Letture

Paolo Cacciari, Decrescita o barbarie, Carta, Roma 2009.
Alla fine la crisi è venuta. E non sarà una parentesi. Questo libro delinea una possibile uscita dalla recessione globale attraverso un capovolgimento dei paradigmi della modernità. Una rivoluzione economica (la decrescita) e politica (la non violenza attiva) che già vivono nell’arcipelago dei movimenti di resistenza comunitaria, in quelli delle donne e delle nuove generazioni, e che attende un appuntamento con le lotte per la liberazione del lavoro dal giogo produttivistico. La critica dello sviluppo non può non andare insieme a un progetto politico di autogoverno. E viceversa.
Il libro è scaricabile gratuitamente.

Paolo Cacciari, Pensare la decrescita, Carta/Intra Moenia, Napoli 2006.
Un testo importante per chi vuole approfondire il tema della critica allo sviluppo e della decrescita, una storia del dibattito negli ultimi quindici anni, una ampia bibliografia, un ponte lanciato verso la tradizionale cultura di sinistra.

Serge Latouche, Come sopravvivere allo sviluppo. Dalla decolonizzazione dell’immaginario economico alla costruzione di una società alternativa, Bollati Boringhieri, Torino 2005.
Sociale, umano, locale, durevole… Lo sviluppo ha di recente rivestito abiti nuovi che soddisfano i criteri di organizzazioni internazionali quali la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale. Ma la logica economica è rimasta la stessa e il modello di sviluppo e sempre conforme all’ortodossia neoliberale. Lo sviluppismo si fonda sulla convinzione che sia possibile ottenere la prosperità materiale per tutti, cosa che sappiamo essere dannosa e insostenibile per il pianeta. Secondo Latouche, bisogna mettere in discussione i concetti di crescita, poverta, bisogni fondamentali, tenore di vita e decostruire il nostro immaginario economico, che è ciò che affligge l’occidentalizzazione e la mondializzazione.
Non si tratta ovviamente di proporre un impossibile ritorno al passato, ma di pensare a forme di un’alternativa allo sviluppo: in particolare la decrescita condivisa e il localismo.

Serge Latouche, Il pianeta dei naufraghi. Saggio sul doposviluppo, Bollati Boringhieri, Torino 1993.
La nave dello sviluppo ha fatto naufragio e mentre come sul Titanic – l’orchestra continua à suonare, sembra proprio che una possibilità di salvezza ‘venga da quanti, persa ogni speranza dí tornare a fiordo, fanno di necessità virtù, piuttosto che dagli altri, per niente disposti a interrompere le danze. Fuori metafora, di fronte a un Occidente sviluppato ché è riu scito a imporre il proprio modello su scala planetaria solo a prezzo dell’esciúsione e dell’immiserimento culturale prima ancora che economico di alcuni miliardi di persone, è l’insospettata vitalità e capacità ditrasformazione di intere società che introduce una nuova dinamica storica. Non sii tratta soltanto delle potenzialità del cosiddetto «informale», che si avrebbe torto a interpretare come un settore economico tra gli ‘altri; né di processi alternativi limitati al, «Terrò mondo», espressione legata a orizzonti di sviluppo ormai per sempre irraggiungibili Si tratta invece della constatazione, semplice ma essenziale; -che il’ naufragio degli uni per gli altri può essere la condizione di una vera e propria «alternativa allo sviluppo». ‘ Alternativa ‘fatta perora soltanto, di iniziative e di esperienze spontanee, per di, più non prive di ambiguità, ma tutte convergenti nel senso della subordinazione dell’economia alla society, del primato dei rapporti tra gli uomini sulla produzione esul consumo delle cose.

Serge Latouche, La sfida di Minerva. Razionalità occidentale e ragione mediterranea, Bollati Boringhieri, Torino 2000.
Di fronte al rischio cui è costantemente esposta la nostra civiltà, in particolare a causa della proliferazione tecnologica e scientifica, l’autore si chiede se il comportamento razionale dell’uomo moderno che, alla ricerca del massimo profitto, manipola oltre ogni limite la natura, sia veramente ragionevole. La risposta si rifà al mito di Minerva, la dea greco-latina della ragione, madre tanto di “Phrónesis” (la prudenza, la saggezza, il «ragionevole») quanto di “Lógos” (la ragione geometrica o il «razionale»). Quest’ultimo ha preso il predominio con la modernità affermatasi sulle rive dell’Oceano a partire dal xvi secolo, ma resta il ricordo di una tradizione più antica, nata sulle rive del Mediterraneo: quella del «ragionevole» appunto, che – in questo consiste la sfida di Minerva – forse consentirebbe di affrontare meglio i problemi dell’epoca.

Pierlugi Sullo, Postfuturo, Carta/Intra Moenia, Napoli 2008.
Si può essere tanto pazzi da pensare che nella società, nelle comunità che resistono al «progresso» avvelenato della modernità, sta fermentando un futuro dopo il futuro? Eppure, crisi finanziaria più crisi climatica più crisi democratica spingono il mondo verso la guerra dei ricchi contro i poveri. E lo Stato è l’esecutore del liberismo, la nazione si è frantumata, lo sviluppo è un incubo e la politica è «finction». 
Questo libro è una palla: racconti, idee, una conversazione con i nuovi cittadini, con coloro che possono fermare la catastrofe lenta e fondare un altro modo di vivere.
«Quello di Pierluigi Sullo è una specie di ‘promemoria’ per l’azione di oggi e per le prospettive di domani. Se, come verseggiò Kavafis: ‘I giorni del futuro stanno davanti a noi come una fila di candele accese’, allora le riflessioni-candeline di libri come questo ci aiutano ad illuminare (come i fari della vecchia 600 multipla che compare in copertina) se non tutto l’orizzonte, almeno il prossimo pezzo di strada da fare». Per leggere la recensione completa del libro, scritta da Giulio Marcon su Carta.

John Holloway, Cambiare il mondo senza prendere il potere. Il significato della rivoluzione oggi, Carta/Intra Moenia, Napoli 2004.
Partendo dalla constatazione di diffusi movimenti di disobbedienza allo stato di cose presenti, John Halloway, professore e ricercatore presso l’Università Autonoma di Puebla, si sofferma ad analizzare come questo fenomeno diffuso – ad esempio il caso dell’Argentina, della Bolivia e l’esperienza zapatista – possa trasformarsi in un cambio sociale radicale della materialità dell’esistente. Un testo fondamentale per riaprire una riflessione sui metodi per cambiare la società sottraendosi alle lusinghe del potere.

Bruno Amoroso, Sergio Gomez y Paloma, Persone e comunità. Gli attori del cambiamento, Dedalo, Bari 2007.
Per le comunità, come per gli stati, la mondialità ha avuto conseguenze diverse che sono analizzate mediante la rassegna delle nuove forme di organizzazione dell’economia mondiale (globalizzazione, universalizzazione, mondializzazione, internazionalizzazione). Dal consolidarsi di questi diversi indirizzi, e dall’affermarsi della globalizzazione capitalistica, sono nati nuovi terreni di confronto, di scontro e di polarizzazione tra stati e popoli, che riguardano soprattutto il tentativo dell’Occidente di mantenere il potere nei confronti del resto della popolazione mondiale. Al tempo stesso, il “risveglio” dell’Oriente sembra delinearsi come la dinamica permeante il pensare e l’agire occidentale. Il Mediterraneo è il centro di questo confronto-scontro – che è politico, culturale, religioso e militare – e dal cui esito può aver inizio un pacifico riequilibrarsi dei poteri tra Occidente e Oriente, oppure il protrarsi e l’acuirsi del conflitto, con conseguenze poco prevedibili per il futuro dell’umanità.
Qui un brano tratto dal libro.

Franco Cassano, Homo civicus. La ragionevole follia dei beni comuni, Dedalo, Bari 2004.
In un mondo in cui sembra possibile scegliere solo tra due forme di eterodirezione (quella del dubbio o quella del cliente) la difesa dei beni comuni e la scommessa della cittadinanza attiva sono l’unico modo per conciliare la difesa della libertà e la cura del bene comune, per sottrarsi costruttivamente alla tirannia degli Stati e a quella del mercato. “Homo civicus” è una proposta teorica appassionata, un manifesto politico-culturale che muove dalla convinzione che siano maturi i tempi per il risveglio civile del paese. La mobilitazione dei cittadini non é un movimento antipolitico, ma al contrario una straordinaria occasione per l’arricchimento della politica democratica, che chi ha a cuore il destino del nostro paese non può perdere. In ideale continuità con il “Pensiero Meridiano”, “Homo Civicus” propone una prospettiva di valore cruciale per il Mezzogiorno. Solo la costruzione di una solida tradizione civica, fondata sulla gelosa difesa dei beni comuni, permetterà al sud di divenire un soggetto forte ed attivo della vita politica, economica e culturale del paese. È un compito tutt’altro che facile, una scommessa, una profezia positiva, rischiosa, ma necessaria.
Qui un brano tratto dal libro.

Guido Viale, La civiltà del riuso. Riparare, riutilizzare, ridurre, Laterza, Bari
Usato come nuovo, usato perché è ecologico, usato perché non posso fare altrimenti, usato perché mi ricorda qualcosa o qualcuno: le cose hanno una vita che ci riguarda da vicino. Molto di più di quanto crediamo. Potrebbero essere loro il fulcro della civiltà del terzo millennio.
Non facciamo mai caso che in albergo, al ristorante, al bar, al cinema, dormiamo tra lenzuola e mangiamo in piatti già usati centinaia di volte, ci mettiamo in bocca posate che altri hanno già utilizzato, ci accomodiamo su sedie e poltrone che hanno già sostenuto molti altri corpi. L’appartamento dove viviamo, se non è di nuova costruzione, è già stato abitato da molte altre famiglie. Le città che frequentiamo sono già state utilizzate per centinaia o migliaia di anni. L’intero pianeta è stato ed è usato e condiviso da miliardi di altri esseri umani. Dono, baratto, condivisione, abbandono, esproprio e saccheggio hanno da sempre un peso molto maggiore di quanto si pensi: l’atteggiamento, i sentimenti e le finalità che accompagnano queste azioni ci svelano la realtà del nostro rapporto con le cose, che è quasi sempre carico di senso e di affetti, ben più delle pulsioni o dei ragionamenti che guidano all’acquisto del ‘nuovo’, dove prevalgono invece sensazioni e scelte imposte dal mercato. Ma il riuso ha potenzialità nascoste: perché le cose che scartiamo ogni giorno sono tantissime e perché il recupero conviene sia a chi cede che a chi acquisisce, riduce il prelievo di materie prime e la produzione di rifiuti, promuove condivisione e commistione di gusti e stili di vita, aumenta l’occupazione. Promuovere il riuso si può fare in breve tempo e con poche risorse.
Qui un brano tratto dal libro.
Il blog dell’autore è: http://guidoviale.blogspot.com/.

Alberto Magnaghi, Il progetto locale. Verso la coscienza di luogo, Bollati Boringhieri, 2010.
Il territorio è un’opera d’arte, forse la più alta, la più corale che l’umanità abbia espresso. Un’opera che prende forma attraverso il dialogo di entità viventi – l’uomo, la natura – nel tempo lungo della storia. Nella corsa alla costruzione di una seconda natura artificiale, la nostra civiltà tecnologica ha ormai abbandonato il territorio a se stesso, riducendolo a superficie amorfa e seppellendolo di oggetti, opere, funzioni veleni. Col risultato di generare crescenti insostenibilità politiche, sociali, economiche e ambientali. Pena la catastrofe, occorre dunque, oggi, un cambiamento di ruolo del territorio, che da puro supporto di un modello di sviluppo omologato ne faccia il fondamento di una differenziazione locale degli «stili di sviluppo» in grado di generare ricchezza durevole.

Piero Bevilacqua, La Terra è finita. Breve storia dell’ambiente, Laterza, Bari 2009.
Che cosa ha portato le società del nostro tempo a minacciare, con il loro carico di veleni e il consumo crescente di risorse, la sopravvivenza degli esseri viventi che popolano il pianeta? Non c’è dubbio che i problemi che abbiamo di fronte non sono il risultato di processi recenti. All’origine ci sono cause più o meno remote. Come siamo arrivati sin qui?
Qui un brano tratto dal libro.

 

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