dei mari, e la disastrosa campagna contro la Russia, portarono alla caduta di Napoleone, il cui impero terminò nel 1815 con la sconfitta di Waterloo.

La restaurazione delle forme di potere antecedenti alla Rivoluzione francese, negli anni dal 1815 al 1848 tentò invano di soffocare le aspirazioni liberali e nazionali delle popolazioni europee suscitate dalla Rivoluzione francese. A queste si aggiunsero le trasformazioni sociali legate alla Rivoluzione industriale, e la rinascita di spinte nazionalistiche che mal tolleravano forme di governo sempre più lontane dalle esigenze popolari. Come conseguenza, il periodo tra il 1815 ed il 1871 fu segnato da una serie di moti rivoluzionari e guerre d’indipendenza che ebbero, tra i maggiori risultati, la nascita di stati nazionali in Italia e Germania.

 

Età contemporanea

La pace fra le potenze europee e il nuovo assetto politico del continente rimase per 40 anni sostanzialmente instabile. Negli ultimi decenni dell’ottocento Otto von Bismarck, cancelliere tedesco cercò di costruire l’egemonia diplomatica e militare della Germania sull’Europa.

Verso la fine del secolo si profilava, ormai nettamente, una forte rivalità fra Gran Bretagna e Germania, che sarà una delle cause fondamentali della prima guerra mondiale.

Il Novecento

A cavallo tra ottocento e novecento si consolida l’espansione della borghesia industriale, mentre le tensioni tra le potenze europee, portano nel 1914 alla prima guerra mondiale. Gli schieramenti contrapposti vedevano da un lato la Germania, l’Impero austro-ungarico e l’Impero ottomano, dall’altro la Francia, il Regno Unito, la Russia e la Serbia, ai quali si aggiunsero nel 1915 l’Italia e nel 1917 gli Stati Uniti; nonostante il ritiro della Russia nel 1917 causato dal successo della Rivoluzione russa d’ispirazione bolscevica, il secondo schieramento prevalse nell’autunno del 1918.

Il Trattato di Versailles del 1919, per il prevalere degli interessi nazionali, impose severe condizioni alla Germania e il disfacimento degli imperi tedesco, austro-ungarico e russo con la creazione di nuovi stati come la Polonia, Cecoslovacchia e la Iugoslavia. Gli anni seguenti furono contraddistinti da gravi problemi economici e sociali (ad esempio la crisi del 1929), che sfociarono nella grande depressione del 1929-1933. Le tensioni che derivarono da questa difficile situazione e la nascita in tutta Europa di movimenti che si ispiravano alla rivoluzione bolscevica, portarono ad una reazione autoritaria che si concretizzò con la nascita di movimenti quali il Fascismo in Italia (1922), quello di Horty in Ungheria, il Nazismo in Germania (1933), e il Franchismo in Spagna (dopo la Guerra civile terminata nel 1939).

La Germania nazista porta avanti una politica estera aggressiva e d’invasione, per la quale annette l’Austria e i Sudeti e definisce il Patto d’acciaio con l’Italia; nel contempo firma un patto di non aggressione con l’Unione Sovietica. Nel settembre 1939 l’invasione della Polonia dà il via alla Seconda Guerra Mondiale. Nonostante la reazione in particolare di Francia e Gran Bretagna, i nazisti occupano iPaesi Bassi, il Belgio, e anche Francia stessa, instaurando un regime filo-tedesco. Successivamente vengono invase Danimarca, Norvegia e numerose terre dei Balcani. Tra il 1940 e 41 la Germania tenta di invadere il Regno Unito e poi la Russia. Tra il 1941 e il 1943, comunque, la Germania ed i suoi alleati, tra cui l’Italia raggiungono un dominio pressoché completo dell’Europa continentale, che comincia ad essere minacciato però dall’inversione delle sorti nella guerra contro la Russia. Nel frattempo l’Impero giapponese, alleatosi a Germania ed Italia nel settembre 1940, attacca gli Stati Uniti il 7 dicembre 1941, dopo mesi di embargo americano, provocando l’ingresso degli Stati Uniti nella guerra. Le vittorie della nuova coalizione degli “Alleati” in Nordafrica sono seguite dall’invasione dell’Italia nel 1943 e dallo sbarco in Normandia nel giugno del 1944. Con l’invasione a tenaglia da parte di Sovietici e Statunitensi ai danni della Germania nel 1945, si arriva alla fine della guerra nel maggio per l’Europa, e in agosto per l’Asia, dopo che gli Stati Uniti avevano sganciato due bombe nucleari in Giappone, sulle città di Hiroshima e Nagasaki.

La fine della guerra porta alla separazione delle nazioni europee in due blocchi, le nazioni filo occidentali facenti parte della NATO e quelle di influenza sovietica del Patto di Varsavia. La contrapposizione dei due blocchi porta a quella che venne definita Guerra fredda, terminata nel 1991 con il disfacimento dell’Unione Sovietica. Contemporaneamente, un processo d’integrazione economica e politica porta allo sviluppo del Mercato Europeo Comune prima e dell’Unione Europea successivamente.

 

Un’avventura chiamata Europa

“Quando la principessa Europa fu rapita da Zeus trasformatosi in toro, suo padre Agenore, re di Tiro in Fenicia (la Siria di oggi), mandò i suoi tre figli maschi alla ricerca della sorella perduta. Uno di essi, Cadmo, fece vela verso Rodi, sbarcò in Tracia e vagò per le terre che in seguito avrebbero preso il nome della sventurata sorella. Giunto a Delfi, chiese all’oracolo dove si trovasse Europa. Su quel punto la Pizia, fedele alle sue abitudini, si mostrò evasiva, ma fece il favore di regalare a Cadmo un consiglio pratico: “Non la troverai. Prendi invece una vacca : la seguirai pungendola, ma non lasciarla mai riposare. Nel punto in cui cadrà a terra sfinita, costruisci una città”. Ecco la storia dell’origine mitica di Tebe (da cui, osserviamo noi col senno di poi, si avviò una concatenazione di eventi che fu il filo con cui Sofocle ed Euripide tesserono l’idea europea di legge, consentendo ad Edipo di mettere in pratica quella che sarebbe divenuta la cornice fondamentale per  l’indole, i tormenti e lo scenario di vita degli europei). “Cercare l’Europa – così Denis de Rougemont  commenta la lezione di Cadmo – significa crearla! L’Europa esiste attraverso la sua ricerca dell’infinito,ed è questo che io chiamo avventura”.

Da  “ L’Europa è un avventura “ di Zygmunt Bauman.

Volendo provare a proporre un ragionamento sull’Europa  mi è sembrato giusto partire da questa citazione che apre il libro di Bauman  perché essa è densa di materiali importanti per il tipo di approccio che ho in mente. L’Europa appare come uno dei grandi miti fondativi della cultura umana. Come tale è ben di più di una realtà o di una costruzione materiale ma è una vera e propria narrazione. Per giunta il mito ce la consegna come storia aperta, un qualcosa che non si troverà ma che vive della sua ricerca e di ciò che questa ricerca produce. Siamo di fronte ad una parte significativa di quell’umanesimo che, lungi dall’essere una categoria astratta, è ciò che mantiene una tensione permanente tra i processi storici e il persistere di un futuro aperto. L’Europa è il pensarsi  in un tempo e in un luogo che però sono in cammino permanente. E quel che conta è proprio il cammino, perché tutto il resto è incerto. Anche il luogo di partenza, se pensiamo che per Europa i greco-romani intendevano i luoghi che abbracciavano il Mediterraneo e che solo dopo la battaglia di Poitier  un monaco chiamò Europa le terre a Nord degli arabi, sconfitti in quello scontro che diede vita appunto all’Europa carolingia. Come vediamo, già a questo punto, abbiamo incontrato tanti spartiacque. Il mare Mediterraneo che unisce e quello che divide. Quello che è culla, habitat di quella particolare tra le specie che è la umana, e quello che è luogo di divisioni e guerre. Di certo, in epoca di globalizzazione, possiamo ritrovare le vie per un’altra idea di con/dividere il mondo. Quella che poggia proprio nel desiderio dell’avventura che si esprime nel mito d’Europa. Che, ancora più dentro i processi della natura, fa del movimento l’elemento fondamentale del realizzarsi della biodiversità, dalle realtà monocellulari migranti dall’acqua alla terra, dai primi sapiens migranti dall’Africa al mondo, alle odierne società multietniche. Anche qui spartiacque, tra intreccio o rottura tra specie sapiens e natura; tra libertà, appunto di muoversi, e costrizione a farlo o a non farlo; tra convivenza/meticciato e guerra, costruzione del capro espiatorio. E insieme, come ricorda Bauman, le costruzioni dell’io ( da Edipo a Freud ) e del noi ( il farsi legge, stato, economia …). Materiali dunque che hanno impastato una parte grande della Storia e che ci consegnano quell’Oggi che qualcuno vorrebbe fine della storia stessa e dominio del pensiero unico. Ma è proprio la potenza magmatica di questi materiali che scorrono vivi nella storia dell’Umanesimo che può farci dire della povertà di ogni approccio riduzionistico. In fondo tutto il farsi storia del mito di Europa ce lo conferma. Il mito è riuscito a sopravvivere a tutto ciò che si è determinato col suo incarnarsi. Ed è tanto, nel bene e, drammaticamente troppo, nel male. L’Europa è qui, la sua storia sospesa tra il più ricco degli intrecci tra natura e cultura e il prodursi delle mostruosità più aberranti. Di tutto ciò vivono i nostri cromosomi individuali e collettivi. E oggi siamo,forse, al compimento del mito. La globalizzazione, che fu il sogno di un’avventura infinita, è la realtà che chiede all’Umanesimo di compiersi per non sopperire.

L’Europa dunque come luogo o, anche di più, idea di un’altra globalizzazione. Non una costruzione chiusa, un superstato, ma al contrario un punto di vista per la realizzazione di una convivenza globale democratica. Ma è possibile? Io penso di si. I materiali che si sono depositati nel farsi storia del mito possono essere re impastati. Sono materiali che rappresentano una parte grande di quella che possiamo chiamare la modernità che si affermata come epoca lunga della storia dell’umanità. Naturalmente la datazione di questa modernità è materia discussa, ma io riterrei errato delimitarla all’epoca dello sviluppo industriale, che pure ne caratterizza la fase contemporanea, escludendo le epoche antiche che hanno impastato cognizioni fondamentali in ogni campo. Hanno una complessità storica, culturale, economica, sociale, scientifica ) tale che seppure ha determinato il soccombere di altre possibili modernità non ne ha estirpato la possibilità. Anzi, lo sviluppo culturale, sociale e scientifico, ne hanno palesate di nuove. Non a caso è qui che prendono corpo il movimento operaio e poi i nuovi movimenti ,  dal femminismo all’ecologismo. Ma anche il pensiero liberale è in Europa assai più di una semplice teoria economica statuale al servizio dell’affermarsi della borghesia e delle sue costruzioni nazionali, impregnato come è di elementi di diritto e di convivenza universalistici. Complessivamente l’Europa si è formata, pur per vie diverse nelle sue varie realtà, in un crogiuolo culturale che ha saputo costruire relazioni particolari tra lo sviluppo economico, il lavoro,gli assetti naturali, le realtà urbane diffusesi con l’uscita dal feudalesimo, le forme di governo. E’ ciò che ci fa parlare di un modello sociale europeo, che in realtà è un modello culturale in senso forte. E’ ciò che ha fatto si che insieme al formarsi degli Stati Nazionali permanesse ed anzi trovasse nuova linfa l’idea di una costruzione più ampia. Una idea che ha preso percorsi diversi in epoche diverse, comprese quelle più antiche; che vive in fondo anche in pensieri che hanno guardato a costruzioni di tipo sociale (l’internazionale futura umanità ); che ha preso corpo anche in esperienze terribili che invece dell’umanesimo volevano realizzare la superiorità razziale. Anche per questo è importante che  siamo nel luogo dove si è pure stati capaci di guardare in faccia, vivendone l’orrore ma senza pietrificarsi, le abiezioni più terribili che individualmente e collettivamente la specie umana  abbia potuto immaginare, e provare a redimersene.  L’Europa che ha preso corpo nel secondo dopoguerra  è anche frutto di questi processi; e chi la ha pensata nelle varie famiglie del pensiero democratico europeo aveva questo afflato.   E’ per tutto ciò che anche l’Europa che oggi concretamente esiste ha in sé contraddizioni grandi che esprimono sì un prevalente ma anche la possibilità di alternativa. Il prevalente, non c’è dubbio, è il costringere la costruzione europea all’interno di una semplice variante della globalizzazione liberista. Ciò significa, al fine, negare l’Europa stessa, e non a caso stiamo assistendo ad un processo di costruzione che contemporaneamente smantella i portati fondanti di quello che è un vero modello culturale e sociale. Ma d’altro canto questo smantellamento non è né indolore né scontato e, al contrario, si possono produrre materiali per una risalita.

La ricerca su tutto ciò sarebbe lunga e impegnativa e non può essere oggetto di questa nota che ora deve necessariamente virare su una ipotesi di lavoro. Ma sono voluto partire con questo approccio perché è al fondamento di quello che io penso sia la bussola indispensabile. L’Europa non è un luogo separato di una politica che si gioca ancora sullo scacchiere nazionale ma una delle chiavi di reinterpretazioni di tutta la politica. Ancora di più: se è vero che siamo di fronte ad una crisi della politica che è in realtà la crisi di una intera fase della modernità, che coinvolge addirittura la idea di democrazia, riattraversare i processi per reindirizzarli è indispensabile. Dunque è una pratica necessariamente fondativa e quotidiana. A questa reinterpretazione e a questa pratica dobbiamo dedicarci con passione.

Se parto dal prevalente che considero negativo non è dunque per  catastrofismo ma per leggere le criticità. Sono molte ed anche in potenziale contraddizione tra loro. Si sta affermando un’ Europa che rischia, come dicevo, di negare se stessa. Il rapporto col modello sociale è parte non secondaria di questa identità europea. Il lavoro, il suo ruolo costituente, il welfare, i suoi valori oltreché le sue prestazioni, il pubblico come strumento che crea una realtà condivisa, sono pilastri che vengono permanentemente minati in questa fase di costruzione dell’Unione. Il ruolo del lavoro è sostanzialmente ridotto ad impiegabilità in funzione della centralità della impresa depositaria della sovranità reale in quanto proiettata nella globalizzazione. Il lavoro può essere solo frutto della crescita che si determina grazie alle politiche di sostegno all’impresa che devono essere messe in campo e che coincidono con le liberalizzazioni e le privatizzazioni. Naturalmente questo prevalente è variamente declinato a seconda delle aree ed è accompagnato dalla enunciazione di elementi valoriali che concernono il diritto del lavoro o il ruolo della innovazione e della conoscenza di cui è ampiamente ridondante la cosiddetta Strategia Sociale della UE da Lisbona 2000-2010 all’attuale strategia Europa 2020. Ma sono i dati stessi del consultivo di Lisbona che ci dicono che le cose sono andate in direzione assai diversa. L’obbiettivo del 70% di occupazione media previsto è ben distante ed anzi i due anni ultimi di crisi hanno determinato significativi ritorni all’indietro; molta dell’occupazione prodotta è di carattere precario e prevalentemente destinata a rimanere tale o a ripiombare nell’inoccupazione come è accaduto con la crisi; la precarietà colpisce in particolare giovani e donne; si presentano aree crescenti di lavoro povero che contribuiscono ad un dato di povertà complessiva che ormai sfiora il 20%; le forme individualizzate di relazione lavorativa, l’opt out in deroga ai contratti collettivi, di cui era previsto il superamento si stanno invece allargando; la forbice reddituale interna ai Paesi e nell’Unione è in grande crescita ampliando i processi di dumping. L’inserimento del diritto del lavoro nei processi costitutivi dell’Unione appare inadeguato e contraddittorio. La Carta di Nizza è più debole di molte normative nazionali, risulta aggiuntiva al processo costituente fondato sul mercato e sulla moneta,  non riesce a definire a sufficienza un nuovo terreno comunitario del diritto del lavoro che è indispensabile a fronte dei processi materiali o di sentenze della Corte di Giustizia come nel caso Laval. Le ferite aperte sul versante lavoro hanno non poco determinato un fallimento sostanziale degli obiettivi di armonizzazione previsti per l’Europa.

Analogamente avviene per le prestazioni di welfare per altro storicamente intrecciate a quelle del lavoro, sia pure con differenze che per altro riguardano anche i mercati del lavoro. Anche qui c’è una scissione evidente tra gli obiettivi proclamati e quelli raggiunti. La qualità e la quantità dei servizi prodotti resta segnata dalle stesse differenziazioni che si avevano all’inizio della integrazione. Il carattere complessivo è decrescente e lo spostamento verso il privato ha determinato più che  altro un decremento delle prestazioni a vantaggio della profittabilità spesso speculativa. Si è negata una realtà storica che vede nel pubblico il fattore che è stato decisivo per fare dell’Europa il Continente, per alcuni versi unico, che ha consentito l’accesso tendenzialmente universale a beni comuni come l’acqua, l’istruzione o la salute e la previdenza. La riduzione del welfare avviene per altro in presenza di un aggravarsi di fenomeni di povertà, emarginazione e all’emergere di nuovi bisogni come quelli connessi all’invecchiamento della popolazione. E’ bastata per altro la crisi finanziaria di questi due anni per azzerare gli effetti delle cosiddette politiche di rigore rilanciando clamorosamente i deficit.

Appare dunque incredibile che venga riproposta di fronte alla crisi una politica monetaristica per giunta rafforzata. Essa è destinata ad acuire enormemente le sofferenze sociali senza incidere né sulle cause strutturali né su quelle congiunturali della crisi, né su quelle globali, né su quelle interne all’Unione. Non c’è dubbio per altro che se la moneta unica è stato un effettivo strumento di armonizzazione del’UE, il monetarismo al contrario ha ingessato le distorsioni ed acuito le contraddizioni. Affidare alla stabilità monetaria, quale strumento impositivo delle politiche liberistiche, i compiti propri di una politica economica e sociale ha portato sia alle mancate armonizzazioni sociali di cui dicevo, sia ad un congelamento degli interessi produttivi nazionali. L’Europa continua ad essere divisa in due macro aggregazioni, una volta ad una economia di esportazione e l’altra costretta a dipendere dalle importazioni. Il che, considerando anche che nonostante la globalizzazione una parte significativa dell’economia della UE è interna, cosa per altro potenzialmente di grande valore, determina squilibri finanziari, sociali e produttivi. Che non vi sia una politica industriale Europea, a partire da quella della mobilità, è un’autentica follia.

Una Europa così somma insieme due tendenze entrambe negative. Un prevalente dell’Europa Carolingia, franco tedesca, a danno di un’idea integrata ed aperta. Un’Europa subalterna alle altre economie globalizzate, da quella americana a quella cinese. Questa Europa diviene incapace di sfruttare appieno i propri potenziali. Un esempio significativo è la debolezza con cui determina al proprio interno e si batte sullo scenario globale ad esempio sulla conversione ecologica dell’economia. Faccio solo un esempio per mostrare quali potenzialità ha l’accumulo di civiltà incarnato dal modello europeo: per ogni dollaro di valore prodotto l’economia europea emette la metà di grammi di CO2 di quella USA e di quella cinese, che sono significativamente allo stesso livello. Un posizionamento formidabile dato dalla qualità produttiva e sociale europea. Eppure la sia pur importante produzione di decisioni sulle politiche climatiche fatta dall’Europa è ben lungi dal divenire la chiave di volta per affrontare le scelte sulla crisi sia all’interno che nel consesso globale.

Discorso analogo si può fare per i diritti. Essi potrebbero rappresentare la chiave di volta per un’altra globalizzazione. La storia insegna che diritti del lavoro, diritti sociali e democrazia sono stati intrecciati ed hanno costituito l’architrave della modernità europea più propulsiva. E’ incredibile che oggi che si pone la necessità e la possibilità di una loro globalizzazione l’Europa vi abdichi. E l’abdicazione avviene su punti chiave. Prendiamo il lavoro. L’Europa nasce con il riconoscimento del diritto del lavoro a liberarsi dalla condizione di servitù feudale e dunque a muoversi liberamente per cercare di realizzarsi. Già su questo valore storico del diritto alla mobilità per lavorare si registra una cesura reazionaria. La mobilità viene negata come diritto e tutt’al più concessa per funzioni. Il caso dei migranti extracomunitari è il più estremo ma è molto grave anche l’idea di limitare il diritto di mobilità anche per i comunitari. Tutto ne viene stravolto. Non c’è più un diritto in sé ma la concessione solo a chi serve e si adatta. E la cittadinanza può essere limitata per censo, perché chi non ha reddito non può circolare e soggiornare. E’ una rottura totale con le modernità antiche e contemporanee, con i diritti liberali e sociali. Arriviamo al punto che alcuni pensatori liberali possano scrivere che diritti di cittadinanza e sociali sono cose distinte e distinguibili e che possano esistere l’uno senza gli altri. Appunto, la subalternità insieme agli USA e alla Cina, verso la quale si oscilla tra protezionismo, omologazione, incapacità di relazione propositiva. E insieme al diritto alla mobilità si tende a negare al lavoro il diritto di coalizione, cioè di essere riconosciuto come soggetto collettivo autonomo. Naturalmente il tema dei diritti non concerne solo il lavoro. Io ne propongo una lettura integrata perché tale è stato il processo storico. Ma l’Europa fortezza, contro i migranti, è quella che scioglie in negativo le proprie ambiguità e fa del Mediterraneo non la sua culla ma la sua frontiera e il suo tragico cimitero. Tutto ciò trasuda di schizofrenia se si pensa che documenti ufficiali della Commissione parlano di un bisogno grande di migranti come di mobilità interna. Ma la tentazione è di costruire un funzionalismo ademocratico che nega il concetto stesso di diritto. Viene ammesso solo ciò che è compatibile con una società modulata sulla logica di impresa. Per il resto si evoca permanentemente la paura dell’altro,  gli impulsi xenofobi. La politica viene riconvertita in gestione della funzionalità e della paura. Non c’è da meravigliarsi che in questo quadro riemergano forme di razzismo antiche ed ancestrali insieme all’emergere di forme nuove di differenzialismo  antropomorfico. Pensare ai test di ammissione alla cittadinanza che vengono introdotti e rivedere quelli che si facevano in America mostrati dallo splendido film il mondo nuovo è tuttuno.

Ma in un quadro così è l’idea di democrazia socialmente connotata storicamente realizzatasi in Europa che viene in crisi. E dalle radici. Le radici sono il riconoscimento del punto di vista altro e del diritto al conflitto. Questo viene messo in discussione. Il conflitto viene esorcizzato ed espunto. Le scelte si ammantano di una valenza tecnica, obbligata. Ciò è particolarmente rischioso perché la globalizzazione ha reso i meccanismi decisionali più astratti. E perché la realtà si è fatta più complessa, interdipendente e prossima alle soglie e chiederebbe come insegnano i filosofi  della complessità più democrazia e non meno. Quello che sta accadendo in Europa con la crisi è un cambio di scenario decisivo. La governance si è rafforzata. Le decisioni sono assai più strutturalmente ricondotte al livello comunitario. Questo è anche un fatto importante perché mostra una maturità indispensabile per affrontare la globalizzazione e la sua crisi. Ma ciò avviene con una assoluta preponderanza dei poteri esecutivi, del coordinamento dei governi e delle tecnocrazie a scapito delle forme democratiche. Ed avviene su contenuti che confermano quel quadro di comando monetaristico così responsabile della crisi. Il paradosso è evidente se si pensa che dall’altra parte pure l’UE si è dotata dell’unica forma esistente di Parlamento continentale eletto a suffragio universale. Ma non è alla democrazia che ci si affida ma alle funzioni  governiste. Così come è paradossale che il lungo lavoro per una costituzionalizzazione abbia prodotto un Trattato più segnato dall’epoca recente della globalizzazione che dal respiro profondo del modello europeo.

Non è dunque un caso che questa Europa appaia muta nello scenario globale. Questo assai più di ciò che effettivamente sia. Prendiamo la Pace, che pure è stata l’aspirazione grande che ha portato ancora più di altre all’affermarsi del bisogno di Europa dopo le tragedie delle guerre mondiali. Ebbene proprio sulla pace l’Europa è stata impotente e divisa, spesso complice, sia negli scenari lontani che in quelli più vicini come la ex Yugoslavia. La teoria della guerra infinita ha inquinato l’Europa che ha addirittura teorizzato la guerra umanitaria. Ma non solo il subire la guerra, ma anche il non saper praticare la pace come è evidente dal conflitto Palestina-Israele,  a quello curdo a tanti altri. Una Europa incapace di una politica verso l’Africa come verso l’America Latina. Che non mantiene i propri impegni come nei confronti dell’allargamento alla Turchia impantanato da nuovi discriminanti religiose e da incapacità geopolitiche. Che non riesce a determinare neanche una integrazione dell’area dei Balcani della cui disgregazione porta pesanti responsabilità.

Non è un caso che in questa Europa tutte le sinistre e le forze progressiste conoscano una fase di grande difficoltà. I governi di centrosinistra che erano la maggioranza larga ai tempi di Delors e del lancio della Strategia di Lisbona, sono ridotti a pochissimi, per altro in crisi. D’altro canto si sono andate affermando forze di destra di matrice reazionaria e xenofoba particolarmente inquietanti. Ciò non significa però che l’Europa sia definitivamente andata a destra. D’altro canto infatti sono tornati movimenti di grande rilievo e su molteplici scenari. Parlo delle lotte sindacali e sociali in questa fase di crisi. Ma parlo di una più generale partecipazione all’esperienza dei movimenti di altermondialismo che ha visto significative presenze  ed articolazioni europee. Tanti sono i fronti aperti, dalla precarietà, all’acqua, alla scuola, ai migranti. Sono movimenti che cominciano a diffondersi significativamente anche in quello che è stato l’Est europeo e che realizzano forme di armonizzazione che non riescono invece alle politiche ufficiali. Le stesse sinistre e forze progressiste stanno provando in più casi a ripensarsi senza negarsi nella propria identità ed anzi recuperando una qualche autonomia dopo la stagione della omologazione alla modernizzazione liberista interpretata dal blairismo e dalla Terza via. Questo vale per le forze socialiste, dalla SPD, al PSF, al Labour. Vale per gli ecologisti, siano essi i Grunen tedeschi o l’esperienza originale di Cohn-Bendit  in Francia che non a caso lega ecologismo ed Europa. E vale per l’esperienza del Partito della Sinistra Europea che vive innanzitutto della capacità della Linke tedesca di rivisitare e ricongiungere storie passate, della Germania e dell’Europa, senza sconto ma anche senza rimozioni. Per tutte queste forze il tema è quello di un salto di qualità indispensabile. Bisogna costruire una politica che viva a livello dell’Europa, dei suoi cittadini, dei suoi lavoratori, dei suoi giovani come politica quotidiana e di prospettiva. Bisogna costruire una rappresentanza di questa politica, sindacati, movimenti, piattaforme, vertenzialità, soggetti politici. E per farlo occorre superare i limiti e le strettezze nazionali ma anche le vecchie divisioni tra le forze del 900.

Ma per farlo occorre pensare di voler stare in Europa e di appartenere al campo della sinistra che tutta l’Europa riconosce. La situazione italiana è da questo punto di vista paradossale. La sinistra italiana ha avuto la fortuna di non avere divisioni acute tra forze europeiste ed antieuropeiste, come pure è accaduto, e ancora permane in altri Paesi europei. Sia pure con tragitti propri le grandi forze della sinistra italiana si riconoscono nell’europeismo di sinistra, e non fu un caso che Spinelli fosse eletto a Strasburgo dal PCI. Ma ora, anche per la influenza del blairismo, si è creata con il processo di costruzione del PD il rischio di una vera anomalia con l’emergere di una aggregazione di forze che seppure non nega la centralità europea mutua un prevalente di cultura politica da forme di americanismo che rischiano nei fatti di indebolire la forza della costruzione comunitaria. Non c’è nel dire ciò alcun sentimento di antiamericanismo né una idea arroccata di Europa. C’è al contrario l’adesione ad un percorso storico la cui negazione, come detto fin qui, rischia di essere un danno per qualsiasi ricerca di diversa globalizzazione e per i processi democratici in atto negli stessi USA. Non c’è dubbio che la volontà di negare una soggettività autonoma alla identità della sinistra, di assumere i modelli della democrazia statunitense e di incorporare la logica imprenditoriale e sociale USA, vanno in questa direzione. La difficoltà evidente in Europa a comprendere il fenomeno PD sta in ciò. Ma ciò rappresenta un problema anche per l’Italia che avrebbe bisogno invece di una sinistra capace di proiettarsi pienamente nella costruzione di una Europa diversa. Che lo scenario Europeo sia decisivo per le politiche nazionali è evidente a tutti, e l’Italia non sfugge alla regola. Si può dire che il centrosinistra vinse le elezioni con l’uomo più emblematicamente capace di proiettarla in Europa, Prodi. Ma poi perse il governo per l’incapacità di contribuire ad una strada diversa dalla subalternità al monetarismo. E si può dire che la parabola delle destre sta tra il vecchio Tremonti anti Bruxelles e l’attuale Tremonti ortodosso della BCE. In mezzo a queste due realtà, del centro sinistra e delle destre, ci sta un’Italia che avrebbe bisogno di stare in Europa ma di pesarci. Invece per una parte, e penso alla non attuazione delle politiche climatiche, non ci stiamo; e per un’altra, e penso alla subalternità della legge di stabilità, subiamo i diktat tedeschi. L’ “autonomia” che si concede Tremonti è quella di scegliere nella crisi un profilo tutto filo leghista, con due misure, lo scudo fiscale e l’uso del FSE per pagare la cassa integrazione, che parlano ad un’area e a certi ceti imprenditoriali. Non è un caso che le destre si siano divise perché l’idea di Tremonti e della Lega è che questo Paese così come è non passa tutto intero nella crisi. E dunque occorre che l’Italia stia nell’Europa della crisi come una sorta di Lega Italia. Subalterno all’asse forte, più spezzettato geograficamente e socialmente. E’ qui che il tremontismo può convivere con il marchionismo per il resto assai più americanizzante. Convive perché aiuta quello spezzettamento cui si oppongono le vere strutture portanti l’unità del Paese come il contratto nazionale di lavoro. La vicenda di Marchionne è emblematica perché la sua filosofia è stata respinta in Germania dai sindacati come dalla Merkel; la sua FIAT perde costantemente mercati europei ricercando altri improbabili lidi, ma lui diventa l’uomo per tutti, centrodestra e buona parte del centro sinistra. Il danno è grave. Ancora prima che per il centro sinistra, che rischia di essere subalterno a tutto e tutti, alla Merkel come a Tremonti e a Marchionne, per l’Italia. L’Italia infatti ha bisogno di lavorare ad una Europa diversa. Continuo con l’esempio delle auto. Ma perché non chiediamo una politica europea dell’auto? Perché mentre in Germania e in Francia il pubblico investe sulla innovazione auto, si rilocalizzano e reinternalizzano le produzioni  e si fanno record di produzione e vendita, in Italia si spezzetta e si inseguono i SUV? Ma dice niente che il parco vetture prodotto in Italia avrebbe un vantaggio di emissioni in meno di quasi 20 grammi per km su quello tedesco e che non si vende in Europa anche perché la crisi ha lasciato in piedi solo la domanda medioalta? L’Italia ha bisogno di Europa anche perché la sua struttura socioeconomica ha distorsioni profonde che chiedono di essere sanate. La base occupazionale più ristretta; l’esclusione lavorativa più ampia per giovani, donne e aree meridionali; un welfare striminzito e pagato tutto dai lavoratori dipendenti; un doppio regime fiscale che accompagna quote di evasione e di elusione che non hanno pari in Europa; un tasso di laureati bassissimo e prevalentemente femminile; un sistema di imprese affetto da nanismo ecc. Questo stato di cose richiede una riforma radicale, una riscrittura del patto sociale che vada però in senso opposto a quello voluto dalle destre e in direzione assai diversa da quella pensata dal prevalente, fin qui, del centro sinistra. Ma questa riscrittura nazionale deve avvenire nell’ambito di una riscrittura del profilo dell’Europa. Abbiamo una situazione di emergenza. Se si va, come deciso, ad un obbligo di rientro accelerato non solo dal deficit ma anche dal debito, il rischio per l’Italia è di dover pagare in pochissimi anni alcune decine di miliardi di euro. Se continuerà ad operare la destra come fin qui fatto sarà un massacro. Ma se si pensasse di dar corso ad una larga alleanza post berlusconiana che, pur mitigandolo, assumesse lo stesso quadro, sarebbe comunque un disastro. Occorre invece prospettare un quadro diverso per l’Italia e, necessariamente, per l’Europa. Non basta dire che il risanamento va accompagnato con lo sviluppo. La crisi che viviamo è precisamente frutto di questo risanamento e di questo sviluppo. Occorre una diversa idea di risanamento e una diversa idea di sviluppo. Ci sono elementi minori ma importanti che vanno agiti come far calcolare anche il debito privato e puntare con decisione sugli eurobond. Per queste cose c’è spazio di manovra. Ma poi occorre mettere in campo una idea di risanamento che punti sul serio sulle anomalie italiane, ingiustizia fiscale e scarsissima occupazione, chiedendo una sponda in nuove politiche europee. A queste nuove politiche dobbiamo lavorare attivamente, costruendone i soggetti.

Penso a vere e proprie coalizioni europeiste. Una coalizione per il lavoro che ponga il tema dell’armonizzazione e della estensione dei diritti; di livelli contrattuali europei, a partire dal settore auto; di un reddito minimo europeo che, come nella risoluzione assai buona votata da poco dal PE, lavori non ad un sussidio di povertà ma ad una armonizzazione salariale e alla copertura del precariato e della disoccupazione; che ponga il tema di politiche di sviluppo a livello dell’Unione e di una esigibilità del Welfare; e che, per fare ciò, si doti di forme di rappresentanza che esprimano un fattivo riconoscimento del diritto di coalizione. Penso ad una coalizione per i beni comuni, che rilanci l’idea di welfare e di pubblico partecipato, a partire dalle lotte per l’acqua o dalla richiesta sindacale di una direttiva quadro per  i servizi di cittadinanza. Penso ad una coalizione per la cittadinanza, il diritto al permesso di soggiorno per ricerca di lavoro e l’integrazione dei diritti di lavoro, i diritti dei migranti, alla mobilità e al soggiorno, per i Rom e le minoranze sulla scorta della petizione che fu proposta qualche anno fa da Trentin. E penso ai diritti civili per tutte e tutti, contro ogni discriminazione a partire da quelle di sesso, che riguardano tutti  i Paesi di Europa ma ne fa soffrire alcuni di più e tra questi l’Italia. Penso infine ad una coalizione per la democrazia, urgentissima. Va ricostruito un processo democratico di costruzione dell’Unione per una Unione diversa. E’ urgente che la taskforce per la gestione della crisi economica che è composta da governi e banca, trovi un interfaccia politico sociale nei parlamenti e nei soggetti organizzati. E’ urgente cambiare le priorità del risanamento forzando anche sui trattati, già forzati del resto dal costituzionalismo di fatto dei governi, perché si intervenga sulle materie economiche e sociali. Ma sono il processo e il modello che vanno cambiati compiendo una scelta di ripensamento e riscrittura federalista e democratica secondo le proposte avanzate dalle organizzazioni europeiste della scuola di Spinelli. Naturalmente non penso ad una politica a macchia di leopardo ma di una costruzione organica e di respiro. Dico coalizioni per indicare la costruzione di potenze democratiche in atto. E penso anche all’uso di strumenti nuovi ora disponibili come quello delle raccolte di firme, un milione in almeno 7 paesi, per  iniziative di cittadini che propongono direttive a Commissione e a Parlamento ( che incredibilmente non ha potere legislativo ).

 

La storia dell’Unione europea

Un’Europa di pace – gli albori della cooperazione (1945 – 1959)

L’Unione europea nasce allo scopo di mettere fine alle guerre frequenti e sanguinose tra paesi vicini, culminate nella seconda guerra mondiale. Il 17 marzo 1948 nasce la UEO (Unione dell’Europa Occidentale), fondata col Trattato di Bruxelles (aggiornato poi con gli Accordi di Parigi del 23 ottobre 1954), alla quale aderiscono come membri pieni nell’arco degli anni Belgio, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna e Regno Unito, mentre altre nazioni partecipano all’organizzazione come osservatori o come membri associati, per un totale di 28 paesi coinvolti.

Il 5 maggio 1949 sorge un’organizzazione importante: il Consiglio d’Europa, con finalità puramente consultive, è infatti un Comitato dei Ministri ad avere il potere esecutivo.

Il 5 giugno 1947 venne lanciata l’idea del piano Marshall, o ERP, programma di aiuti economici e finanziari all’Europa – pilastro economico della politica americana anticomunista – che venne approvato dal congresso degli Stati Uniti nel 1948; nello stesso anno veniva creata l’OECE (Organizzazione europea di cooperazione economica), istituzione destinata a coordinare la ricostruzione dell’economia europea e lo sfruttamento dei fondi ottenuti tramite il piano; di fronte all’OECE era responsabile l’ECA, l’ente che gestiva direttamente i fondi. L’OECE sarà sostanzialmente un fallimento, a causa anche del disinteresse britannico, e diventerà una sorta di organo consultivo utile solo per la reciproca informazione. Il piano Marshall, per quanto sia riuscito a rimettere in sesto le economie del continente, fallirà l’obiettivo dell’integrazione; otterrà però la liberalizzazione delle economie europee.

Molto diversa è la situazione dal punto di vista della situazione militare. Le questioni di difesa sono legate principalmente all’impegno britannico sul piano diplomatico: inizialmente si estende il trattato di Dunkerque (1947, fra Francia e Gran Bretagna) ai paesi del Benelux, con il Trattato di Bruxelles. I paesi aderenti si impegnavano a sostenersi in maniera diretta in caso di aggressione esterna. Nel 1949 gli aderenti al patto erano già 12, compresa l’Italia; nel frattempo l’automatismo dell’intervento era però venuto a cadere.

Diversa la sorte delle istituzioni create su ispirazione della Francia. La prima delle istituzioni europee, costituita secondo una logica “funzionalista” (costruire l’unione europea attraverso un’integrazione graduale per settori chiave) fu la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA). Ideata da Jean Monnet, la CECA (prevista dal cosiddetto piano Schuman, dal nome del ministro degli esteri francese Robert Schuman che la propose al consiglio d’Europa dopo l’ideazione dello stesso Monnet) aveva come funzione primaria quella di risolvere il maggior motivo d’attrito presente sul suolo europeo occidentale: il carbone tedesco. Jean Monnet, infatti, aveva pensato che il primo passo del metodo funzionalista per la futura unificazione federale europea dovesse essere la soluzione della spinosa questione della concorrenza nella produzione dell’acciaio, materiale all’epoca strategico per ogni potenza, che la Germania produceva a costi molto ridotti grazie alle vaste disponibilità di carbone fossile della regione della Ruhr. Il piano Schuman risolveva il problema con la messa in comune di queste risorse e inoltre aveva il vantaggio, per la Germania, di riportare il paese nel giro diplomatico delle grandi potenze. All’istituzione della CECA parteciparono il Benelux, la Germania, la Francia e l’Italia, dando vita ad una struttura composta da un’assemblea di controllo di fronte alla quale rispondeva un’Alta Autorità con funzioni esecutive, ma indipendente dagli Stati membri, un comitato dei ministri come raccordo politico con gli stati membri, e una Corte di giustizia per risolvere le controversie. Il trattato istitutivo venne ratificato nel 1951. La CECA fu un vero successo, politico ed economico.

È utile riportarne l’Articolo 2 al fine di rilevare gli obiettivi che venivano proposti:

La Comunità europea del carbone e dell’acciaio ha la missione di contribuire, in armonia con l’economia generale degli Stati membri e in virtù dell’instaurazione d’un mercato comune alle condizioni definite all’articolo 4, all’espansione economica, all’incremento dell’occupazione e al miglioramento del tenore di vita negli Stati membri.

La Comunità deve attuare la costituzione progressiva di condizioni che assicurino per sé stesse la distribuzione più razionale della produzione al più alto livello di produttività, insieme tutelando la continuità dell’occupazione ed evitando di provocare, nelle economie degli Stati membri, turbamenti fondamentali e persistenti.

Negli anni Cinquanta la Comunità europea del carbone e dell’acciaio comincia ad unire i paesi europei sul piano economico e politico al fine di garantire una pace duratura. I sei membri fondatori sono il Belgio, la Francia, la Germania, l’Italia, il Lussemburgo e i Paesi Bassi. Gli anni Cinquanta sono caratterizzati dalla guerra fredda tra Est ed Ovest. Le proteste in Ungheria contro il regime comunista sono represse dai carri armati sovietici nel 1956; l’anno successivo (1957), invece, l’Unione Sovietica diventa leader nella conquista dello spazio lanciando in orbita il primo satellite artificiale, lo Sputnik 1. Sempre nel 1957, il trattato di Roma istituisce la Comunità economica europea (CEE), o “Mercato comune”. I Trattati istitutivi della CEE (Comunità economica europea) e dell’EURATOM saranno firmati a Roma nel 1957. Verranno istituiti:

  • un consiglio dei ministri, con funzioni distinte per CEE, CECA ed EURATOM (la CECA verrà progressivamente assorbita dalla CEE);
  • tre Commissioni esecutive per le tre istituzioni;
  • un’assemblea comune con facoltà di censurare le decisioni della commissione con un voto di maggioranza (maggioranza fissata in 2/3);
  • una corte di giustizia.

Venivano inoltre istituiti altri enti, come la Banca europea, il Comitato economico sociale e il Fondo sociale europeo.

La Comunità aveva un assetto istituzionale accuratamente studiato per evitare di conferirle poteri sovranazionali: l’esecuzione del programma e il raggiungimento delle tappe erano subordinati all’azione dei singoli governi perché la commissione non aveva potere esecutivo diretto; il potere era in realtà affidato ad un consiglio dei ministri non sottoposto all’autorità dell’assemblea, la quale era costituita da membri nominati dai parlamenti nazionali.

Gli anni Sessanta – un decennio di crescita economica (1960 – 1969)

Negli anni Sessanta si assiste alla nascita di una vera e propria ‘cultura giovanile’, con gruppi musicali quali i Beatles che attirano orde di adolescenti ovunque si esibiscano, contribuendo ad alimentare una rivoluzione culturale che aumenta ulteriormente il divario generazionale. Sono begli anni per l’economia, grazie anche al fatto che i paesi dell’UE non applicano più dazi doganali nell’ambito dei reciproci scambi. Essi convengono inoltre il controllo comune della produzione alimentare, garantendo così a tutti il sufficiente approvvigionamento di tutta la popolazione – ben presto si registrerà anzi una produzione agricola eccedentaria. Il maggio 1968 è famoso in tutto il mondo per i moti studenteschi di Parigi – molti cambiamenti nella società e nel costume sono associati alla cosiddetta ‘generazione del ‘68’.

Una comunità in crescita – il primo allargamento (1970 – 1979)

Con l’adesione della Danimarca, dell’Irlanda e del Regno Unito il 1° gennaio 1973, il numero degli Stati membri dell’Unione europea sale a nove. Il breve ma cruento conflitto arabo-israeliano dell’ottobre 1973 scatena una crisi energetica e problemi economici in Europa. La caduta del regime di Salazar in Portogallo nel 1974 e la morte del generale Franco in Spagna nel 1975 decretano la fine delle ultime dittature di destra al potere in Europa. La politica regionale comunitaria comincia a destinare ingenti somme al finanziamento di nuovi posti di lavoro e di infrastrutture nelle aree più povere. Il 29 aprile 1976 i partiti cristiani dell’Europa fondano il Partito Popolare Europeo. Partiti nazionali fondatori sono: l’italiana Democrazia Cristiana, gli olandesi Partito Popolare Cattolico, Unione Storica Cristiana e Partito Rivoluzionario, il lussemburghese Cristiano Sociale, i tedeschi Unione Cristiano Democratico e Unione Cristiano-Sociale in Baviera, i francesi Centro Democratico e Unione Centristi del Progresso, i belgi Partito Popolare Cristiano e Partito Sociale Cristiano e l’irlandese Famiglia degli irlandesi. Il Parlamento europeo accresce la propria influenza nelle attività dell’UE e, nel 1979, viene eletto per la prima volta a suffragio universale. Dopo queste elezioni risultò essere diviso nel seguente modo: il Gruppo Socialista 133 seggi, il Partito Popolare Europeo 107 seggi, i Democratici Europei 64 seggi, il Gruppo Comunista 44 seggi, il Gruppo Liberale e Democratico 40 seggi, i Democratici Progressisti Europei 22 seggi, i restanti non iscritti 18 seggi, per un totale di 410 seggi.

L’Europa cambia volto – la caduta del muro di Berlino (1980 – 1989)

In seguito agli scioperi dei cantieri navali di Danzica, nell’estate del 1980, il sindacato polacco Solidarność ed il leader Lech Walesa diventano famosi in Europa e nel mondo. Il 1º gennaio 1981 la Grecia fa il suo ingresso nella CEE. Nel medesimo anno si dà vita all’Alleanza Libera Europea, un partito europeo che unisce i diversi partiti nazionali interessati alla scissione rispetto allo Stato d’appartenenza oppure a una forma di autogoverno. Il Portogallo e la Spagna aderiscono all’UE nel 1986. Sempre nel 1986 viene firmato l’Atto unico europeo, che pone le basi per un ampio programma di sei anni finalizzato a risolvere i problemi che ancora ostacolano la fluidità degli scambi tra gli Stati membri dell’UE e crea così il ‘Mercato unico’.  L’atto unico è un passo verso l’integrazione della politica estera, che rimarrà comunque ancora a lungo uno dei punti deboli della comunità. Per l’applicazione del trattato la commissione si mette in moto e nel giro di tre anni la maggior parte degli obiettivi definiti nel libro bianco sono stati raggiunti; vengono inoltre ridefinite le basi su cui pagare il contributo alla CEE e la politica agricola. Si istituisce anche una commissione di studio sull’unione monetaria, presieduta da Delors. Il suo studio avrà un effetto di accelerazione notevole sull’integrazione fiscale e porterà rapidamente alla definizione di un programma per l’unificazione monetaria. Su questa unificazione monetaria, e in particolare sulla Banca centrale europea, alcuni governi, tra cui quello italiano, faranno molte obiezioni, giustificate dal problema di dover colmare un netto divario istituzionale.

Si produce poi un grande sconvolgimento politico quando, il 9 novembre 1989, viene abbattuto il muro di Berlino e, per la prima volta dopo 28 anni, si aprono le frontiere tra Germania Est e Germania Ovest, che saranno presto riunificate in un solo paese.

Un’Europa senza frontiere (1990 – 1999)

Il crollo del comunismo nell’Europa centrale ed orientale ha determinato un avvicinamento dei cittadini europei. Nel 1993 viene completato il mercato unico in virtù delle ‘quattro libertà’ di circolazione di beni, servizi, persone e capitali. Gli anni Novanta sono inoltre il decennio di due importanti trattati: il trattato di Maastricht sull’Unione europea (1993) e il trattato di Amsterdam (1999). Il trattato introduce due nuove politiche di cooperazione : CGAI (giustizia e affari interni) e PESC (politica estera e sicurezza comune); queste si aggiungono alla Comunità europea (risultante delle istituzioni precedenti, CEE, CECA ed EURATOM). Su questa serie di istituzioni si deve fondare l’Unione europea.

Il trattato definisce – come definite d’altra parte negli studi della commissione di Delors – le tappe per l’unificazione monetaria. All’unità monetaria saranno ammessi i paesi che garantiranno stabilità della moneta, bassa inflazione e bassi tassi d’interesse, disavanzo di bilancio inferiore al 3% del PIL e debito pubblico inferiore al 60% del PIL.

L’UE ha competenze più ampie della vecchia CEE e si avvale del principio di sussidiarietà. La PESC ha come obiettivo quello di portare l’Europa a formulare una politica di difesa comune che in futuro possa anche diventare una difesa comune vera e propria; quello di promuovere la pace internazionale e difendere i valori comuni e gli interessi fondamentali dell’indipendenza europea; inoltre mettere in atto un collegamento fra l’UE e l’UEO.

Il CGAI fissa i parametri per la collaborazione intergovernativa nei settori giudiziari e di polizia.

La cittadinanza europea si aggiunge alla cittadinanza nazionale – è cittadino europeo chiunque sia cittadino di uno degli stati membri.

La struttura delle istituzioni è la seguente:

  • il Consiglio Europeo, che riunisce i capi di governo e di stato dei paesi membri: fissa le linee guida per la politica dell’unione;
  • il Consiglio dell’Unione europea, consiglio dei ministri dei paesi d’Europa, la cui composizione varia a seconda dell’argomento da affrontare: agisce entro i limiti stabiliti dal Consiglio Europeo;
  • la Commissione europea: è il vero e proprio governo dell’Europa, la cui azione è limitata dalle scelte del Consiglio e dalle clausole dei trattati;
  • il Parlamento Europeo, eletto a suffragio universale, con limitata capacità legislativa: ha principalmente funzioni di controllo;
  • la Corte di giustizia delle Comunità europee: ha il compito di assicurare il rispetto del diritto comunitario e della sua corretta interpretazione.
  • la Corte dei conti europea è una corte di giudici fiscali: controlla la correttezza del bilancio della UE;
  • il Comitato economico e sociale e il Comitato della CECA: si tratta di organi consultivi di tipo tecnico;
  • il Comitato delle regioni: è l’organo di raccordo fra la Commissione e gli enti locali degli stati membri;
  • la Banca europea degli investimenti (BEI): banca che cura gli investimenti in settori rilevanti dell’economia pubblica;
  • Istituto Monetario Europeo (poi Banca centrale europea), con giurisdizione sulle questioni monetarie e fiscali: una nuova Banca Centrale.

Nel 1993 vengono fondati il Partito del Socialismo Europeo e il Partito Europeo dei Liberali. I cittadini europei si preoccupano di come proteggere l’ambiente e di come i paesi europei possano collaborare in materia di difesa e sicurezza. Nel 1995 aderiscono all’UE tre nuovi Stati membri: Austria, Finlandia e Svezia. Una piccola località del Lussemburgo dà il nome agli accordi di ‘Schengen’ che, gradualmente, consentono ai cittadini di viaggiare liberamente senza controllo dei passaporti alle frontiere. Milioni di giovani studiano all’estero con il sostegno finanziario dell’UE. Viene semplificata anche la comunicazione, in quanto sempre più cittadini utilizzano il telefono cellulare ed Internet. Nel 1999, 11 degli allora 15 paesi membri dell’Unione europea, facenti parte del Sistema Monetario Europeo,adottano una moneta unica: l’Euro.

 

 

Ulteriore espansione (2000 – 2009)

L’euro è la nuova moneta per molti cittadini europei. L’11 settembre 2001 diventa sinonimo di “guerra al terrorismo” dopo che alcuni aerei di linea vengono dirottati e fatti schiantare contro edifici di New York e Washington.

Nel 2004 nasce il Partito dei Verdi Europei. Nello stesso anno viene fondato il Partito della Sinistra Europea. Nasce a Roma, l’8 e 9 maggio 2004, con un congresso fondativo che vede la partecipazione di oltre 300 delegati in rappresentanza di 16 formazioni politiche di sinistra, comuniste, socialiste e rosso-verdi di tutta Europa.

I paesi dell’UE iniziano a collaborare molto più strettamente per combattere la criminalità. Con l’adesione all’UE di ben 10 nuovi paesi nel 2004 e di altri due paesi nel 2007 si ritengono definitivamente sanate le divisioni politiche tra Europa orientale e occidentale. Nel 2007, con la Slovenia, i Paesi dell’eurozona sono diventati 13. Nel 2008, anche Cipro e Malta hanno adottato la divisa comune: l’eurozona contava 15 paesi. Nel 2009, con l’ingresso della Slovacchia, i Paesi dell’eurozona erano 16. Anche l’Estonia, nel 2011 ha fatto il suo ingresso nell’eurozona, che conta ora 17 membri. Nel settembre del 2008 una crisi finanziaria investe l’economia globale, portando a una più stretta collaborazione in campo economico tra i paesi dell’UE. Il trattato di Lisbona entra in vigore il 1° dicembre 2009, dopo essere stato ratificato da tutti i paesi dell’UE, apportando in seno all’UE istituzioni moderne e metodi di lavoro più efficienti.

Dal 1º luglio 2013 anche la Croazia è entrata a far parte dell’Unione Europea. Macedonia e Turchia sono invece i paesi che hanno avviato trattative ufficiali per l’adesione all’Unione e che sono quindi candidati all’ingresso nella stessa, pur non essendo stata ancora determinata una data certa di adesione; per quanto riguarda la Turchia, poi, l’adesione all’UE è subordinata al rispetto di requisiti particolari e, comunque, non è prevista prima del 2014. Il 16 luglio 2009 anche l’Islanda ha chiesto di aderire all’Unione europea.

 

 

La Costituzione europea

 

L’Allargamento, che ha portato l’UE da 15 a 27 stati membri, ha posto la necessità di una revisione dell’assetto istituzionale dell’Unione. La Convenzione europea – a tale scopo convocata – ha così portato alla stipula del Trattato che istituisce una Costituzione per l’Europa: un fatto di grande importanza che imprime uno slancio verso un ulteriore coordinamento delle politiche, ma che in realtà non crea uno Stato federale né una confederazione, poiché il termine costituzione implica la volontà “costituente” di un sistema basato su una comunità di diritto. La Costituzione europea però non entrerà mai in vigore: il processo di ratifica si è interrotto quando il 54,7% dell’elettorato francese ha scelto di non sottoscrivere il Trattato.

 

 

Le personalità importanti nella storia dell’Europa

Konrad Herman Josef Adenauer

La politica di Adenauer fu rivolta verso diverse direttrici: in politica interna, costruire una democrazia stabile e rilanciare l’economia in una Germania occidentale distrutta dalla guerra; in politica estera, giungere a una piena riconciliazione con la Francia, schierarsi sempre più verso l’Occidente nell’ambito della divisione dei blocchi ma allo stesso tempo difendere la propria sovranità, entrare con pieni diritti nelle nascenti organizzazioni della NATO e dell’Organizzazione per la Cooperazione Economica Europea.

 

Alcide De Gasperi

Passò lunghi anni di studio e di osservazione degli avvenimenti politici italiani e internazionali, nonché di approfondimento della storia del partito cristiano del Centro in Germania e delle teorie economiche e sociali maturate in seno alle varie correnti della cultura cattolica europea. Fu convinto sostenitore della necessità di un’integrazione europea, e critico nei confronti dell’ingresso dell’Italia nella NATO, cui avrebbe di gran lunga preferito la creazione di una Comunità Europea di Difesa.

 

Jean Omer Marie Gabriel Monnet

Nel 1950, al risorgere di nuove tensioni internazionali, Monnet decise fosse venuto il momento di tentare un passo irreversibile verso l’unione dei paesi europei. Preparò, con alcuni collaboratori, il testo di quella che sarà la Dichiarazione Schuman.

Nel 1952 Jean Monnet diventò il primo presidente dell’Alta Autorità della Comunità europea del carbone e dell’acciaio. La sua intuizione più grande fu senz’altro l’utilizzo delle risorse carbo-siderurgiche, fino a quel momento oggetto di aspre contese tra Francia e Germania, per la prima volta come strumento di cooperazione.

 

Robert Schuman

Il 9 maggio 1950 Schuman, su ispirazione anche di Jean Monnet, presentò la sua proposta di porre le basi per la creazione graduale di una federazione europea, indispensabile per il mantenimento di pacifiche relazioni in futuro in Europa. In particolare, come prima tappa Schuman propose la creazione di una comunità del carbone e dell’acciaio con cui Francia e Germania Ovest – ma anche gli altri Paesi europei interessati – avrebbero messo in comune la gestione di tali risorse strategiche. La Dichiarazione Schuman portò alla creazione della CECA e costituì il punto di partenza del processo di integrazione europea che condusse poi alla formazione dell’Unione Europea. Per ricordare tale origine, il 9 maggio viene celebrata annualmente la Festa dell’Europa. Dal 19 marzo 1958 al 1960 Schuman è stato il primo presidente dell’Assemblea parlamentare europea, eletto all’unanimità. Alla fine del suo mandato l’Assemblea parlamentare europea proclamò Schuman padre dell’Europa.

 

Paul-Henri Spaak

Eletto presidente della prima assemblea dell’ONU nel gennaio 1946, presidente del Consiglio e ministro degli esteri dal 1946 al 1949, fu il primo presidente dell’assemblea della CECA che tenne la prima sessione a Strasburgo nel settembre del 1952.

Fu anche uno dei creatori del Benelux, ma soprattutto ebbe una influenza decisiva nella Conferenza di Messina, nel giugno 1955, che produsse il Mercato Europeo Comune e l’Euratom, le due organizzazioni ratificate poi nei trattati di Roma il 25 marzo 1957; il suo particolare modo di negoziare divenne noto con il nome di Metodo Spaak.

 

Altiero Spinelli

Fondatore nel 1943 del Movimento Federalista Europeo, poi cofondatore dell’Unione dei Federalisti Europei, membro della Commissione Europea dal 1970 al 1976, poi del Parlamento italiano (1976) e quindi del primo Parlamento europeo eletto a suffragio universale nel 1979. Fu promotore di un progetto di trattato istitutivo di una Unione Europea con marcate caratteristiche federali che venne adottato dal Parlamento europeo nel 1984. Questo progetto influenzò in maniera significativa il primo tentativo di profonda revisione dei trattati istitutivi della Cee e dell’Euratom, l’Atto unico europeo. Fu membro del parlamento europeo per dieci anni e rimase uno degli attori politici principali sulla scena europea attraverso il Club del coccodrillo, da lui fondato e animato nel 1981.

 

La costruzione della UE – di Roberto Musacchio

Abbiamo voluto riportare in questo manualetto molti materiali ufficiali e neutri che dessero le tappe della storia passata e recente dell’Europa. Chi scrive però ha una propria lettura degli eventi e se ne avvale nel suo essere europeo. Il rapporto tra particolarità e universalità, come sappiamo, nelle terre che si sono andate definendo come Europa è molto antico. Da un lato le dimensioni urbane e cittadine, dall’altro l’aspirazione universalistica. In mezzo, mano mano, si sono collocate le dimensioni statuali. Ma analogamente complesso è il rapporto tra cittadini e istituzioni, il farsi delle leggi, il costruirsi della politica come scienza ma anche come pratica condivisa. E la relazione tra individualità e comunità, il senso della cittadinanza, ma anche quello del destino e del fine, attraversano epoche e costruzioni storiche.

Le prime società greche fondarono il senso della cittadinanza in connessione strettissima con quello della città. Ma esclusero da esso la massa dei non cittadini, degli schiavi. E affidarono l’universalismo agli elementi culturali e spirituali. Questo valore della cittadinanza connesso al territorio, ma segnato anche dal portato culturale, influenzerà permanentemente il dibattito europeo. Per tutte le epoche della storia europea sarà contemporaneo a ciò una volontà di portare ad unità quei territori che si dissero europei. La costruzione della UE è l’ultimo di questi tentativi e vorrebbe fare i conti con tutti gli insegnamenti della storia che abbiamo vissuto. Certamente i più drammaticamente recenti, quelli delle terribili guerre mondiali. Dalla volontà di porre fine alle guerre, si dice in tutta la pubblicistica storiografica ed ufficiale, nasce la costruzione che porta all’attuale UE. Certamente anche questa è una verità. Ma come tutte le verità storiche deve fare i conti con i processi che la producono e su quelli che si determinano in connessione con il nuovo farsi della storia stessa.

C’è probabilmente una semplificazione nella narrazione che sottostà al processo storico in corso. Una semplificazione, non si può dire quanto voluta, che concerne molteplici punti e della storia fattuale e di quella del pensiero politico e culturale. Sono più sfumate, troppo, nelle ricostruzioni delle colpe storiche dell’Europa quelle legate a fenomeni come il colonialismo e l’imperialismo che pure furono portatori di conflitti e sofferenze tremende. L’orrore dello olocausto è assoluto. Ma non assolve altri orrori. Anche perché colonialismo e imperialismo, e i loro substrati sub culturali antropologici sono ancora drammaticamente presenti nell’oggi, nei rapporti tra l’Europa e la realtà migrante e degli altri continenti. Pensare di avere una idea, che appare sempre più indispensabile, di cosa il Mediterraneo è e possa essere per l’Europa, una possibile ripartenza nello stesso processo storico e una chiave di innovazione della globalizzazione stessa, risulta impedito dal considerarlo, come si fa ora, una barriera per una Europa vista come fortezza.

Ci sono letture semplificate della divisione tra Est ed Ovest, in realtà tra due mondi diversi e contrapposti, che ha segnato la vita del Continente fino a quasi fine millennio. In verità queste due parti furono assai più connesse di quello che si è voluto affermare in una ufficialità che si è sforzata di considerare la caduta dei muri, e del muri, come una vittoria di una parte sull’altra arrivando a spingersi a equipararla alla liberazione dal nazismo. La indubitabile condanna dei regimi del socialismo reale rischia così non di essere esaltata ma sminuita. Non si coglie né la realtà storica per cui una parte significativa dell’edificazione del modello sociale europeo passa anche attraverso il rapporto storico con quei regimi e con le istanze che li ispiravano e che purtroppo tradivano. Ma non si coglie neanche il peso che ha avuto l’aggettivo reale nell’uccidere il sostantivo socialismo; cosa che invece è quanto mai indispensabile proprio oggi che qualcosa di simile può accadere per l’Europa reale.

Letture di comodo le possiamo ritrovare in tutta la vicenda della relazione con l’area dei Balcani, con quella che fu la ex Yugoslavia e che, ancora prima, e ormai siamo ai 100 anni dai fatti di Sarayevo che diedero il via alla prima guerra mondiale, fu sempre una terra crocevia in cui non sono mai mancate le scorribande europee. Tanto grigio è stato il ruolo dell’Europa, e dei suoi singoli Stati, nel processo di dissoluzione della ex Yugoslavia, tanto grigia resta oggi la politica verso le entità sorte da quella dissoluzione, trattate in modi differenziali per ragioni che, dietro la questione dei diritti umani e del riconoscimento dei crimini di guerra e della punizione dei colpevoli, fanno trasparire la propria autoassoluzione e il perseguimento di politiche differenziali per logiche geopolitiche che, per altro, anch’esse incrinano l’Unione.

Per non parlare delle politiche di allargamento verso la Turchia, o verso l’Ucraina, che procedono con continui stop and go dettati dalle più deleterie logiche e convenienze geopolitiche. Fino ai tragici avvenimenti ucraini di questi giorni.

Ma anche il tragitto della definizione culturale e di quella costituzionale ed istituzionale, democratica insomma, è stato ed è tutt’altro che adeguato. Ho detto in premessa che i materiali storici sono tanti, complessi e a volte profondamente contraddittori. Averne coscienza e rispetto è una condizione indispensabile. Ma altrettanto indispensabile è avere una discussione aperta e partecipata sul senso del percorso che si sta intraprendendo. Cioè un vero processo Costituente. Cosa che non c’è stata. La costruzione dell’Unione è stata segnata profondamente da quelle che si sono definite elites. E ciò si è fatto ancora più problematico oggi che queste elites sono sempre meno espressione di una eccellenza del pensiero, ancor meno di processi storici collettivi e democratici, e sempre più mere articolazioni di quella sorta di potere unico che attende alla custodia del pensiero unico della globalizzazione liberista.

I materiali storici invece che alimentare una discussione costituente sono rimasti confinati agli specialisti, trasformati spesso in mera propaganda per l’affermarsi di particolarità politiche. Ho già detto in tal senso di molti punti topici su cui ciò è avvenuto ed altri potrei ricordarne come la famosa discussione sulle origini cristiane, o giudaiche cristiane che, per come è stata fatta, è quanto di più lontano ci sia dal cogliere il valore universalistico che oggi lo stesso Papa Francesco ripropone.

Per tornare al punto iniziale, il rapporto tra individualità e comunità, previa la definizione di entrambi, e dunque il farsi della politica e della democrazia, la ricchezza estrema dei materiali disponibili, dall’antichità a quelli della modernità, è stata del tutto bypassata da un processo di stampo funzionalistico, a matrice economicista, che si è incarnato appunto come “reale”. Una sorta di rivincita dell’idea reazionaria per cui solo il reale è razionale, ancora più insensata a fronte della complessificazione del reale stesso e della sua palese assurdità rispetto ai processi di falsificazione, per citare un pensatore liberale come Popper.

Tutto ciò è qualcosa di assai più profondo di quello che troviamo nella vulgata della storiografia per cui sulle ispirazioni federaliste e democratiche, che furono e sono  diverse tra loro anche solo guardando al contributo del pensiero italiano da Mazzini a Cattaneo e Rosselli fino a Spinelli, ha vinto il processo funzionali stico ed intergovenativistico che trova in Monnier il suo padre ispiratore. In realtà il farsi di tale processo è andato modificando radicalmente gli stessi componenti storici, e gli equilibri tra loro, di cui si nutriva. Al punto che oggi siamo di fronte ad una creatura, l’Unione Europea, cioè l’Europa reale, del tutto abnorme e fuori dalle tradizioni tutte da quella liberale a quella sociale. Una sorta di Frankestein che si muove ancor più che guidata da un pilota automatico, come è stato autorevolmente detto, come un automa.

Tutto il percorso dei Trattati è stato segnato da una preponderanza economicista che si è andato sempre più impoverendo quanto più la concezione dell’economia si andava omologando a quella imposta dal pensiero unico liberista e dal suo potere sacerdotale che andava sovrapponendosi alla politica e svuotando la democrazia. Leggere i trattati istitutivi da quello della Ceca in poi è come leggere una sorta di regressione per cui tante più cose entravano negli ambiti dell’edificanda Unione tanto meno chiari e condivisi erano gli obiettivi se non l’affidare il tutto al saper fare del mercato. Non più condivisione di obiettivi produttivi, e loro gestione equilibrata, ma liberalizzazione di una economia che per altro si andava sempre più modificando. La finanziarizzazione e la privatizzazione del denaro infatti cambiano radicalmente il segno del capitalismo contemporaneo. E l’’Europa reale è stata antisegnana, anche rispetto agli USA e attraverso i suoi uomini chiave, di queste politiche. Uomini chiave che hanno contribuito non poco a quel cambiamento della politica, e della democrazia, fondando quel sistema delle sliding doors, delle porte girevoli, che li vedeva  e li vede attraversare, ruoli di comando, economico, politico e istituzionale, che dovrebbero rimanere separati. Nel mentre si rompeva con il compromesso sociale del ‘900, si è andati fuori anche dai cardini delle culture liberali. Su praticamente tutto. A partire dal motto chiave del liberalismo “No taxation without rappresentation”, che viene del tutto violato da una istituzione che, da non eletta, cioè la troika, che rappresenta l’1% scarso del bilancio europeo, purtroppo, e che invece ormai determina nel dettaglio gli interi bilanci dell’Unione. Mai nessuno, nemmeno il socialismo reale, aveva addirittura costituzionalizzato una teoria economica. Questo avviene invece con la costituzionalizzazione dell’austerità e il dogma del pareggio di bilancio. Che da un lato mette fuori legge Lord Keynes e dall’altro avvià lo smantellamento di quelle Costituzioni europee che la JP Morgan considera insopportabilmente socialistiche. L’edificazione dell’austerità porta a regime tratti che erano preesistenti. Per cui l’80% delle leggi erano ormai recepimento nazionale di quelle europee laddove la funzione legislativa europea è rimasta prerogativa di governi e commissione che così ottengono il doppio risultato di bypassare sia il parlamento europeo, che può solo discutere le leggi presentate da altri, sia i parlamenti nazionali che le debbono recepire senza poterle cambiare. Ma nel contempo lo stesso intergovernativismo si è modificato in una sorta di superfetazione del potere unico che va oltre il collegarsi dei singoli governi. Questa è la Troika.

Né si può dire che i cittadini non vengano colpiti oltreché materialmente nella loro stessa condizione di cittadinanza. L’idea di cittadinanza infatti non sopravvive per come era né evolve verso una nuova dimensione europea. Regredisce a tratti di neo servilismo e di differenzialismo. Tutta la sfera dei diritti sociali è resa subordinata al mercato e non esigibile. Non solo. Elementi cardine come il diritto alla mobiloità e alla residenza non vengono solo negati ai migranti ma resi più aleatori per gli stessi comunitari con tentativi ripetuti di subordinarli al reddito. La cittadinanza di censo va insieme al divieto neofeudale di mobilità lavorativa per i migranti! E stravolta è la sfera politica per come si va imponendo il potere assoluto della Troika, la logica dell’inesistenza di alternative, la narrazione autoriataria e paternalistica del debito, la modificazione radicale dei soggetti politici ed istituzionali resi impermeabili e omologati e servili.

Un quadro senz’altro duro ma che bisogna avere presente se si ha a cuore l’Europa. Un quadro che chiede una rottura democratica e un nuovo processo costituente che liberi dalle impalcature edificate dal regime e riprenda il cammino della costruzione del demos e della democrazia.

 

L’Italia e l’Europa – di Roberto Musacchio

L’unica volta che i cittadini italiani hanno votato per esprimere direttamente la loro opinione sull’Europa è stato l’11 maggio 1989 in un referendum consultivo, in cui cioè erano chiamati ad esprimere il loro parere su un quesito che recitava: “ Ritenete che si debba trasformare la Comunità Europea in una effettiva Unione dotata di Governo responsabile di fronte al Parlamento affidando allo stesso Parlamento il mandato di redigere un progetto di Costituzione da sottoporre a ratifica dagli organi competenti degli  Stati membri? “  Il risultato fu nettissimo: ben 29 milioni di si, l’88%, solo il 12% di no, ed una partecipazione al voto del 66,83%. Da allora non si è più votato per esprimersi direttamente sulle scelte europee in quanto i vari trattati, quello di Maastricht e quello Costituzionale di Lisbona, sono stati ratificati senza consultare il popolo e direttamente dal Parlamento. Gli unici momenti in cui si è votato direttamente sull’Europa sono state dunque le elezioni per il Parlamento Europeo nelle quali c’è stata sempre un affluenza alle urne abbastanza alta, superiore anche di molto al 50%, ben più ampia di quella di molti altri Paesi, anche se al di sotto di quella delle altre competizioni elettorali nazionali e molto concentrata nella campagna elettorale più sui temi italiani che su quelli europei.

Quel voto dell’11 maggio 1989 consente alcune considerazioni. L’Italia arriva alla scelta di dar vita all’Unione Europea con un forte consenso dei propri cittadini. Ma come si è formato quel consenso e quanto è consapevole e convinto? L’opinione dei cittadini in quel momento tiene conto di due fattori diversi. Il primo è la storia del Paese, molto segnata dalle idee dei grandi partiti di massa, la DC e il Pci; il secondo è la crisi di questa storia che non a caso sta per vedere la fine di questi due partiti e la nascita della cosiddetta “ Seconda Repubblica “. Entrambi i fattori convergono nel dare importanza all’Europa. Il percorso storico dei vecchi grandi partiti, Pci e DC, ha finito col trovare nell’Europa una sorta di approdo di compromesso nel loro decennale conflitto che è stato politico, sociale ma anche di campo: USA contro URSS. In quella sorta di “ compromesso storico informale “ che è stata la convivenza tra Pci e DC, l’Europa ha rappresentato una sorta di terra terza. IL Pci, nel suo percorso storico, aveva avuto posizioni anche molto critiche verso l’integrazione europea, vista anche come luogo di un capitalismo continentale che rischiava di indebolire la centralità della scelta di campo socialista. Ma poi è l’Europa il luogo eletto da Enrico Berlinguer per indicare la sua “ terza via “, la propria ricerca di un diverso cammino. Sarà infatti l’Eurocomunismo a rappresentare questa scelta di autonomia rispetto all’URSS. E in questo sforzo di nuova collocazione, che è insieme geopolitica ed identitaria, il Pci incontra nuove culture politiche come quelle del Federalismo di Altiero Spinelli che non a caso fu eletto al Parlamento Europeo proprio dal Pci. Quanto questa adesione europeista fosse consapevole e conscia di ciò che sarebbe avvenuto è materia di discussione. L’esigenza di un posizionamento autonomo dal campo del socialismo reale era infatti probabilmente l’esigenza più pressante. La comprensione di ciò che sarebbe poi avvenuto con l’effettiva integrazione europea in termini di cambiamento radicale degli equilibri sociali ed economici, ancora era di certo molto approssimata. Ancora non si era aperta una riflessione vera sulla nuova fase che si sarebbe chiamata della “ globalizzazione liberista “ e di come essa avrebbe rotto gli antichi compromessi sociali e di quale ruolo avrebbe giocato in essa l’Europa. Non è un caso che la parte prevalente dell’allora Pci, quella che avrebbe dato vita prima al PDS, poi ai DS e infine al PD, sarebbe passata dall’eurocomunismo al socialismo europeo del PSE fino alla attuale non collocazione, anche se per il PD è prevalente la relazione con il PSE, che però si tenta di trasformare in “ democratico “. D’altro canto il 1989 è l’inizio della rapidissima caduta dei vecchi partiti italiani e della prima repubblica. La seconda, così segnata da una radicale crisi di consenso della politica presso i cittadini, trova nell’Europa una sorta di motivazione al fare che sostituisce quasi l’idea di un cambio di modello sociale. L’altra sinistra, quella che fu detta del ’68 e che dopo lo scioglimento del Pci,si trova in Rifondazione Comunista, comincia invece a misurarsi con l’Europa in modi diversi e più approfonditi. La parte prevalente del ’68 italiano non è mai stata filosovietica. Ha guardato molto ai movimenti generazionali ed operai di ogni parte del mondo. Ha un proprio campo di idee e comincia a ragionare dell’Europa come uno dei contesti  in cui farle vivere. Comincia cioè a nascere un possibile “ europeismo di sinistra “  che sarà presente in questi anni in Italia anche se non riuscirà a cambiare il corso degli eventi.

Quale è questo corso degli eventi? Quello di una adesione all’Europa che non è pienamente consapevole, se non nelle elites politiche che la perseguono, di ciò che sta succedendo. Non è un caso che i principali atti di questo processo, l’adozione di Maastricht, del Trattato Costituzionale di Lisbona, ed ora di Europlus, avvengono senza un coinvolgimento del popolo, senza una vera discussione pubblica, con una sostanziale convergenza delle principali forze politiche. Non che tutte le forze politiche italiane siano “ europeiste “. La Lega ad esempio ha avuto anche un profilo che in alcuni tratti è stato “ antieuropeo “. Ma, al dunque, entrambi gli schieramenti del “ bipolarismo italiano “, quello imperniato su Berlusconi e quello fondato su quello che attualmente è il PD, hanno coapprovato quegli atti, quale che fosse il governo in carica al momento. Questa mancata discussione pubblica è stata tanto più grave in quanto invece le scelte europee hanno contato molto nei percorsi politici italiani. Non c’è dubbio che ad esempio per Romano Prodi la visione europea sia stata un elemento decisivo del suo profilo politico, del suo esprimere una leadership sul PDS di cui non era membro, nel suo vincere le elezioni due volte in un ventennio che è stato segnato si dall’egemonia di Berlusconi ma che, è bene ricordarlo, ha visto per quasi metà degli anni governi di centrosinistra. E anche il populismo berlusconiano trova in determinate correnti europee. E non a caso oggi è Mario Monti, altro uomo che trova a Bruxelles molta della sua forza, che guida l’attuale esecutivo di “ salvezza europea “.

Quando dico che non c’è stata consapevolezza condivisa in ciò che questa Europa comportava, dico che non vi è stata una vera discussione pubblica delle conseguenze delle scelte fatte da Maastricht in poi. Questo ha corrisposto anche alla sempre più marcata omologazione delle principali forze politiche intorno ai “ valori di mercato “. In particolare il Pds poi PD nel suo cammino teso a “ legittimarsi “ ha trovato nella “ obbligatorietà “ delle scelte un valido alibi a compiere cambiamenti senza dover troppo motivare alla base il perché. Ancora una volta una scelta “ ideologica “ , di “ posizionamento “, che però, come tutti i pensieri “ opportunistici “ a lunga non frutta. Questa adesione supina alle scelte monetaristiche ha avuto conseguenze assai negative. I governi di centrosinistra che si erano avvalsi dell’europeismo per vincere le elezioni, hanno poi ampiamente fallito la prova del saper governare cambiando effettivamente le cose per la propria gente. Oggi che la crisi esplode a livelli drammatici il centrosinistra è costretto ad affidare la transizione ad un nuovo uomo esterno alla politica, Monti, dandogli praticamente carta bianca e rinunciando a sancire la sconfitta del berlusconismo. Come già accadde nel passaggio dalla prima e la seconda repubblica quando fu un altro uomo di banca, Azelio Ciampi, a pilotare la transizione verso approdi di  subalternità agli assetti europei. Per giunta così facendo il centrosinistra italiano non è riuscito a porre al centro due questioni fondamentali e cioè cosa occorre fare per cambiare questa Europa sempre più in crisi e sempre più dominata dall’asse franco-tedesco; e, di conseguenza, come far stare questa Italia in questa Europa. Limiti ed errori drammatici. Perché in questa Europa le condizioni dell’Italia sono sempre più difficili. Il modello sociale italiano è segnato da tante lotte ma è anche più esposto di altri alle incursioni che arrivano dalle violente ristrutturazioni imposte da questa Europa. Tanto più che i soggetti che hanno costruito questo modello non ci sono più a difenderlo e dall’interno si muovono forze tese a una totale destrutturazione, come quelle simboleggiate dall’amministratore delegato della Fiat Sergio  Marchionne. Per giunta il modello produttivo italiano era segnato da un prevalente ruolo dell’economia di esportazione “ aiutata “ dalle svalutazioni ripetute della lira, ed ora, in assenza di esse, e con una struttura assai più precaria di altre, subisce colpi drammatici, anche se rimane in gradi di esprimere una propria forza.

La mancanza di una vera discussione pubblica consapevole ha fatto sì che si arrivasse impreparati a quella che è l’inderogabile esigenza dell’oggi, e cioè cambiare questa Europa per poter cambiare anche i singoli Paesi. Infatti mi pare evidente che nessun ritorno indietro, a dimensioni nazionali, sia praticabile o, anche, auspicabile. Perché la sfida vera è quella di battere questa globalizzazione liberista che ha messo al centro la finanza, destrutturato il lavoro, messo in sordina la democrazia. E l’Europa dovrebbe essere il luogo , per l’accumulo di forze sociali che ancora che contiene, di una possibile alternativa.

Questo il senso di quella Sinistra Europea che anche dall’Italia avevamo contribuito a fondare. Le idee per questo cambiamento sono presenti nella sua elaborazione ma devono trovare una nuova stagione di rilancio che si faccia forte dei nuovi movimenti scesi in campo per manifestare indignazione contro questo stato di cose. Guardando anche a quei Paesi dove le elezioni potrebbero servire almeno a proporre il cambiamento perché le destre mostrano la corda. Un cambiamento della struttura stessa dell’Europa. Che si fondi sulla costruzione di una democrazia europea  e una nuova economia sociale. L’esatto opposto di Euro plus. Poteri decisionali al Parlamento Europeo. Riforma della BCE. Ristrutturazione condivisa del debito. Lotta alla speculazione finanziaria e alle rendite. Nuova centralità del lavoro, stabilizzazione della precarietà, salari europei  adeguati e basic income. Diritto di ricerca del lavoro per i migranti. Beni comuni alla base di una nuova economia. Produzione di politiche di economia sostenibile integrate al livello europeo. Insomma quello che chiamiamo un’altra Europa. Che ormai è indispensabile perché ciò che si è messo in campo con la crisi e le recenti decisione di Euro plus è una autentica eclisse della democrazia

 

Nathan e l’Europa – di Roberto Musacchio

A cento anni dalla fine della sua sindacatura, un gruppo di intellettuali ha dedicato a Ernesto Nathan, il sindaco mazziniano, ebreo, anticlericale e massone, gran riformatore, un appuntamento che ha avuto un notevole successo. La ragione dell’interesse, e di conseguenza della buona riuscita, sta proprio nel valore di quella esperienza che regalò alla Capitale l’entrata nella modernità e molte importanti opere civili e sociali.

Ma la collocazione culturale e politica di Nathan e l’epoca della sua azione politica si sono prestate ad una riflessione che andasse oltre la sua attività amministrativa per spaziare sul momento storico generale. Quando finisce il suo periodo da sindaco infatti si è in piena vigilia della prima guerra mondiale e l’Italia per altro è attraversata da molti scandali che coinvolgono la politica. Le analogie con l’oggi sono evidenti.

Ma stiamo all’Europa. Partiamo dalla coda e cioè dall’esplodere del conflitto e dal fatto che Nathan, a 70 anni, decide di arruolarsi volontario per combattere con gli Alleati. E partecipa anche ad una conferenza internazionale della Massoneria in cui sosterrà posizioni nazionaliste e di espansione dei confini italiani, anche contro il “ pericolo bolscevico “.

Parto da qui, non per sminuire l’opera e la figura di Nathan, che furono gloriose e meritorie, ma per proporre un ragionamento ed una tesi. La questione europea è stata immanente nella storia nostra da sempre ed ha influenzato tutte le epoche. Anche il formarsi degli stati nazionali si è intrecciato con essa. Da questo intreccio, non risolto, si sono determinati conflitti terribili che hanno concorso a due guerre mondiali.

La tesi continua col dire che punti di vista e materiali perché le cose avessero un diverso svolgimento erano pure presenti e disponibili. Guardando alla storia di Nathan ed alla sua formazione ad esempio ne incontriamo molti. E sono quelli che furono resi possibili tra l’altro dalla attività della sua straordinaria madre, Sara, che da Londra a Villa Tanzina, in Svizzera, dove aveva dovuto rifugiarsi per le accuse di attività sovversive, andò intrecciando relazioni ed azioni con personalità quali Mazzini, Cattaneo, la famiglia Rosselli, che avevano chiaro il rapporto tra le lotte di liberazione nazionale, gli ideali di nuova umanità e democrazia, e la costruzione dell’Europa.

Già la dimensione dell’esistenza di Nathan era europea, risultando egli un intreccio tra radici italiane ed inglesi. Ma il rapporto con pensatori e uomini d’azione come quelli ricordati, metteva a disposizione materiali preziosi. Tra l’altro, a proposito di rivisitazione del passato, è importante notare come nella Prima Internazionale fossero presenti tutte quelle correnti di pensiero, Marx, Mazzini, Bakunin, che avevano un afflato universalistico e che furono poi diversamente, ma tutte, sconfitte dal nazionalismo bellicista che coinvolse in buona parte anche repubblicani e socialisti.

Anche il merito di quei pensieri era straordinariamente attuale. Penso alla questione del federalismo nelle due accezioni mazziniana e di Cattaneo, il quale guarda ad un tema decisivo per l’oggi come quello del ruolo dei Comuni. E penso all’idea di una classe operaia, o di un proletariato non diviso da logiche nazionaliste. Interessante anche ritrovare la storia della Giovine Europa mazziniana.

Storie importanti anche per l’oggi. Fortunatamente oggi non siamo dentro il rischio di nuove guerre mondiali, anche se l’Europa di guerre continua a farne, eccome. A ciò si aggiunga che la costruzione europea si stia facendo ancora con una sorta di guerra tra gli Stati e, soprattutto,  delle tecnocrazie del Fiscal Compact contro quel modello sociale europeo che, esso si, ha contribuito in modo decisivo a far vivere ciò che realmente unisce l’Europa. Dunque c’è molto da riflettere sul passato per cambiare il presente

SECONDA PARTE – Come funziona

→ è possibile reperire online e scaricare le pubblicazioni disponibili, al seguente indirizzo: europa.eu/pol/index_it.htm

 

Le istituzioni europee

Le decisioni a livello di Unione europea vengono prese da diverse istituzioni dell’UE, ossia:

il Parlamento europeo, che rappresenta i cittadini dell’UE ed è eletto direttamente da essi;

il Consiglio europeo, che è costituito dai capi di Stato o di governo degli Stati membri dell’UE;

il Consiglio dell’Unione europea, che rappresenta i governi degli Stati membri dell’UE;

la Commissione europea, che rappresenta gli interessi generali dell’Unione.

Il Consiglio europeo definisce le priorità e gli orientamenti politici generali dell’UE, senza tuttavia esercitare funzioni legislative. In generale, è la Commissione europea a proporre nuove leggi, che sono quindi adottate dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell’UE. Gli Stati membri e la Commissione provvedono poi ad attuare tali nuove leggi.

Che tipi di leggi vengono adottate?

Esistono vari tipi di atti legislativi, ciascuno con modalità di applicazione diverse:

– il regolamento è un atto direttamente applicabile e vincolante in tutti gli Stati membri. Non è necessario che sia recepito dagli Stati membri nel diritto nazionale, sebbene possa essere indispensabile modificare le leggi nazionali vigenti per evitare incompatibilità con il regolamento;

– la direttiva è un atto che vincola gli Stati membri, o un gruppo di Stati membri, a realizzare un determinato obiettivo. Di solito, per avere efficacia le direttive devono essere recepite nel diritto nazionale. L’aspetto più importante è che la direttiva indica chiaramente il risultato da raggiungere e lascia a ciascuno Stato membro la facoltà di decidere in merito alla forma e ai mezzi da applicare a tal fine;

– la decisione può essere rivolta agli Stati membri, a gruppi di persone o persino a singole persone fisiche e giuridiche. Essa è obbligatoria in tutti i suoi elementi. Le decisioni sono usate, per esempio, per regolamentare proposte di fusioni tra società;

–             le raccomandazioni e i pareri non sono vincolanti.

 

Come è adottata la legislazione?

Ogni atto legislativo europeo è basato su un articolo specifico del trattato, la cosiddetta «base giuridica» dell’atto, che determina la procedura legislativa da seguire. Il trattato stabilisce il processo decisionale, comprese le proposte della Commissione, le successive letture da parte di Consiglio e Parlamento, e i pareri degli organi consultivi. Specifica inoltre se è necessaria l’unanimità o se, al contrario, è sufficiente la maggioranza qualificata affinché il Consiglio possa adottare la legislazione.

La stragrande maggioranza delle leggi dell’UE è adottata mediante «procedura legislativa ordinaria», in base alla quale il potere legislativo è condiviso da Parlamento e Consiglio.

La procedura è avviata dalla Commissione. Quest’ultima, nella fase in cui prende in considerazione il lancio di una proposta d’azione, spesso invita governi, imprese, organizzazioni della società civile e singoli cittadini a trasmettere pareri sull’argomento. Tali pareri sono utilizzati per redigere una proposta della Commissione, che viene poi presentata al Consiglio e al Parlamento. La proposta può essere stata formulata su invito del Consiglio, del Consiglio europeo, del Parlamento o di cittadini europei, oppure può essere presentata su iniziativa della Commissione.

Procedura legislativa ordinaria

Il Consiglio adotta la sua posizione a maggioranza qualificata (i trattati prevedono l’unanimità in alcuni casi eccezionali). Tuttavia, se il Consiglio intende discostarsi dalla proposta/dal parere della Commissione, esso adotta la sua posizione all’unanimità.

Il Consiglio e il Parlamento esaminano ciascuno la proposta e ne discutono. Se dopo la seconda lettura non si raggiunge un accordo, la proposta viene sottoposta all’attenzione di un «comitato di conciliazione», composto da un numero uguale di rappresentanti del Consiglio e del Parlamento. Anche i rappresentanti della Commissione assistono alle riunioni del comitato, contribuendo alla discussione. Una volta che il comitato giunge a un accordo, il testo approvato è trasmesso nuovamente al Parlamento e al Consiglio per essere sottoposto a una terza lettura, affinché possa essere adottato come testo legislativo. Nella maggior parte dei casi, il Parlamento adotta la proposta a maggioranza semplice e il Consiglio a maggioranza qualificata, mentre ciascuno Stato membro ha diritto a un determinato numero di voti, in base alle sue dimensioni e al numero di abitanti. In alcuni casi è richiesta in seno al Consiglio l’unanimità.

 

Procedure speciali

A seconda dell’argomento della proposta, sono disponibili procedure legislative speciali. Nella procedura di consultazione, il Consiglio è tenuto a consultare il Parlamento sulla base di una proposta della Commissione, ma non è tenuto ad accettare il punto di vista del Parlamento. La procedura si applica soltanto in un numero ridotto di settori legislativi, come le esenzioni del mercato interno e il diritto della concorrenza.

Nella procedura di approvazione, il Parlamento può accettare o respingere una proposta ma non può suggerire modifiche. Questa procedura può essere usata quando la proposta riguarda la ratifica di un trattato internazionale sottoposto a negoziato. Inoltre, in un numero limitato di casi l’atto legislativo può essere adottato dal Consiglio e dalla Commissione, o dalla sola Commissione.

Chi viene consultato, chi può sollevare obiezioni?

Oltre al «triangolo» istituzionale formato da Commissione, Consiglio e Parlamento, esistono alcuni organi consultivi cui è possibile rivolgersi quando la legislazione proposta interessa un ambito di loro competenza. Il parere di tali organi, anche quando non viene accolto, contribuisce comunque al controllo democratico della legislazione dell’UE, poiché garantisce che essa sia sottoposta al più ampio scrutinio.

Questi organi sono:

– il Comitato economico e sociale europeo, che rappresenta gruppi della società civile quali datori di lavoro, sindacati e gruppi di interesse sociale;

– il Comitato delle regioni, che dà voce alle autorità regionali e locali.

 

È possibile inoltre consultare altre istituzioni e altri organismi allorché una proposta ricade nella loro sfera d’interesse o di competenza. Per esempio, la Banca centrale europea auspica di essere consultata in merito a proposte di carattere economico o finanziario.

Partecipazione dei cittadini

Grazie all’iniziativa dei cittadini europei, un milione di cittadini dell’UE provenienti da almeno un quarto degli Stati membri dell’UE possono invitare la Commissione a formulare una proposta legislativa su un particolare argomento. La Commissione esaminerà attentamente tutte le iniziative che rientrano nell’ambito delle sue competenze e che saranno state promosse da un milione di cittadini. Nel Parlamento viene organizzata un’udienza delle iniziative formulate. Tali iniziative possono quindi influenzare le attività delle istituzioni dell’UE, oltre che il dibattito pubblico.

Vigilanza degli Stati membri

I progetti di atti legislativi vengono inviati contemporaneamente sia al Parlamento europeo e al Consiglio, sia ai parlamenti nazionali. Questi ultimi possono trasmettere un parere per assicurarsi che le decisioni siano adottate al livello più adeguato. Le azioni dell’UE sono soggette al principio della sussidiarietà, in base al quale, a eccezione dei settori in cui gode di un potere esclusivo, l’Unione interviene soltanto se la sua azione sarà più efficace a livello unionale che non a livello nazionale. I parlamenti nazionali monitorano quindi la corretta applicazione di tale principio nel corso del processo decisionale dell’UE.

Quali decisioni sono adottate

I trattati elencano i settori politici in cui l’UE può adottare decisioni. In alcuni settori politici l’UE ha competenza esclusiva, nel senso che le decisioni sono adottate a livello di UE dagli Stati membri riuniti nel Consiglio e nel Parlamento europeo.

I settori in cui l’Unione ha competenza esclusiva sono: l’unione doganale, la definizione delle regole di concorrenza, la politica monetaria per gli Stati membri la cui moneta è l’euro, la conservazione delle risorse biologiche del mare e la politica commerciale.

In altri settori politici le competenze decisionali sono condivise tra l’Unione e gli Stati membri. Ciò significa che, se la legislazione è trasferita a livello di UE, tali leggi hanno priorità. In caso contrario, se non è stata adottata alcuna legislazione a livello unionale, i singoli Stati membri possono legiferare a livello nazionale. La competenza concorrente interessa numerosi settori politici quali il mercato interno, l’agricoltura, l’ambiente, la protezione dei consumatori e i trasporti.

In tutti gli altri settori politici le decisioni rimangono di competenza degli Stati membri. Perciò, se un settore politico non è menzionato in un trattato, la Commissione non può proporre una legge in tale settore. Tuttavia, in alcuni ambiti come il settore dello spazio, l’istruzione, la cultura e il turismo, l’Unione può sostenere l’azione degli Stati membri. In altri, quali gli aiuti all’estero e la ricerca scientifica, l’UE può condurre attività parallele tra cui programmi di aiuto umanitario.

Coordinamento economico

Tutti gli Stati membri dell’UE fanno parte dell’Unione economica e monetaria (UEM), nel senso che coordinano le proprie politiche economiche e considerano le decisioni economiche come una questione di interesse comune. All’interno dell’UEM, non esiste un’unica istituzione responsabile della politica economica generale. Queste responsabilità sono condivise tra gli Stati membri e le istituzioni dell’UE.

La politica monetaria (che si occupa della stabilità dei prezzi e dei tassi di interesse) è gestita in maniera indipendente dalla Banca centrale europea (BCE) nella zona euro, ossia in quei 17 paesi che hanno come moneta l’euro.

La politica fiscale, che riguarda le decisioni su tassazione, spesa e prestito, è una responsabilità dei governi dei 27 Stati membri. Lo stesso dicasi per le politiche in materia di lavoro e affari sociali. Tuttavia, poiché le decisioni in materia fiscale adottate da uno Stato membro della zona euro possono avere effetti sull’intera zona euro, tali decisioni devono essere conformi alle norme fissate a livello unionale. Quindi, affinché l’EUM possa funzionare in maniera efficace garantendo stabilità e crescita, è necessario assicurare il coordinamento di finanze pubbliche e politiche strutturali sane. In particolare, la crisi economica iniziata nel 2008 ha messo a nudo il bisogno di rafforzare la governance economica nell’UE e nella zona euro, per mezzo — tra l’altro — di maggior coordinamento, controllo e supervisione a livello politico.

Il Consiglio monitora le finanze pubbliche e le politiche economiche degli Stati membri e può formulare raccomandazioni ai singoli paesi dell’UE sulla base di proposte della Commissione. Può raccomandare misure di adeguamento e applicare sanzioni nei confronti dei paesi della zona euro che non adottano le misure correttive necessarie per ridurre livelli eccessivi di deficit e debito.

La governance della zona euro e le principali riforme politiche a livello economico sono oggetto di dibattito anche in occasione dei vertici euro, in cui si incontrano i capi di Stato o di governo della zona euro.

L’UE e le relazioni estere

Le relazioni con i paesi non appartenenti all’UE sono una responsabilità dell’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune, che è nominato dal Consiglio europeo ma occupa anche la posizione di vicepresidente della Commissione europea. A livello di capi di Stato o di governo, l’Unione è rappresentata dal presidente del Consiglio europeo.

Il Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) funge da ministero degli affari esteri e da servizio diplomatico per l’Unione, operando sotto l’autorità dell’Alto rappresentante. È costituito da esperti trasferiti dal Consiglio, dagli Stati membri e dalla Commissione europea.

Il Consiglio elabora e adotta decisioni nel campo della politica estera e di sicurezza dell’UE, sulla base di linee guida fissate dal Consiglio europeo. La Commissione, invece, è responsabile della politica commerciale e dei finanziamenti ai paesi terzi, come gli aiuti umanitari o gli aiuti allo sviluppo. La Commissione rappresenta inoltre l’Unione in tutti i settori di competenza dell’UE al di fuori della politica estera e di sicurezza.

Il parlamento europeo

Ruolo: organo legislativo dell’Ue eletto a suffragio universale diretto

Membri: 754 membri del parlamento europeo

Sede: Strasburgo, Bruxelles e Lussemburgo

www.europarl.eu

I membri del Parlamento europeo (eurodeputati) vengono eletti direttamente dai cittadini dell’Unione europea per rappresentare i loro interessi. Le elezioni si svolgono ogni cinque anni e tutti i cittadini di età superiore ai 18 anni (16 in Austria), per un totale di circa 375 milioni di persone, hanno diritto di voto. Il Parlamento ha 754 membri in rappresentanza di tutti i 27 Stati membri.

La sede ufficiale del Parlamento europeo è Strasburgo (francia), anche se l’istituzione opera in tre sedi diverse: a Strasburgo, Bruxelles (Belgio) e Lussemburgo. Le riunioni principali dell’intero Parlamento, note con il nome di «sessioni plenarie», si tengono a Strasburgo 12 volte all’anno. Alcune altre sessioni plenarie si svolgono a Bruxelles. Anche le riunioni delle commissioni si svolgono a Bruxelles.

Composizione del parlamento europeo

Nel Parlamento europeo i seggi sono distribuiti tra gli Stati membri in funzione della popolazione di ciascun paese rispetto alla popolazione dell’UE.

Il 1° luglio 2013 la Croazia diverrà il 28° Stato membro dell’Unione europea. Alla data dell’adesione, 12 deputati croati entreranno a far parte della compagine del Parlamento europeo fino alla scadenza della legislatura in corso. Per le elezioni del Parlamento in previsione nel 2014, il numero complessivo di eurodeputati sarà portato a 751.

La maggior parte degli eurodeputati è schierata nel proprio paese con un partito politico nazionale. Nel Parlamento europeo i partiti nazionali si aggregano in raggruppamenti politici dell’UE e la maggior parte degli eurodeputati appartiene a uno di tali schieramenti.

Di cosa si occupa il parlamento europeo

Il Parlamento ha tre funzioni principali:

1)            condivide con il Consiglio il potere legislativo, ossia la facoltà di adottare leggi. Il fatto che si tratti di un organo eletto direttamente dai cittadini garantisce la legittimità democratica del diritto europeo;

2)            esercita un controllo democratico su tutte le istituzioni dell’UE e, in particolare, sulla Commissione; ha la facoltà di approvare o respingere la nomina del presidente della Commissione e dei commissari nonché il diritto di censurare l’azione dell’intera Commissione;

3)            condivide con il Consiglio il potere di bilancio dell’UE e può pertanto modificare le spese dell’UE. Al termine della procedura di bilancio, adotta o respinge il bilancio nel suo complesso.

Illustriamo più direttamente queste tre funzioni.

IL POTERE LEGISLATIVO

La procedura più comune per adottare la legislazione dell’UE è la «procedura legislativa ordinaria», detta anche «procedura di codecisione». Essa pone il Parlamento e il Consiglio su un piano di parità; le leggi approvate mediante tale procedura sono atti congiunti del Consiglio e del Parlamento. Tale procedura si applica alla maggior parte della legislazione dell’UE in un’ampia gamma di settori come i diritti dei consumatori, la protezione ambientale e i trasporti. Nell’ambito della procedura legislativa ordinaria, la Commissione avanza una proposta che deve essere adottata sia dal Parlamento che dal Consiglio. Il consenso del Parlamento è necessario per tutti gli accordi internazionali nei settori coperti dalla procedura legislativa ordinaria.

Il Parlamento deve essere consultato su una serie di altre proposte e la sua approvazione è necessaria per l’adozione di importanti decisioni politiche o istituzionali, tra cui gli atti di previdenza e tutela sociale, le disposizioni fiscali in ambito energetico e l’armonizzazione delle imposte sul fatturato e delle imposte indirette. Il Parlamento dà inoltre impulso a una nuova legislazione esaminando il programma di lavoro annuale della Commissione, studiando quali nuove leggi possano essere necessarie e chiedendo alla Commissione di presentare proposte.

IL POTERE DI CONTROLLO

Il Parlamento esercita un controllo democratico sulle altre istituzioni europee in diversi modi. Innanzitutto, quando si insedia una nuova Commissione, il Parlamento convoca tutti i candidati commissari e il potenziale presidente della Commissione (designati dagli Stati membri) per un’audizione. I membri della Commissione non possono essere nominati senza l’approvazione del Parlamento.

Inoltre, la Commissione è responsabile politicamente dinanzi al Parlamento, il quale può votare una «mozione di censura» che comporta le dimissioni collettive della Commissione. Più in generale, il Parlamento esercita il controllo sulla Commissione tramite il regolare esame delle relazioni che essa gli sottopone e interrogando i commissari.

I commissari partecipano alle sessioni plenarie del Parlamento e alle riunioni delle commissioni parlamentari. Analogamente, il Parlamento mantiene un dialogo regolare con il presidente della Banca centrale europea in materia di politica monetaria.

Il controllo parlamentare si esercita anche sul Consiglio: gli eurodeputati formulano regolarmente interrogazioni scritte e orali al Consiglio e la presidenza del Consiglio assiste alle sessioni plenarie del Parlamento e partecipa ai dibattiti più importanti. In alcuni ambiti politici, che comprendono la politica estera e di sicurezza comune, il Consiglio è il solo responsabile dell’adozione delle decisioni, ma in questi settori il Parlamento opera in stretta collaborazione con il Consiglio.

Il Parlamento può anche esercitare un controllo democratico esaminando le petizioni presentate dai cittadini e costituendo speciali commissioni di inchiesta.

Apporta infine il suo contributo a tutti i vertici dell’UE (le riunioni del Consiglio europeo). All’apertura di ciascun vertice, il presidente del Parlamento è invitato a esprimere le idee e le preoccupazioni del Parlamento su temi chiave e problemi all’ordine del giorno del Consiglio europeo.

L’AUTORITÀ DI BILANCIO

Il bilancio annuale dell’UE viene deciso congiuntamente dal Parlamento e dal Consiglio dell’Unione europea. Viene discusso dal Parlamento in due letture successive ed entra in vigore soltanto dopo la firma del presidente del Parlamento.

La commissione per il controllo di bilancio del Parlamento verifica come vengono spese le risorse di bilancio e ogni anno il Parlamento decide se approvare il modo in cui la Commissione ha gestito il bilancio riferito all’esercizio precedente. Questo processo di approvazione è noto come «decisione di scarico».

Com’è organizzato il lavoro del parlamento

Il Parlamento elegge il suo nuovo presidente per un mandato di due anni e mezzo. Il presidente rappresenta il Parlamento nei confronti delle altre istituzioni dell’UE e della comunità esterna ed è coadiuvato da 14 vicepresidenti. Il presidente del Parlamento europeo, in collaborazione con il presidente del Consiglio, sottoscrive tutti gli atti legislativi successivamente alla loro adozione.

Il lavoro del Parlamento si articola in due parti principali:

– la preparazione della sessione plenaria: le sessioni plenarie sono preparate dagli eurodeputati in seno alle 20 commissioni parlamentari specializzate in settori specifici dell’attività dell’UE, come la commissione per i problemi economici e monetari (ECON) o la commissione per il commercio internazionale (INTA). I temi da dibattere vengono discussi anche dai gruppi politici;

– la sessione plenaria stessa: le sessioni plenarie, cui partecipano tutti gli eurodeputati, si svolgono solitamente a Strasburgo (una settimana al mese);

–      talvolta si tengono a Bruxelles alcune sessioni aggiuntive. In queste sessioni, il Parlamento esamina la legislazione proposta e vota gli emendamenti prima di giungere a una decisione sul testo complessivo. Tra gli altri punti all’ordine del giorno possono esservi «comunicazioni» del Consiglio o della Commissione o interrogazioni alla Commissione o al Consiglio su quanto sta accadendo nell’UE o nel resto del mondo

 

Il Consiglio europeo

Ruolo: definisce l’orientamento e le priorità politiche

Membri: capi di Stato o di governo di ciascuno Stato membro, presidente del Consiglio europeo e presidente della Commissione europea

Sede: Bruxelles

european-council.europa.eu

Il Consiglio europeo è composto dai principali esponenti politici dell’UE, vale a dire dai primi ministri e dai presidenti dei paesi membri, oltre che dal proprio presidente e dal presidente della Commissione. Il Consiglio si riunisce almeno quattro volte all’anno per dare all’UE un orientamento politico e priorità politiche generali. Partecipa ai lavori anche l’alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza.

Di cosa si occupa il Consiglio europeo

Essendo un incontro di vertice dei capi di Stato o di governo di tutti gli Stati membri dell’UE, il Consiglio europeo rappresenta il più alto livello della cooperazione politica tra gli Stati membri. Durante i lavori, gli esponenti politici si accordano in merito agli orientamenti e alle priorità politiche generali dell’Unione, cui forniscono gli impulsi necessari al suo sviluppo.

Il Consiglio europeo non adotta atti legislativi. Al termine di ciascun incontro formula le sue «conclusioni», che riflettono i principali messaggi emersi nel corso dei dibattiti e fanno il punto sulle decisioni adottate, tenendo conto anche del seguito dato a tali decisioni. Le conclusioni riprendono gli aspetti principali di cui dovrà occuparsi il Consiglio, ossia i ministri nel corso delle rispettive riunioni. Possono anche contenere un invito rivolto alla Commissione europea a formulare proposte in merito a una particolare sfida o opportunità che l’Unione deve raccogliere.

Solitamente, il Consiglio europeo si riunisce due volte a semestre. Possono inoltre essere convocate riunioni aggiuntive (straordinarie o informali) per esaminare questioni urgenti su cui è necessario adottare decisioni al più alto livello, per esempio nel campo degli affari economici o della politica estera.

Il presidente del Consiglio europeo

Le attività del Consiglio europeo sono coordinate dal suo presidente, cui spetta la responsabilità di convocare e presiedere le riunioni del Consiglio e di promuoverne l’operato.

Il presidente del Consiglio europeo rappresenta l’Unione anche all’esterno. Assieme all’alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, è il portavoce degli interessi dell’Unione nel campo degli affari esteri e della politica di sicurezza.

Il Consiglio europeo elegge il presidente per un mandato di due anni e mezzo, rinnovabile una sola volta. Il presidente del Consiglio europeo lavora a tempo pieno: perciò non può contemporaneamente esercitare un mandato nazionale.

Come vengono adottate le decisioni del Consiglio europeo

Il Consiglio europeo adotta la maggior parte delle proprie decisioni per consenso. Tuttavia, in alcuni casi, per esempio per eleggere il suo presidente e per nominare la Commissione e l’alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, adotta decisioni a maggioranza qualificata. Quando il Consiglio europeo decide mediante votazione, soltanto i capi di Stato o di governo possono votare.

L’eurovertice

Al di fuori del Consiglio europeo, i capi di Stato o di governo dei paesi la cui moneta è l’euro si incontrano con cadenza almeno bimestrale insieme al presidente della Commissione europea. Agli eurovertici è invitato anche il presidente della Banca centrale europea. Inoltre, può essere invitato anche il presidente del Parlamento europeo.

Le riunioni sono un’opportunità per discutere in merito alla governance della zona euro e alle principali riforme nel campo della politica economica. L’eurovertice è stato formalmente introdotto dal trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’unione economica e monetaria (TSCG), che è stato sottoscritto nel 2012 da 25 Stati membri e che dovrebbe entrare in vigore nel 2013. Il presidente dell’eurovertice è nominato dai capi di Stato o di governo dei paesi membri dell’eurozona. La nomina è concomitante alla nomina del presidente del Consiglio europeo e ha eguale durata. Le due posizioni possono essere ricoperte dalla stessa persona.

In alcuni casi partecipano alle discussioni dell’eurovertice anche gli esponenti politici dei paesi che hanno ratificato il trattato ma che non utilizzano l’euro come valuta nazionale. Se non sono autorizzati a partecipare, il presidente dell’eurovertice tiene questi paesi e gli altri Stati membri dell’UE costantemente informati dei preparativi e degli esiti dei vertici.

Tre diversi «Consigli»: attenzione a non confonderli

È facile fare confusione sulle funzioni di ciascuno degli organismi europei, soprattutto quando vi sono organismi molto diversi ma con nomi molto simili, come i seguenti tre «Consigli».

ñ          Il Consiglio europeo

 

È costituito dai capi di Stato o di governo (ossia dai presidenti e/o primi ministri) di tutti gli Stati membri dell’Unione europea, dal presidente della Commissione europea e dal proprio presidente. È il più importante organo politico dell’Unione europea, ed è per questo che le sue riunioni sono spesso chiamate «vertici».

ñ          Il Consiglio

Questa istituzione, nota anche come Consiglio dei ministri, è composta dai ministri dei governi di tutti i paesi dell’UE. Il Consiglio si riunisce regolarmente per prendere decisioni su argomenti specifici e per adottare le leggi europee.

ñ          Il Consiglio d’Europa

 

Non è un’istituzione dell’UE. È un’organizzazione intergovernativa volta a tutelare i diritti umani, la democrazia e lo Stato di diritto. Una delle prime realizzazioni dell’istituzione, che è stata creata nel 1949, è stata l’elaborazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Per consentire ai cittadini di esercitare i loro diritti ai sensi della Convenzione, il Consiglio ha istituito la Corte europea dei diritti dell’uomo. Fanno attualmente parte del Consiglio 47 paesi, tra cui tutti gli Stati membri dell’UE. La sua sede è a Strasburgo, in Francia.

I ministri degli Stati membri si incontrano in seno al Consiglio per discutere gli affari dell’UE, adottare le decisioni e approvare gli atti legislativi. I ministri che partecipano a tali riunioni sono autorizzati a impegnare i propri governi nelle azioni concordate dal Consiglio.

Il Consiglio ha cinque responsabilità principali:

1)            approvare la legislazione dell’UE, legiferando con il Parlamento europeo nella maggior parte dei settori politici;

2)            coordinare le politiche degli Stati membri come avviene, per esempio, in materia di economia;

3)            elaborare la politica estera e di sicurezza comune dell’UE, sulla base delle linee strategiche fissate dal Consiglio europeo;

4)            concludere accordi internazionali tra l’UE e uno o più Stati o organizzazioni internazionali;

5)            approvare il bilancio dell’UE insieme al Parlamento europeo.

Di seguito sono descritte dettagliatamente le attività del Consiglio.

1. LEGISLAZIONE

Il Consiglio adotta la maggior parte delle leggi dell’UE insieme al Parlamento europeo. In linea generale, il Consiglio legifera soltanto sulla base di proposte presentate dalla Commissione, cui spetta di norma la responsabilità di garantire che la legislazione dell’UE, una volta adottata, sia applicata correttamente.

2. COORDINAMENTO DELLE POLITICHE DEGLI STATI MEMBRI (UN ESEMPIO: LE POLITICHE ECONOMICHE)

Tutti gli Stati membri fanno parte dell’Unione economica e monetaria (UEM), pur non appartenendo alla zona euro. Nell’ambito dell’UEM, le politiche economiche dell’UE sono attuate grazie a uno stretto coordinamento delle politiche economiche nazionali. Tale coordinamento viene realizzato dai ministri dell’economia e delle finanze, che costituiscono il Consiglio Affari economici e finanziari (Ecofin).

3. POLITICA ESTERA E DI SICUREZZA COMUNE (PESC)

La definizione e l’attuazione della politica estera e di sicurezza comune sono una competenza esclusiva del Consiglio europeo e del Consiglio, che agiscono all’unanimità. È posta in atto dall’alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza in collaborazione con gli Stati membri, nell’ambito delle riunioni del Consiglio Affari esteri.

4. CONCLUSIONE DI ACCORDI INTERNAZiONALI

Ogni anno il Consiglio «conclude» (cioè firma ufficialmente) una serie di accordi tra l’Unione europea e i paesi terzi nonché con le organizzazioni internazionali. Tali accordi possono riguardare settori generali come il commercio, la cooperazione e lo sviluppo, o settori specifici come quello tessile, la pesca, le scienze e la tecnologia, i trasporti ecc. Essi sono soggetti al consenso del Parlamento europeo nei settori in cui è investito dei poteri di codecisione.

 

5. APPROVAZIONE DEL BILANCIO DELL’UE

Il bilancio annuale dell’UE viene deciso congiuntamente dal Consiglio e dal Parlamento europeo. Se le due istituzioni non concordano, si seguono le procedure di conciliazione fino all’approvazione del bilancio.

 

Esistono, in tutto, dieci diverse configurazioni del Consiglio:

Presieduto dall’alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza:

Affari esteri

Presieduto dallo Stato membro che esercita la presidenza del Consiglio:

Affari generali

Affari economici e finanziari

Giustizia e affari interni

Occupazione, politica sociale, salute e tutela dei consumatori

Concorrenza (mercato interno, industria, ricerca e spazio)

Trasporti, telecomunicazioni ed energia

Agricoltura e pesca

Ambiente

Istruzione, gioventù, cultura e sport

 

 

Com’è organizzato il lavoro del Consiglio

Le riunioni in cui il Consiglio discute e vota su una proposta di atto legislativo sono pubbliche. È possibile seguire questi lavori in diretta, attraverso il sito Internet del Consiglio.

La coerenza generale delle attività delle varie configurazioni del Consiglio è garantita dal Consiglio Affari generali, che monitora il seguito dato alle riunioni del Consiglio europeo. Esso è coadiuvato dal Comitato dei rappresentanti permanenti («Coreper», dal francese «Comité des Représentants Permanents»).

Il Coreper è composto dai rappresentanti permanenti dei governi degli Stati membri presso l’Unione europea. A Bruxelles ogni Stato membro dell’UE ha un proprio gruppo («rappresentanza permanente») che lo rappresenta e difende i suoi interessi nazionali a livello dell’UE. Il capo di ciascuna rappresentanza è, di fatto, l’ambasciatore di quello Stato presso l’UE. Gli ambasciatori si riuniscono settimanalmente in seno al Coreper.

Il ruolo del Coreper è preparare il lavoro del Consiglio, tranne per le questioni agricole, che vengono gestite dal Comitato speciale Agricoltura. Il Coreper è assistito da una serie di gruppi di lavoro, costituiti da funzionari delle amministrazioni nazionali.

Quanti voti per paese?

Le decisioni in sede di Consiglio vengono prese per votazione. Attualmente il Consiglio decide per maggioranza qualificata, salvo i casi in cui i trattati richiedono una procedura diversa, per esempio il voto all’unanimità in materia di regime fiscale e politica estera. Nei casi in cui è sufficiente la maggioranza qualificata, il numero di voti a disposizione di uno Stato è accordato in base alla sua popolazione, benché il sistema sia stato modificato per dare maggior peso ai paesi con meno abitanti.

Nel 2013, quando aderirà all’UE, la Croazia disporrà di sette voti. A partire dal 2014 il metodo attuale di votazione a maggioranza qualificata sarà sostituito da un nuovo sistema, la votazione «a doppia maggioranza». Perché un atto legislativo sia adottato dal Consiglio, serviranno due tipi di maggioranza: la maggioranza degli Stati membri dell’UE (55 %) e la maggioranza della popolazione totale dell’UE (65 %). Questo sistema rispecchia la legittimità dell’UE come unione di popoli e nazioni e renderà il processo legislativo dell’UE più trasparente e, al tempo stesso, più efficace. Sarà inoltre accompagnato da un nuovo meccanismo per cui almeno quattro Stati membri, in rappresentanza di almeno il 35% della popolazione dell’UE, potranno bloccare una decisione. Quando si farà ricorso a tale meccanismo, il Consiglio dovrà fare tutto quanto in suo potere per raggiungere una soluzione soddisfacente in un periodo di tempo ragionevole.

VOTI PER PAESE NEL CONSIGLIO

Germania, Francia, Italia, Regno Unito 29 Spagna, Polonia 27 Romania 14 Paesi Bassi 13 Belgio, Repubblica ceca, Grecia, Ungheria, Portogallo 12 Austria, Bulgaria, Svezia 10 Danimarca, Irlanda, Lituania, Slovacchia, Finlandia 7 Cipro, Estonia, Lettonia, Lussemburgo, Slovenia 4 Malta 3

Totale 345

Numero di voti necessari per la maggioranza qualificata 255

Segretariato generale del Consiglio

Il Segretariato generale del Consiglio assiste sia il Consiglio europeo e il suo presidente, sia il Consiglio e le presidenze di turno. È diretto dal segretario generale, che è nominato dal Consiglio.

 

Che cosa si intende per «cooperazione rafforzata»?

Se alcuni Stati membri desiderano collaborare più da vicino in settori politici che non rientrano nel quadro delle competenze esclusive dell’Unione, ma non sono in grado di raggiungere un accordo con tutti gli altri Stati membri, il meccanismo della «cooperazione rafforzata» permette una cooperazione tra di loro. Tale meccanismo infatti offre a un numero minimo di nove Stati membri la possibilità di utilizzare le istituzioni dell’UE per ottenere una più stretta collaborazione. Devono tuttavia essere soddisfatte due condizioni: la cooperazione deve perseguire gli obiettivi dell’Unione e deve essere aperta a qualunque Stato membro che desideri parteciparvi.

Questa procedura è usata da alcuni paesi per la legge in materia di divorzio, al fine di trovare una soluzione comune per le coppie costituite da cittadini di paesi diversi dell’UE che intendono divorziare all’interno dell’Unione. Un altro ambito di intervento è quello di un sistema di brevetti unitario, che coinvolge la maggior parte, ma non tutti, gli Stati membri dell’UE.

L’eurogruppo

Tutti gli Stati membri fanno parte dell’Unione economica e monetaria, nel senso che coordinano le proprie politiche economiche e considerano le decisioni economiche come una questione di interesse comune. Tuttavia, non tutti gli Stati membri appartengono alla zona euro e hanno adottato l’euro come moneta unica. Alcuni hanno scelto di non entrare per il momento a far parte della zona euro, mentre altri stanno ancora preparando le proprie economie per soddisfare i criteri per l’adesione. Gli Stati membri della zona euro devono operare in stretta collaborazione e sono inoltre soggetti alla politica monetaria comune, gestita dalla Banca centrale europea. Pertanto, gli Stati membri della zona euro hanno bisogno di una piattaforma per discutere e decidere le politiche dell’euro. Questa piattaforma non può essere il Consiglio Affari economici e finanziari (Ecofin), che è costituito da tutti gli Stati membri.

La soluzione individuata è quella dell’eurogruppo, che è formato dai ministri dell’Economia e delle finanze dei paesi che hanno adottato l’euro.

L’eurogruppo agisce per promuovere la crescita economica e la stabilità finanziaria nella zona euro, attraverso il coordinamento delle politiche economiche dei paesi membri. Poiché soltanto l’Ecofin può adottare decisioni formali in materia di economia, l’eurogruppo si riunisce in via informale alla vigilia delle riunioni dell’Ecofin, più o meno una volta al mese. Il giorno successivo, gli accordi raggiunti nell’ambito della riunione informale dell’eurogruppo sono formalmente adottati nella riunione dell’Ecofin dai membri dell’eurogruppo. Solo i ministri dell’Ecofin che rappresentano i membri dell’eurozona possono votare in merito alle questioni di pertinenza dell’eurogruppo. Alle riunioni dell’eurogruppo partecipano anche il commissario per gli Affari economici e monetari e il presidente della Banca centrale europea.

I membri dell’eurogruppo eleggono un presidente per un mandato di due anni e mezzo. Il Segretariato generale del Consiglio fornisce sostegno amministrativo alle riunioni dell’eurogruppo.

 

La politica estera e di sicurezza comune

L’Unione europea sta progressivamente elaborando una politica estera e di sicurezza comune (PESC), la quale, rispetto ad altri settori politici, è soggetta a procedure diverse. La PESC è definita e attuata dal Consiglio europeo in collaborazione con il Consiglio. Gli obiettivi di più ampio raggio dell’UE a livello internazionale sono la promozione della democrazia, dello Stato di diritto, dei diritti umani e della libertà, nonché del rispetto per la dignità umana e dei principi di uguaglianza e solidarietà. Per conseguire tali obiettivi l’UE sviluppa relazioni e partenariati con altri paesi e organizzazioni in tutto il mondo.

Il Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) funge da ministero degli Affari esteri e da servizio diplomatico per l’Unione. L’alto rappresentante è a capo del servizio che è costituito da esperti trasferiti dal Consiglio, dagli Stati membri e dalla Commissione europea. L’UE ha delegazioni proprie nella maggioranza dei paesi del mondo; tali delegazioni fanno parte del SEAE e, nelle questioni di PESC, collaborano con le ambasciate nazionali degli Stati membri dell’UE.

Un qualsiasi Stato membro o l’alto rappresentante, di propria iniziativa o di concerto con la Commissione, può portare all’attenzione del Consiglio questioni rilevanti per la PESC. Considerata la natura spesso urgente di alcune questioni in materia di PESC, sono stati messi in atto meccanismi per garantire una rapida adozione delle decisioni. In linea di massima, in questo settore le decisioni sono adottate all’unanimità.

Oltre a promuovere la PESC, l’alto rappresentante rappresenta anche la politica estera e di sicurezza dell’Unione a livello internazionale, intrecciando un dialogo politico con i paesi terzi e con i partner ed esprimendo la posizione dell’UE nelle organizzazioni e nelle riunioni internazionali. A livello di capi di Stato o di governo, l’Unione è rappresentata dal presidente del Consiglio europeo.

Un aspetto della PESC è dato dalle questioni di sicurezza e difesa, in cui l’UE sta elaborando una politica di sicurezza e di difesa comune (PSDC). Questa politica è stata concepita per permettere agli Stati membri dell’UE di avviare azioni di gestione delle crisi. In particolare, si tratta di missioni umanitarie e di ristabilimento e mantenimento della pace, che possono essere di natura militare o civile. Per queste operazioni gli Stati membri mettono volontariamente a disposizione dell’UE parte delle proprie risorse. Ogni missione è sempre coordinata assieme alla NATO, le cui strutture di comando sono a volte utilizzate nelle missioni dell’UE per ragioni pratiche. Tali attività sono coordinate dai seguenti organi permanenti dell’UE:

il Comitato politico e di sicurezza (CPS), che vigila sulle situazioni internazionali ed esamina le opzioni di risposta dell’UE durante una situazione di crisi all’estero;

il Comitato militare dell’Unione europea (EUMC), costituito dai capi di Stato maggiore della Difesa di tutti gli Stati membri dell’UE, è responsabile della direzione delle missioni militari dell’UE e fornisce consulenza militare;

lo Stato maggiore dell’Unione europea (EUMS) è composto da esperti in questioni militari i quali, operando presso una sede militare permanente a Bruxelles, prestano assistenza all’EUMC.

 

La Commissione europea

Ruolo: braccio esecutivo dell’Ue, che propone leggi e accordi sulle politiche e promuove l’Unione

Membri: un collegio di commissari, uno per ciascuno Stato membro

Sede: Bruxelles

ec.europa.eu

La Commissione è l’istituzione politicamente indipendente che rappresenta e sostiene gli interessi dell’UE nel suo complesso. In molti ambiti essa funge da motore del sistema istituzionale dell’UE: propone infatti nuove leggi, politiche e programmi d’azione ed è responsabile dell’attuazione delle decisioni del Parlamento europeo e del Consiglio. Rappresenta inoltre l’Unione europea a livello internazionale, salvo che per le questioni di politica estera e sicurezza comune.

Che cosa si intende per Commissione

Il termine «Commissione» ha due accezioni: la prima si riferisce ai «membri della Commissione», ossia alla squadra di uomini e donne nominati dagli Stati membri e dal Parlamento per gestire l’istituzione e prenderne le decisioni; la seconda, si riferisce all’istituzione in sé e al suo personale.

I membri della Commissione vengono chiamati informalmente «commissari». In genere essi hanno tutti ricoperto cariche politiche e molti sono stati ministri di governo, ma in qualità di membri della Commissione si impegnano ad agire nell’interesse generale dell’Unione e non accettano istruzioni dai governi nazionali.

La Commissione ha diversi vicepresidenti, uno dei quali è anche l’alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, e quindi opera sia in seno al Consiglio sia in seno alla Commissione.

La Commissione è politicamente responsabile dinanzi al Parlamento, che può destituire l’intero collegio con una mozione di censura. La Commissione assiste a tutte le sedute del Parlamento, nel corso delle quali deve spiegare e giustificare le sue politiche. Inoltre, risponde regolarmente alle interrogazioni scritte e orali che le sono rivolte dagli eurodeputati.

Come viene nominata la Commissione

Ogni cinque anni viene nominata una nuova Commissione, entro sei mesi dalle elezioni del Parlamento europeo. Questa è la procedura:

ñ         i governi degli Stati membri propongono un nuovo presidente della Commissione, che deve essere eletto dal Parlamento europeo;

 

ñ          il presidente designato, in consultazione con i governi degli Stati membri, sceglie gli altri membri della Commissione.

 

ñ          Il nuovo Parlamento quindi convoca tutti i membri designati per un’audizione ed elabora un parere sull’intero «collegio»; se approvata, la nuova Commissione può ufficialmente iniziare a operare a partire dal mese di gennaio successivo.

 

Il lavoro quotidiano della Commissione è svolto dal complesso del suo personale, fatto di funzionari amministrativi, esperti, traduttori, interpreti e segretari. I funzionari della Commissione, come il personale di altri organi dell’UE, sono assunti mediante l’Ufficio europeo di selezione del personale (EPSO): europa.eu/epso. Si tratta di cittadini provenienti da tutti i paesi dell’Unione, selezionati sulla base di concorsi esterni. Sono circa 33 000 le persone che lavorano per la Commissione. Può sembrare un numero esagerato, ma in realtà è inferiore al personale impiegato dalla maggior parte dei consigli comunali di una città di medie dimensioni in Europa.

Di cosa si occupa la Commissione

La Commissione europea assolve quattro funzioni fondamentali:

1)            propone atti legislativi al Parlamento e al Consiglio;

2)            dirige ed esegue le strategie politiche e il bilancio dell’Unione;

3)            vigila sull’applicazione del diritto dell’UE (insieme alla Corte di giustizia);

4)            rappresenta l’Unione europea in tutto il mondo.

1. PROPOSTA DI NUOVE LEGGI

Ai sensi del trattato dell’UE, la Commissione ha il «diritto d’iniziativa». In altre parole, ha la competenza esclusiva di redigere proposte di nuove leggi dell’UE, che presenta poi al Parlamento e al Consiglio. L’obiettivo di queste proposte dev’essere la difesa degli interessi dell’Unione e dei suoi cittadini, non certo quelli dei singoli paesi o settori industriali.

Per decidere di presentare una qualunque proposta, la Commissione deve essere a conoscenza di situazioni o problemi emergenti in Europa e valutare se il mezzo più adeguato per porvi rimedio sia, per l’appunto, un intervento legislativo dell’UE. Per questo motivo la Commissione è costantemente in contatto con un’ampia gamma di gruppi d’interesse e con due organi consultivi, il Comitato economico e sociale europeo (formato da rappresentanti dei datori di lavoro e dei sindacati) e il Comitato delle regioni (costituito da rappresentanti delle autorità locali e regionali). Inoltre, ricerca il parere dei parlamenti e dei governi nazionali, oltre che dell’opinione pubblica.

La Commissione propone un’azione a livello dell’Unione solo se reputa che un problema non possa essere risolto più efficacemente con un intervento nazionale, regionale o locale. Il principio che consiste nell’agire al livello più basilare possibile va sotto il nome di «principio di sussidiarietà».

Se tuttavia la Commissione giunge alla conclusione che l’intervento del legislatore comunitario è necessario, allora redige una proposta diretta a porre rimedio alla situazione e a soddisfare la più ampia gamma di interessi. Per acquisire le informazioni tecniche appropriate, la Commissione consulta gli esperti che fanno parte dei suoi svariati comitati e gruppi di esperti.

2. ESECUZIONE DELLE POLITICHE DELL’UE E DEL BILANCIO

In quanto organo esecutivo dell’Unione europea, la Commissione è responsabile dell’amministrazione e dell’esecuzione del bilancio dell’UE e delle politiche e dei programmi adottati dal Parlamento e dal Consiglio. La maggior parte delle attività e delle spese è effettuata dalle autorità locali e nazionali, ma la Commissione è tenuta a sovrintendere l’andamento delle operazioni. La Commissione gestisce il bilancio sotto l’occhio vigile della Corte dei conti. Obiettivo di entrambe le istituzioni è garantire una corretta gestione finanziaria. Il Parlamento europeo dà alla Commissione lo scarico per l’esecuzione del bilancio solo se è soddisfatto della relazione annuale della Corte dei conti.

3. APPLICAZIONE DEL DIRITTO DELL’UE

La Commissione è «custode dei trattati». In altri termini, spetta ad essa e alla Corte di giustizia garantire che il diritto dell’UE sia correttamente applicato in tutti gli Stati membri. Se scopre che uno Stato membro non applica il diritto dell’Unione, e quindi non ottempera ai suoi obblighi di legge, la Commissione interviene per porre rimedio alla situazione.

Il primo passo consiste nell’avviare una procedura denominata «procedura d’infrazione». Essa consiste nell’inviare al governo interessato una lettera ufficiale in cui fa presente di avere motivi per credere che il suo paese stia violando la normativa dell’UE e fissa un termine entro il quale il governo interessato dovrà spedirle una risposta dettagliata. Se questa procedura non è sufficiente per correggere l’infrazione, la Commissione deferisce il caso alla Corte di giustizia, che ha l’autorità per imporre sanzioni. Le sentenze della Corte sono vincolanti per gli Stati membri e le istituzioni dell’UE.

4. RAPPRESENTA L’UNIONE EUROPEA A LIVELLO INTERNAZIONALE

L’alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza è uno dei vicepresidenti della Commissione ed è responsabile degli affari esteri. In materia di affari esteri e sicurezza, l’alto rappresentante collabora con il Consiglio. Tuttavia, in altri settori dell’azione esterna la Commissione riveste un ruolo di primo piano, in particolare negli ambiti della politica commerciale e degli aiuti umanitari. In questi ambiti, la Commissione europea è un importante portavoce dell’Unione europea sulla scena internazionale e offre ai 27 Stati membri l’opportunità di parlare con una sola voce nei consessi internazionali come l’Organizzazione mondiale del commercio.

Com’è organizzato il lavoro della Commissione

Spetta al presidente della Commissione decidere quale commissario sarà responsabile di una determinata politica e procedere eventualmente a un «rimpasto» delle competenze durante il mandato. Il presidente è altresì autorizzato a chiedere le dimissioni di un commissario. La squadra di 27 commissari (nota anche con l’espressione «il collegio») si riunisce una volta alla settimana, di solito il mercoledì e di solito a Bruxelles. Ogni commissario espone i punti all’ordine del giorno per le politiche di sua competenza e la Commissione prende una decisione collegiale in proposito.

Il personale della Commissione è strutturato in dipartimenti chiamati «direzioni generali» (DG) e in «servizi» (come il Servizio giuridico). Ciascuna DG si occupa di uno specifico settore politico (per esempio, la DG Commercio e la DG Concorrenza) ed è sottoposta a un direttore generale, che a sua volta rende conto direttamente a uno dei commissari.

Sono le DG che di fatto concepiscono e redigono le proposte legislative della Commissione, le quali tuttavia diventano ufficiali solo quando sono «adottate» dalla Commissione nelle riunioni settimanali. La procedura è più o meno quella descritta di seguito.

Supponiamo che la Commissione reputi necessario l’intervento normativo dell’UE per prevenire l’inquinamento dei fiumi europei. Spetterà allora al direttore generale della DG Ambiente elaborare una proposta, sulla base di ampie consultazioni con le organizzazioni industriali e agricole, con i ministri dell’ambiente degli Stati membri e con le organizzazioni ambientalistiche. Molte proposte sono anche aperte alla consultazione pubblica, il che consente ai singoli cittadini di fornire pareri a titolo personale o per conto di un’organizzazione.

La legislazione proposta sarà quindi discussa con tutte le direzioni competenti della Commissione e, se del caso, modificata. Infine, sarà verificata dal Servizio giuridico.

Quando la proposta è completata, il segretario generale la iscriverà all’ordine del giorno di una prossima riunione della Commissione. Nel corso di questa riunione il commissario per l’Ambiente spiegherà ai colleghi le ragioni per cui la legislazione è stata proposta e quindi darà il via alla discussione. Se viene raggiunto un accordo, la Commissione adotterà la proposta e il documento sarà inviato al Consiglio e al Parlamento europeo, che lo sottoporranno a un esame.

Al contrario, in caso di disaccordo tra i commissari, il presidente potrà mettere la proposta al voto. Se la maggioranza è favorevole, la proposta sarà adottata. Successivamente avrà il sostegno di tutti i membri della Commissione.

 

Lo scopo della Banca centrale europea (BCE) è preservare la stabilità monetaria nella zona euro, garantendo il mantenimento dei prezzi al consumo a livelli bassi e costanti. La stabilità dei prezzi e il controllo dell’inflazione dei prezzi sono considerati fattori indispensabili per una crescita economica sostenuta, poiché incoraggiano le imprese a investire e a creare più posti di lavoro, con un conseguente aumento del tenore di vita dei cittadini europei. La BCE è un’istituzione indipendente, che adotta le proprie decisioni senza consultarsi né prendere direttive dai governi nazionali o da altre istituzioni dell’UE.

Di cosa si occupa la Banca

La BCE è stata istituita nel 1998, data dell’introduzione dell’euro, per gestire la politica monetaria nella zona euro. L’obiettivo principale della BCE è preservare la stabilità dei prezzi, ossia vigilare affinché il tasso di inflazione dei prezzi al consumo si mantenga su livelli inferiori ma prossimi al 2% all’anno. La BCE opera anche per promuovere l’occupazione e la crescita economica sostenibile nell’Unione.

Per poter svolgere le operazioni di prestito, la BCE detiene e gestisce le riserve di valuta estera ufficiali dei paesi della zona euro. Altri compiti comprendono lo svolgimento delle operazioni in valuta estera, la promozione del regolare funzionamento dei sistemi di pagamento a sostegno del mercato unico, l’approvazione della produzione di banconote in euro da parte dei paesi della zona euro, l’acquisizione di informazioni statistiche pertinenti dalle banche centrali nazionali. Il presidente della BCE rappresenta la Banca negli incontri di alto livello a livello di UE e internazionale.

 

I trattati dell’Ue

L’Unione europea è un’unione di diritto. Ciò significa che ogni azione intrapresa dall’UE si fonda sui trattati, che sono stati approvati volontariamente e democraticamente da tutti gli Stati membri dell’UE. I trattati sono negoziati e concordati da tutti gli Stati membri dell’UE, e successivamente ratificati dai parlamenti nazionali o tramite referendum.

I trattati fissano gli obiettivi dell’Unione europea, definiscono le norme per le istituzioni dell’UE, stabiliscono le modalità per l’adozione delle decisioni e descrivono le relazioni tra l’UE e i suoi Stati membri. Essi sono stati modificati ogni volta che nuovi membri hanno aderito all’Unione. Inoltre sono stati modificati, di tanto in tanto, per riformare le istituzioni dell’Unione europea e per attribuirle nuove sfere di competenza.

L’ultimo trattato modificativo (il trattato di Lisbona) è stato sottoscritto a Lisbona il 13 dicembre 2007 ed è entrato in vigore il 1º dicembre 2009. I trattati precedenti sono integrati nell’attuale versione consolidata, che comprende il trattato sull’Unione europea e il trattato sul funzionamento dell’Unione europea.

Il trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance nell’Unione economica e monetaria è un trattato intergovernativo sottoscritto da tutti gli Stati membri, a esclusione di Repubblica ceca e Regno Unito, nel marzo 2012. Il suo scopo è promuovere la disciplina di bilancio, rafforzare il coordinamento delle politiche economiche e migliorare la governance della zona dell’euro. Al momento sono 17 i paesi dell’UE che utilizzano l’euro come valuta nazionale.

Il trattato, spesso chiamato «patto fiscale», entrerà in vigore il 1º gennaio 2013, se sarà stato ratificato da 12 membri della zona euro. Non è un trattato dell’UE, ma un trattato intergovernativo, che si intende poi inglobare nel diritto dell’UE.

Storia dei trattati dell’UE

Quando, nel 1950, il ministro degli Esteri francese, Robert Schuman, propose di integrare le industrie carbosiderurgiche dell’Europa occidentale, le sue idee vennero fissate nel trattato di Parigi dell’anno seguente: nasceva così l’antesignano dell’UE, la Comunità europea del carbone e dell’acciaio. Da allora l’UE ha regolarmente aggiornato e integrato i trattati, per garantire un’efficace definizione delle politiche e adozione delle decisioni:

ñ         il trattato di Parigi, che istituisce la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, è stato firmato il 18 aprile 1951 a Parigi, è entrato in vigore nel 1952 ed è scaduto nel 2002.

ñ          I trattati di Roma, che istituiscono, rispettivamente, la Comunità economica europea (CEE) e la Comunità europea dell’energia atomica (Euratom), sono stati firmati il 25 marzo 1957 aRoma e sono entrati in vigore nel 1958.

ñ          L’Atto unico europeo (AUE), firmato nel febbraio 1986 ed entrato in vigore nel 1987, ha modificato il trattato CEE e ha preparato la strada al completamento del mercato unico.

ñ          Il trattato sull’Unione europea (UE), noto come «trattato di Maastricht», è stato firmato il 7 febbraio 1992 a Maastricht ed è entrato in vigore nel 1993. Questo trattato ha istituito l’Unione europea, ha potenziato il ruolo del Parlamento europeo nel processo decisionale e ha aggiunto nuovi ambiti di cooperazione.

ñ          Il trattato di Amsterdam è stato firmato il 2 ottobre 1997 ed è entrato in vigore nel 1999, allo scopo di modificare i precedenti trattati.

ñ          Il trattato di Nizza è stato firmato il 26 febbraio 2001 ed è entrato in vigore nel 2003. Il suo scopo era semplificare il sistema istituzionale dell’UE per permettere all’Unione di continuare a operare in maniera efficace dopo l’adesione dei nuovi Stati membri nel 2004.

ñ          Il trattato di Lisbona, firmato il 13 dicembre 2007, è entrato in vigore nel 2009 e si prefiggeva lo scopo di semplificare i metodi di lavoro e le norme riguardanti il voto. Con esso è stata introdotta la figura del presidente del Consiglio europeo e sono state create nuove strutture con l’intento di rendere l’UE un soggetto più incisivo sulla scena globale.

 

 

TERZA PARTE – L’Europa oggi, tra austerità e crisi economica

 

La dittatura della Troika – di Roberto Musacchio

Insegna Karl Popper che è scienza ciò che è falsificabile. Cioè ciò che può essere sottoposto a una misurazione e a una verifica empirica dei dati. Ora, naturalmente, le cose hanno una loro complessità perché appunto il dibattito filosofico, e poi scientifico, sulla percezione della realtà e sull’esistenza di paradigmi in cui questa lettura avviene, è antico e approfondito. Ma questo, lungi dal complicarci la vita nell’affrontare il tema dell’edificazione dell’austerità che ha caratterizzato questi ultimi anni della UE, in realtà ce la semplifica. Infatti ciò che è stato addirittura costituzionalizzato, Troika e austerità, può essere falsificato sia dal punto di vista delle cifre che dei paradigmi di lettura delle stesse. In realtà ciò che ha fatto il neoliberismo in questi anni è stato provare a trasformare l’economia in un dogma che si autorealizza perché gestito come una religione e appoggiato su un potere unico chiesastico. Questo naturalmente non è un processo che avrebbe potuto avvenire solo su base idealistica. Si è avvalso in realtà della nuova dimensione della economia finanziaria globalizzata che si fonda proprio sull’autorealizzazione delle proprie previsioni, cioè su scommesse trasformate in leggi imperative. Non dunque un paradigma di lettura delle cose ma una gabbia, un recinto, un regime del pensiero e della società.

Questa premessa per provare a capire come sia possibile che il fallimento conclamato e manifesto di tutte le scelte imposte e di tutte le previsioni avanzate col regime dell’austerità non abbia, fin qui, travolto il regime stesso. Ma, naturalmente, bisogna partire dal fallimento. Ora esso appare conclamato, o almeno dovrebbe apparire tale sei ci si affidasse o alla scienza o alla democrazia. Addirittura sono altri organi del potere unico, come l’FMI, che scrivono di calcoli fatti su previsioni sbagliate come quelle che indicavano perdite di PIL per ogni euro di tagli che sono risultati poi moltiplicati per 4! Prendiamo ad esempio i Paesi cui è stata imposta nelle forme più dure la cura dell’austerità. Ebbene il consuntivo dopo più anni di medicina somministrata è terribile, si direbbe in linguaggio medico che il paziente è praticamente morto. Nei Paesi come la Grecia e il Portogallo, dove sono stati stipulati, ma sarebbe meglio dire imposti, dei memorandum, cioè dei prontuari, o anche qui meglio dire dei diktat, di misure da rispettare per avere l’accesso ai cosiddetti aiuti, le ragioni per cui sono state imposte le misure draconiane sono state tutte fallite. Cioè non c’è un rientro dal debito ma al contrario un aggravamento del debito stesso. Facile a capire il perché, per tutti, ma non per gli uomini della Troika. Economie in cui il Pil si riduce drasticamente non possono certo sanare i loro conti ma sono destinati a vedere aumentati i disavanzi. La cosa diventa ancora più grave, e strutturale, se si considera che non abbiamo assistito solo a tagli ma ad ulteriori manomissioni dei sistemi produttivi di quei Paesi che sempre più vedono smantellate le proprie capacità di produrre ricchezza, oltreché le condizioni di vita dei propri cittadini. Intere capacità produttive, ma anche pezzi dei servizi e delle infrastrutture, nonché parti fisiche e pregiate dei loro territori vengono infatti a finire alla mercè di una internazionalizzazione passiva che, in molti casi, è una europeizzazione passiva, cioè vengono sostanzialmente espropriati da altri Paesi che pure dovrebbero compartecipare a quella che si chiama pur sempre una Unione. Per giunta il sistema degli aiuti è una ulteriore degenerazione dell’attuale sistema di gestione finanziaria della cosiddetta moneta unica, e cioè l’Euro. Che poi così veramente unica non è se è vero, come è vero, che essa in realtà vale, o costa, in modo differenziato, a seconda che passi per le mani di un Paese o di un altro, di un cittadini o di un altro. Sta di fatto che tutto il sistema dei cosiddetti aiuti viene transitato per via bancaria, e cioè nei fatti per via privata. Con il risultato che se i governi deliberano un aiuto, questo viene veicolato da banche che ottengono euro a tasso praticamente negativo e li destinano a Paesi che dovranno pagare interessi assai alti. E’ il sistema che ben conoscono i Paesi dell’America Latina che furono strangolati dal FMI e da tutte le altre organizzazioni che rispondevano al famoso consenso di Waschington. Solo che l’America Latina si è emancipata da ciò mentre l’Europa ne ha fatto il cuore della propria unificazione. Per capire ulteriormente l’assurdo di questo sistema è bene ricordare che il tutto cominciò con l’arrivo in Europa dell’onda lunga della crisi del sistema finanziario globale, è in particolare di quello USA, che si manifestava con un indebitamento massiccio delle banche e delle altre strutture finanziarie, strutturalmente dovuto alle economie di azzardo praticate dal sistema capitalistico finanziario e dalla sostituzione, nella alimentazione del sistema, dei redditi da lavoro con l’indebitamento di massa che diventò inadempiente. Ebbene questa crisi fu esportata in Europa assai facilmente e non a caso. Infatti il sistema bancario e finanziario europeo, singolarmente e nel suo complesso, è stato deregolamentato ancor prima di quello USA. La fine delle regolamentazioni e delle divisioni tra strutture del risparmio e quelle d’affari viene praticata in Europa prima che Clinton rimovesse in Usa le leggi che la impedivano. E l’allocazione a mercato dei debiti pubblici fu praticata ad esempio in Italia già agli inizi degli anni ’90 con la fine del rapporto tra Tesoro e Banca d’Italia e della copertura del debito da pargte della Banca stessa, con la conseguente allocazione del debito stesso a mercato. Le conseguenze italiane, con ancora la lira, furono drammatiche, con il raddoppio in pochi anni della percentuale del debito pubblico, la sua progressiva trasformazione in debito estero, la costruzione di una curva negativa sul servizio al debito, cioè gli interessi pagati, che rappresenta, per l’anticipazione fatta dall’Italia rispetto al resto d’Europa, un handicap strutturale del Paese, il vero spread. Queste dinamiche si sono via via diffuse e moltiplicate allo scenario dell’intera Unione. Se torniamo alla crisi, di natura in parte esogena come si è detto, essa ha comportato l’esborso pubblico di almeno 6500 miliardi di euro di aiuti sostanzialmente elargiti al sistema privato, direttamente o attraverso il sostegno all’accumulazione. In pratica si è trasformato un debito privato in debito pubblico e si è andati a pesare ulteriormente su un sistema che conosce di suo molte cause endogene di squilibrio. A partire da quelle che, se non si fosse messo fuori legge Lord Keynes, sarebbero le cause note a tutti del perché l’euro, come moneta unica, è una moneta anomala non essendo espressione di quella che possa essere definita un’area economica ottimale per avere una sola moneta, così come ce la spiega Mundell. Tali e tanti sono infatti i differenziali nell’import- export e nei livelli di occupazione che sono le due vere cause di squilibrio del sistema monetario perché rapportati ai deficit e ai differenziali reali. Sarebbe servita una intensa politica di armonizzazione per far convergere ed integrare le economie. Si è scelta la strada opposta, abbandonando anche quegli elementi di riequilibrio che erano contenuti nei trattati sottostanti alle precedenti strutture di costruzione della comunità economica. Tutto al libero mercato come se la libertà tra diversi non significasse il vantaggio permanente e sempre più accentuato del più forte. Per giunta la cecità delle attuali classi dirigenti nazionali, trasformate in europee, ha ulteriormente aggravato il quadro come dimostra clamorosamente il caso tedesco che ha scientemente deciso di far pagare i costi della propria unificazione scaricandoli sull’erigenda Unione invasa da un sistema di export led, di dumping esortativo che ha acuito i fattori di scompenso e di crisi. Un comportamento praticamente “alla cinese”! Forte di una superiorità strutturale nella produttività, e godendo di ampi margini di manovra che si è auto assegnata nelle lunghe fase di sforamento determinate dai costi della unificazioni, e dal controllo sui sistemi finanziari dell’Unione gentilmente concesso dal partner Francese, e da tutti i comprimari, in cambio del via libera alla moneta unica, La Germania, prima di Schroeder e poi di Merkel, ma sempre in aria di Grosse Koalition, ha costruito a suo uso e consumo la narrazione, paternalistico-autoritaria, dell’austerità. Che è servita a tenere a bada i propri cittadini, disponendoli ai sacrifici, in cambio del fatto che sarebbero stati comunque quelli di altri Paesi a farne di più. Più facile convincere le altre borghesie nazionali che si era tutti sulla stessa barca, quella della globalizzazione liberista, e che questa era l’occasione per sferrare colpi risolutivi a quel compromesso sociale democratico che era l’essenza stessa dell’Europa. Via dunque il ruolo del lavoro come costituente, via alla sua precarizzazione; e via ad una privatizzazione sistematica e selvaggia insieme di strutture produttive e beni pubblici per ricostruire un nuovo ordine gerarchico, connesso a quello finanziario, della accumulazione, presidiando aree di highteck e mettendo a valore i pascoli del pubblico di cui l’Europa rappresenta il più grande giacimento. Tutto ciò naturalmente non senza contrasti, scontri, il palesarsi di settori di borghesie che guardano all’”antieuropeismo” o direttamente al modello americano. Ma, fin qui, con una effettiva “efficacia”, vista la mole di scelte fatte ed imposte che hanno edificato il comando della Troika e dell’austerità, modificando assetti politici, dai governi ai partiti, e istituzionali. Oltrechè quelli strutturali, economici e produttivi, dall’agricoltura, basta vedere le aree di influenza e la struttura dei finanziamenti comunitari, a quelli industriali, di cui l’annuale consuntivo ad opera della Commissione mostra gli evidenti elementi di alterazione e di vero e proprio cannibalismo, al sistema del pubblico sempre più transeunte verso l’edificazioni di holding operanti nella privatizzazione dei beni comuni su scala mondo. La  “forza” autoreferenziale del sistema di austerità è stata tale da imporre le medesime ricette, che entrano nel merito non solo delle cifre ma delle scelte antisociali da compiere, a Paesi che pure avevano situazioni strutturali diverse. Grecia, Portogallo, Irlanda, ma anche Spagna ed Italia sono in realtà assai diverse per volume e struttura dei debiti pubblici, per rapporto tra debiti pubblici e quelli privati, per capacità produttive. Niente di tutto ciò ha valore a fronte della livella dell’austerità che taglia con effetti devastanti. Al punto che la Corte Costituzionale portoghese ha bocciato molte delle misure previste dal Governo in quanto considerate eccessivamente crudeli e quindi anticostituzionali. Se guardiamo alla sostanza tutta l’austerità è stata volta a determinare e agevolare il processo di europeizzazione passiva veicolato dal sistema di dumping esportativo tedesco fatto pagare attraverso l’indebitamento dei Paesi importatori con il sistema finanziario controllato da Francoforte. Una operazione sciagurata che conferma le tendenze per cui invece che di armonizzazione si possa parlare per la UE di una integrazione passiva. I consuntivi che sono stati portati al termine della strategia decennale di Lisbona, 2010, che doveva determinare crescita, innovazione e riequilibrio, hanno detto che al contrario si confermano e si ampliano le differenziazioni tra aree e vengono sistematicamente mancati gli obiettivi sociali. Tutto ciò non può essere corretto in corsa con l’introduzione in funzione di riequilibrio di correttivi come quelli, in realtà semplicemente vagheggiati ma non all’ordine del giorno ed anzi esplicitamente esclusi dal patto di governo della duova maggioranza Cdu-Spd in Germania, degli eurobond e della parziale condivisione del debito. In realtà l’unica cosa seria e possibile è la rottura radicale con questo processo a partire dalla dichiarazione di insostenibilità, e di illegittimità del debito, di cancellazione del quadro di comando dell’austerità e di riedificazione dell’Europa su base comunitaria e a partire dall’asse oggi marrtorizzato dei Paesi Mediterranei che si sostituisca all’esausto asse tedesco e affronti realmente il tema dell’armonizzazione e di una Comunità europea che sia in sintonia con i suoi elementi storici a partire dal valore del lavoro e dei beni comuni, estendendo la propria idea di welfare verso il reddito di cittadinanza e riconvertendo la propria economia in senso ecologico e cooperativo.

 

L’AUSTERITA’

La governance economica dell’UE

Gli insegnamenti tratti dalla recente crisi economica, finanziaria e del debito sovrano hanno portato a successive riforme delle norme UE con l’introduzione, tra l’altro, di nuovi sistemi di sorveglianza delle politiche economiche e di bilancio e di un nuovo calendario di bilancio.

Le nuove disposizioni (introdotte con il “six pack”, il “two pack” e il trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance) sono integrate nel calendario decisionale dell’UE, denominato “semestre europeo”. Questo sistema integrato garantisce norme più chiare, un migliore coordinamento delle politiche nazionali nel corso dell’intero anno, la verifica regolare e l’applicazione più rapida di sanzioni in caso di violazione delle norme. Gli Stati membri sono in tal modo incitati a rispettare i loro impegni di riforma e di bilancio rendendo così più solida l’Unione economica e monetaria nel suo complesso.

Di seguito si illustrano le principali caratteristiche del nuovo sistema.

COORDINAMENTO DURANTE TUTTO L’ANNO: IL SEMESTRE EUROPEO

Prima della crisi la programmazione di bilancio e economica nell’UE avveniva mediante processi diversi. Non esisteva una visione globale degli sforzi compiuti a livello nazionale, e gli Stati membri non avevano la possibilità di discutere una strategia collettiva per l’economia dell’UE.

Coordinamento e orientamento

Il semestre europeo, introdotto nel 2010, assicura che gli Stati membri discutano i loro programmi economici e di bilancio con i partner dell’UE in momenti specifici dell’anno. Ciò consente loro di fare osservazioni sui programmi degli altri e permette alla Commissione di offrire un orientamento politico in tempo utile prima che vengano adottate decisioni a livello nazionale. La Commissione verifica altresì se gli Stati membri stiano lavorando per la realizzazione degli obiettivi in materia di occupazione, istruzione, innovazione, clima e riduzione della povertà fissati da Europa 2020, la strategia di crescita a lungo termine dell’UE.

Un calendario chiaro

Il ciclo inizia ogni anno, a novembre, con l’analisi annuale della crescita della Commissione (priorità economiche generali per l’UE), che fornisce agli Stati membri orientamenti politici per l’anno successivo.

Le raccomandazioni specifiche per paese pubblicate in primavera offrono agli Stati membri una consulenza specifica sulle riforme strutturali di più vasta portata, il cui completamento richiede spesso più di un anno

Il monitoraggio dei bilanci nella zona euro si intensifica verso la fine dell’anno, quando gli Stati membri presentano i loro documenti programmatici di bilancio che vengono valutati dalla Commissione e discussi dai ministri delle Finanze della zona euro. La Commissione esamina anche l’orientamento di bilancio per la zona euro considerata nel suo insieme.

La Commissione verifica l’attuazione delle priorità e delle riforme più volte all’anno, concentrandosi sulla zona euro e sugli Stati membri con problemi finanziari o di bilancio.

•         Novembre: l’analisi annuale della crescita definisce le priorità economiche generali dell’UE per l’anno successivo. La relazione sul meccanismo di allerta analizza la situazione degli Stati membri per individuare eventuali squilibri economici. La Commissione pubblica i suoi pareri sui documenti programmatici di bilancio (per tutti i paesi della zona euro) e sui programmi di partenariato economico (per i paesi della zona euro con disavanzi di bilancio eccessivi). I documenti programmatici di bilancio vengono discussi anche dai ministri delle Finanze della zona euro.

•         Dicembre: gli Stati membri della zona euro adottano i bilanci annuali definitivi, tenendo conto della consulenza della Commissione e dei pareri dei ministri delle Finanze.

•         Febbraio/Marzo: il Parlamento europeo e i ministri dell’UE competenti in materia di occupazione, economia, finanze e competitività, riuniti in sede di Consiglio, discutono dell’analisi annuale della crescita. La Commissione pubblica le sue previsioni economiche invernali. Il Consiglio europeo adotta le priorità economiche dell’UE sulla base dell’analisi annuale della crescita. Nello stesso periodo vengono pubblicati gli esami approfonditi della Commissione relativi agli Stati membri con potenziali squilibri (individuati nella relazione sul meccanismo di allerta).

•         Aprile: gli Stati membri presentano i programmi di stabilità o di convergenza (piani di bilancio a medio termine) e i programmi nazionali di riforma (piani economici), che devono essere in linea con tutte le precedenti raccomandazioni dell’UE. Il termine di presentazione è il 15 aprile per i paesi della zona euro e la fine di aprile per l’UE. Eurostat pubblica i dati verificati relativi al debito e al disavanzo dell’anno precedente, indispensabili per appurare se gli Stati membri stiano raggiungendo i loro obiettivi di bilancio.

•         Maggio: la Commissione propone raccomandazioni specifiche per paese e una consulenza politica ad hoc per gli Stati membri in base alle priorità individuate nell’analisi annuale della crescita e alle informazioni ricavate dai piani ricevuti in aprile. A maggio la Commissione pubblica anche le sue previsioni economiche di primavera.

•         Giugno/Luglio: il Consiglio europeo approva le raccomandazioni specifiche per paese e i ministri dell’UE ne discutono in sede di Consiglio. I ministri delle Finanze dell’UE adottano le raccomandazioni a luglio.

•         Ottobre: gli Stati membri della zona euro presentano alla Commissione i documenti programmatici di bilancio per l’anno successivo (entro il 15 ottobre). Se un documento programmatico non è in linea con gli obiettivi a medio termine dello Stato membro la Commissione può chiedere che venga riformulato.

BILANCIO PIÙ RESPONSABILE

Il patto di stabilità e crescita è stato concluso contestualmente alla creazione della moneta unica, per garantire finanze pubbliche sane. Tuttavia, il modo in cui è stato attuato prima della crisi non ha impedito l’insorgere di gravi squilibri di bilancio in alcuni Stati membri.Il patto è stato riformato mediante il “six pack” (entrato in vigore nel dicembre 2011) e il “two pack” (entrato in vigore nel maggio 2013) e rafforzato dal trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance (entrato in vigore nel gennaio 2013 nei 25 paesi firmatari).

Regole più efficaci

•         Limiti al disavanzo e al debito nominali: i limiti del 3% del PIL per il disavanzo e del 60% del PIL per il debito, fissati nel patto di stabilità e crescita e sanciti dal trattato, restano validi.

•         Una maggiore attenzione al debito: le nuove norme rendono operativo il limite del 60% del PIL applicato al debito. Questo significa che la procedura per i disavanzi eccessivi viene avviata nei confronti degli Stati membri con un debito superiore al 60% del PIL che non viene ridotto in misura sufficiente (nel senso che la differenza non diminuisce almeno del 5% all’anno in media nell’arco di tre anni).

•         Un nuovo parametro di riferimento per la spesa: ai sensi delle nuove norme, la spesa pubblica non può aumentare più velocemente della crescita potenziale del PIL a medio termine, a meno che non sia coperta da entrate adeguate.

•         L’importanza della posizione di bilancio sottostante: il patto di stabilità e crescita è maggiormente incentrato sul miglioramento delle finanze pubbliche in termini strutturali (tenendo conto degli effetti sul disavanzo di una recessione economica o di misure una tantum). Gli Stati membri fissano i propri obiettivi di bilancio a medio termine, aggiornati almeno ogni tre anni, allo scopo di migliorare il saldo strutturale dello 0,5% del PIL all’anno. Questo garantisce un margine di sicurezza contro il superamento del limite del 3% per il disavanzo nominale; gli Stati membri, in particolare quelli con un debito superiore al 60% del PIL, vengono esortati a fare di più quando la congiuntura economica è favorevole e meno quando la congiuntura è sfavorevole.

•         Un patto di bilancio per 25 Stati membri: ai sensi del trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance economica, a partire da gennaio 2014 gli obiettivi di bilancio a medio termine devono essere sanciti nel diritto nazionale e deve essere previsto il limite dello 0,5% del PIL per i disavanzi strutturali (che può salire all’1% se il rapporto debito/PIL è nettamente inferiore al 60%). Sono disposizioni previste dal cosiddetto Patto di bilancio. Il trattato dispone anche che in caso di superamento del limite del disavanzo strutturale (o di deviazione dal percorso di avvicinamento ad esso) scatti automaticamente un meccanismo di correzione, che impone agli Stati membri di prevedere nel diritto nazionale le modalità e i tempi per porre rimedio alla violazione nei bilanci futuri.

•         Flessibilità nel corso di una crisi: ponendo l’accento sulla posizione di bilancio sottostante a medio termine, il patto di stabilità e crescita può essere flessibile nel corso di una crisi. Se la crescita si deteriora inaspettatamente, agli Stati membri con un disavanzo di bilancio superiore al 3% del PIL può essere concesso più tempo per correggerlo, purché essi abbiano adottato le azioni strutturali necessarie. Questo si è verificato nel 2012 per Spagna, Portogallo e Grecia e nel 2013 per Francia, Paesi Bassi, Polonia e Slovenia.

Migliore applicazione delle regole

•         Migliore prevenzione: gli Stati membri sono giudicati sulla base del rispetto dei loro obiettivi a medio termine. I progressi sono valutati nell’aprile di ogni anno, quando gli Stati membri presentano i loro programmi di stabilità/convergenza (piani di bilancio triennali, i primi per i paesi della zona euro e i secondi per l’UE). Questi documenti sono pubblicati ed esaminati dalla Commissione e dal Consiglio al massimo entro tre mesi. Il Consiglio può adottare un parere o invitare gli Stati membri a modificare i piani.

•         Allarme precoce: in caso di “deviazione significativa” dall’obiettivo a medio termine o dal percorso di avvicinamento ad esso, la Commissione rivolge un avvertimento allo Stato membro, che deve essere approvato dal Consiglio e che può essere reso pubblico. La situazione è poi monitorata nel corso di tutto l’anno e, se non corretta, la Commissione può proporre un deposito fruttifero pari allo 0,2% del PIL (solo per i paesi della zona euro), misura che deve essere approvata dal Consiglio. La somma può essere restituita allo Stato membro in caso di correzione della deviazione.

•         Procedura per i disavanzi eccessivi: contro gli Stati membri che non rispettano il criterio del disavanzo o quello del debito viene avviata la procedura per i disavanzi eccessivi, in virtù della quale vengono assoggettati a controlli supplementari (di norma ogni tre o sei mesi) e viene loro imposto un termine per la correzione del disavanzo. La Commissione verifica la conformità durante tutto l’anno, basandosi sulle previsioni economiche periodiche e sui dati Eurostat relativi al debito e al disavanzo.

•         Sanzioni più rapide: le sanzioni contro gli Stati membri della zona euro soggetti a procedura per i disavanzi eccessivi possono essere applicate prima e possono essere aumentate gradualmente. La mancata riduzione del disavanzo può comportare un’ammenda pari allo 0,2% del PIL. Le ammende possono arrivare ad un massimo dello 0,5% in caso di frode statistica accertata e le sanzioni possono includere la sospensione dei finanziamenti del fondo di coesione (anche per i paesi non appartenenti alla zona euro). Parallelamente, i 25 Stati membri che hanno firmato il trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance possono essere condannati a pagare un’ammenda pari allo 0,1% del PIL qualora non abbiano integrato adeguatamente il patto di bilancio nell’ordinamento nazionale.

•         Nuovo sistema di voto: le decisioni sulla maggior parte delle sanzioni nel quadro della procedura per i disavanzi eccessivi sono prese mediante voto a maggioranza qualificata inversa: le ammende si ritengono approvate dal Consiglio a meno che la maggioranza qualificata degli Stati membri non capovolga la decisione. Ciò non era possibile prima dell’entrata in vigore del “six pack”. Inoltre, i 25 Stati membri che hanno firmato il trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance hanno convenuto di utilizzare il meccanismo del voto a maggioranza qualificata inversa anche in una fase più precoce della procedura, ad esempio, quando si tratta di decidere se avviare la procedura per i disavanzi eccessivi nei confronti di uno Stato membro.

SORVEGLIANZA RAFFORZATA NELLA ZONA EURO

La crisi ha dimostrato che le difficoltà in uno Stato membro della zona euro possono avere importanti effetti di contagio sui paesi confinanti. Pertanto, la maggiore sorveglianza è giustificata per contenere i problemi prima che diventino sistemici.

Il two pack, che è entrato in vigore il 30 maggio 2013, ha introdotto un nuovo ciclo di monitoraggio per la zona euro con la presentazione, ad ottobre, dei documenti programmatici di bilancio degli Stati membri (ad eccezione di quelli oggetto di programmi di aggiustamento macroeconomico) su cui la Commissione esprime un parere.

Questo consente un monitoraggio più approfondito dei paesi della zona euro con un disavanzo eccessivo e una sorveglianza più rigorosa di quelli con difficoltà più gravi.

•         Gli Stati membri oggetto di una procedura per disavanzo eccessivo devono riferire periodicamente sul modo in cui stanno correggendo il disavanzo. Ora la Commissione può chiedere ulteriori informazioni o raccomandare l’adozione di ulteriori misure ai paesi che rischiano di non raggiungere in tempo i loro obiettivi in termini di disavanzo. Gli Stati membri della zona euro con un disavanzo eccessivo devono presentare anche programmi di partenariato economico contenenti piani dettagliati di riforme di bilancio e strutturali (riguardanti, ad esempio, le pensioni, l’imposizione fiscale o la sanità pubblica) atti a correggere il disavanzo in modo duraturo.

•         Gli Stati membri che hanno difficoltà finanziarie e quelli beneficiari di un programma di assistenza a titolo precauzionale finanziato mediante il meccanismo europeo di stabilità sono soggetti a “sorveglianza rafforzata”, il che significa che sono oggetto di missioni di verifica periodiche da parte della Commissione e devono fornire informazioni aggiuntive sul loro settore finanziario.

•         Programmi di assistenza finanziaria: Gli Stati membri le cui difficoltà potrebbero avere “effetti molto negativi” sul resto della zona euro possono essere invitati a predisporre programmi completi di aggiustamento macroeconomico. La decisione in materia è adottata dal Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata su proposta della Commissione. Tali programmi sono soggetti a missioni di verifica trimestrali e a condizioni rigorose in cambio dell’assistenza finanziaria.

•         Sorveglianza post-programma: gli Stati membri sono sottoposti a sorveglianza post-programma finché il 75% dell’aiuto finanziario prelevato resta in essere.

MONITORAGGIO ESTESO AGLI SQUILIBRI MACROECONOMICI

Basandosi sull’esperienza della crisi, le riforme del six pack hanno introdotto un sistema di monitoraggio delle politiche economiche, che si aggiunge alla normale sorveglianza nell’ambito del semestre europeo. Si tratta della cosiddetta procedura per gli squilibri macroeconomici, che prevede una serie di fasi successive

•         Migliore prevenzione: tutti gli Stati membri continuano a presentare il programma nazionale di riforma. Attualmente viene presentato ogni anno in aprile. I programmi sono pubblicati dalla Commissione e da essa esaminati per assicurare che le riforme programmate siano in linea con le priorità dell’UE in materia di crescita e occupazione, tra cui la strategia Europa 2020 per la crescita a lungo termine.

•         Allarme precoce: per individuare potenziali squilibri gli Stati membri sono sottoposti a esame sulla base degli 11 indicatori, di indicatori ausiliari e di altre informazioni, che misurano gli sviluppi economici nel tempo. Ogni anno la Commissione pubblica, a novembre, i risultati nella relazione sul meccanismo di allerta (cfr. MEMO/12/912). La relazione individua gli Stati membri per i quali occorre un’ulteriore analisi (esame approfondito) ma non trae conclusioni.

•         Esame approfondito: la Commissione procede a un esame approfondito degli Stati membri individuati nella relazione sul meccanismo di allerta potenzialmente a rischio di squilibri. L’esame approfondito è pubblicato in primavera e conferma o nega l’esistenza di squilibri e se detti squilibri sono eccessivi o no. Gli Stati membri devono tener conto delle conclusioni dell’esame approfondito nei loro programmi di riforma per l’anno successivo. Le conclusioni delle verifiche sono integrate nella consulenza che la Commissione fornisce a ciascuno Stato membro nelle raccomandazioni specifiche per paese pubblicate alla fine di maggio.

•         Procedura per gli squilibri eccessivi: se conclude che in uno Stato membro esistono squilibri eccessivi, la Commissione può raccomandare al Consiglio che lo Stato membro predisponga un piano di azioni correttivo, comprendente i termini di attuazione delle nuove misure. Le raccomandazioni sono adottate dal Consiglio. La Commissione e il Consiglio verificano durante tutto l’anno l’attuazione delle politiche previste nel piano di azioni correttivo degli Stati membri.

•         Ammende a carico degli Stati membri della zona euro: Le ammende vengono imposte solo in ultima istanza e sanzionano la ripetuta mancanza di azioni, non la mancata correzione degli squilibri. Se conclude ripetutamente che il piano di azioni correttivo di uno Stato membro della zona euro è insoddisfacente, ad esempio, la Commissione può proporre al Consiglio di imporre un’ammenda pari allo 0,1% del PIL all’anno. Le sanzioni possono essere imposte e aumentate se gli Stati membri non adottano misure sulla base del piano (si parte da un deposito fruttifero pari allo 0,1% del PIL, che può essere convertito in un’ammenda in caso di infrazione ripetuta). Le sanzioni si intendono approvate a meno che non siano capovolte a maggioranza qualificata degli Stati membri.

UN PIANO PER IL FUTURO

Le riforme intraprese negli ultimi tre anni sono senza precedenti, ma la crisi ha dimostrato in che misura è aumentata l’interdipendenza delle nostre economie dalla creazione dell’Unione economica e monetaria. È particolarmente importante che i paesi della zona euro collaborino più strettamente per adottare decisioni politiche che tengano conto degli euro collaborino più strettamente per adottare decisioni politiche che tengano conto degli interessi degli altri membri della zona euro.

Le idee della Commissione europea per il futuro figurano nel piano per un’Unione economica e monetaria autentica e approfondita, pubblicato il 28 novembre 2012 (cfr. IP/12/1272). Il piano delinea come procedere passo per passo nei prossimi mesi e anni sulla base dell’architettura di cui disponiamo.

La Commissione ha già sviluppato le proprie idee su un quadro per il coordinamento ex ante delle grandi riforme strutturali e su uno strumento di convergenza e di competitività per incoraggiare e sostenere gli Stati membri che attuano riforme difficili (cfr. IP/13/248). Le proposte saranno sviluppate dopo le discussioni al Consiglio europeo.

 

L’ ”Europa reale” e la democrazia mancata – di Roberto Musacchio

Le democrazie contemporanee si sono caratterizzate fortemente non solo per le loro istituzioni ma per l’esistenza di corpi intermedi partecipati, partiti, sindacati, associazioni, movimenti. Queste realtà trovavano per altro riscontro in assetti costituzionali che ne prevedono il ruolo e lasciano loro ampia agibilità riconoscendo nel pluralismo delle idee e della rappresentanza, nel ruolo del lavoro e del conflitto valori fondanti. Questi corpi intermedi hanno avuto un ruolo decisivo nella edificazione delle realtà statuali e nella loro interconnessione con il compromesso sociale che le sorreggeva rappresentando una parte significativa del cosiddetto modello sociale europeo. In alcuni Paesi, come quelli nordici, si sono poi sviluppate forme di compartecipazione delle organizzazioni sindacali alle scelte aziendali e a quelle economiche che rappresentano una parte significativa della storia di quei Paesi. Ma in Paesi come l’Italia a tarda unificazione nazionale gli elementi promossi dal movimento operaio in particolare di unificazione tendenziale delle condizioni lavorative e del welfare sono stati un contributo decisivo. Come, ovunque, le spinte e le lotte di liberazione dei movimenti delle donne e di riconoscimento dei pari diritti delle differenze sessuali sono state indispensabili all’avanzamento culturale e di civiltà.

Purtroppo la dimensione europea è stata, ed è ancora, scarsamente poggiata su questi corpi intermedi. Da un lato c’è un ampio riconoscimento verbale della cittadinanza come chiave di volta della costruzione dell’Unione. Ma in realtà le carte formali sono assai meno fondate su questo elemento democratico. Non c’è di fatto una vera Costituzione, risultando il Trattato di Lisbona sostanzialmente un collage dei Trattati esistenti che hanno una matrice fortemente economicista. La Carta dei diritti sociali, Carta di Nizza, è di fatto giustapposta ai Trattati e la sua esigibilità è particolarmente aleatoria per più ragioni. La prima che la base economicista dei Trattati fonda un diritto mercantile che risulta essere ideologicamente, politicamente e giuridicamente prevalente. Anzi, con influenze negative sulle stesse Carte Costituzionali nazionali come dimostra da ultimo l’inserimento in costituzione dell’obbligo al pareggio di bilancio. Ma come dimostra anche la differenza sostanziale che c’è ad esempio tra il diritto al lavoro della Costituzione italiana e il diritto a lavorare della giurisdizione europea che apre la strada alla visione del lavoro come impiegabilità e non come architrave della cittadinanza. E infatti la seconda questione è che i diritti della Carta sono troppo spesso evocativi, a scarsa esigibilità, non normati. Mentre i fondamenti liberistici sono l’ossatura dei Trattati che sostiene un poderoso quadro legislativo impositivo, non altrettanto vale per i diritti sociali soventi garantiti nel loro carattere minimo se non addirittura esplicitamente subordinati, o almeno obbligatoriamente correlati, a quelli della cosiddetta libertà di mercato e di profitto.

Questo status quo discende purtroppo da una modificazione reale dei rapporti di forza nella società. Laddove si è addivenuti ad un accordo, faticoso e contrastato, tra le forze sociali e politiche di matrice liberista che hanno segnato, attraverso il ruolo dei Governi ma poi anche direttamente col ruolo della Governance, gli assetti formali e sostanziali, altrettanto non è accaduto tra quelle che possiamo chiamare le forze di riferimento del movimento operaio. Anzi. Permane non solo un dimensione nazionale ma si acuisce una frammentazione nelle rappresentanza sociale e una subalternità agli elementi cardine del liberismo. Non solo i lavoratori e le lavoratrici non sono posti e poste dalle loro organizzazioni nelle condizioni di realizzare una loro nuova coalizione a dimensione europea, ma sono soventi lasciati in concorrenza l’uno con l’altra tra frontiere, che non dovrebbero più esistere. Per non parlare della frammentazione intercorsa tra lavoratori stabilizzati, sempre meno, e precari o espulsi, o non entrati, nei cicli lavorativi. Per finire con la condizione tragica e paradossale dei lavoratori migranti, impediti a riconoscersi come tali perché non riconosciuti nel loro diritto, che pure fu fondante del capitalismo che rompeva con la servitù della gleba feudale, a muoversi per cercare lavoro. E di cui c’è, in base a tutti i documenti ufficiali della UE, bisogno assoluto in termini di settori produttivi e dei servizi, di mercato del lavoro, di conti del welfare e di indice e andamento demografico, ma che sono invece impediti anche ad avere un canale certo di diritto alla mobilità per lavoro. Gravi disparità rimangono poi nel lavoro in base al genere con la condizione femminile che rimane discriminata anche a parità lavorativa, oltreché negli accessi, ed anche nei Paesi cosiddetti avanzati.

Si può dire che corpi intermedi, sindacali, associativi e politici, corrispondenti a reali nuove coalizioni non siano ancora presenti nella dimensione europea. Fatta eccezione per quei movimenti che da anni si battono per quella che chiamano un’altra Europa. Ma sindacati e Partiti non sono che mere rappresentanze formali di divaricazioni insuperate e di una comune subalternità a quello che è stato chiamato il pensiero unico ma che sempre più assomiglia ad un vero potere unico.

Questo quadro ha di fatto impedito una vera dialettica, anche conflittuale, sul terreno delle politiche dell’unificazione e della cosiddetta armonizzazione, sostanzialmente appaltata all’ideologia liberista. Con il risultato che oggi, come dicono tutti i consuntivi, l’Europa è più disarmonica, divisa ed ingiusta di prima.

 

 

 

 

 

QUARTA PARTE – Le elezioni europee del 2014

 

Come si vota

QUANDO SI VOTA:

In seguito a decisione del Consiglio europeo, che le ha anticipate rispetto alla data originaria a giugno, si voterà fra il 22 e il 25 maggio.

CHI PUO’ VOTARE:

Saranno chiamati alle consultazioni elettorali tutti i cittadini aventi diritto al voto di tutti gli stati membri dell’Unione Europea. Sarà l’ottava elezione dell’Unione europea per eleggere i rappresentanti del Parlamento Europeo, dalle prime elezioni che si sono tenute nel 1979. A questa tornata elettorale partecipa per la prima volta anche la Croazia

COSA SI VOTA:

Le elezioni europee sono elezioni politiche che nell’Unione europea hanno lo scopo di eleggere i membri del parlamento europeo. Le elezioni sono a suffragio universale e si svolgono ogni 5 anni. In base al risultato delle elezioni, il consiglio europeo sceglie il candidato per la presidenza della commissione europea, che dovrà ottenere la fiducia dalla maggioranza del parlamento; se il candidato ottiene la maggioranza potrà formare la commissione, altrimenti il consiglio dovrà scegliere un altro candidato.

Le elezioni del 2014 saranno le prime in cui verrà applicato il Trattato di Lisbona. I seggi non saranno più 736 come nel 2009 ma 751. L’ingresso della Croazia nell’Unione Europea dovrebbe comportare un ulteriore  aumento dei seggi in attesa di una redistribuzione tra i vari stati, quindi nel 2014 il Parlamento Europeo conterà 766 membri.

 

I partiti politici europei

 

Il Partito Popolare Europeo (acronimo PPE) è un partito politico europeo. È la famiglia politica europeista di centro e di centro-destra che raccoglie le forze generalmente classificabili come moderate, democristiane e conservatrici. Oltre ad essere il maggiore partito rappresentato in ciascuna delle istituzioni dell’Unione europea ed anche il più ampio del Consiglio d’Europa, è il più influente dei partiti europei ed è il più grande gruppo politico nel Parlamento europeo con 261 eurodeputati. Il presidente del Consiglio europeo e il Presidente della Commissione europea appartengono al PPE.

Fondato nel 1976 da partiti cristiano-democratici, ispiratisi all’azione degli statisti europeisti De Gasperi, Adenauer e Schumann nel secondo dopoguerra, successivamente ha visto l’adesione anche di soggetti appartenenti all’area di centro-destra. Tuttavia i partiti membri hanno collocazioni politiche diverse nei singoli Paesi (nella maggior parte dei casi alternative alla sinistra, ma in altri casi alleati di governo con partiti di centrosinistra, in altri ancora distinti sia dalla sinistra che dalla destra).

Il PPE Raggruppa 73 partiti membri provenienti da 39 Paesi, tra i quali 17 sono dell’UE e 6 sono capi di Stato e di governo non-UE. Fra questi, ritroviamo vari partiti importanti come la CDU in Germania, l’UMP in Francia, il PP in Spagna, il PO polacco e il PDL in Italia.

È il primo partito nel Parlamento europeo dal 1999, nel Consiglio europeo dal 2002 ed è anche il maggiore partito della attuale Commissione europea. Alcuni dei padri fondatori dell’Unione europea appartenevano a partiti che sono successivamente entrati a far parte del PPE.

Gruppo del Partito Popolare Europeo al Parlamento Europeo – sito ufficiale

 

 

 

 

Il Partito del Socialismo Europeo (PSE) è un partito politico europeo di orientamento socialista, socialdemocratico e laburista fondato nel 1992. Precursore del partito è stata la Confederazione dei Partiti Socialisti della Comunità Europea, fondata nel 1973.

In sede di Parlamento europeo, il PSE ha dato vita nel 2009 all’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici; prima di allora, aderiva al gruppo del Partito del Socialismo Europeo (la cui denominazione ufficiale è tuttavia variata nel corso del tempo).

Da settembre 2012 il presidente è l’ex primo ministro bulgaro Sergej Stanišev.

Nel 1953 nell’Assemblea Comune della CECA si forma il Gruppo Socialista, composto dai Socialdemocratici tedeschi, i Socialisti e Socialdemocratici Italiani, i Socialisti Francesi, i Socialisti belgi, i Laburisti Olandesi e i Socialisti Lussemburghesi.

Nel 1973 i socialisti europei formano la Confederazione dei Partiti Socialisti della Comunità Europea, con l’aggiunta poi dei Laburisti Britannici e Irlandesi.

L’atto costitutivo dell’attuale Pse, firmato a L’Aia nel 1992, reca le firme, per l’Italia, dei segretari dei tre partiti membri dell’epoca: Bettino Craxi (Psi), Achille Occhetto (Pds) e Carlo Vizzini (Psdi).

Nel 2004, con circa 200 membri, il Gruppo Socialista del PSE è il secondo gruppo politico più consistente del Parlamento europeo. Il presidente del gruppo è il socialdemocratico tedesco Martin Schulz.

Per integrare l’italiano Partito Democratico, la sua controparte cipriota e il lettone Partito dell’Armonia Nazionale, il PSE crea nel 2009 il gruppo dell’Alleanza progressista dei socialisti e dei democratici al Parlamento europeo, con 184 deputati.

Partito del Socialismo Europeo – sito ufficiale.

 

Il Partito dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa (abbreviato in Partito ALDE; in inglese ALDE Party) è un partito politico europeo che riunisce 61 partiti di stati europei, dell’Unione Europea e non, che, pur avendo diverse collocazioni politiche (centro, centro-destra o centro-sinistra), sono accomunati da ideali liberali e liberaldemocratici.

Preceduto da gruppi liberali e democratici già all’epoca della Comunità Europea, è nato prima come Confederazione di partiti politici nazionali nel marzo del 1976 (ELD-LDE), per poi diventare il Partito Europeo dei Liberali, Democratici e Riformatori, partito politico europeo riconosciuto dal Parlamento europeo ed incluso come un’associazione senza scopo di lucro sotto la legislazione belga. Il 10 novembre 2012 il Partito ha adottato l’attuale denominazione[2].

Il Partito aderisce all’Internazionale Liberale e forma al Parlamento europeo, insieme ai centristi del Partito Democratico Europeo, il Gruppo dell’Alleanza dei Liberali e Democratici per l’Europa, nel quale è rappresentato da 74 europarlamentari. Il Partito esprime inoltre otto Commissari nella Commissione Europea.

Partito dell’Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l’Europa – sito ufficiale.

 

Il Partito Democratico Europeo (abbreviato PDE) è un partito politico europeo di natura centrista che riunisce esponenti politici provenienti dall’area del cristianesimo sociale e del liberalismo sociale. Il partito si richiama fortemente agli ideali europeisti.

I deputati eletti al Parlamento europeo fanno parte del Gruppo dell’Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l’Europa insieme a quelli del Partito dell’Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l’Europa.

Il francese François Bayrou e l’italiano Francesco Rutelli sono i due co-presidenti del PDE.

Il Gruppo dei Conservatori e dei Riformisti Europei (in inglese European Conservatives and Reformists Group, ECRG o ECR) è un gruppo formatosi nel Parlamento europeo il 22 giugno 2009 attorno ai partiti conservatori che si dichiarano euroscettici e antifederalisti provenienti dal PPE e dall’UEN.

www.ecrgroup.eu

Il Partito Verde Europeo o Verdi Europei – Partiti verdi uniti per l’Europa, è un partito politico europeo ecologista. Fu fondato al quarto congresso della Federazione dei Partiti Verdi Europei tenuto dal 20 al 22 febbraio 2004 a Roma in un meeting del partito con oltre mille delegati. Trentadue esponenti politici verdi di tutta Europa aderirono a questo nuovo partito e la fondazione fu suggellata dalla firma di un trattato costitutivo nel Campidoglio.

Il programma dei Verdi Europei punta sulle cosiddette “politiche verdi” come le fonti di energia rinnovabili, la salvaguardia dell’ambiente e dei consumatori, e la tutela delle donne.

I membri del PVE sono distinti dalla cosiddetta “sinistra verde nordica”, che include invece partiti rosso-verdi dei Paesi del Nord Europa in collaborazione con il Partito della Sinistra Europea.

I Verdi Europei hanno stretto un’intesa con i partiti regionalisti e nazionalisti dell’Alleanza Libera Europea, costituendo nel Parlamento europeo un unico gruppo parlamentare denominato “Verdi Europei – Alleanza Libera Europea”.

Inizio modulo

 

Il Partito della Sinistra Europea (SE) è un partito politico europeo e un’associazione di partiti politici socialisti e comunisti dell’Europa intera. È stato costituito nel gennaio del 2004 con l’obiettivo di presentarsi alle successive elezioni europee.

La fondazione ufficiale si svolge l’8 maggio 2004 a Roma. Il suo primo congresso si svolse l’8 ottobre 2005 ad Atene. Diversi partiti membri e osservatori della Sinistra Europea partecipano anche all’organizzazione più radicale Sinistra Anticapitalista Europea.

Il suo presidente, dopo le dimissioni di Fausto Bertinotti, è stato fino al 2010 il tedesco Lothar Bisky, a cui è succeduto il francese Pierre Laurent.

Tutti i partiti aderenti al Partito della Sinistra Europea fanno parte del gruppo politico confederale della Sinistra Unitaria Europea – Sinistra Verde Nordica (GUE-NGL), che raggruppa anche i partiti comunisti e della sinistra alternativa che non fanno parte della SE e i partiti del nord Europa aderenti all’Alleanza della Sinistra Verde Nordica.

Altri partiti:

Alleanza Libera Europea

Sito del gruppo parlamentare Verdi-ALE

 

Movimento Politico Cristiano d’Europa

Sito ufficiale

Alleanza Europea per la Libertà

http://www.eurallfree.org/

Partito Pirata Europeo

Sito ufficiale

I candidati alla presidenza della Commissione Europea

 

Il Partito Popolare Europeo terrà un Congresso speciale il 6 e 7 Marzo a Dublino, nel quale 2000 delegati sceglieranno il candidato del partito alla Presidenza della Commissione. I due possibili candidati sono Jean-Claude Juncker (presidente dell’Eurogruppo ed ex presidente del Lussemburgo) e Michel Barnier.

Il Partito Socialista Europeo ha lasciato che i partiti nazionali membri del gruppo si consultassero singolarmente sulla candidatura tra dicembre e gennaio. A febbraio è stata ratificata la nomina a candidato alla Presidenza di Martin Schulz, tedesco e attuale presidente del gruppo socialista al Parlamento Europeo.

Il Partito della Sinistra Europea (SE) in un meeting svoltosi a Madrid il 19 dicembre 2013 ha candidato Alexis Tsipras alla Presidenza. Il greco è leader in patria di Syriza, formazione partitica da sempre all’opposizione delle politiche di austerità.

Il Partito dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa dopo un meeting a dicembre 2013 ha designato come candidato Guy Verhofstadt, belga e leader del partito.

Il Partito Democratico Europeo ha deciso di appoggiare la candidatura di Guy Verhofstadt.

Il Partito Verde Europeo o Verdi Europei – Partiti verdi uniti per l’Europa ha predisposto delle primarie aperte ai cittadini europei dai 16 anni in su, dalle quali è uscita la designazione a candidato di due esponenti, Ska Keller (32enne tedesca) e Jose Bovè (francese ed esponente storico del movimento “no-global”)

Votiamo europeo nel 2014 – di Roberto Musacchio

Nella sua ultima sessione di luglio il Parlamento Europeo ha approvato in aula una risoluzione  che da’ indicazioni su come si dovrà votare alle prossime consultazioni elettorali per il suo rinnovo che sono già convocate per i giorni tra il 22 e il 25 maggio del 2014. In sostanza ci sono alcune novità di un certo rilievo. La prima è che si invitano i Partiti Europei a presentare un proprio candidato per la carica di Presidente della Commissione Europea. Questo perché il Presidente verrà questa volta proposto dal Parlamento Europeo sulla base del risultato del voto delle elezioni e di un successivo voto in aula. La seconda è che si chiede agli stessi Partiti Europei di presentare un programma comune. La terza è l’invito a candidare nelle liste nazionali anche esponenti di altri Paesi.

Intendiamoci, il tutto è ben poca cosa rispetto all’assetto post democratico assunto dalla governance con l’insieme delle misure di metodo e di merito messo in campo per imporre l’austerità. Pochissimo anche rispetto ai propositi che erano stati sbandierati di arrivare almeno ad una riforma del voto che permettesse l’elezione del PE per liste europee, dandogli per questa via più rappresentatività. La stessa elezione in questo nuovo modo del Presidente della Commissione e’ un compromesso tra varie istanze in campo, tra chi vuole una parlamentarizzazione, finalmente, delle funzioni legislative e di governo e chi aspira a un presidenzialismo ad elezione diretta. Per giunta, la necessita’ di avere il voto della maggioranza del PE per essere indicati Presidenti fa pensare che si arriverà probabilmente, come già accade oggi e da tempo per la figura del Presidente del Parlamento, ad un accordo di larga coalizione tra Popolari e Socialisti che  gia’ gestiscono in alternanza la figura che presiede i lavori d’aula.

La risoluzione è per altro piena di richiami al bisogno di far partecipare i cittadini europei ad una discussione su programmi e nomi che sia la più larga e trasparente.

C’e apprensione nel mondo di Bruxelles per un voto che potrebbe vedere manifestarsi una repulsa fortissima per le sue politiche, espressa sia in termine di astensione di massa che di successo delle forze cosiddette anti europee.

Che le prossime elezioni continentali siano in grado di incidere sul percorso dell’ormai famoso aereo dal pilota automatico è tutto da dimostrare. Fin qui, come si e’ visto più volte, l’Europa tecnocratica ha fatto propria la battuta che si usava per il vecchio mondo comunista  “se il popolo e’ contro il comitato centrale, sciogliamo il popolo”! Ma anche se la forza costituente della Troika ha fin qui dimostrato una volontà tetragona di imporsi, non per questo non bisogna provare ad usare gli spazi di democrazia rimasti nel modo migliore possibile.

Quello che appare possibile è che questa volta la campagna elettorale per il PE sarà seguita dai cittadini avendo in mente proprio il funzionamento di questa Europa, le domande sul perche’ tutto ciò che viene loro imposto venga giustificato con l’obbligo europeo e sulla impossibilita’ di una alternativa. Come fu ai tempi di Cernobil, mi si passi il paragone, in molti vorranno sapere di cose astruse come il Six pack, il Two pack, il Fiscal Compact, la Troika.

Sarebbe dunque assurdo fare di questa scadenza ancora una volta una sorta di resa dei conti per le vicende della politica nazionale come accaduto praticamente sempre fin qui. Ma oggi questo sarebbe una mistificazione insopportabile.

Al contrario, se si parlerà di Europa si potrà andare al fondo del perche’ si sia in questa situazione, o almeno provare a farlo. Quando leggo perciò che queste elezioni potrebbero essere, ad esempio in Italia, una sorta di rivincita di quello che sarebbe il centrosinistra tradito dal governo delle larghe intese, penso che se si parlerà di Europa questa tesi troverà la sua falsificazione nella verifica e nel confronto con ciò che e’ accaduto, e accade, sullo scenario europeo, e nei singoli Paesi. E invece si potranno trovare risposte, o almeno cominciare a cercarle, da parte dei tanti, pur diversamente collocatosi anche in un passato recentissimo, che si stanno sul serio interrogandosi sul perche’ di questa situazione e sul come uscirne anche grazie a un nuovo ritrovarsi, naturalmente in modi diversi dal passato.

Questa idea del tradimento che non amo e che mi colpisce quando avanzata da chi si definisce innovatore, non tiene la ricostruzione fattuale. Per la quale si evince che l’insieme della costruzione tecnocratica e post democratica e delle politiche di austerità e’ stata largamente condivisa dalle due principali famiglie politiche europee, quella popolare e quella socialista. Quasi tutti i provvedimenti che la sostengono sono stati votati insieme. E i comportamenti nazionali sono stati improntati alla medesima logica di ineluttabilità della governance. Per stare all’Italia, non si potrà certo dimenticare che al cuore della carta d’intenti della coalizione Italia Bene Comune, ci stava proprio il rispetto degli impegni europei. Che funziona anche per il governo delle larghe intese.

Naturalmente il problema viene da molto lontano, dall’origine della costruzione di questa Europa, che è andata di pari passo con il sostanziale dissolversi di una sinistra che avesse una idea di alternativa di società. E questo, per intendersi, non è circoscrivibile al “facile” bersaglio Blair ma vale per quel Delors che iniziò da ministro del secondo governo Mitterand la liberalizzazione della finanza e poi come Commissario Europeo mise al centro la crescita assai più che il modello sociale.

In molti casi la costruzione europea e’ stata appaltata alle tecnocrazie che, via via, si sono intrecciate con la politica, sussumendola verso quella sorta di potere unico di cui parla Amoroso nel suo ultimo libro, Figli di Troika. L’idea della diarchia Franco-Tedesca, lungi dal consentire una armonizzazione verso i portati alti del modello sociale europeo, come a lungo accarezzato dai socialisti quando per altro tenevano di riserva di fronte ai cosiddetti problemi dell’allargamento la carta delle cosiddette due velocità, ha al contrario determinato una sussunzione intorno al modello esportativo tedesco usato come frusta verso tutti gli altri ormai impossibilitati a difendersi per la perdita della sovranità nazionale e la mancanza di una sovranità continentale.

Tutto questo non viene dal nulla e neanche solo dalla geopolitica. In realtà ci parla di un compromesso tra le borghesie che hanno accettato questo  predominio  tedesco ottenendo in cambio ciò che la frusta consentiva e cioè la riduzione sistemica del ruolo del lavoro e del pubblico.

La costruzione della gabbia del debito e della austerità è stata il momento in cui tutto ciò si è fatto nuovo potere costituito. Nessuno rimuove le cause reali del debito che, come per la America Latina degli anni ’70, risiedono nei differenziali di produttività e occupazionali, e quindi nello scambio ineguale imposto, oltreché nella forza speculativa della finanza. Nessuno pensa ad un governo democratico che permetta all’Europa di diventare quello che già in partenza non era e cioè un’area compatibile con una moneta unica, ma al contrario la governance è ferrea nel mantenere ed aggravare le asimmetrie.

Quando dico nessuno, purtroppo, mi riferisco alle sinistre liquefatte o integrate in questo processo che neanche si sono poste il tema di una nuova dimensione di quelle coalizioni del lavoro e dei diritti che ne avevano rappresentato la forza nell’epoca dei compromessi nazionali progressivi.

Poi ci sono le storie nazionali che pure e’ interessante vedere alla luce di questo punto di vista. Quella tedesca, dell’egemonia della Merkel che  coopta largamente la Spd, cui i sondaggi non lasciano molte speranze per il voto del prossimo 22 settembre, e che, dopo aver votato gran parte dei provvedimenti della Cancelliera, rischiano ora di avere come sole alternative quelle di stare all’opposizione o di entrare al governo con lei. Quella del centrosinistra italiano che, da Ciampi a Letta, passando per Amato, Dini, Prodi e Monti, e’ stato largamente, da solo o in larghe coalizioni, il depositario di queste politiche pur in una epoca che per il suo costume potremo ricordare come berlusconiana.

Difficile pensare che il socialismo europeo, per dire della forza divenuta egemone in questo dissolversi delle ragioni della sinistra, o il centrosinistra italiano siano una possibile soluzione dei problemi quando ne sono una parte significativa.

E allora? Per fortuna la storia, al contrario di chi lo ha teorizzato, non finisce. Per fortuna pure questa Europa che ha rotto con i suoi fondamenti sociali e valoriali vede movimenti insorgere e resistere, dalla Grecia, alla Spagna e, se si guarda più attentamente, anche in tutte le altre realtà comprese quelle dell’est. Forze giovani e nuove, che provano a stare fuori dal recinto e a rialzare la testa. E a volte si rincontrano anche sinistre non rassegnate, lungamente confinate, ma che ora provano a riaffacciarsi. Syriza in Grecia e’ l’uno e l’altro e non a caso in tanti guardano alla sua esperienza.

Ma non si tratta solo di avere un modello o anche un candidato per la campagna elettorale che sia veramente simbolo di diversità, e pure Syriza e  il suo leader Alexis Tsipras, potrebbero esserlo. Si tratta di capire dove si situa il possibile punto di inversione di tendenza, di rottura.

Io credo che l’attuale Unione non sia riformabile in modo evolutivo, per vie interne. La crescita che accompagna la austerità assomiglia alle vecchie convergenze parallele e  il leader della Spd Schultz come competitor del candidato che la Merkel troverà per i Popolari europei somiglia molto, per me, a Bersani e a una storia che abbiamo gia’ visto.

Serve altro. Una vera rottura, una forza che si chiami fuori dal recinto e che provi a costituirsi come forza europea a partire dal fatto che prova a costituirsi come coalizione sociale continentale. E che contrasti cio’ che sta accadendo. Ma è possibile che alla disoccupazione galoppante, soprattutto giovanile, si proponga dalla Merkel, dal Consiglio Europeo e da Letta una sorta di interinale europeo gestito dalle aziende che stravolge anche il vecchio Erasmus e il carattere pubblico della formazione? Possibile che la cosiddetta flessibilizzazione dei parametri del debito, di cui si vanta Letta, sia in realtà la richiesta di più tagli alla spesa sociale per “liberare” risorse per opere “europee” come l’alta velocità?

Ma poi occorre la forza di una proposta alternativa praticata. Se l’unica Europa che si possa chiamare veramente cosi’ e’ quella che crea le condizioni di una vera armonizzazione sociale e ambientale, che garantisca eguaglianza e dignità del reddito e dei diritti sociali e di cittadinanza, lavoro dignitoso e ambientalmente e socialmente vocato, accoglienza e solidarietà, cooperazione e non competizione e guerre economiche e militari, democrazia, come la si fa?

Interrogarsi su questo, in modo partecipato, è il modo per me utile di fare nostra anche la scadenza elettorale. Due sono le strade che vedo. Quella di una disobbedienza sistematica alla austerità e ai trattati, praticata dal basso, dai territori e dalle loro istituzioni che sono martoriate da questa tecnocrazia e che, al contrario, possono essere fondanti una nuova Comunità Europea Democratica. L’altra, congiunta ad essa, é riarticolarla la costruzione di questa Comunità a partire dalle sue parti che subiscono di più il fallimento del vecchio asse geopolitico franco-tedesco. E cioè il Sud, il Mediterraneo come perni di un’altra politica, ecologicamente e socialmente connotata, che si doti anche di proprie strumentazioni, oltre che essere proposta politica per ripensare il tutto. Naturalmente non rinunciando, ed anzi insistendo a porre il tema della armonizzazione sociale e della democrazia per tutta la attuale Unione.

In questo quadro sta anche la questione della moneta, dell’euro che invece di buon servitore si e’ fatto cattivo padrone, per dirla con Latouche. Anche qui il nuovo ci viene dai movimenti, da quelle pratiche di nuova economia che si avvalgono di una critica radicale della finanziarizzazione, di nuove monete pensate per nuove relazioni tra il produrre e il consumare, che vivono addirittura la dimensione antica ma modernissima del dono. Non dunque un ritornare a ciò che non c’e più, ad esempio quella lira che fu tra le prime monete ad essere sostanzialmente privatizzata con il distacco operato tra il Tesoro e la Banca d’Italia proprio da uomini del centrosinistra nascente, ma l’inventare il nuovo

 

L’”Europa reale” – di Roberto Musacchio

Come accadde per il “socialismo reale” laddove l’aggettivo “reale” si mangiò il sostantivo “socialismo”, così può accadere per l’”Europa reale”.

Questa Europa, infatti, per come si è andata edificando in questo ventennio segnato dall’egemonia neoliberale, sta disperdendo ogni valore profondo che connota il suo nome. Vuoi che si pensi all’antico umanesimo mediterraneo, vuoi che si guardi al suo urbanesimo, luogo di incontro tra natura e cultura, vuoi che si pensi al suo compromesso sociale progressivo che ha caratterizzato gli anni seguenti alla fine della guerra e delle dittature aiutandola ad affrancarsi da ciò che rimane il lato più oscuro e tragico della sua storia.

La costruzione della Unione Europea è stata caratterizzata da un economicismo e da una subalternità alla globalizzazione che ha rappresentato non l’inveramento del sogno europeo ma al contrario la sua radicale negazione. Man mano, per giunta, l’acuirsi della crisi e le risposte che hanno teso a negare ogni possibile alternativa trincerandosi nella intangibilità dei processi in atto, hanno reso l’attuale Unione una sorta di regime. Le pratiche intergovernative hanno via via sconfinato nella costruzione di un potere che prescinde dai mandati democratici e che si autoproclama in nome di uno stato di emergenza permanente: è il potere della Troika.

Questo potere si è auto edificato con un processo costituente che si è ormai andato completando e per il quale le teorie neoliberali sono state rese veri e proprie dogmi e si è consegnata la loro realizzazione ad una struttura di comando inconfutabile. L’insieme dei provvedimenti che, dal six pack al two pack passando per il fiscal compac,t sono stati assunti in pochi mesi hanno questa valenza. Per giunta ci si è dotati di un potere di controllo e di indirizzo di dettaglio e sull’insieme dei bilanci  e dei gettiti fiscali, laddove il bilancio diretto europeo è inferiore all’1%, e in assenza di un sia pur minimo rispetto dell’antico motto liberale “no taxation without rappresentation”. A completamento, si è intervenuti, direttamente o “indirettamente”, nell’evoluzione politica di numerosi Paesi per piegarla alla rotta di quello che non a caso è stato chiamato il “pilota automatico”.

A nulla vale che le politiche di austerità e cosiddette anticrisi abbiano in tutta evidenza aggravato lo stato di sofferenza economica e sociale, in particolare dei Paesi in cui sono state più duramente imposte. Anzi, laddove una resistenza viene ancora mossa magari in nome delle vecchie Costituzioni che, come nel caso del Portogallo, bocciano alcuni provvedimenti imposti dai memorandum, perché considerati apportatori di sofferenze eccessive, si muove dichiaratamente all’attacco delle Carte considerate, così come dice la JP Morgan, di stampo socialistico ed antifascista e dunque incompatibili con le esigenze della modernizzazione, così come, è stato autorevolmente dichiarato, il vecchio modello sociale europeo.

Ma non solo le forme e la sostanza della democrazia sono stracciate dall’”Europa reale”, ma anche gli elementi di civiltà. Come si possono definire le politiche verso i migranti se non come barbarie che rinnega le stesse culture antiche dell’ospitalità, dell’asilo e addirittura del salvataggio? Considerando poi che la negazione del diritto alla mobilità per la ricerca di lavoro riporta ad una dimensione neofeudale, prima cioè della affermazione di questo presupposto del capitalismo stesso, venendo peraltro utilizzata per determinare condizioni di lavoro neoservili e di cittadinanza differenziale.

Purtroppo questa “Europa reale” si è andata istituendo con il concorso delle principali famiglie politiche europee che hanno contribuito in tal modo ad uno stravolgimento della politica che da forma di partecipazione, sulla base del conflitto e di diverse idee di società, si è trasformata in struttura servile della governante di sistema. Non solo la politica ma i comportamenti politici sono stati alterati nei loro elementi valoriali dando vita per giunta a meccanismi di attraversamento sistematico di ruoli, tra il politico, l’economico e la governante, che sono parte non secondaria della realizzazione di quello che possiamo chiamare una sorta di potere unico.

Le larghe intese, formali o sostanziali, sono la formula politica dominante in questa epoca. Esse prevedono o “grandi coalizioni” o “alternanze” tra forze che però esplicitamente, o implicitamente, accettano lo status quo. I principali provvedimenti formali e sostanziali assunti sono stati condivisi dai principali partiti europei, a partire dal popolare e dal socialista, e da governi di coalizione o di alternanza. E, in una sorta di rovesciamento delle unità antifasciste costituenti del dopoguerra, ora le larghe intese sono lo strumento della decostituzionalizzazione.

Questa lettura tragicamente critica della realtà è tale da non richiedere in aggiunta una analisi più contingente delle dinamiche economiche, sociali e istituzionali che pure  resta ben presente. Vuole però sottolineare un punto fondamentale di collocazione e di scelta. Il cambiamento necessario ed indispensabile che vuole servire a salvare il soggetto Europa liberandolo dall’aggettivo “reale” può avvenire solo attraverso una pratica di resistenza e liberazione, una rottura col regime e la messa in campo di una vera e propria lotta di liberazione.

Il regime prova oggi a rilegittimarsi evocando un comune sentire contro i populismi e l’antieuropeismo: E’ una politica mistificatoria e pericolosa insieme. Infatti populismi, neofascismi, xenofobie e antieuropeismo sono esattamente l’altra faccia della medaglia delle politiche agite dal potere unico che si è imposto nell’Europa reale. Le due cose si alimentano reciprocamente.  Non a caso contro di essi sono impegnati sul campo, nella società dolente in cui si è trasformata questa Europa, proprio quei movimenti civili che rappresentano già oggi i prodromi di un movimento di liberazione.

Le prossime elezioni europee non saranno naturalmente la soluzione a questa vera e propria crisi di civiltà. Noi vorremmo però che potessero essere un momento di reale presa di coscienza di massa della dimensione nuova della politica e della lotta di cambiamento. Non vorremmo dunque che fossero una mera riedizione dei voti nazionali né l’imporsi della falsa dicotomia tra Europa reale e populismi antieuropei. Vorremmo fossero un momento in cui una vera alternativa possa cominciare ad essere messa in campo.

Come è noto si voterà questa volta avendo messe in gioco anche le candidature per la Presidenza della Commissione Europea, la cui scelta spetta ora al Parlamento Europeo sulla base dei risultati delle elezioni e in rapporto al Consiglio. Noi sappiamo che non è certo il Presidenzialismo la democratizzazione di questa Europa, anzi. C’è il rischio che dietro lo slogan “Stati Uniti d’Europa”, passi una ulteriore tappa della costruzione di un vero mostro politico in cui il presidenzialismo non ha nemmeno i contrappesi democratici nord americani ed anzi si somma alla Troika e alla espropriazione dei Parlamenti. Le riforme democratiche necessarie sono ben altre e si fondano sulla Costituzionalizzazione della Europa in relazione e sintonia con le Carte esistenti e non in negazione di esse; nella costruzione di corpi intermedi democratici e di un demos europeo, necessariamente socialmente connotato; nel potere fondamentale affidato al Parlamento Europeo.

Ciò detto però, la possibilità della indicazione di una candidatura per la Presidenza è una possibilità che potrebbe aiutare ad identificare un punto di riferimento ed un sistema di forze che si ritrovano nell’obiettivo dichiarato di avviare un processo di liberazione. Da questo punto di vista va in questa direzione la candidatura che è stata avanzata, e da lui accettata, di Alexis Tsipras, il giovane leader di Syriza greca. La candidatura ha un grande valore simbolico e politico proprio perché nasce dal cuore di una lotta di resistenza e di liberazione che ha avuto per altro la capacità di conquistare amplissimi strati della cittadinanza greca e insieme di parlare a tutte le altre realtà di lotta fuori dalla Grecia.

C’è in questa candidatura il profilo emblematico di una lotta contro l’”Europa reale” e per una Europa libera e democratica. Una Europa che nasce dal ripudio dell’austerità e dei trattati e dei memorandum che la impongono. Che si muove fuori dall’ormai esausto asse franco-tedesco, ridotto peraltro ad una sola dimensione, quella dell’Europa germanica, per ritrovare nella dimensione Mediterranea non solo antiche ragioni di civiltà ma moderni elementi di riequilibrio delle distorsioni strutturali che stanno alla base della crisi.

Naturalmente la candidatura di Alexis Tsipras è tanto più forte quanto più saprà arricchirsi di soggetti che sono un programma e programmi che sono soggetti. Una idea di alleanza tra i Paesi del Sud d’Europa per cambiare l’intera Europa, ricostruendola su basi comunitarie. La pratica dell’economia ecologica e solidale che proprio dal e nel Mediterraneo trova la sua culla. Nuovi valori costituenti per una nuova Europa come i beni comuni, il reddito di cittadinanza, il salario europeo. I giovani, oggi generazione perduta, già fuori dalla Costituzione reale, e invece partigiani della liberazione indispensabile. I migranti, come simboli viventi oggi della barbarie e nell’Europa liberata di quella idea di cittadinanza universale cui il mito di Europa, principessa fenicia, ci rimanda.

Sono tutte queste le idee e le lotte che già hanno animato l’altra Europa, a volte sconfitte, ma mai vinte. Sono queste lotte e questi movimenti i candidati a presiedere la nuova Europa. Alexis Tsipras può aiutare a far si che ciò sia possibile. Lui e non certo altre candidature che nascono dall’interno dell’”Europa reale” che hanno contribuito ad edificare con i loro voti e le loro scelte politiche.  E che, con ogni probabilità, si ritroveranno a cogestire ( ci vuole il 50% dei voti del Parlamento Europeo per essere eletti ) la plancia di comand della Commissione come già avviene per la Presidenza del Parlamento Europeo ( dove si alternano PPE e PSE ) e per molti Paesi, fra cui, con ogni probabilità, anche quello guida: la Germania.

Noi vorremmo che quanto si rende possibile con la candidatura di Alexis Tsipras lo sia anche per l’Italia. In Italia è facile ed immediato ritrovare gran parte degli elementi fin qui richiamati. C’è un regime di larghe intese, di ispirazione direttamente presidenziale, figlio di una comune condivisione del potere unico europeo, che muove all’assalto della Costituzione e di ogni elemento sopravvissuto del compromesso sociale. La modifica di senso della politica è drammatica e si interfaccia con ogni sorta di populismi vecchi e nuovi. Qui, più che altrove, però vecchie forme della politica sono state sconfitte e più acuto è il bisogno di cambiamento. Come più grande è il rischio di un ulteriore scivolamento verso un’ulteriore sussunzione nel potere unico e di una dilatazione lacerante con le sofferenze sociali e civili. Per questo la candidatura di Alexis Tsipras appare a noi come una occasione da non mancare. Per farlo serve che la dimensione della sfida che vive nella sua candidatura sia colta e praticata appieno. Che viva la dimensione europea anche nelle forme e nelle pratiche della campagna elettorale con una intersecazione visibile e vissuta dei soggetti con cui ci si coalizza per la lotta di liberazione. I giovani e le giovani; i popoli del Sud; i movimenti dell’altra Europa; le lotte territoriali che aspirano ad una Europa a democrazia territoriale.

La strada per la ricostruzione di un soggetto politico nuovo naturalmente è lunga e impervia. Ciononostante la si può percorrere anche dando le giuste battaglie. E quelle per un voto ad Alexis Tsipras e alle lotte di liberazione dell’Europa lo può sicuramente essere per molte molti.

 

La sfida di Tsipras – di Roberto Musacchio

E’ stato il primo a scendere in campo in vista delle elezioni Europee di maggio prossimo che vedranno per la prima volta l’indicazione dei candidati a ricoprire la carica di Presidente della Commissione Europea. Lui e’ Alexis Tsipras, il giovane leader di Syriza, il partito della sinistra greca, simbolo e guida della lotta contro l’austerità. I presidenti dei partiti che danno vita al partito della sinistra europea nei giorni scorsi da Madrid hanno formalizzato la proposta della sua candidatura. Che verra’ definitivamente varata al quarto congresso del partito europeo, sempre a Madrid, dal 13 al 15 dicembre prossimi.

Intorno al nome di Tsipras si vogliono far convergere naturalmente tutte le forze che hanno contrastato la deriva della Troika. Ma il richiamo e il prestigio della sua figura, unitamente ai sentimenti di solidarietà con quella che resta la lotta più tenace e emblematica di questi anni durissimi, possono sicuramente determinare un apprezzamento e un sostegno alla sua candidatura che potrà essere assai più ampio di quello che e’ il campo coperto tradizionalmente dal settore politico che lo propone. Che, per altro,in base ai sondaggi sugli scenari di voto nei 27 paesi della UE e’ dato come quello in più  forte crescita, con il gruppo del Gue, la sinistra unitaria europea, che raddoppierebbe pressoché i propri seggi.

Oltre a cio’ il quadro che viene definito dagli stessi sondaggi e’ quello di un sostanziale travaso dal Partito Popolare ai partiti populisti ed antieuropeisti e di destra estrema; una crescita dei socialisti, grazie in particolare al voto dell’est che compensa le difficoltà, a volte vere e proprie debacle, all’ovest. Si conferma cioe’ che il malessere sociale acutissimo determinato dalle sciagurate politiche della austerita’ puo’ trovare anche una risposta a sinistra, se questa viene messa in campo. Non ha dunque alcun senso politico impostare una campagna elettorale per le europee come se fosse una scelta tra “europeisti” e “populisti”. Questo servirebbe solo a regalare un’apertura di credito a quelle forze che con il sostegno alle politiche della Troika sono state le vere mallevadrici delle pulsioni reazionarie. E a regalare alle stesse forze populiste il centro della scena.

Un senso politico questo tipo di scelta lo ha se si vuole in realtà proseguire col quadro attuale che e’ quello sostanzialmente delle larghe intese che ha caratterizzato tutta questa fase, che e’ stata per altro di edificazione, intorno all’austerità, di una vera e propria “Europa reale” con forti tratti di regime. Se pensiamo a ciò che e’ avvenuto in questi anni ci convinciamo che l’espressione e’ tutt’altro che azzardata. Le misure varate, dal six pack, al fiscal compact, al two pack hanno definito una plancia di comando, la Troika, dotata di poteri che da emergenziali si sono costituzionalizzati. Vi e’ un intervento sull’insieme dei bilanci, e nel dettaglio delle scelte, che prescinde da ogni rappresentativita’ democratica. Si interviene sistematicamente sulle dinamiche politiche degli Stati. Si muove all’assalto delle Costituzioni, definite socialistiche dalla GPMorgan.

C’e’ stata una quasi totale condivisione delle scelte da parte delle principali forze politiche, popolari e socialisti, vuoi con i governi di larghe intese vuoi con quelli di alternanza. Al punto che si puo’ parlare di una sorta di rovesciamento storico rispetto alle unita’ antifasciste che dopo la seconda guerra mondiale edificarono le costituzioni democratiche laddove le attuali convergenze decostituzionalizzano.

Di fronte a questo quadro la candidatura di Tsipras rappresenta un elemento di vera rottura democratica. Anche simbolico, visto che la Grecia e’ stata usata per edificare la narrazione della colpa da debito che va espiata e fatta espiare e su cui la Merkel ha costruito una parte significativa del suo paternalismo autoritario a sostegno della idea di una sorta di Europa tedesca.

Ma poi Tsipras ha soprattutto una forza politica data dalle scelte che ha saputo compiere e che hanno portato Syriza a rovesciare le gerarchie politiche greche. Lungi dal farsi confinare nella spirale “Europa reale” – populismo, ha costruito sulla battaglia più ferma e intransigente contro la Troika e l’austerita’ una idea di alternativa complessiva, di Europa democratica e sociale. Che passa, questo e’ il punto, solo da una vera e propria lotta di liberazione da quella sorta di regime che e’ divenuta l’Europa reale per evitare che,come accadde con il socialismo reale, alla fine rimanga l’aggettivo e si perda il sostantivo.

Alternativa che ridefinisce l’insieme del quadro a partire da una nuova centralita’ mediterranea che sostituisca il vetusto ed esausto asse franco – tedesco, ormai per altro quasi solo tedesco. Che cancella i trattati della austerita’ per riaprire un processo costituente in sintonia con lo spirito e la lettera delle costituzioni democratiche, arricchito da nuovi valori fondanti come quelli dei beni comuni, del diritto al reddito, della cittadinanza aperta ai migranti. Che poggia la costruzione di una nuova comunità europea su un Demos sociale praticato e non sul riduzionismo presidenzialistico.

Sono questi, per altro, i temi di quei movimenti che in questi anni, loro si’, hanno provato a salvare l’Europa dalla sua edificazione reale.  Sono queste le forze cui Tsipras potrà guardare nella sua sfida. Che sarà ben più che una sfida tra candidati o per uno spazio politico.

Dopo la sinistra europea anche la presidenza dei socialisti europei ha avanzato la sua proposta di candidatura, nella figura di Martin Schultz, dirigente della Spd e attuale presidente dell’europarlamento. Il suo nome sarà definitivamente lanciato con un congresso che si terra’ a marzo a Roma e che il Pse ha chiesto al Pd di organizzare a riconoscimento del ruolo di questo partito nel progressismo europeo. A guardarla con gli occhi della relazione tra Berlino e Roma la candidatura di Schultz appare segnata non  poco da cio’ che accumuna le due capitali e cioe’ quei governi di larghe intese che Roma ha ormai da tempo e che Berlino, salvo miracoli, sta per avere di nuovo. Governi di larghe intese che, alla luce della sostanziale condivisione di tutti i principali provvedimenti votati sulla austerita’, nel Parlamento europeo come in quelli tedesco e italiano,appaiano assai meno eccezionali e transitori. Che una posizione politica, quella della Spd, sconfitta dalla Merkel alle elezioni e che ha poi scelto di allearvisi, nonostante numeri che permettessero altre soluzioni, possa guidare la alternativa alla Merkel stessa appare posizione abbastanza bizantina. Più probabile immaginare che, come già oggi al Parlamento Europeo, si finisca col condividere la plancia di comando, cosi’ come Schultz ha dato il cambio al precedente presidente popolare. Tanto, si sa, l’aereo e’ guidato dal pilota automatico.

Anche per questo Tsipras rappresenta l’alternativa a Bisanzio, cioè a un regime che vuole sopravvivere al suo crollo. La sua candidatura puo’ fare di queste elezioni europee qualcosa di nuovo e di diverso. Naturalmente cio’ non dipenderà solo da lui ma anche da tutti noi, da come sapremo vivere questa sfida non più come un’altra stanca puntata della vecchia politica ma come il possibile inizio di una politica nuova.

 

Sitografia

 

Parlamento europeo: http://www.europarl.europa.eu/portal/it

 

Consiglio dell’Unione Europea: http://www.consilium.europa.eu/homepage?lang=it

 

Commissione Europea: http://ec.europa.eu/index_it.htm

 

Corte di Giustizia Europea: http://curia.europa.eu/jcms/jcms/j_6/

 

Corte dei Conti Europea: http://www.eca.europa.eu/it/Pages/ecadefault.aspx

 

Sito sulle elezioni 2014: http://www.elections2014.eu/it

 

 

 

 

 

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Il corpo tossico /2014/03/05/il-corpo-tossico/ /2014/03/05/il-corpo-tossico/#respond Wed, 05 Mar 2014 09:06:52 +0000 /?p=7377 di PIETRO BIANCHI

Pubblichiamo un articolo di Pietro Bianchi sull’ultimo film di Martin Scorsese, “The wolf of Wall Street”, dal sito “Le parole e le cose”. Il titolo originale era “Il corspo tossicod el godimento. u ‘The Wolf of Wall Street” di Martin Scorsese.

Mettiamoci il cuore in pace. Non esistono film che riescano a mostrare sullo schermo il capitalismo finanziario. Il capitalismo è una faccenda troppo complessa per essere ridotta a una storia e a una serie di immagini. Il cinema invece ha bisogno di una messa in scena, di un’idea che possa essere “immaginarizzata” e diventare l’epopea di un protagonista, l’immagine di un luogo, l’affetto di una relazione. E infatti nella storia del cinema è stato possibile creare delle immagini della libertà, dell’amore, dell’odio e della violenza, o anche di concetti più complessi e persino astratti come il bisogno di Dio, l’irrazionalità delle pulsioni, lo scorrere non-lineare del tempo etc. Ma del capitalismo invece no, non è mai stato possibile crearne un’immagine.

Perché il capitalismo resiste al fatto di essere messo in immagine? Innanzitutto perché non è un singolo avvenimento, ma una logica invisibile (anche se intellegibile) che mette insieme eventi diversi che pur essendo lontanissimi, e molto spesso ignari gli uni degli altri, sono legati tra loro. Che cosa hanno in comune la City londinese, con le fabbriche del sud-est asiatico, le miniere di rame del Cile, i circuiti internazionali della logistica, l’agricoltura della California etc.? Nulla apparentemente. O meglio, nulla a livello del loro immaginario. Ma dal punto di vista delle relazioni economiche capitalistiche, i loro destini vivono in una fortissima dipendenza reciproca. Chi infatti al cinema ha tentato di porre il problema della rappresentazione del capitalismo – come Sergej Ėjzenštejn, Alexander Kluge o Jia Zhang-ke – non l’ha fatto tramite la messa in scena di una narrazione, ma tramite l’incontro/scontro di immagini lontane tra loro. Se invece si tenta di ridurre il capitalismo a un’immagine o a una storia esemplare non si può che feticizzarlo: ovvero non si può che mistificare una mediazione complessa di relazioni sociali in una storia. Del capitalismo insomma non c’è immagine. O meglio, qualunque immagine è parte di esso (dato che non esiste immagine che non sia del capitalismo). Il problema è la loro relazione. Il problema è il loro montaggio come aveva capito Ėjzenštejn.

Sta qui la differenza tra Wall Street – Il denaro non dorme mai di Oliver Stone, dove il mondo finanziario di Wall Street è preso come emblema delle storture del capitalismo contemporaneo, e ne diviene un simbolo, e il nuovo bellissimo film di Martin Scorsese, The Wolf of Wall Street. Scorsese non ha realizzato un film sul mondo della finanza, ha voluto semmai estrarre dal mondo finanziario un unico particolare, che tuttavia è fondamentale: quello del suo effetto anestetico rispetto ai rapporti sociali che stanno attorno, come se fosse un modo per renderli opachi e invisibili. C’è una differenza, sottile e tuttavia sostanziale, tra fare della finanza un simbolo del mondo circostante e ridurla a un principio di cancellazione della realtà, ad un’esperienza di intontimento, come quella di chi prende un Quaalude, la droga onnipresente del film. La finanza è in The Wolf of Wall Street un’esperienza di accecamento. È un registro dell’esperienza che permette di non vedere nient’altro che se stessi e il proprio capriccio tenendo il mondo reale con i suoi conflitti a distanza. Senza mai porsi alcuna domanda. Senza mai chiedersi perché.

Lo dice anche Matthew McConaughey nel suo fulminante monologo di iniziazione a Wall Street: nessuno sa se la borsa andrà su, giù, o se si metterà a girare in circolo, e men che meno lo sanno i broker che non fanno altro che convincere investitori privati e istituzionali a mettere i soldi sui loro titoli (con strategie molto opache e doppiogiochismi). L’unica cosa che un buon broker deve fare è impedire che gli investitori portino via i soldi dal mercato azionario, perché in questo modo i soldi diventerebbero reali e il gioco al rialzo si interromperebbe. Bisogna insomma far di tutto perché il mondo reale venga cancellato e stia il più lontano possibile. Il mondo reale deve servire solo per fare cassa, come si vede nelle moltissime scene dove lavoratori sul lastrico vengono convinti a mettere i risparmi di una vita in titoli tossici (i famosi penny stock) di nessun valore, ma su cui gli intermediari guadagnano con le commissioni.

Questo effetto di anestetizzazione, di obnubilamento, di vero e proprio euforico high, sballo, è il tratto fondamentale di The Wolf of Wall Street. Scorsese, come sempre con il suo cinema, non lo affronta astrattamente ma lo incarna in una figura che narra il film in soggettiva come se fosse un prodotto della propria mente. Con tutte le storture e falsificazioni del caso. Perché è così che l’affetto di anestetizzazione e di accecamento si riesce a vedere al cinema. Lo si vede quando diventa un corpo.

Jordan Belfort, il protagonista del film (che è un personaggio realmente esistente e interpretato da Leonardo Di Caprio), non è un grande broker, non fa parte dei grandi gruppi finanziari che sono a Wall Street da un secolo. Arriva a Wall Street in pullman a ventidue anni appena uscito dal college e vuole fare carriera, con l’entusiasmo che avrebbe qualunque ventenne quando inizia il suo primo lavoro. Che il film non sia un Bildungsroman, ovvero che non mostri alcun percorso di maturazione soggettiva, nemmeno negativa, lo capiamo subito non solo dal cinismo che gli viene riversato addosso (“Volete sapere che suono hanno i soldi? ‘Fanculo questo, che merda quello, troia, cazzo, pezzo di merda’. Non riuscivo a credere a come si parlavano tra loro. In pochi secondi sentivo già di esserne diventato dipendente”) ma anche dal fatto che questo mondo si mostra subito come insostenibile e in preda a un eccesso senza limiti. Il lunedì nero del 1987 è uno dei primi giorni di lavoro di Jordan, ma nemmeno un’esperienza così drammatica lo porta ad imparare una lezione e a condurlo a una “maturazione”. Anzi, Jordan appena dopo essere stato licenziato conferma nuovamente a sua moglie la certezza che lui diventerà un miliardario. È già dipendente da questo eccesso senza limiti. Dovrà solo ricominciare ancora più in basso. Ed essere ancora più wolf.

La carriera di Jordan Belfort dopo l’87 non è quella di chi si rende conto della profonda precarietà del mondo finanziario a fronte di un crack, ma quella fulminante di un outsider pronto a tutto. Scorsese non lascia trasparire nessuna emotività nemmeno quando vediamo le truffe più ciniche, dove lavoratori della classe media vengono convinti, con delle vere e proprie balle, a investire in aziende che a malapena esistono. Il gruppo dei più stretti collaboratori di Belfort sono tutti uomini di strada del Queens, dei loser senza alcuna preparazione universitaria, gente che al più era abituata a vendere erba come secondo lavoro. E che nella vita vuole solo fare soldi. Tutto il resto è come se nemmeno esistesse. Il loro successo non si accompagna ad alcun processo di soggettivazione simbolica, neanche nella direzione di una discesa agli inferi verso un cinismo consapevole. Se in un qualunque vecchio film di Scorsese avremmo potuto assistere a un processo di mutazione soggettiva e di assunzione della propria consapevolezza (come in Taxi Driver), qui non accade nulla. È come se Jordan, il suo braccio destro Donnie (interpretato da Jonah Hill) e i loro compagni non fossero soggetti, non abbiano senso di colpa, dubbio, sofferenza, inconscio: sono delle pure istanze pulsionali monodimensionali. Vogliono solo godere, scopare, drogarsi e fare soldi senza che mai vi possa essere lo spazio per una domanda o per un momento di drammaticità. Senza che mai possa esserci un limite. Il registro drammatico è infatti il vero grande assente di questo film: perché è il registro del conflitto, della scissione, dove due istanze si scontrano e non trovano una forma di mediazione. Significativamente Scorsese decide invece di scivolare più spesso nel grottesco e persino nel comico (come nella lunga sequenza dove Jordan e Donnie prendono i potentissimi Lemmon 714, una tipologia di Quaalude particolarmente potente) in direzione di una monofonia assoluta. Non c’è spazio per dei soggetti, che sono per definizione attraversati da una divisione, ma solo per degli Uni indivisi.

Per riuscire ad anestetizzare completamente ogni elemento divisivo, assume un ruolo di primo piano l’uso di sempre nuove modalità di sballo che si ripetono lungo tutto il film. Non è solo l’enorme spazio che hanno le droghe (dal crack, alla cocaina, alle pastiglie di medicinali come Quaalude o Xanax) ma è, in modo ancor più radicale, la rappresentazione di una dimensione dell’esperienza dove nulla viene assunto tramite la mediazione della propria soggettività ma solo tramite un corpo. Un corpo intransitivo, che non rimanda a nient’altro, che non si fa nemmeno parola. Un corpo che è puro godimento, che è pura pulsione. Per questo motivo The Wolf of Wall Street non è un romanzo di formazione. Perché non c’è l’esperienza di un soggetto, ma solo quella di un corpo pulsionale.

Ma l’anestetizzazione che cancella la domanda soggettiva, prima ancora che essere corporea, è etica. Nessuno in questo film prova mai un senso di colpa, né una qualche esperienza di dubbio o di riflessività, nemmeno di fronte alla morte che significativamente viene citata tre volte e sempre senza batter ciglio, quasi come se fosse un evento come un altro (un collega suicida, che viene menzionato en passant da Jordan mentre sta parlando delle abilità sessuali di un’altra collega; la zia Emma, che desta preoccupazione solo perché faceva da prestanome di un conto in Svizzera –, e l’amico Brad che nonostante venisse presentato come uno degli amici più fidati ci viene detto che muore a 35 anni di attacco di cuore mentre lo vediamo avere un rapporto sessuale con diverse ragazze nello stesso momento). Anche la sessualità sembra essere guidata dal modello del godimento solitario con l’oggetto, persino quando si tratta della propria moglie. Le sequenze più eloquenti però sono quelle dell’ufficio della Stratton Oakmant: una specie di carnevale ininterrotto, un tripudio di “cocaina, testosterone e fluidi corporei” dove l’eccesso ha le sembianze senz’altro delle droghe e del sesso compulsivo, ma anche di una violenza che si manifesta in modo insensato e improvviso. Si vedono alcuni dipendenti che fanno sesso nei corridoi, nei bagni, negli ascensori; Donnie a un certo punto piscia di fronte a tutti su un contratto che si vorrebbe rifiutare, e in generale tutti i discorsi motivazionali di Jordan, sempre più invasati, mostrano un surplus di violenza gratuita e vengono accolti sempre con schiamazzi, urla e manifestazioni di gioia quasi estatica. Sembra che tutto venga elevato all’eccesso senza limiti. Non è malvagità, come rileva giustamente il padre di Jordan. È osceno.

The Wolf of Wall Street ci parla allora del un cambiamento di una forma soggettiva – dal soggetto della domanda a quello della pulsione –, che è epocale, e che per la prima volta Scorsese affronta in maniera così aperta. Tuttavia nonostante il film mostri dei personaggi che rifiutano la propria dimensione di soggetti, che sono anestetizzati rispetto al rapporto con l’Altro (inteso non solo come altra persona, ma anche come qualunque istanza che possa mettere un argine al godimento pulsionale), a un certo punto, al culmine del proprio eccesso, non è possibile non incontrare un limite. Quale è questo limite? Da persone che prendono 15 Quaalude al giorno, che vanno a prostitute 5-6 volte alla settimana (senza preservativo e nel boom dell’AIDS) o che sniffano cocaina quotidianamente, ci si aspetterebbe che il primo limite sia quello del corpo. Ma non è così. Indipendentemente dal riferimento al romanzo da cui è tratto il film (nulla avrebbe vietato di prendere altre scelte), Scorsese prende un’altra strada.

Si sa che nei film americani quando qualcuno trova una valigetta con del denaro che non possiede, vuol dire che a questa persona sta per accadere qualcosa di estremamente pericoloso. L’etica protestante ha sempre guardato con sospetto al denaro che non viene guadagnato con il sudore della propria fronte (“Con il sudore del tuo volto mangerai il pane” si dice nella Genesi). E infatti anche Jordan Belfort, che ha passato la vita a usare soldi creati da altri e dei quali si è appropriato con la truffa, alla fine troverà il suo incontro con la Legge che lo costringerà, volente o nolente, a non sorpassare un limite. Ma sarà sufficiente la Legge per uscire da questa individualità monadica e gaudente, ignara di ciò che ha fatto e di ciò che provocato, e interessata solo – anche di fronte alla morte – ad avere un sufficiente numero di Quaalude? Non si tratta forse ormai di una soggettività che è compiutamente oltre la Legge? La conclusione del film che mostra Jordan Belfort usare la stessa strategia dei suoi inizi a Long Island ci lascia intendere che nemmeno l’incontro con la Legge è riuscito a porre un limite al suo godimento eccessivo e illimitato. Che nemmeno la distruzione del suo patrimonio, della sua famiglia, delle relazioni con i suoi amici, ha prodotto una forma di maturazione soggettiva. Che, insomma, avere un Bildungsroman con questo tipo di soggetti è impossibile. La figura della circolarità e della ripetizione è infatti quella che contraddistingue una persona che non cambia e che vuole solo godere, indipendentemente dal mondo circostante. Forse per dare forma alla pulsione non è ormai più possibile ritornare al limite della Legge. Forse è proprio il caso di provare a prendere un’altra strada.

 

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Pisa, il Distretto 42 /2014/02/17/pisa-il-distretto-42/ /2014/02/17/pisa-il-distretto-42/#respond Mon, 17 Feb 2014 09:01:02 +0000 /?p=7373

Distretto 42 è realtà. Il Municipio dei Beni Comuni, a Pisa, ha avviato il laboratorio di riconversione urbana nell’ex distretto militare Curtatone e Montanara, in via Giordano Bruno 42.
Spazio di proprietà del demanio, abbandonato e lasciato al degrado da quasi vent’anni che finalmente viene reso alla città e sottratto alle mire speculative sia di questa amministrazione comunale che del demanio.
Da oggi sarà possibile di nuovo godere inoltre di un parco di quasi 8000 metri quadri, rimasto intrappolato per decenni da mura e filo spinato.
Oggi è di nuovo un buona giornata per Pisa.
Domenica 16 febbraio è stato presentato inoltre il dossier “Riconversioni Urbane”: si tratta di un lavoro collettivo che ha visto la partecipazione di urbanisti, giuristi, giornalisti e di quella ampia fetta di associazionismo sensibile al dibattito esistente rigurdo il tema della riqualificazione quale argine politico efficace contro le tentazioni speculative. Un lavoro rivolto e dedicato alla città di Pisa, attraverso cui vorremmo lanciare un messaggio che riguarda prima di tutto il metodo dell’azione del Municipio dei Beni Comuni: studiare, indagare, ricostruire e raccontare.

Il dossier è strutturato principalmente in tre parti.

Nella prima viene analizzato il caso dell’ex distretto militare “Curtatone e Montanara”, facendo riferimento alla sua storia e al cosiddetto Progetto Caserme, ormai di fatto naufragato. Sul progetto e sulle possibilità alternative di riconversione dell’area in base alle contingenze cittadine, si possono leggere i contributi dei circoli locali di Legambiente e Unione Inquilini, e il racconto dell’urbanista Piero Pierotti.

Nella seconda parte il focus si allarga al piano nazionale. Viene evidenziato, infatti, come il caso pisano rientri in un quadro assai più ampio. Viene approfondito il tema del federalismo demaniale dal punto di vista tecnico, con riferimento al Jobs Act, così come dal punto di vista giuridico con il contributo a firma di Alessandra Quarta. Segue poi la lettera di Paolo Maddalena indirizzata direttamente all’agenzia del Demanio con la quale si chiede – e si legittima tale richiesta – che la cittadinanza recuperi e usi i beni demaniali. Tanti sono gli spazi abbandonati, in particolare le ex caserme, patrimoni cittadini che potrebbero – anzi dovrebbero –  essere recuperati a beneficio di tutti, come afferma l’urbanista Paolo Berdini nel suo contributo. Enzo Scandurra mette in luce, da parte sua, come sia necessario restituire alle città luoghi di aggregazione di fondamentale e strategica importanza nello sviluppo dell’urbe. Ma la dismissione delle aree militari, e la possibilità di un loro recupero a uso civile, tocca un altro tema fondamentale, ovvero quello del disarmo, così come esplicitato da Rocco Altieri del centro Gandhi, e da Francesca Pasquato di Assopace, associazioni pisane entrambe impegnate sui temi della pace.

Su questa strada numerose altre esperienze in Italia si sono già mosse o si stanno muovendo. È importante per questo rintracciarle, documentarle e metterle in rete, dalle esperienze di liberazione come nel caso di Bologna, Treviso e Trieste, che già sono attive sul territorio, fino alle esperienze che provano a strutturare percorsi partecipati, connettendo soggetti eterogenei, come accade a Roma con il Comitato per l’uso pubblico delle caserme di Tiburtina, il caso dell’ex Collegio “Costanzo Ciano” a Bagnoli (Napoli), oppure l’associazione Murati Vivi  per Marola (La Spezia).

Nella terza parte viene infine illustrata una prima concreta proposta di riutilizzo dell’ex distretto attraverso le attività storiche del Progetto Rebeldia, e di tutte quelle attività sorte all’interno dell’ex Colorificio Liberato in seno al Municipio dei Beni Comuni. Una progettualità che troverà la sua concretezza attraverso un percorso partecipato in primis con il quartiere, e dunque con l’intera città, integrando le proposte che emergeranno nella nuova cornice.

Il testo integrale del Dossier si trova all’indirizzo

https://dl.dropboxusercontent.com/u/46991322/dossier%20distretto%2042%20finale.pdf

Qui ne pubblichiamo l’introduzione.

 

Desertificazione o rigenerazione urbana?

Sperimentazioni di cittadinanza attiva

di Municipio dei Beni Comuni

Strano vizio quello della divinazione. La previsione del futuro è un’arte individuale, e per questo assai difficile da insegnare, da tramandare. Eppure uno dei criteri fondamentali da perseguire per diventare apprezzabili profeti del proprio tempo, è opporre un rigoroso ‘se’ davanti all’oggetto della propria previsione. Qualcuno – sbagliando – ha detto che la storia non si fa con i ‘se’. Al contrario,

niente è forse più utile di un’ipotesi a posteriori per incrinare il cristallo delle consuetudini, per dilatare lo spettro di un evento, la sua natura profonda e per questo molto spesso nascosta agli occhi di molti. Tanto meglio, poi, se il ‘se’ riguarda il presente a venire, quanto potrebbe accadere.

Si parta allora dalla domanda: che città sarà Pisa tra dieci anni?, e si tenti di rispondere a partire da ipotesi coerenti con la fase che la nostra città sta attraversando. Che città sarà Pisa tra dieci anni, se l’opera di speculazione edilizia avviata da più di un decennio dovesse proseguire senza mutare rotta? Che città sarà Pisa tra dieci anni, se i percorsi di riqualificazione urbana saranno ispirati alla più feroce gentrificazione, come sta accadendo lentamente ma con moto inesorabile?

La risposta, le risposte, sono semplici e articolate allo stesso tempo. Pisa sta mutando volto. Affermazione afflitta da una banalità che sfiora il dramma, se non fosse che una simile mutazione

rende la città vicina a piazze di conflitto mondiali ben più grandi e al centro di interessi ben più onerosi. Quasi fosse un laboratorio ‘in piccolo’ delle odierne devianze del neo-liberismo, nel ristretto territorio occupato dalla città e dalla sua conurbazione è possibile riscontrare un numero interessante – e costante – di fenomeni globali: la riformulazione dell’organizzazione territoriale a partire dalle esigenze dei poteri commerciali forti, la costruzione di nuovi volumi destinati a rimanere disabitati a fronte di una vera e propria emergenza abitativa che affligge il corpo sociale, l’impercettibile ma già evidente colonizzazione del centro cittadino da parte di soggetti speculativi che – loro sì dotati di capacità profetiche – vedono in ciascun immobile abbandonato e degradato, l’occasione di un nuovo e più facile guadagno.

Già da tempo il ‘popolo’ ha lasciato il centro della città di Pisa. Senza voler tentare un’ardua sintesi sui movimenti interni che hanno mutato nell’ultimo secolo il volto di quest’ultima, è sotto gli occhi di tutti come l’onda odierna punti tutta a rinnovare le strutture del centro cittadino, cuore del commercio e di una di nuovo forte industria turistica, dilatando a dismisura il valore degli immobili che sorgono all’interno dell’antica cerchia muraria. Quello che meno di mezzo secolo fa era il fulcro cittadino, luogo della convivenza tra classi lavoratrici e classi abbienti, tra studenti e residenti, si avvicina sempre più a diventare uno spazio d’élite, addizione disorganica di strutture alberghiere, esercizi di ristoro, abitazioni cosiddette ‘di lusso’, la cui realizzazione ha avuto quale

esito inevitabile la desertificazione del centro, che ha visto mutare la propria ‘fisiologia’: da spazio della vita quotidiana, dei servizi al pubblico, della socialità, a spazio destinato all’uso di pochi, luogo di accoglienza per turisti abbienti, ma precluso alla vita dei cittadini relegati ai margini, e non solo in senso simbolico.

Funzioni urbane che da un momento all’altro possono entrare in collisione con le reali esigenze degli abitanti di una città, a maggior ragione in tempi di crisi feroce, quando alla sottrazione di ricchezza si aggiunge quella degli spazi di vita, compresi quelli ricreativi, di necessario scambio socio-culturale. Ecco perché la prima previsione che si può fare con legittima agilità, è quella di una

imminente stagione di lotta. Ecco perché Pisa – intorno a vicende che debbono ancora stagliarsi nettamente sull’orizzonte politico cittadino – sarà l’ennesimo vertice di una figura che comprende

Istanbul, Amburgo, Barcellona, Mosca e tutte quelle capitali del mondo dove le lotte sociali passano prima, e soprattutto, dalla difesa degli spazi vitali contro le logiche dei poteri speculativi, quasi sempre appoggiati più o meno implicitamente dalla mitezza delle amministrazioni.

Partite urbanistiche enormi muteranno per sempre l’assetto cittadino, spostandone non solo il baricentro logistico, ma anche quello simbolico. Progetti come quelli che pendono sull’area

dell’Ospedale Santa Chiara, oppure sul Porto di Marina, percorsi falliti come quello della Mattonaia o della Sesta Porta – solo per citare due vicende che più di altre gridano scandalo –, sono il segno

di una stagione che certo invoca la solida capacità di sollecitare le domande giuste da parte di tutte le cittadine e i cittadini. Domande come: quanti e quali sono gli spazi abbandonati nel centro cittadino che potrebbero cadere vittima di una tentata speculazione? Sono questi gli spazi che la cittadinanza potrebbe veder recuperare per realizzare percorsi di reale concertazione, di ascolto delle esigenze, di costruzione di servizi?

In tal senso, nell’orizzonte attuale non deve mancare certo – ed è l’oggetto stesso del presente dossier – una puntuale osservazione sul destino delle ex caserme, oggetto un tempo di una progettualità avulsa dalle reali esigenze cittadine – nei termini finora qui esposti -, e fallita per ragioni di ovvia impraticabilità economica. Le ex caserme a Pisa sono un polmone di spazio che

non può non suscitare interesse, pietre miliari di una riflessione necessaria sul riuso di simili luoghi. In particolare la ex Caserma “Curtatone e Montanara”, che racchiude più di ottomila metri di

verde urbano – da quasi vent’anni letteralmente precluso alla città –, e che per questo esprime ragioni di interesse più urgenti.

Le domande con cui esplorare il futuro, si diceva in apertura di questa introduzione. Le domande possono – e devono – mutare.

Che città sarà Pisa tra dieci anni, se spazi come quelli dell’ex Caserma “Curtatone e Montanara” saranno restituiti all’uso pubblico, in armonia con le esigenze e la storia di un quartiere come quello di San Martino? Che città sarà Pisa tra dieci anni, se gli spazi degradati e abbandonati cesseranno di essere preda della speculazione e diventeranno luoghi di una aggregazione nuova, che sappia fondare le proprie ragioni nel fertile terreno dell’associazionismo, del pacifismo e dell’ambientalismo? Anche questa risposta, queste risposte, sono assai semplici. Una città più libera, una delle future capitali della riscossa contro la povertà attraverso il riuso e la riqualificazione dell’esistente, finalmente sottratto alla preda del più forte. Il discrimine tra l’eventualità che anche Pisa si trasformi in una ‘città globale’ o che diventi un laboratorio di nuova cittadinanza, è assai labile: nel primo caso le disuguaglianze si sono accresciute, il territorio è frazionato, il centro finanziario della città è il solo oggetto di cura, mentre le periferie sono relegate a un ruolo infimo nel disegno urbanistico d’insieme; nel secondo caso, invece, la città torna a essere il luogo della convivenza, dello scambio, del confronto, il fenomeno della gentrificazione è reliquia ormai di un passato oscuro e repressivo che ha lasciato il passo a una forma di urbanesimo fondato sulla convivenza pacifica, e compatibile, dei gruppi sociali. Insomma uno dei vertici di quell’altro mondo possibile la cui profezia – per restare in tema – ha ispirato gli ultimi vent’anni di lotte mondiali.

Nessuno vorrebbe mai che Pisa diventasse nel tempo come la città di Zoe, descritta da Italo Calvino. Una città in cui in ogni luogo «si potrebbe volta a volta dormire, fabbricare arnesi,

cucinare, accumulare monete d’oro, svestirsi, regnare, vendere, interrogare oracoli», dove «il viaggiatore gira gira e non ha che dubbi: non riuscendo a distinguere i punti della città, anche i punti  che egli tiene distinti nella mente gli si mescolano». Un luogo del mondo sigillato dalla difficile domanda: «ma perché allora la città? Quale linea separa il dentro dal fuori, il rombo delle ruote dall’ululo dei lupi?». Perché la città, dunque? Perché è la formula che più di altre rappresenta il naturale bisogno dei cittadini di convivere, di essere complementari nella sopravvivenza. Sta a noi stabilire i criteri di una simile necessità, sta a noi scegliere se vogliamo vivere in una città globale, o in una città di cittadini.

 

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L’inganno dei numeri /2014/02/10/linganno-dei-numeri/ /2014/02/10/linganno-dei-numeri/#respond Mon, 10 Feb 2014 14:24:47 +0000 /?p=7369 di RIVISTE DIP (Dichiariamo illegale la povertà)

Le 300 persone più ricche del mondo hanno guadagnato, nel 2013, 524 miliardi di dollari, cioè poco meno di un terzo della ricchezza prodotta in Italia da 60 milioni di cittadini. La lista, in testa alla quale figura Bill Gates, l’ha pubblicata il 4 gennaio scorso l’agenzia finanziaria Bloomberg. E conferma una tendenza che già conosciamo, cioè che la ricchezza si sta concentrando sempre di più nelle mani di pochi a scapito della stragrande maggioranza della popolazione mondiale.

Appaiono un po’ patetici allora i tentativi della Banca mondiale e delle varie agenzie Onu di farci credere che la povertà stia diminuendo. E questo semplicemente perché la povertà assoluta, che con criteri del tutto arbitrari è stata fissata a meno di 1,25 dollari al giorno, sarebbe in diminuzione, mentre cresce quella relativa (coloro che guadagnano meno di 2,5 dollari al giorno).

«Come si fa – dice Riccardo Petrella, portavoce della Campagna – a ridurre a un unico indicatore monetario la “povertà” che è un insieme di numerosi fenomeni strutturali di lungo periodo e a dimensioni multiple e decretare la fine della povertà (tout court) perché il potere d’acquisto pro capite nel mondo avrebbe superato la soglia dell’1,25 dollari?». E poi aggiunge: «In effetti, “L’agenda post-2015” parla di eliminazione della povertà assoluta nel 2030, ma non fissa alcun obiettivo rispetto alla povertà relativa (meno di 2,50 dollari). Come si fa, inoltre, a voler far credere che, se nel 2030 non avessimo più poveri assoluti ma ci fossero ancora, secondo le stime della stessa Banca mondiale, più di 3 miliardi di persone in stato di povertà relativa (meno di 2,50 dollari), il mondo avrà sradicato la povertà?».

Lo sradicamento dei fattori strutturali dell’impoverimento nel mondo passa dalla promozione di una nuova economia dei beni comuni che operi a livello locale e globale, fondata sulla sicurezza comune, la cooperazione e la partecipazione dei cittadini. E che garantisca per tutti protezione sociale e rispetto dei diritti umani.

Da questa consapevolezza ha preso il via l’iniziativa “Dichiariamo illegale la povertà” che coinvolge soggetti molti diversi, non solo in Italia ma in diverse parti del mondo, con l’obiettivo di mettere fuorilegge quei processi che sono alla base dell’impoverimento di miliardi di persone in tutto il pianeta. L’appuntamento è per il 2018. In occasione del 70° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo verrà chiesto di approvare una risoluzione Onu nella quale si proclami «l’illegalità di quelle leggi, istituzioni e pratiche sociali collettive che sono all’origine e alimentano la povertà nel mondo».

Nessuno nasce povero o sceglie di essere povero, ma questa condizione di difficoltà ha della cause precise che, molto sinteticamente, possono essere ricondotte a una distribuzione della ricchezza sempre più ineguale a causa soprattutto della mercificazione dei beni comuni.

Dagli anni ’70 in avanti le teorie neoliberiste hanno lentamente cancellato dall’immaginario dei popoli «la cultura della ricchezza collettiva» e hanno ridotto tutto a risorsa, comprese le persone. Questa cultura è penetrata così in profondità da far credere, anche in molti settori della sinistra, che la povertà sia inevitabile e che può essere solo mitigata magari con un po’ di carità. Così è nata quella che nel linguaggio comune è stata definita “globalizzazione”. E per anni ci è stato predicato in tutte le salse che essa era parte integrante dell’evoluzione umana.

Ora, visti i risultati nefasti che questa impostazione ha prodotto, si cerca di modificare, ma solo superficialmente, il tiro, con maquillage che cambiano soprattutto il lessico ma non la sostanza. Si parla così di globalizzazione “selvaggia” da sostituire con una “buona”. E si cerca di dare una spruzzatina di verde alla solita economia di rapina che ha prodotto miliardi di poveri nel mondo.

La green economy non scioglie infatti «il nodo gordiano della concentrazione del potere economico e politico nelle mani dei poteri finanziari, industriali e “culturali”», dicono Petrella e Amoroso nel volume Dichiariamo illegale le povertà. Banning poverty 2018, che rappresenta in qualche modo il manifesto dell’iniziativa. I due grandi strumenti di potere dell’economia verde, il controllo delle tecnologie e la finanziarizzazione dell’economia capitalistica, restano infatti saldamente in mano ai soliti noti e producono le disuguaglianze di sempre.

La battaglia avviata da Riccardo Petrella, e alla quale anche noi intendiamo portare il nostro modesto contributo, non è facile né scontata. Importanti segnali, come l’adesione alla campagna di diversi comuni sparsi qua e là per l’Italia, lasciano spazio a un po’ di ottimismo.

È necessario però non delegare l’iniziativa a pochi volonterosi, ma fare in modo che tutti quei cittadini che, in Italia e in varie parti del mondo, hanno preso coscienza del problema si mobilitino per mettere fuori legge le cause strutturali che riducono in miseria miliardi di esseri umani.

* Questo editoriale è firmato e pubblicato in contemporanea dalle seguenti testate e siti aderenti all’iniziativa Dichiariamo Illegale la Povertà: Adista, Combonifem, In dialogo, L’altrapagina, Missione Oggi, Nigrizia, Solidarietà internazionale, www.inchiestaonline.it  www.ilmanifestobologna.it www.democraziakmzero.org

 

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